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  • Austerità addio? La finanziaria 2016 di Renzi rinvia la svolta. Intervista con Guglielmo Epifani.
    La legge di stabilità del governo Renzi, a quasi una settimana dall'approvazione del Consiglio dei ministri, non è ancora arrivata in Parlamento. Non esiste quindi ancora un testo ufficiale a disposizione delle Camere. Lo conferma a Memos Guglielmo Epifani, deputato del Pd, presidente della Commissione attività produttive. La svolta dell'uscita dall'austerità, più volte promessa da Renzi, neanche quest'anno è arrivata con la legge di stabilità. Epifani, però, vede ugualmente dei segnali “espansivi”: «C'è un carattere espansivo – dice Epifani - perchè la legge di stabilità evita che scattino le cosiddette clausole di salvaguardia, cioè l'aumento dell'Iva e delle accise, e lo fa non attraverso tagli di spesa, ma grazie ad un aumento della flessibilità sul debito concessa dall'Europa». Cosa manca a questa manovra? «La vera critica da fare alla finanziaria – racconta Epifani - riguarda il Mezzogiorno. In questi anni la distanza tra il Sud e il resto del paese è aumentata. Il Sud si sta lentamente desertificando. Occorre dotarsi di strumenti – legati ai fondi europei – che garantiscano chi vuole fare impresa nel Mezzogiorno». Renzi aveva annunciato lo stop all'austerità, ma non è così. Perchè? «Secondo me è successo questo: attorno all'austerità si sono costruiti strumenti di controllo, una cultura, una politica, e poi ci si è resi conto che paesi che hanno particolari difficoltà (evidente è il caso della Grecia) muoiono. Quindi si sta superando nei fatti una logica di pura e rigida applicazione di quei trattati, ma senza dirlo. C'è una specie di doppia coscienza: da una parte si dice che c'è un rispetto delle regole e dall'altra non si fa così».
    28 min
  • Genova 1989, il blocco del porto. La protesta dei camalli contro la privatizzazione. Intervista con Antonio Benvenuti.
    L'anno del crollo del Muro di Berlino segna una svolta anche per i lavoratori portuali in tutta Italia. Genova, in particolare, diventa il centro di una mobilitazione nazionale che durerà alcuni mesi. Il governo di Ciriaco De Mita, il leader della Dc di allora, vuole di fatto privatizzare un lavoro che da decenni sta sotto le insegne del “servizio pubblico”. Sarà una protesta lunga, con il porto sotto la Lanterna bloccato per mesi. In questa storia ci sono tutti gli ingredienti delle grandi trasformazioni del lavoro di quell'epoca: la globalizzazione dei traffici, i cambiamenti tecnologici, la pressione degli interessi delle grandi compagnie private di navigazione. Antonio Benvenuti, ospite oggi a Memos, è il console dei camalli del porto di Genova ed è un protagonista di quella protesta del 1989. Benvenuti è diventato socio della Compagnia dei lavoratori del porto nel 1974. «Allora – racconta il console dei camalli - diventare socio della Compagnia era un ruolo ambito. Si faticava molto, ma si guadagnava bene, più di un operaio dell'Ansaldo. La legge italiana, il codice della navigazione, garantiva l'esclusiva del lavoro portuale nelle mani delle Compagnie di lavoratori». E' sarà proprio quell'esclusiva a finire nel mirino di un decreto del gennaio dell'89 firmato dall'allora ministro della Marina mercantile Giovanni Prandini: «il governo provò a minare il punto economico dell'esclusiva – dice Benvenuti - togliendo una quota di lavoro che nel frattempo si era espansa, come il lavoro sui piazzali e sui magazzini. Ciò significava spaccare l'organizzazione del lavoro, metterla in discussione». Nella puntata di oggi di Memos Benvenuti racconta la protesta, le fratture con i sindacati confederali e poi, a partire da giugno dell'89, gli accordi con le compagnie di navigazione che porteranno alla conclusione dello sciopero.
    30 min
  • Genova 1989, il blocco del porto. La protesta dei camalli contro la privatizzazione. Intervista con Antonio Benvenuti.
    L'anno del crollo del Muro di Berlino segna una svolta anche per i lavoratori portuali in tutta Italia. Genova, in particolare, diventa il centro di una mobilitazione nazionale che durerà alcuni mesi. Il governo di Ciriaco De Mita, il leader della Dc di allora, vuole di fatto privatizzare un lavoro che da decenni sta sotto le insegne del “servizio pubblico”. Sarà una protesta lunga, con il porto sotto la Lanterna bloccato per mesi. In questa storia ci sono tutti gli ingredienti delle grandi trasformazioni del lavoro di quell'epoca: la globalizzazione dei traffici, i cambiamenti tecnologici, la pressione degli interessi delle grandi compagnie private di navigazione. Antonio Benvenuti, ospite oggi a Memos, è il console dei camalli del porto di Genova ed è un protagonista di quella protesta del 1989. Benvenuti è diventato socio della Compagnia dei lavoratori del porto nel 1974. «Allora – racconta il console dei camalli - diventare socio della Compagnia era un ruolo ambito. Si faticava molto, ma si guadagnava bene, più di un operaio dell'Ansaldo. La legge italiana, il codice della navigazione, garantiva l'esclusiva del lavoro portuale nelle mani delle Compagnie di lavoratori». E' sarà proprio quell'esclusiva a finire nel mirino di un decreto del gennaio dell'89 firmato dall'allora ministro della Marina mercantile Giovanni Prandini: «il governo provò a minare il punto economico dell'esclusiva – dice Benvenuti - togliendo una quota di lavoro che nel frattempo si era espansa, come il lavoro sui piazzali e sui magazzini. Ciò significava spaccare l'organizzazione del lavoro, metterla in discussione». Nella puntata di oggi di Memos Benvenuti racconta la protesta, le fratture con i sindacati confederali e poi, a partire da giugno dell'89, gli accordi con le compagnie di navigazione che porteranno alla conclusione dello sciopero.
    30 min
  • Genova 1989, il blocco del porto. La protesta dei camalli contro la privatizzazione. Intervista con Antonio Benvenuti.
    L'anno del crollo del Muro di Berlino segna una svolta anche per i lavoratori portuali in tutta Italia. Genova, in particolare, diventa il centro di una mobilitazione nazionale che durerà alcuni mesi. Il governo di Ciriaco De Mita, il leader della Dc di allora, vuole di fatto privatizzare un lavoro che da decenni sta sotto le insegne del “servizio pubblico”. Sarà una protesta lunga, con il porto sotto la Lanterna bloccato per mesi. In questa storia ci sono tutti gli ingredienti delle grandi trasformazioni del lavoro di quell'epoca: la globalizzazione dei traffici, i cambiamenti tecnologici, la pressione degli interessi delle grandi compagnie private di navigazione. Antonio Benvenuti, ospite oggi a Memos, è il console dei camalli del porto di Genova ed è un protagonista di quella protesta del 1989. Benvenuti è diventato socio della Compagnia dei lavoratori del porto nel 1974. «Allora – racconta il console dei camalli - diventare socio della Compagnia era un ruolo ambito. Si faticava molto, ma si guadagnava bene, più di un operaio dell'Ansaldo. La legge italiana, il codice della navigazione, garantiva l'esclusiva del lavoro portuale nelle mani delle Compagnie di lavoratori». E' sarà proprio quell'esclusiva a finire nel mirino di un decreto del gennaio dell'89 firmato dall'allora ministro della Marina mercantile Giovanni Prandini: «il governo provò a minare il punto economico dell'esclusiva – dice Benvenuti - togliendo una quota di lavoro che nel frattempo si era espansa, come il lavoro sui piazzali e sui magazzini. Ciò significava spaccare l'organizzazione del lavoro, metterla in discussione». Nella puntata di oggi di Memos Benvenuti racconta la protesta, le fratture con i sindacati confederali e poi, a partire da giugno dell'89, gli accordi con le compagnie di navigazione che porteranno alla conclusione dello sciopero.
    30 min
  • Ttip, Tpp: i trattati della nuova globalizzazione americana. Intervista con Marcello De Cecco.
    Un trattato già firmato (Tpp) e un altro ancora in alto mare (Ttip). In gioco c'è la riscrittura delle regole della globalizzazione economica e gli Stati Uniti sono gli attori principali su entrambi i tavoli. Una decina di giorni fa Washington ha chiuso l'accordo con il Giappone e nove paesi dell'area del Pacifico, Cina esclusa. Siamo invece ancora nella fase delle trattative con l'Unione Europea. E' finita l'era del Wto, l'organismo multilaterale di 161 paesi fondato vent'anni fa? Perchè gli Stati Uniti preferiscono trattare accordi di libero scambio “bilaterali”, con specifiche aree del mondo, e non muoversi all'interno di intese globali, multilaterali? Memos ne ha parlato oggi con Marcello De Cecco, economista prima alla Scuola Normale di Pisa e poi alla Luiss di Roma. A proposito del Ttip, De Cecco ha un'idea precisa, lo ha scritto di recente e lo ha confermato a Memos: “l'obiettivo del trattato è fungere da veicolo per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale a vantaggio delle grandi imprese, europee e specialmente americane”. Perchè gli Stati Uniti escludono la Cina dagli accordi di libero scambio nell'area del Pacifico? «E' un modo nuovo di guardare alla Cina, alle liberalizzazioni cinesi. Finora sono andate bene a Washington, ma ad un certo punto – racconta De Cecco – è accaduto che qualcuno (negli Stati Uniti, ndr) si è rifatto un paio di conti e ha realizzato di avere il fiato dei cinesi sul collo. Hanno pensato che il “comunismo capitalistico” cinese di oggi possa essere più pericoloso del “comunismo semplice” del passato». Ma gli Stati Uniti possono fare a meno della domanda di beni dalla Cina? «C'è un'opzione alternativa che consiste nel sostituire la domanda cinese con il riarmo, anche perchè si è visto che in Cina è finita la fase di crescita al 10% annuo. Direi che messa in questi termini la situazione è preoccupante, lo abbiamo già visto in passato con la corsa agli armamenti si va a finire male».
    27 min
  • Ttip, Tpp: i trattati della nuova globalizzazione americana. Intervista con Marcello De Cecco.
    Un trattato già firmato (Tpp) e un altro ancora in alto mare (Ttip). In gioco c'è la riscrittura delle regole della globalizzazione economica e gli Stati Uniti sono gli attori principali su entrambi i tavoli. Una decina di giorni fa Washington ha chiuso l'accordo con il Giappone e nove paesi dell'area del Pacifico, Cina esclusa. Siamo invece ancora nella fase delle trattative con l'Unione Europea. E' finita l'era del Wto, l'organismo multilaterale di 161 paesi fondato vent'anni fa? Perchè gli Stati Uniti preferiscono trattare accordi di libero scambio “bilaterali”, con specifiche aree del mondo, e non muoversi all'interno di intese globali, multilaterali? Memos ne ha parlato oggi con Marcello De Cecco, economista prima alla Scuola Normale di Pisa e poi alla Luiss di Roma. A proposito del Ttip, De Cecco ha un'idea precisa, lo ha scritto di recente e lo ha confermato a Memos: “l'obiettivo del trattato è fungere da veicolo per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale a vantaggio delle grandi imprese, europee e specialmente americane”. Perchè gli Stati Uniti escludono la Cina dagli accordi di libero scambio nell'area del Pacifico? «E' un modo nuovo di guardare alla Cina, alle liberalizzazioni cinesi. Finora sono andate bene a Washington, ma ad un certo punto – racconta De Cecco – è accaduto che qualcuno (negli Stati Uniti, ndr) si è rifatto un paio di conti e ha realizzato di avere il fiato dei cinesi sul collo. Hanno pensato che il “comunismo capitalistico” cinese di oggi possa essere più pericoloso del “comunismo semplice” del passato». Ma gli Stati Uniti possono fare a meno della domanda di beni dalla Cina? «C'è un'opzione alternativa che consiste nel sostituire la domanda cinese con il riarmo, anche perchè si è visto che in Cina è finita la fase di crescita al 10% annuo. Direi che messa in questi termini la situazione è preoccupante, lo abbiamo già visto in passato con la corsa agli armamenti si va a finire male».
    27 min
  • Ttip, Tpp: i trattati della nuova globalizzazione americana. Intervista con Marcello De Cecco.
    Un trattato già firmato (Tpp) e un altro ancora in alto mare (Ttip). In gioco c'è la riscrittura delle regole della globalizzazione economica e gli Stati Uniti sono gli attori principali su entrambi i tavoli. Una decina di giorni fa Washington ha chiuso l'accordo con il Giappone e nove paesi dell'area del Pacifico, Cina esclusa. Siamo invece ancora nella fase delle trattative con l'Unione Europea. E' finita l'era del Wto, l'organismo multilaterale di 161 paesi fondato vent'anni fa? Perchè gli Stati Uniti preferiscono trattare accordi di libero scambio “bilaterali”, con specifiche aree del mondo, e non muoversi all'interno di intese globali, multilaterali? Memos ne ha parlato oggi con Marcello De Cecco, economista prima alla Scuola Normale di Pisa e poi alla Luiss di Roma. A proposito del Ttip, De Cecco ha un'idea precisa, lo ha scritto di recente e lo ha confermato a Memos: “l'obiettivo del trattato è fungere da veicolo per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale a vantaggio delle grandi imprese, europee e specialmente americane”. Perchè gli Stati Uniti escludono la Cina dagli accordi di libero scambio nell'area del Pacifico? «E' un modo nuovo di guardare alla Cina, alle liberalizzazioni cinesi. Finora sono andate bene a Washington, ma ad un certo punto – racconta De Cecco – è accaduto che qualcuno (negli Stati Uniti, ndr) si è rifatto un paio di conti e ha realizzato di avere il fiato dei cinesi sul collo. Hanno pensato che il “comunismo capitalistico” cinese di oggi possa essere più pericoloso del “comunismo semplice” del passato». Ma gli Stati Uniti possono fare a meno della domanda di beni dalla Cina? «C'è un'opzione alternativa che consiste nel sostituire la domanda cinese con il riarmo, anche perchè si è visto che in Cina è finita la fase di crescita al 10% annuo. Direi che messa in questi termini la situazione è preoccupante, lo abbiamo già visto in passato con la corsa agli armamenti si va a finire male».
    27 min
  • Corruzione vs. diritti e Costituzione. Intervista con Alberto Vannucci.
    Alberto Vannucci insegna Scienza politica all'università di Pisa. La corruzione politico-amministrativa e le organizzazioni criminali sono i suoi principali campi di ricerca. Dal 2010 coordina il Master universitario in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”, progettato con “Libera” e “Avviso pubblico”: «stiamo cercando insieme di formare dei “professionisti dell’etica”, come li definisce don Luigi Ciotti, capaci di unire passione civile e competenze». Vannucci, ospite oggi a Memos, è anche presidente di Libertà e Giustizia. La conversazione inizia dal tema della corruzione, reso ancora di più attuale – se mai ce ne fosse stato bisogno - dagli arresti di ieri alla Regione Lombardia con il numero due della giunta Maroni, Mario Mantovani, accusato di corruzione aggravata, concussione e turbativa d'asta. «La corruzione è un depredare risorse comuni ad opera di pochi», spiega Vannucci utilizzando una definizione sociologica. «Risorse che a volte si quantificano in termini di bilancio, altre volte sono risorse di altro tipo, risorse politiche, di consenso». Perchè il saccheggio della corruzione prosegue fino a diventare sistematico? «Molto semplicemente perchè una parte significativa della nostra classe dirigente è artefice diretta o beneficiaria di questo saccheggio, quindi ha tutto l'interesse ad esserne connivente». E le modifiche alla Costituzione, cosa c'entrano con la corruzione? «C'è un modello di governo dei processi decisionali - che si sta applicando con le modifiche alla Costituzione ma anche con le nuove norme sulla scuola, la Rai – che prevede una verticalizzazione del potere. Un potere che si scioglie sempre di più dai controlli, sia dal basso che dagli organi istituzionali. Tutto ciò è perfettamente coerente – e non dico che sia questo il principale movente dei proponenti - con il modello di gestione e con le aspettative e gli interessi di questa rete di corruzione sistemica».
    27 min
  • Corruzione vs. diritti e Costituzione. Intervista con Alberto Vannucci.
    Alberto Vannucci insegna Scienza politica all'università di Pisa. La corruzione politico-amministrativa e le organizzazioni criminali sono i suoi principali campi di ricerca. Dal 2010 coordina il Master universitario in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”, progettato con “Libera” e “Avviso pubblico”: «stiamo cercando insieme di formare dei “professionisti dell’etica”, come li definisce don Luigi Ciotti, capaci di unire passione civile e competenze». Vannucci, ospite oggi a Memos, è anche presidente di Libertà e Giustizia. La conversazione inizia dal tema della corruzione, reso ancora di più attuale – se mai ce ne fosse stato bisogno - dagli arresti di ieri alla Regione Lombardia con il numero due della giunta Maroni, Mario Mantovani, accusato di corruzione aggravata, concussione e turbativa d'asta. «La corruzione è un depredare risorse comuni ad opera di pochi», spiega Vannucci utilizzando una definizione sociologica. «Risorse che a volte si quantificano in termini di bilancio, altre volte sono risorse di altro tipo, risorse politiche, di consenso». Perchè il saccheggio della corruzione prosegue fino a diventare sistematico? «Molto semplicemente perchè una parte significativa della nostra classe dirigente è artefice diretta o beneficiaria di questo saccheggio, quindi ha tutto l'interesse ad esserne connivente». E le modifiche alla Costituzione, cosa c'entrano con la corruzione? «C'è un modello di governo dei processi decisionali - che si sta applicando con le modifiche alla Costituzione ma anche con le nuove norme sulla scuola, la Rai – che prevede una verticalizzazione del potere. Un potere che si scioglie sempre di più dai controlli, sia dal basso che dagli organi istituzionali. Tutto ciò è perfettamente coerente – e non dico che sia questo il principale movente dei proponenti - con il modello di gestione e con le aspettative e gli interessi di questa rete di corruzione sistemica».
    27 min
  • Corruzione vs. diritti e Costituzione. Intervista con Alberto Vannucci.
    Alberto Vannucci insegna Scienza politica all'università di Pisa. La corruzione politico-amministrativa e le organizzazioni criminali sono i suoi principali campi di ricerca. Dal 2010 coordina il Master universitario in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”, progettato con “Libera” e “Avviso pubblico”: «stiamo cercando insieme di formare dei “professionisti dell’etica”, come li definisce don Luigi Ciotti, capaci di unire passione civile e competenze». Vannucci, ospite oggi a Memos, è anche presidente di Libertà e Giustizia. La conversazione inizia dal tema della corruzione, reso ancora di più attuale – se mai ce ne fosse stato bisogno - dagli arresti di ieri alla Regione Lombardia con il numero due della giunta Maroni, Mario Mantovani, accusato di corruzione aggravata, concussione e turbativa d'asta. «La corruzione è un depredare risorse comuni ad opera di pochi», spiega Vannucci utilizzando una definizione sociologica. «Risorse che a volte si quantificano in termini di bilancio, altre volte sono risorse di altro tipo, risorse politiche, di consenso». Perchè il saccheggio della corruzione prosegue fino a diventare sistematico? «Molto semplicemente perchè una parte significativa della nostra classe dirigente è artefice diretta o beneficiaria di questo saccheggio, quindi ha tutto l'interesse ad esserne connivente». E le modifiche alla Costituzione, cosa c'entrano con la corruzione? «C'è un modello di governo dei processi decisionali - che si sta applicando con le modifiche alla Costituzione ma anche con le nuove norme sulla scuola, la Rai – che prevede una verticalizzazione del potere. Un potere che si scioglie sempre di più dai controlli, sia dal basso che dagli organi istituzionali. Tutto ciò è perfettamente coerente – e non dico che sia questo il principale movente dei proponenti - con il modello di gestione e con le aspettative e gli interessi di questa rete di corruzione sistemica».
    27 min

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