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Martedì 4 novembre si è concluso il processo di primo grado in merito all’inchiesta che vedeva imputata la Fondazione Stella Maris per i maltrattamenti e gli abusi subiti dagli utenti ospitati nella struttura per persone autistiche a Montalto di Fauglia (PI). 15 le persone coinvolte, tra operatori e figure apicali della Fondazione.
Il Tribunale di Pisa – presieduto dalla giudice monocratica Susanna Messina – ha condannato 10 tra operatori e operatrici, ma assolto i vertici della Fondazione.
Un esito che ha lasciato l’amaro in bocca, soprattutto alle famiglie delle persone che hanno subito abusi e maltrattamenti, e che arriva dopo un lunghissimo proccesso iniziato a seguito della denuncia dei genitori di un assistito e alla conseguente introduzione di telecamere, da parte delle forze dell’ordine, all’interno della struttura. Riprese che alzeranno poi il velo sugli abusi e i maltrattamenti a lungo sospettati da alcuni famigliari, facendo emergere pratiche contenitive inaccettabili, come il tappeto contenitivo, e dando il via all’inchiesta.
In occasione dell’udienza, il Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud ha organizzato il 22esimo presidio solidale davanti al Tribunale di Pisa, in sostegno e solidarietà alle famiglie delle vittime dei maltrattamenti”.
Per il collettivo l’obiettivo è offrire una supporto solidale a chi ha attraversato questa vicenda dolorosa, ma anche mantenere alta l’attenzione sia sui meccanismi e le dinamiche che regolano queste REMS (residenze per le misure di sicurezza) – vere e proprie “istituzioni totali“, al pari di carceri e Cpr, finanziate da fondi pubblici – sia sul fenomeno della “psichiatrizzazione sociale, che avanza un po’ ovunque nel silenzio generale”.
Su Radio Onda d’Urto l’intervista ad Alberto del Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, con cui abbiamo approfondito anche altri aspetti: la lotta antipsichiatrica, l’orizzonte e il significato sociale di una sentenza del genere. Ascolta o scarica
La presidente uscente Samia Suluhu Hassan, al potere dal 2021, ha ottenuto una schiacciante vittoria alle elezioni generali del 29 ottobre in Tanzania: il 97,66% dei voti a suo favore.
Alla notizia della rielezione, sono scoppiati scontri in moltissime località del paese tra seggi vandalizzati, schede disperse e urne incendiate. Durissima la repressione delle forze militari e di polizia.
Diverse fonti, tra cui l’opposizione, un attivista legale e due fonti diplomatiche, affermano che centinaia di persone, forse anche diverse migliaia, sono state uccise dalle forze di sicurezza dopo le proteste scoppiate il giorno delle elezioni del 29 ottobre. Segnalati anche numerosi rapimenti e sparizioni. Fonti ufficiali parlano invece di qualche decina di vittime.
E’ stato difficile comprendere quanto accaduto poiché, dall’inizio delle proteste, internet è stato interrotto; bloccati anche i voli ed è stato introdotto un rigido coprifuoco. Le misure hanno iniziato ad allentarsi soltanto dall’inizio di questa settimana.
Anche a causa del blocco di internet, si sono registrati grossi problemi ai punti di confine con il Kenya, dove si sono creati interminabili file di camion e una certa tensione, sia in entrata che in uscita, con danni economici rilevanti, dal momento che i carichi di merce deperibile sono andati perduti.
Le elezioni tanzaniane non sono state né libere né credibili hanno dichiarato, tra gli altri osservatori, diversi rappresentanti dell’Unione Europea. Ma il presidente dell’Unione Africana, il gibutino Mahmoud Ali Youssouf, si è congratulato immediatamente per la vittoria, pur esprimendo cordoglio per le vittime dei disordini, ma assicurando il sostegno dell’organizzazione “al popolo e al governo della Tanzania nei loro sforzi di preservare la pace, la coesione nazionale e la democrazia”.
La legge elettorale del paese non prevede l’eventuale ricorso dei perdenti, come ad esempio in Kenya, e dunque i risultati certificati dalla Commissione elettorale sono definitivi.
L’approfondimento con Luca, cittadino italiano che da 15 anni vive nel paese dell’Africa centro orientale, in collegamento da Arusha. Ascolta o scarica
La Provincia di Brescia coinvolta dall’escalation bellica. Presso l’aerobase militare di Ghedi, a 25 km a sud-est della città, è atterrato martedì pomeriggio il gigantesco Globemaster III, l’unico aereo militare statunitense certificato per il trasporto di bombe atomiche.
Il velivolo, partito da da Volkel in Olanda, è arrivato nella giornata di martedì 4 novembre nell’area militare di Ghedi ed è ripartito ieri, giovedì, in direzione Incirlik, Turchia, dove si trova una importante base militare della NATO, condivisa tra Ankara e gli Stati Uniti, situata vicino ad Adana.
Le tre destinazioni – Volkel, Ghedi, Incirlik – sono tutte basi militari in cui la Nato ha stoccato bombe atomiche le B-61, secondo il programma di condivisione nucleare. Per Brescia, secondo le stime, sono stoccate tra le 20 e le 40 bombe nucleari. Ma le informazioni sono secretate.
Nell’aerobase di Ghedi si trova il Sesto Stormo, un reparto di interdizione militare che ha in dotazione i caccia multiruolo “Tornado”, con il compito di intercettare e distruggere i caccia bombardieri nemici in territorio NATO.
Diversi i cittadini nella zona di Ghedi che hanno denunciato il passaggio del gigantesco aereo statunitense, un colosso di 54 metri di lunghezza e 50 di apertura alare.
Il maxi cargo era decollato lo scorso 2 novembre dall’aeroporto di Tacoma, Stati Uniti, poi aveva raggiunto l’aeroporto militare di Ramstein, in Germania e ieri martedì mattina era ripartito verso Uden, in Olanda, per poi arrivare nel pomeriggio in Italia, proprio a Ghedi.
“Come possiamo leggere questa notizia senza denunciare la gravità e avere una certa apprensione”, denuncia Claudia Capra, del Movimento Non Violento di Brescia, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
Hamas ha restituito a Israele, tramite la Croce Rossa internazionale, un altro corpo di un prigioniero. Si tratta di uno dei due ostaggi stranieri rapiti il 7 ottobre 2023, anche se la sua identità non è stata ancora resa nota. Restano a Gaza, secondo le stime, i corpi di altri sei ostaggi israeliani deceduti durante i bombardamenti israeliani.
Nel frattempo, Tel Aviv prosegue l’aggressione in violazione del cessate il fuoco. Due palestinesi sono stati uccisi in attacchi separati nel centro della Striscia: secondo le forze occupanti israeliane la colpa sarebbe quella di essersi avvicinati troppo alla “linea gialla” del cessate il fuoco, oltrepassando la metà della zona occupata (illegalmente) da Israele.
Le violenze continuano anche nella Cisgiordania Occupata. Nella notte, le forze di occupazione israeliane hanno ucciso un palestinese di 15 anni nella città di Yamun, vicino a Jenin, nel nord della West Bank. Le truppe israeliane hanno condotto un’ondata di incursioni notturne anche a Qalqilya, Ramallah, Hebron, con numerosi arresti e fermi.
Bande israeliane di coloni hanno attaccato invece i residenti della zona di Masafer Yatta, a sud di Hebron, ferendo un uomo anziano e sua moglie, mentre aumenta la violenza anche in altre zone: sempre i coloni hanno recintato circa 202 ettari di terreno agricolo di proprietà palestinese nella zona di Khirbet Samra.
Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti hanno presentato ai membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU una bozza di risoluzione sulla governance della Striscia, base per la colonizzazione totale e permanente di Gaza per mano diretta di Trump. Il cuore del piano prevede che la missione multinazionale Isf, la International Stabilization Force, opererà sotto l’ala del cosidetto “Consiglio della Pace” (presieduto dallo stesso tycoon, che come braccio destro si è scelto il noto distruttore di paesi altrui, Tony Blair). All’Isf spetterà la gestione civile e militare della Striscia fino al dicembre 2027, almeno secondo Trump.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’intervento del giornalista Alberto Negri, per anni inviato di guerra e oggi editorialista de Il Manifesto. Ascolta o scarica.
Stati Uniti, prime crepe nell’impero Trump. Il giorno dopo i risultati elettorali dell’elezione a sindaco di New York di Zohran Mamdani, Radio Onda d’Urto ha intervistato Silvia Baraldini, ex prigioniera politica negli Stati Uniti e residente a lungo nella “Grande Mela”.
I dati sull’affluenza al voto di martedì 4 novembre, “mai così alta dal 1969” come segnala Baraldini, e le ultime manifestazioni di piazza segnati da violenze estreme da parte di polizia e Ice (l’agenzia federale armata spedita da Trump nelle città statunitensi per rastrellare e arrestare migranti e comunità), hanno segnato la netta vittoria elettorale di Mamdani.
New York “è diventata una città dove solo i ricchi possono abitare”, sottolinea Baraldini. La campagna di Mamdani è stata infatti “molto incentrata su questo tema: sul fatto che le persone che lavorano e fanno funzionare la città non si possono permettere di abitarci”. Casa, salario minimo e la lotta contro i “padroni” della città sono stati i principali punti del programma elettorale.
La questione ora è se “gli sarà permesso di governare” New York, perchè Mamdani ha “degli antagonisti molto potenti, non solo le elitè finanziarie, ma anche una porzione della comunità ebrea che non gradisce la sua posizione sul genocidio a Gaza”.
L’intervista completa a Silvia Baraldini, ex prigioniera politica negli Stati Uniti e residente a lungo nella “Grande Mela”. Ascolta o scarica.
Qui interviste e analisi realizzate da Radio Onda d’Urto nella giornata post-voto.
La Procura della Repubblica di Verona ha chiesto l’archiviazione nei confronti dell’assistente capo coordinatore della Polizia di Stato, indagato per l’omicidio di Moussa Diarra, il migrante maliano di 26 anni, ucciso dall’agente della Polfer nell’ottobre 2024 davanti alla stazione di Porta Nuova.
Al termine delle indagini, oltre un anno, la Procura sostiene l’agente della Polfer avrebbe agito per legittima difesa perché “aggredito con un coltello”, ma come sottolinea il Comitato Verità e Giustizia per Moussa, i video che lo provano non sono mai arrivati ai legali della famiglia, al medico legale e ai periti di parte.
“Siamo sinceramente sconcertati dall’atteggiamento della Procura della Repubblica di Verona che, mentre richiede alla famiglia del povero Moussa Diarra, sparato a morte da un agente di Polizia, 8 euro per poterli mettere a conoscenza delle motivazioni che hanno fondato la richiesta di archiviazione, ritiene di poterle compendiare in un comunicato stampa da fornire ai giornalisti”. Cosi’ gli avvocati della famiglia di Moussa Diarra Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Silvia Galeone e Francesca Campostrini in un comunicato diffuso all stampa, dove aggiungono: “Ancora una volta, la famiglia e gli affetti del morto, la dignità degli stessi e il necessario rispetto verso il loro bisogno di conoscere le cause e le condizioni della tragica morte di Moussa, oltreché i loro diritti di difesa, passano in secondo piano rispetto all’esigenza di informare la stampa e la politica. Questa difesa ha correttamente rispettato l’ordine di secretazione degli atti imposto dal pm in fase di indagini, ed anche per questo riteniamo fosse dovuto mettere prima a conoscenza le persone offese delle ragioni della procura, piuttosto che privilegiare l’opinione pubblica”.
Le considerazioni di Daniele Todesco Osservatorio Migranti Verona Ascolta o scarica
COMUNICATO STAMPA: IL QUARTO COLPO PER MOUSSA DIARRA QUANDO LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA SI ALLONTANANO
Il bilancio degli infortuni mortali sul lavoro in Italia resta drammaticamente alto: tra gennaio e settembre 2025, in base ai dati dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, sono stati 784 i decessi sul lavoro, con un aumento di 8 vittime rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Di questi, 575 sono stati infortuni in occasione di lavoro, mentre 209 si sono verificati durante il tragitto casa-lavoro. La Lombardia, il Veneto, la Campania, il Piemonte e l’Emilia-Romagna sono le regioni che registrano il numero maggiore di vittime.
Il settore delle costruzioni continua a essere il più pericoloso, con 99 decessi in occasione di lavoro; a seguire, l’industria manifatturiera, i trasporti e il commercio.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervista a Federico Maritan, direttore dell’ Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering di Mestre. Ascolta o scarica.
Assolti in appello i sindacalisti Si Cobas che nell’aprile 2024 sono stati condannati in primo grado con l’accusa, infamante, di “tentata estorsione” per aver organizzato le lotte del Penny Market di Desenzano del Garda (Brescia). La lotta al Penny Market di Desenzano del Garda (Brescia), durata dal 2015 al 2019, era quindi stata una vertenza sindacale e non – come recitava l’accusa – un “tentativo di estorsione”. Assolte tutte le 24 persone imputate, 2 sindacalisti Si Cobas e 22 lavoratori della logistica della catena di supermercati. L’aggiornamento con Alessandro del Si Cobas, tra gli imputati. Ascolta o scarica.
Aggiornamento di martedì mattina 4 novembre: “Brescia è una provincia dove ogni volta che facciamo un picchetto, un presidio, uno sciopero… arrivano le cariche e i processi. Succede anche nelle altre province, ma qua di più”. Non usa mezze parole Asmerom, giunto in presidio a Brescia dalla provincia di Milano per esprimere solidarietà ad Alessandro e Laura, sindacalisti Si Cobas che nell’aprile 2024 sono stati condannati in primo grado con l’accusa, infamante, di “tentata estorsione” per aver organizzato le lotte del Penny Market di Desenzano del Garda (Brescia). Insieme a loro condanne a 22 operai, per il reato di “boicottaggio”.
Le lotte al Penny Market sono durate diversi anni, e sono state sempre represse. In alcuni casi, i lavoratori hanno vinto in tribunale. In altri, i processi sono ancora aperti. Oggi l’udienza d’appello, come ci racconta Alessandro, il coordinatore condannato in primo grado, in diretta dal presidio. Ascolta o scarica
Una vicenda che entra nella repressione di questi anni a Brescia, come spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Asmeron, lavoratore ed esponente SiCobas. Ascolta o scarica
Con la lotta sono comunque state conquistate le 8 ore, come ci racconta questo lavoratore Ascolta o scarica
Aggiornamento mattina mercoledì 5 novembre – Il socialista Mamdani è il nuovo sindaco di New York. Netta affermazione con il 50,4%, contro il 41,6% dell’ex dem e ora candidato indipendente Cuomo (sostenuto pure da Trump e Musk). Solo al 7,1% l’esponente della destra repubblicana, Silwa. Affluenza molto alta per gli standard Usa: circa 2 milioni i votanti. Vittorie dem anche in Virginia e New Jersey.
Aggiornamento serale martedì 4 novembre – Giornata elettorale negli Usa. Si vota in Virginia e in New Jersey per eleggere i governatori, mentre in diverse città USA ci sono le amministrative. Occhi puntati su New York, dove i sondaggi vedono avanti il candidato della sinistra dem, il socialista Zohran Mamdani, quotato al 43%, rispetto all’ex dem e ora indipendente Andrew Cuomo (33%), supportato – di malavoglia – da Trump. Più staccato il repubblicano Curtis Sliwa, fondatore dei vigilantes Guardian Angels.
735mila newyorchesi, mai cosi tanti, hanno già votato via posta o in seggi elettorali appositamente allestiti per il voto anticipato.
A New York l’elezione per il sindaco è ritenuta un primo test per la nuova era di Trump. Intanto secondo quanto rivelato da un nuovo sondaggio di Washington Post, Abc News e Ipsos, cala l’indice di gradimento del tycoon: la maggioranza, il 64%, pensa che il presidente sia andato oltre i poteri conferitigli dal suo ruolo e che stia eccedendo nel tentativo di espandere i suoi poteri presidenziali.
Il sondaggio segnala che la disapprovazione per l’operato di Trump è al 59%, mentre l’apprezzamento si ferma al 41%, il livello più basso per un presidente all’inizio del secondo mandato. Nonostante questi dati, la corsa per le elezioni di metà mandato del 2026 rimane equilibrata, con i democratici al 46% e i repubblicani al 44% nelle preferenze per il Congresso.
L’intervista a Marina Serina, cittadina italiana che vive a New York, che ha seguito la campagna elettorale di Zohran Mamdani e collaboratrice della rivista online Pressenza.Ascolta o scarica
“Il 4 novembre non è la nostra festa! Contro la militarizzazione della cultura, contro il riarmo e le politiche di guerra, per sostenere la Palestina. Costruiamo l’alternativa”. Sono 38 le piazze convocate in tutta Italia dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Sul senso e il significato di questa giornata di mobilitazione qui l’intervista a Serena Tusini dell’Osservatorio.
A Brescia si è svolta una partecipata assemblea studentesca questo pomeriggio alle ore 15 presso Magazzino 47. Sindacati di base e altre realtà del mondo politico e dell’istruzione si sono dati appuntamento alle ore 18 in Piazza Paolo VI.
Poco dopo l’inizio del presidio, quando erano presenti circa 300 persone, ci siamo collegati con piazza Paolo VI dove era presente Marco, inviato della nostra redazione, che ha anche intervistato Alessandro Scattolo dell’Osservatorio, Elisa studentessa universitaria, Olivia del Fronte della Gioventù Comunista, Anna e Martina due lavoratrici del mondo della cultura. Ascolta o scarica
Dal presidio sotto al Ministero dell’Istruzione e del Merito, il nostro collaboratore da Roma Stefano Bertoldi ha intervistato Giordano, studente del Liceo Cavour e di OSA e Manuela insegnante di sostegno attivista della Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica
Il racconto della giornata contro la militarizzazione di scuole e università da Torino, con il contributo di Maria dell’assemblea contro la guerra. Ascolta o scarica
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