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In questo episodio mi pongo una domanda: Come fu possibile?
Come fece una loggia segreta a infiltrarsi nei gangli dello Stato per oltre un decennio, senza che nessuno la fermasse?
Chi sapeva e taceva?
E quanto di quello che la P2 voleva per l'Italia è diventato, nel tempo, realtà?
La prima risposta è la più ovvia, ma anche la più inquietante: chi avrebbe dovuto indagare era dentro la grande ragnatela tessuta da Gelli.
Tutti, tranne qualcuno che provò a tirare i fili.
CREDITS:
L'audio che da inizio all'episodio è tratto da un’intervista realizzata nel 1983 per lo speciale di Enzo Biagi su Licio Gelli, prodotta dalla ACCAS FILM, che ne detiene i diritti.
Qui il link al video: https://www.youtube.com/watch?v=wkBX43SkzWY&t=94s
Ombre Italiane è un podcast ideato e prodotto da Angelo Soro
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Oggi entriamo nel cuore finanziario della rete della P2.
Perché la Loggia segreta non era solo una rete di relazioni e di segreti. Era anche - e forse soprattutto - una macchina per muovere denaro. Denaro sporco. Denaro della banca vaticana, governata da un oscuro arcivescovo, e denaro mafioso. Tutto mescolato insieme, in un sistema così opaco che ancora oggi non sappiamo con certezza dove siano finiti tutti quei soldi.
Per raccontare questa storia parlerò di due uomini.
Il primo si chiama Roberto Calvi, il secondo Michele Sindona. Entrambi banchieri. Entrambi iscritti alla P2. Entrambi morti in circostanze che la versione ufficiale non ha mai spiegato del tutto.
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"Il burattinaio" è un uomo che ha attraversato il Novecento italiano come un'ombra.
Sempre presente. Mai in primo piano. Il suo nome è Licio Gelli.
Gelli era lì quando i fascisti marciavano. Era lì quando i fascisti della Repubblica di Salò trucidavano partigiani e gente comune. C’era anche quando si costruiva la Repubblica. Ed era lì quando qualcuno lavorava per demolirla.
Ma chi era quest'uomo? Da dove veniva? Come aveva fatto a costruire quella rete di potere che la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 avrebbe definito "uno strumento neutro di controllo e di condizionamento"?
La P2 non aveva una bandiera partitica dichiarata, ma agiva come un "sistema operativo" invisibile capace di far girare qualsiasi programma politico utile ai suoi interessi.
Per capire la P2 bisogna capire Gelli. E per capire Gelli bisogna tornare indietro.
Qui il Link agli atti della Commissione Parlamenta d'inchieta sulla P2:
https://legislature.camera.it/_dati/leg09/lavori/stampati/pdf/p2/09%20Leg%20Doc%20XXIII%20n%202-1%20relatore%20ANSELMI-ocr.pdf
Il brano iniziale con la voce di Licio Gelli è tratto dalla trasimissione "Falò" della Radiotelevisione Svizzera - RSI.
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In questo episodio entreremo nelle indagini. Scopriremo i legami tra Cosa Nostra, la P2 e gli ambienti del terrorismo neofascista. E capiremo perché quella strage non è solo un fatto di mafia.
È il punto in cui si incrociano tutte le ombre dell'Italia di quegli anni.
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In questo episodio vi racconto una storia che molti non conoscono abbastanza. O forse hanno voluto dimenticare, perché è una storia che fa male.
È il 23 dicembre 1984. Mancano due giorni a Natale. Il Rapido 904 parte da Napoli e si dirige verso Milano. Nella galleria di San Benedetto Val di Sambro - la stessa galleria attraversata dal treno che porta a Bologna - esplode una bomba. Sedici morti. Duecentosessanta feriti. È la strage di Natale.
È l'unica strage italiana in cui la condanna definitiva ha raggiunto anche i mandanti: Cosa Nostra.
Una storia che con Bologna, La freccia del Sud e l'Italicus condivide qualcosa di essenziale: la certezza che in Italia, quando si vuole seminare terrore, si comincia sempre dai treni.
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In questo ultimo episodio dedicato alla strage di Bologna, ho con me un giornalista che ha saputo raccontare, fino in fondo, storie difficili Storie che molti hanno voluto dimenticare.
Giovanni Bianconi, che non ha bisogno di presentazioni, è uno di quegli scrittori-giornalisti che hanno trasformato la documentazione giudiziaria in memoria collettiva.
Ha raccontato la Banda della Magliana, i Nuclei Armati Rivoluzionari di Giusva Fioravanti, in uno di quei libri che tutti dovremmo avere nella nostra libreria: A mano armata, che è uno dei testi fondamentali per capire il terrorismo nero italiano.
Ha analizzato le Brigate Rosse, il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, ha scritto di Giovanni Falcone nel volume L'assedio, raccontando come si costruisce l'isolamento di un uomo che dà fastidio. Ha scritto del delitto Borsellino e delle stragi di mafia, in un libro che si intitola, con amara precisione, Un pessimo affare.
Bianconi è il ritratto di un giornalista che non si è mai accontentato della versione ufficiale. Ma che, allo stesso tempo, non ha mai ceduto alla tentazione del complottismo facile.
Ho scelto di parlare con lui proprio per questo.
Anche perché, dopo quarantasei anni dalla strage di Bologna, dopo cinque processi, dopo le ultime sentenze della Cassazione su Gilberto Cavallini e Paolo Bellini, c'è una domanda che non smette di girare nella mia testa: Abbiamo davvero chiuso il cerchio?
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Il 25 aprile, sui calendari italiani, è un numero rosso.
Perché? Cosa si festeggia, esattamente?
Se provassimo a chiederlo a chi ci sta vicino mentre prendiamo un caffè al bar, probabilmente farfuglierebbe qualcosa di incomprensibile.
Ma allora, cosa si festeggia il 25 aprile, e perché, secondo qualcuno, è così divisiva questa data?
Alcune date appartengono alla memoria collettiva.
Il 25 aprile 1945 è una di queste.
Per l’Italia non è solo il giorno in cui la guerra finisce, è il giorno in cui il Paese prova a tornare libero. Dopo vent’anni di dittatura, due anni di occupazione e una drammatica guerra civile.
Questo è un episodio speciale di Ombre Italiane in cui racconto come si arriva a quel giorno e cosa accade, davvero, il 25 aprile.
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C'è un modo per uccidere la verità senza eliminarla del tutto. Non la si cancella. La si seppellisce sotto una montagna di altre verità. Verità false, verità parziali, verità verosimili. La si circonda di rumori. La si annega nelle nebbie.
Questo è il depistaggio.
In questo episodio entriamo nel labirinto. Vi racconterò chi erano i responsabili, come furono individuati, e perché ci vollero quindici anni per arrivare alla prima condanna.
Quindici anni!
Per una strage che aveva fatto 85 morti e oltre duecento feriti.
In piena estate. In piena luce. In una delle stazioni più trafficate d'Italia.
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