Oriente Press

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By I Bastioni di OrioneNewsNews Commentary
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Oriente Press episodes

  • La diversificazione energetica della Cina la rende autonoma
    La diversificazione energetica che, paragonando i dati sull’origine delle tecniche di produzione per l’approvvigionamento cinese degli ultimi dieci anni, pare riuscito o almeno abbia intrapreso la direzione per rendere meno inquinato il pianeta e contemporaneamente evitare conseguenze recessive derivanti dalla assurda guerra scatenata dall’Internazionale nera.
    Approfondiamo con Sabrina Moles questo sviluppo importante che potrebbe porre lo sviluppo cinese, obiettivo maggiore della guerra di Trump, fuori dal raggio d’azione delle conseguenze del conflitto stesso che invece si ritorcono contro i paesi ancora alleati degli Usa, perché abbiamo letto un suo articolo comparso su “Valigia Blu” molto interessante a partire dal discorso energetico. (https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/).
    Un aspetto interessante è che, con i risultati della ricerca avanzata in campo di energia verde, il risultato registra la tecnologia cinese come monopolista pure in questo ambito, in particolare per i sistemi più semplici e dunque facilmente diffondibili nel Sud del Mondo: infatti la Cina ha fatto grandi passi avanti nel controllo africano. Inoltre si creano dinamiche che la rendono partner più affidabile ed equilibrato rispetto ai dazi trumpiani.
    Un po’ l’unico ambito in cui può contare su risorse meno potenti è nel mercato dei chip; ma proprio in questa direzione vanno lette le aperture di dialogo con il Kuomintang e il soft power con cui ora si sta affrontando il problema di Taiwan. E tutto questo coinvolge la grande corsa allo sviluppo della Intelligenza Artificiale più efficiente e meno energivora: efficientamento tecnologico e creazione di alternative sono anche frutti di un’economia pianificata.
    I target di crescita dell’ultimo Piano di marzo scorso permangono ma ora sono meno stringenti; in un’alternanza di pubblico e privato che eviti scossoni all’economia; allo stesso modo ci sono equilibri tra istituzioni locali e Pechino che creano contrasti interni anche nelle direttive energetiche dal centro alla periferia: in genere risolte con le aree di sperimentazione. Ciò che risulta difficile è capire quanto sia davvero incentivata la ricerca e l’industria da parte dello stato cinese.
    20 min
  • La guerra condiziona la vita a Oriente di Tehran
    Ambiguità ed equilibrismi per gli stati a maggioranza musulmana sono passaggi inevitabili dopo l'aggressione degli yankee-sionisti. Da un lato vengono scombinate alleanze che si erano andate a costituire, o almeno  molte cancellerie a Oriente di Tehran vengono poste in imbarazzo sia per le conseguenze del più probematico approvvigionamento di idrocarburi, sia per obblighi, o attese derivanti da accordi di reciproco aiuto o di schieramento.
    Con Emanuele Giordana, aprodato a Bangkok nel suo pellegrinaggio attraverso i territori del Sudest asiatico, abbiamo considerato innanzitutto la situazione della guerra inopinatamente esplosa nelal sua recrudescenza lungo la Durand Line tra il Pakistan, stufo dell'ausilio dato ai talebani del TTP dai "cugini" afgani ormai al potere da 5 anni, proprio grazie all'appoggio di Islamabad. Una situazione resa complessa dall'appoggio indiano ai talebani di Kabul, ma anche dal patto di mutuo soccorso siglato dal Pakistan con l'Arabia Saudita, all'epoca considerato nel suo valore di ombrello nucleare ottenuto dai sauditi e ora invece si ribalta in un inestricabile rebus per una nazione musulmana e vicina a Tehran, il cui debito è detenuto dal recente alleato, grande nemico del regime iraniano.
    Una situazione analoga si sta vivendo in Indonesia che ha anche ritardato a esprimere il cordoglio per la morte di Khamenei – sollevando contro Prabowo il disappunto di molti indonesiani – e si trova tra l'incudine della fedeltà agli Usa (e al timore dei dazi di Trump) vs la solidarietà dovuta a un paese musulmano sotto attacco imperialista giudaico-cristiano. Le prime consegenze dell'avventata mossa di Trump-Netanyahu è che salterano gli AbrahamsAccord, l'adesinoe dell'Indonesia al Board of Peace e l'invio di 8000 militari d'interposizione a Gaza. Non male come primo effetto delal guerra lampo contro gli ayatollah.
    Nel resto del Sudest asiatico la preoccupazione è molta per la carenza di energia dei paesi minori, mentre la Cina, che poteva venire considerata l'obiettivo di una guerra mediorientale, si trova nella condizione di poter reggere più di 6 mesi grazie alal pianificazione e allo stoccaggio di ingenti quantità di petrolio. Un problema non di poco conto saranno le migliaia di sfollati e migranti che si riverseranno fuori dagli scenari di guerra e dei bombardamenti, senza considerare il tracollo dele borse, in particolare in India Corea, e soprattutto Giappone. Un punto di vista ancora più da incubo per un'area ancora più vasta di quella in cui le basi americane nel Golfo vengono prese di mira nei paesi limitrofi all'Iran, allargando verso Est l'estensione del conflitto, sempre menno circoscritto.
    30 min
  • La guerra infuria in Myanmar e in Bangladesh una pax stantia e autoritaria
    Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar, dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san suu chi  e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina.
    Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze, differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche. Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che gestiscono il traffico di armi), arakan... La Cina sembra aver optato per un attendismo che congela la situazione birmana. E l'India tenta di migliorare le sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga di Hasina ha perso il controllo del paese.  

    Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi, preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre. Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese.
    15 min
  • Restaurazione siamese sull’onda della guerra e della paura del futuro
    La paura del nuovo, mescolata alla retorica bellica derivante dallo scontro con la Cambogia, ha portato nelle urne thailandesi la restaurazione, dopo le contestazioni del Move Forward, poi divenuto Partito popolare in seguito alle manovre filomonarchiche del resto delle forze politiche, che in questa tornata hanno imbrigliato i giovani del cambiamento con un voto di pancia attratto dalle sirene della stabilità, come ci racconta Emanuele Giordana, attualmente in perlustrazione nei paesi dell’Asean.

    Sarà l’ennesimo episodio dello spostamento a destra del mondo sull’onda nazionalista, o forse l’incapacità di intercettare i bisogni in un momento di incertezza, con una grave crisi economica e di sviluppo della società thailandese, colpita anche nella sua industria turistica in diminuzione e condita da una difficoltà immobiliare rappresentata da migliaia di alloggi invenduti anche a causa di salari che non seguono le spirali inflattive che hanno prodotto uno dei maggiori indebitamenti delle famiglie asiatiche, così il risultato è un premier che si allea con militari e monarchia e finirà con il gestire anche la riforma costituzionale richiesta dal referendum richiesto dai progressisti, ma sarà sicuramente annacquata dalla nuova costituente di destra, che non ha alcuna intenzione di riformare la costituzione che salvaguarda il potere della monarchia e dei militari; è probabile che la vittoria del partito filo-monarchico del premier Anutin Charnvirakul, il Bhumjaithai (Bjt), metta una pietra tombale sulle istanze di rinnovamento delle nuove generazioni.

    Nazionalismo della mafia internazionalista: ritorno alle scam cities
    La bolla edilizia probabilmente è riconducibile non tanto alla speculazione, quanto al fatto che sia frutto dello sfogo per lavanderie di denaro sporco, derivante da mafia, corruzione e scam city ancora attive e anzi… Emanuele è stato al confine, scrutando l’altra riva, e ha intuito che dietro al finto smantellamento delle città della truffa fervono le attività celate da una facciata fittizia; e dietro si innalza un’altra città.
    20 min
  • Xi decapita il Pla e si sente con Trump e Putin
    Curioso che nella stessa giornata di un periodo molto concitato Xi Jinping abbia intrattenuto conversazioni telefoniche sia con Trump che con Putin, proprio dopo aver eliminato tutti i vertici del'esercito. Chissà, forse temeva che da lì potesse venire una scalata al suo potere, un candidato non previsto da lui; certo che il repulisti tra i generali, che ha ridotto anche il potenziale contropotere del Pla al rango di fedeli allineati alla linea del partito già precostituendo le linee guida del Congresso del 2027, ridurrebbe la capacità operativa in caso di un conflitto. Fortuna vuole che allertati dalla definitiva decapitazione dei vertici dell'esercito, avessimo concordato con Lorenzo Lamperti di raccogliere la sua analisi sullo stato delle cose in relazione alla politica cinese.
    L'altro possibile centro di potere – economico – era già stato normalizzato e quindi alla Borsa di Shanghai è permesso di realizzare successi, finché Xi individuerà una linea ereditaria. Intanto l'obiettivo è di espandere il consumo interno, implementare il turismo: una crescita duratura, affrontando al contempo una nuova fase di sviluppo e adattandosi all’evoluzione delle condizioni esterne. Nonostante i dazi di Donald Trump, nel 2025 le esportazioni cinesi sono cresciute del 6,1 per cento su base annua, facendo registrare il valore record di 26.980 miliardi di yuan (3870 miliardi di dollari) e consolidando la posizione della Repubblica popolare cinese di maggiore potenza commerciale del pianeta.
    La situazione militare infatti fa registrare approcci alla questione taiwanese improntati alla ricerca di accordi forse meno riconducibili ai rapporti di forza. Probabilmente anche questa strategia rientra nel tentativo di assumere come espressione del soft power inclusivo dimostrato dopo l'inizio del nuovo mandato di Trump da parte del regime cinese, proprio per contrapporsi all'arroganza americana, mostrando la faccia benevola.
    A proposito di soft power, o comunque di maggiore capacità di attrazione di risorse e alleanze, si sono registrati pellegrinaggi di leader a stringere accordi e la postura cinese è sicuramente più rassicurante di quella trumpiana. La reazione al testosterone di Trump in Latinamerica è stata opposta al primo mandato: la Cina per ora non ha reagito allo stesso modo. Piuttosto ha spostato l'attenzione altrove nel Sud del mondo, perseguendo alternativamente i propri affari.
    Da ultimo c'è la spesa militare. E forse questo è il vero motivo della chiamata a tre nel momento in cui scade l'accordo sul controllo della proliferazione nucleare, che Trump vorrebbe estendere alla Cina.
    43 min
  • Scam city fanno da sfondo alle mine che brillano sul confine tra Cambogia e Thailandia
    La Thailandia investe in armi, la Scambodia in truffe

    Improvvisamente il mondo si è accorto che da mesi attorno al triangolo dei confini tra Tailandia, Cambogia, Myanmar la tensione sale. Emanuele Giordana è tra i pochi ad aver segnalato da tempo quel che stava preparandosi e, grazie alla lunghissima frequentazione della regione, è in grado di ricostruire fatti e strategie che spiegano lo scoppio della guerra che da alcuni mesi divide i due regni asiatici
    L’attenzione per l’escalation bellica tra Bangkok e Phnom Penh nasce dall’evacuazione forzata di mezzo milione di persone dalle zone limitrofe al confine, ma le motivazioni risalgono a luglio e avevano già visto un’operazione propagandistica di Trump per un finto accordo di “pace” (derubricato dal premier tailandese – oggi dimissionario – a “strada verso la pace”) che già era palesemente traballante a ottobre. E anche la telefonata del12 dicembre è avvenuta tra Trump e un premier inesistente che tra un paio di mesi sarà sostituito anche nel disbrigo degli affari correnti.
    F-16 tailandesi hanno attaccato obiettivi in territorio cambogiano dopo vittime tailandesi. Artiglieria e lanciarazzi interessano soprattutto Preah Vihear e Oddar Meanchey, con morti civili e la maggior parte di sfollati. Secondo fonti tailandesi, carri T-55 e sistemi RM-70 e BM-21 si muovono verso Krong Samraong. La Royal Thai Air Force ha annunciato la disponibilità a colpire obiettivi militari in profondità in Cambogia, incluse basi militari e depositi di armi e droni. Finora i raid aerei thailandesi sono stati condotti solo nelle aree di confine tra i due paesi. La sproporzione tra le forze in campo aggiunge instabilità. La Thailandia è militarmente più attrezzata: aviazione, mezzi corazzati, artiglieria; alla Cambogia non rimane che una posizione difensiva e droni che possono condurre a un conflitto più ampio nel tempo, finché Pechino non decide che non può consentire una guerra in un’area dove fa buoni affari con entrambi i contendenti da quando Bangkok ha capito che può essere conveniente non avere timori di imperialismo peggiore delle intromissioni americane, e dunque la Cina può scongiurare l'incancrenirsi ulteriore tra i due regni, minacciando di ritirare investimenti. 
    Le operazioni dei due eserciti sono riprese per la denuncia tailandese di nuove pose di mine al confine, già costellato di ordigni risalenti al regime di Pol Pot, ma un’ipotesi che gode di maggiore fondamento va ricercata nel business delle scam city a cui Phnom Penh non intende rinunciare, perché rappresenta il 25% del suo pil. Lo scontro con Bangkok è già costato il posto alla figlia di Shanawatri e ora tocca ad Anutin Charnvirakul, che ha dovuto indire nuove elezioni prima che rrivasse la telefonata di Trump, rassegnnado le dimissioni del suo debole governo sostenuto dall'opposizione del Partito popolare inviso alla monarchia e ai militari. Il che fa temere qualche colpo di mano... d'altronde l'esercito ha bombardato Prah Vihear prima ancora che Anutin sapesse il motivo.
    30 min
  • Takaichi, la nostra kamikaze inviata a Taiwan
    La formula dopo il plenum: Sviluppo tecnologico, rafforzamento del mercato interno e stabilità politica

      Il “consenso del 1992” ha permesso la convivenza contraddittoria del regime di Taipei e di quello di Pechino nel principio irrisolto ma riconosciuto da tutti di “una sola Cina”, finché la contesa a livello di maxipotenze sull’Indopacifico non ha cominciato a far scricchiolare l’equilibrio. Stavolta tocca al rinfocolato nazionalismo dell’arcipelago nipponico il compito di contrapporsi alla possibile escalation in concomitanza del centenario del Pla, l’esercito popolare dei lavoratori e del riarmo di Taiwan che ha promesso a Trump di investire in armi americane 40 miliardi. L’avvento della fanatica revisionista Takaichi Sanae aiuta Trump a spartirsi con Xi aree di influenza: The Donald mette il guinzaglio alla scalpitante neopremier di Tokyo e Xi benedice i punti del piano americano in Ucraina, un accordo probabilmente accennato a Busan e poi sancito durante la telefonata tra Xi e Trump di qualche giorno fa. Si può immaginare che sui vari piatti si trovino Ucraina, Medio Oriente, Taiwan a sancire le sfere di influenza delle grandi potenze? Di questo abbiamo parlato con Lorenzo Lamperti, sinologo di stanza a Taipei, allargando il discorso alla cooperazione energetica sino-russa, che vede Pechino avvalersi di gas e petrolio a un prezzo quasi dimezzato rispetto a quello che pagava l’Europa; inoltre a livello interno si è svolto poco tempo fa l’insolito Plenum economico, che ha visto il compiersi anche di nuove epurazioni a sancire un controllo ancora più stretto di Xi sul Partito e sul paese, impostando le priorità a sviluppo di alta qualità, autosufficienza tecnologica e sicurezza economica nel rafforzamento del mercato interno e della stabilità politica
    34 min
  • La gerontocrazia nipponica si perpetua, preparando la Guerra nel Pacifico
    Tutto inizia il 2 settembre quando il premier Ishiba Shigeru non ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nell’anniversario del 2 settembre 1945, come invece tradizione vuole ogni 10 anni facciano i premier nipponici eredi della sconfitta e vittime della bomb. La scelta non è sua, ma dell’ala ultraconservatrice del partito di governo che vuole mettere fine alla diplomazia delle scuse e rivendicare il nazionalismo degli invasati alla Mishima. Ecco Marco Zappa individua Taro Aso come anima di quel sovranismo, il grande vecchio dell’orgoglio militar-imperiale che prende le fattezze di Takaichi Sanae, una futura premier che ha l’abitudine di frequentare i santuari shintoisti dei fanatici revisionisti di Hiro Hito, come Yasukuni.
    In realtà la fine di Ishiba, di origini umili e considerato ostile – o almeno alieno – dai poteri forti della finanza nipponica, era nell’aria da mesi. Il colpo finale lo hanno sferrato i dazi trumpiani di luglio, ma le strategie economiche – lontane dalla Abenomics di nuovo in auge – erano nel mirino delle lobbies da tempo. 
    Allora attraverso l’economia si spiegano molte “scelte” dettate dalle diverse anime del partito stato che governa il Giappone dal 1945, il Partito liberal democratico. Al momento i prezzi al consumo sono aumentati, difficile rimettere in carreggiata il sistema economico; inoltre è cambiato il governatore della Bank of Japan, che ha improntato la dirigenza in senso meno espansiva, per favorire una ripresa che non è alle viste attraverso stimolo fiscale e politiche monetarie accomodanti, cavalli di battaglia di Abe, il modello di Takaichi, che vuole rilanciare il Giappone secondo la potenza militare del Sol Levante. Alla faccia di costituzione pacifista e rinuncia alla guerra. 
    Il fulcro è dunque il superamento dell’articolo 9 della Costituzione, quello pacifista imposto alla fine della Seconda guerra mondiale, aggirato da decreti che allargano lo spettro della difesa da fantasmatici attacchi; intanto l’impegno nell’ambito industriale bellico vede da tempo Tokyo protagonista nella costruzione di macchine belliche a cominciare dal GCAP, il caccia-stealth di sesta generazione in joint-venture con Leonardo e Bae. Queste posizioni guerrafondaie provengono sia da pressioni esterne, sia interne, nonostante apparentemente permanga la facciata pacifista, che si scontra con il disimpegno statunitense dalla difesa dell’arcipelago giapponese e di lì passerebbe la prima linea di Taiwan, con cui ci sono partnership fondamentali. 
    La crisi di partecipazione politica sta dando ampio spazio alle sette religiose e con questo si torna alle esibizioni sciovinistico-religiose della premier in pectore
    28 min
  • I giovani scuotono l'Asia dalla crisi politica thai alle rivolte in Nepal ed Indonesia .

    Con Emanuele Giordana parliamo dei venti di rivolta giovanile che stanno scuotendo alcuni paesi  asiatici ,un'onda lunga partita dalle rivolte in Sri Lanka nel 2022 e Bangladesh nel 2024 che hanno defenestrato le dinastie al potere reclamando un cambiamento sostanziale . Le cause delle crisi che stanno attraversando alcuni paesi asiatici hanno le loro radici in un sistema di potere autoritario che nega le legittime aspirazioni delle nuove generazioni ad una partecipazione concreta alle scelte che condizionano il loro futuro. La crisi economica, le distorsioni nello sviluppo eredità del colonialismo, l'iniqua distribuzione delle risorse, la corruzione imperante ,le smodate richezze esibite da èlite predatorie ,l'imgombrante presenza dei militari nella vita politica ed economica ,la disoccupazione giovanile e la mancanza di prospettive sono tratti comuni in paesi come la Thailamdia ,l'Indonesia e con caratteristiche più peculiari il Nepal. Sono paesi dove i giovani sono la maggioranza ma le loro richieste di cambiamento sono state compresse e represse per molto tempo e dove hanno trovato uno sbocco elettorale come in Thailandia i poteri conservatori e legati alla monarchia hanno invalidato l'esito elettorale. La chiamano la generazione "z" ma a prescindere dalle definizioni queste rivolte sono il sintomo di una forte richiesta di cambiamento del modello di accumulazione che ha contraddistinto la tumultuosa crescita dei paesi asiatici .Questa spinta generazionale ancora non riesce a trasformarsi in un articoltato progetto politico ma sta mettendo in discussione fortemente un modello di scoietà che ormai non garantisce nè crescita nè uguaglianza ,le rivolte si stanno espandendo e chissà che dall'Asia arrivi anche in Europa questo virus benefico.
    25 min
  • Scam City. Cuori di tenebra della truffa digitale ai confini dei regni dei signori della guerra e della droga
    Non si muove foglia che Xi non voglia tra i grattacieli delle scam city

      https://www.baldinicastoldi.it/libri/asia-criminale/  

    Immergendosi nel fenomeno delle scam city, le città della truffa, si può ricavare una fotografia nitida dei differenti parametri che regolano l'economia dell'Asean, quella sommersa ma anche quella su cui si fonda l'intero sistema – basti pensare a quale peso (più della metà del pil) hanno questi eredi dei casinò precovid nel'economia cambogiana. E l'aea del Sudest asiatico è quella dove si regola il reale scontro a livello globale.
    Emanuele Giordana e Massimo Morello si sono immersi in questo magma frenetico di creazione e sviluppo di realtà urbane dal nulla e suo improvviso disfacimento una volta compreso che quei compound misteriosi e talvolta trasandati a nascondere tante vite rapite e ridotte in schivitù (forse in alcuni casi una reclusione volontaria per i facili guadagni) costituiscono un affare da migliaia di miliardi, gestiti da tycoon ai vertici delle mafie, ma regolati dalla volontà cinese di sfruttarne i proventi e, al momento opportuno, azzerarli con tutta la città cresciuta intorno (che torna a essere preda della giungla naturale in sostituzione dei blockchain, delle truffe telefoniche, della pirateria informatica...). I due reporter hanno battuto di persona i confini pericolosi tra Myanmar e Thailandia, le realtà cambogiane (il paese che maggiormente detiene le concessioni cinesi a ospitare scam center), il Laos e il Vietnam, scrivendo un libro (Asia Criminale, edito da Baldini+Castoldi) che è fondato su una sorta di dialogo tra loro e con i testimoni incontrati, corredato dalla storia da loro stessi testimoniata negli articoli di prezioso giornalismo sul campo a partire dagli anni Settanta, quando frequentavano quegli stessi luoghi, riuscendo a dare così anche l'effettiva trasformazione della società e dei luoghi di questa parte di mondo rivisitata più volte nel tempo.
    Il racconto che ce ne hanno fatto, a tratti divertente, apre uno squarcio nel velo di mistero attorno alle scam city e ai costanti rivolgimenti di alleanze, affari e amicizie tradite con toni che tra l'evocazione dell'atmosfera letteraria, la geometria dei vari Triangoli d'Oro (o altri preziosi) e il dettaglio fotografico che con precisione inquadrano la realtà presente consentono di interpretare eventi, sviluppi, cambiamenti e direzione di quelle società difficilmente penetrabili e che continuano a condizionare il mondo attraverso gli intrecci tra economia criminale, microfinanza e finanza globale... e sullo sfondo emerge sempre da ogni particolare l'impronta vigile della Cina.
    1 hr 11 min

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Ci sembrava opportuno inaugurare questa collaborazione con Sabrina Moles, redattrice di “China Files” che ci aiuta ad analizzare settimanalmente eventi dell'Estremo Oriente, approfondendo il dibattito…