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  • Otto(lina) e mezzo Ep. 25: TERREMOTO NEL REGNO UNITO. E ORA?

    Starmer era arrivato a Downing Street promettendo l’unica cosa che il sistema britannico sembrava desiderare dopo anni di Brexit, Boris Johnson, Liz Truss e collasso dei Tories: normalità.


    E invece è saltato pure lui.


    Le sue dimissioni non sono soltanto l’ennesimo colpo di scena nel teatrino di Westminster. Sono il sintomo di una crisi molto più profonda: quella di un Paese che per quarant’anni ha privatizzato tutto, consegnato l’economia alla City, trasformato la Banca d’Inghilterra in un potere quasi intoccabile, e ora scopre che la politica non riesce più a governare niente.


    In questo vuoto arriva Andy Burnham, il “King of the North”: trasporti pubblici, edilizia popolare, qualche settore strategico da riportare sotto controllo pubblico, il modello Manchester contro la monocultura finanziaria londinese.


    Ma può bastare qualche toppa socialdemocratica per tenere insieme un Regno sempre meno unito?


    Scozia, Galles, Irlanda del Nord, indipendentismi progressisti, nazionalismo inglese, atlantismo feroce e austerità monetaria: la crisi britannica è una radiografia perfetta del declino occidentale.


    Ne parliamo con Simone Gasperin, economista, per capire se Burnham rappresenta davvero una svolta o soltanto l’ultimo tentativo di salvare una macchina neoliberale ormai fuori controllo.


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    32 min
  • Il peggio del mainstream Ep.1: L’Iran vince e costringe RAMPINI, BOCCHINO E CERASA a remigrare

    Pupo torna a fare la maturità perché a 71 anni cerca nuovi stimoli. Sgarbi torna in sé, e purtroppo ricomincia a parlare.


    Brumotti continua a esistere.


    Ivan Grieco parla di politica.


    Nathalie Tocci combatte eroicamente contro la realtà.


    E intanto l’intero plotone dei giornaloni italiani, dopo averci spiegato per settimane che l’Iran era isolato, finito, crollato, spacciato, a un passo dalla rivoluzione liberale sponsorizzata da Trump, è costretto a prendere atto dell’impensabile: forse la propaganda non basta a vincere le guerre.


    Una tragedia umana, professionale e soprattutto televisiva.


    C’è chi sognava Teheran rasa al suolo, chi fantasticava sulla “spallata” finale, chi ringraziava l’America, chi aspettava la libertà portata dai bombardieri.


    Poi la guerra si ferma, Netanyahu traballa, Trump arretra, e loro restano lì: con l’elmetto in testa, la bava alla bocca e una valigia pronta per il pianeta figure di merda.


    Non c’era occasione migliore per inaugurare il nuovo, imperdibile format di OttolinaTV: Il peggio del mainstream.


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    10 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.24: Perché il ricorso all’atomica non è più un tabù

    Secondo Giacomo Gabellini, oggi siamo in una situazione più pericolosa della Guerra fredda.


    Perché il rischio nucleare non nasce da una semplice guerra regionale per due pezzi di territorio, ma da qualcosa di molto più grande: la lunga guerra per impedire la fine di un ciclo egemonico.


    Andrey Bezrukov, ex colonnello dell’intelligence russa, leggendaria spia sotto copertura negli Stati Uniti e una delle figure che hanno ispirato The Americans, ha sostenuto che la Russia deve prepararsi a venti, forse trent’anni di conflitto con l’Occidente.


    Una durata che non è casuale: trent’anni è quanto è durata anche l’ultima grande guerra di transizione egemonica, dal 1914 al 1945, quando il mondo passò dall’era dell’impero britannico al secolo americano.


    Ma questa volta c’è un’aggravante decisiva: il nucleare non arriva alla fine della guerra, come a Hiroshima e Nagasaki. Il nucleare è già ovunque. Nei radar, nei sottomarini, nei sistemi d’allerta, nei progetti come Golden Dome, negli attacchi alla deterrenza russa e nella tentazione dell’egemone in declino di considerare anche decine di milioni di morti un costo tollerabile pur di salvare il proprio dominio.


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    47 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.23: 17 sottomarini PEPSI, una Città dell'Immortalità e il capitalismo

    Ma tu lo sapevi che nel 1989 la Pepsi comprò dall’Unione Sovietica un’intera flotta navale, compresi 17 sottomarini da guerra?


    O che in Honduras esiste una città-stato fondata da multimiliardari, chiamata Prospera, che conta circa 1.700 abitanti e dove si fanno esperimenti sull’immortalità?


    O che Luigi Mangione, durante un viaggio in Thailandia, è stato picchiato da un gruppo di ladyboy?


    Nooo.


    Nemmeno io.


    Ma poi ho letto questo libro: Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio di Lorenzo Tecleme, edito da Newton Compton.


    Un libro che finalmente racconta i paradossi e le tragedie del capitalismo neoliberale che sta distruggendo il pianeta, non solo attraverso analisi, ma attraverso storie reali, vite concrete.


    Come quella dell’inventore di Friend, l’intelligenza artificiale pensata non per risolvere problemi o aiutarti nel lavoro, ma semplicemente per farti compagnia, da portare al collo come una sorta di pendolo.


    Oppure come quando Tecleme, in un capitolo del libro, cerca di immergersi nell’universo ideologico dei miliardari per capire cosa fanno, cosa pensano e a quali principi e valori fanno riferimento.


    Lorenzo Tecleme è collaboratore de Il Manifesto e di Canal Red e conduce il podcast settimanale Unchained, da cui ha tratto l’ispirazione per Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio.


    E oggi, sullo sfondo delle analisi di Naomi Klein, Quinn Slobodian, Mariana Mazzucato e Yanis Varoufakis, ci ha raccontato alcune di queste incredibili storie.



    Buona visione.


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    32 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.22: PERCHÉ L’OCCIDENTE ODIA LA RUSSIA?Ft. Hauke Ritz

    C’è qualcosa che non torna.


    In questi quattro anni di guerra in Ucraina abbiamo sentito centinaia di analisi militari ed economiche sul conflitto.


    Tuttavia, se rimaniamo nell’ambito del mero calcolo strategico, il comportamento di Washington e delle élite europee al suo seguito appare del tutto irrazionale.


    Perché i Paesi della NATO avrebbero pianificato e preparato uno scontro con la Russia proprio mentre la Cina si stava affermando come la vera superpotenza rivale?


    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’alleanza d’acciaio tra Russia e Cina, il boom dei BRICS Plus e un’accelerazione impressionante del declino del vecchio ordine mondiale a guida americana.


    Anche la guerra contro l’Iran e la sconfitta subita da Trump, che secondo alcuni osservatori si starebbe consumando proprio in questi giorni, possono essere lette come il frutto di quella scelta strategica originaria, apparentemente inspiegabile.


    Inspiegabile, almeno se ci limitiamo a osservare gli eventi attraverso le lenti della geopolitica, la pseudoscienza più diffusa dei nostri tempi.


    Eppure un’alternativa c’era. Nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino, sembrava possibile porre fine alla “guerra civile europea” iniziata nel 1914.


    Nei primi anni Duemila, la Russia arrivò persino a discutere, a determinate condizioni, di una possibile adesione alla NATO.


    Perché allora le élite nordamericane, seguite dalle province dell’Europa occidentale, hanno rifiutato quella mano tesa?


    Perché hanno preferito la strada dell’accerchiamento e di quel tentativo di regime change fallito che, secondo questa lettura, prende il nome di guerra in Ucraina?


    Nell’intervista di oggi, il filosofo e analista Hauke Ritz risponde a questa domanda decisiva a partire dal suo ultimo libro, Perché l'Occidente odia la Russia (Fazi Editore).


    Un libro che parte da una premessa radicale: in Ucraina non si combatte soltanto per sfere d’influenza e confini, ma per qualcosa di immensamente più grande.


    Buon ascolto.


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    53 min
  • Desaparecinema Ep.17: Il “Disclosure Day” di Spielberg e Trump tra propaganda e paranoia

    L’11 giugno 2026 è uscito il nuovo film di Steven Spielberg.


    La distribuzione italiana, la Universal Pictures, ha chiesto alle sale cinematografiche di eliminare qualunque altro evento, anche non cinematografico, previsto per i giorni successivi all’uscita e di riservare i cinema solo per il film.


    Ovviamente, facendosi forte dei potenziali enormi incassi che Disclosure Day porterà nelle tasche degli esercenti.


    Ma questo evento cinematografico globale (il film è uscito infatti in tutto il mondo tra il 10 e il 12 giugno) nasconde qualcos’altro.


    Qualcosa di molto attuale che ha a che fare con la guerra totale che forse gli Stati Uniti stanno per lanciare contro la Russia e la Cina.


    Non è un caso infatti che l’anno scorso sia uscito un documentario, The Age of Disclosure, diretto e prodotto da Dan Farah, che tra l’altro ha anche prodotto un altro film di Spielberg, Ready Player One.


    Ma non è finita: a maggio l'amministrazione Trump ha lanciato l'iniziativa "PURSUE" (Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters) cioè Sistema presidenziale di apertura e segnalazione degli incontri con UAP.


    Questo provvedimento impone al Dipartimento della Guerra, al Pentagono e ad altre agenzie di rilasciare documenti governativi, foto e video a lungo classificati relativi a fenomeni anomali non identificati: UAP, che sta per Unidentified Anomalous Phenomenon (Fenomeno Anomalo Non Identificato).


    Che è la nuova sigla per definire i vecchi UFO (Unidentified Flying Object), Oggetti Volanti non Identificati.

    Insomma forse la vera rivelazione (vabeh, rivelazione...) non riguarda gli alieni, ma il modo in cui il cinema di massa viene usato come camera d'eco per abituare l'opinione pubblica alla militarizzazione dello spazio in chiave anti-Cina e anti-Russia.


    E COME TE SBAJI?!


    E chi non vede il video intero è un colore venuto dallo spazio.


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    28 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.21: il nuovo piano quinquennale della Cina è FUORI DI TESTA

    Quando si parla di Cina, il racconto mainstream è sempre lo stesso: sussidi a pioggia, Stato onnipotente, aziende dopate, mercato falsato.


    Ma le cose stanno davvero così?


    In questa puntata di Ottolina e mezzo, Giuliano Marrucci ne parla con Guendalina Anzolin, ricercatrice esperta di politica industriale, innovazione e catene del valore, a partire dal nuovo Piano Quinquennale cinese 2026-2030.


    Dentro il piano ci sono alcuni dei nodi decisivi dei prossimi anni: crescita meno rigida, aumento della spesa in ricerca e sviluppo, domanda interna, transizione energetica, auto elettriche, batterie, robotica, intelligenza artificiale, biomanifattura, ma anche il rinnovamento tecnologico dei settori tradizionali.


    Il punto però non è solo “cosa farà la Cina”.


    Il punto è cosa ci dice la Cina su di noi.


    Perché nelle economie complesse la pianificazione esiste sempre. Solo che in Occidente la chiamano “mercato” quando a pianificare sono grandi corporation, finanza, monopoli tecnologici e apparati imperiali. In Cina, invece, il piano resta uno strumento per orientare l’economia reale, coordinare investimenti, formazione, ricerca, industria e innovazione.


    Non un modello da copiare. Ma uno specchio molto utile per capire perché l’Occidente parla tanto di libero mercato, mentre continua a vivere di rendita.


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    40 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.20: Chi è davvero il Generale Vannacci: l’ultimo prodotto della classe armata

    C'è un'enorme contraddizione nei discorsi di Vannacci.


    Da una parte parla di immigrazione incontrollata e di remigrazione; dall'altra si vanta della sua carriera militare e rivendica le sue operazioni in Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen.


    Peccato che siano state proprio quelle guerre, scatenate dagli Stati Uniti e alle quali i governi italiani si sono accodati, ad aver causato il più grande numero di sfollati e la più grande ondata migratoria dalla Seconda guerra mondiale.


    Guardiamo i numeri riportati dalla Brown University:


    Iraq: 9,2 milioni di sfollati;


    Afghanistan: 5,9 milioni;


    Yemen: 4,4 milioni;


    Siria: addirittura 13,5 milioni.


    Se Vannacci fosse davvero coraggioso come finge di essere, allora dovrebbe ammettere che le guerre alle quali ha preso parte non hanno affatto servito l'Italia, come sostiene, ma sono alla radice di quel problema che ora vorrebbe risolvere.


    Ma Vannacci si guarda bene dal farlo.


    Attacca i disperati che arrivano con i barconi, non gli Stati Uniti.


    Perché, come tutti quelli della sua razza politica e come tutti i finti sovranisti che abbiamo conosciuto in questi anni, è forte con i deboli e debole con i forti.


    E adesso, con tutta questa retorica sulla sicurezza e sulla difesa dei confini, vorrebbe risolvere i problemi che lui e i suoi amici suprematisti e guerrafondai hanno contribuito a creare.



    Ma oggi non vogliamo limitarci a parlare di queste contraddizioni.


    Vogliamo andare molto, molto più in profondità.


    E ci chiediamo:


    Chi è davvero il generale Vannacci?


    E soprattutto, che cosa rappresenta?


    Secondo David Colantoni, fresco di pubblicazione del suo nuovo libro “Teoria della classe armata. L'età del potere militare”, — un testo con introduzioni di Jeffrey Sachs, Oliver Stone e Luciano Canfora, che secondo alcuni potrebbe lasciare un segno importante nel dibattito delle scienze sociali — Vannacci è un vero e proprio rappresentante della nuova classe dominante in Occidente: la "classe armata".


    La sua ascesa sarebbe determinante non solo per comprendere, come vedremo tra pochissimo, la carriera del generale, ma anche per analizzare in modo più profondo e sistematico la fase storica che stiamo attraversando e individuare quello che l'autore considera il principale avversario politico del nostro tempo.


    Buona visione.


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    49 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.19: GERMANIA UMILIATA: fuori dal Consiglio di Sicurezza, economia al collasso

    La Germania non sta passando un bel periodo.


    Il 4 giugno ha incassato una delle sconfitte diplomatiche più cocenti della sua storia: l’Assemblea generale dell’ONU l’ha bocciata per il ruolo di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza.


    La ragione, come riconosciuto anche dal ministro degli Esteri Wadephul, sta soprattutto nella posizione filoisraeliana e filogenocida dimostrata in questi anni.


    Poi Merz ha tentato di proporsi come interlocutore fondamentale della Russia per i negoziati in Ucraina.


    Proposta rispedita al mittente da Mosca, proprio per la mancanza di neutralità della Germania.


    Non solo.


    Putin ha indicato come possibile mediatore l’ex cancelliere Schröder, l’artefice del Nord Stream e di quella Ostpolitik che aveva reso grande la Germania all’inizio di questo secolo, grazie ai buoni rapporti con la Russia e con la Cina.


    Insomma: una sconfessione totale delle politiche appiattite su Washington di Scholz e Merz.


    Proprio Merz, intanto, è in caduta libera nei sondaggi.


    Il partito di estrema destra AfD è l’unico che parla convintamente di pace con la Russia, e si rischiano le elezioni anticipate.


    Intanto l’economia va malissimo: 120 mila posti di lavoro persi dalla manifattura nel 2026, prezzi dell’energia alle stelle.


    E nemmeno il tanto agognato riarmo, che secondo Merz dovrebbe rendere la Germania il Paese più forte d’Europa, riuscirà a convincere i giovani tedeschi ad arruolarsi.


    Anche perché sono sempre di meno quelli che credono alla barzelletta della Russia pronta a invadere Berlino.


    Un disastro assoluto.


    E invece di cambiare rotta, la Germania sostiene il ventunesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro Mosca.


    Insomma, come si dice a Firenze: per i bischeri non c’è paradiso.


    O forse no.


    Perché qualcosa, invece, si sta muovendo. Anche se lontano dai riflettori dei media.


    Ce lo racconta Claudio Celani, giornalista della testata tedesca EIR e dello Schiller Institute.


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    28 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.18: Perché Banche e Governo ci svuotano le tasche per salvare Wall Street

    Ci raccontano il risiko bancario come una partita tra manager, OPA, fusioni e quote azionarie.


    Ma dietro le sigle — MPS, Mediobanca, Generali, Intesa, Unicredit, BPM — c’è una posta in gioco molto più concreta: chi controllerà il risparmio degli italiani.


    Conti correnti, polizze, fondi pensione, fondi integrativi, prodotti finanziari: la grande macchina bancaria italiana si sta concentrando in pochissime mani.


    E quelle mani sono sempre più integrate con i grandi fondi americani, da BlackRock a Vanguard e State Street.


    Il risultato è una trappola perfetta.


    Da una parte il nostro risparmio viene sottratto all’economia reale: invece di finanziare imprese, salari, territori e produzione, finisce dentro i mercati americani, Nasdaq, Big Tech, Nvidia, Wall Street.


    Dall’altra, quegli stessi rendimenti che ci vengono venduti come salvezza sono parte del problema: una bolla alimentata da nuovi flussi di denaro, non da vera ricchezza produttiva.


    Prima ci impoveriscono distruggendo lavoro, welfare e industria.


    Poi ci spiegano che, per sopravvivere agli effetti di quella distruzione, dobbiamo affidarci alla finanza.


    Ne parliamo con Alessandro Volpi, professore di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore, tra gli altri, di I padroni del mondo e La guerra della finanza.


    Una puntata per capire perché banche e governo stanno mettendo le mani in tasca agli italiani per salvare Wall Street.


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    37 min

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