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  • Il peggio del mainstream Ep.3: PICIERNO COME GALILEO, TRUMP PROPONE UN THREESOME AI FIGLI E FELTRI..

    Anche questa settimana abbiamo raccolto il meglio di quello che il mainstream è riuscito a produrre questa settimana.


    Ogni giorno che passa, mi convinco sempre di più di una cosa: l’Occidente non è in declino come dicono i gufi della contro-informazione.


    È semplicemente passato dal produrre beni di consumo a produrre trash e cringe a ritmi forsennati.


    Oggi parliamo di Pina Picierno che si è paragonata a Galileo e Giordano Bruno, della promozione di Antonino Monteleone in Rai dopo i suoi post su Gaza, delle dichiarazioni di Sala sulle case popolari, della Von der Leyen che toglie l’aria condizionata ai dipendenti, di Kim Jong-un che pirata i Mondiali con il pezzotto di Stato, e del Batman messicano (Samuele Soddu) che lega i ladri ai lampioni.


    E poi, come sempre, c'è la classifica finale con le cinque massime tragedie della settimana, che non spoilereremmo neanche sotto tortura.


    Ad maiora!


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    13 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.33: Virginia Veludo: come ci hanno SPOLITICIZZATI (e come RIPRENDERCI la VITA)

    Tutto è politica.


    Il caffè che bevi la mattina.

    I vestiti che scegli.

    La passeggiata che fai in cerca di un po’ di pace.

    L’insonnia.

    L’ansia che ti impedisce di goderti la vita.


    Nel mondo di oggi, che cosa sia politica e che cosa non lo sia sembrano deciderlo i talk show politici e i mezzi di informazione, che ci spingono a concentrarci sempre sugli stessi temi, rimuovendo tutti gli altri. Quelli che contano davvero.


    Perché tutto resti esattamente com’è.


    Ma è un’illusione.


    Tutto ciò che ci circonda, e tutto ciò che facciamo, è il prodotto del nostro tempo e delle scelte politiche che lo determinano.


    Puoi anche decidere di disinteressarti della politica.


    Ma il paradosso è che, più te ne disinteressi, più sarai indifeso e sarà la politica a decidere della tua vita: quali prodotti mangerai, quali vestiti vorrai indossare e, soprattutto, che cosa penserai, quali speranze coltiverai e quali desideri affolleranno la tua immaginazione.


    Ripoliticizzare la nostra vita potrebbe essere il compito dell’arte, della letteratura e della filosofia.


    È quello che facevano i grandi artisti, i poeti e i filosofi, prima che tutto venisse inglobato nelle logiche del profitto e messo al servizio del potere.


    Ma non tutto è perduto.


    La lunga stagione della spoliticizzazione della vita e della distrazione di massa sta finendo.


    Il nostro compito può essere quello di accelerarne la fine e fare in modo che le nuove energie che ne scaturiranno prendano la direzione giusta.


    Di questo e di molto altro abbiamo parlato oggi con la scrittrice e insegnante Virginia Veludo, a partire dal suo ultimo libro, E mi sono sentita meno sola.


    Un esempio di come la letteratura possa ripoliticizzare il mondo raccontando, semplicemente, la vita quotidiana di una persona comune.


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    34 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.32: TFR nei fondi pensione: ti stanno fregando?

    Il primo luglio 2026 rischia di passare alla storia come una di quelle date enormi che, però, non fanno rumore.


    Non ci sono carri armati per strada. Non ci sono sommosse. E tutto sommato, manco un vero dibattito. C’è solo una norma tecnica, burocratica, apparentemente innocua, che passa in sordina: per i nuovi assunti del settore privato, il TFR finirà automaticamente nella previdenza complementare, salvo rinuncia esplicita entro 60 giorni.


    Sembra una faccenda da consulenti del lavoro. Una noisissima pratica amministrativa.


    E invece è un fatto storico.


    Perché il TFR non è un regalo. Non è una gentile concessione dell’azienda. È salario differito. Soldi dei lavoratori. Una piccola diga conquistata pezzetto dopo pezzetto nel tempo contro l’incertezza e contro il ricatto permanente di un mercato del lavoro sempre più feroce.


    Da oggi quella diga diventa un pezzo del gigantesco Schema Ponzi su cui si regge l’intera economia occidentale.


    L’economia dell’Occidente collettivo, oggi, è appesa alla bolla finanziaria americana. Una bolla costruita in decenni di globalizzazione a guida USA, centralità del dollaro, dominio militare, controllo delle catene del valore, rendite monopolistiche, debito e mercati azionari gonfiati dalla certezza che, alla fine, il mondo si sarebbe continuato a piegare agli interessi di Washington e di Wall Street.


    Per cinquant’anni questo meccanismo ha funzionato perché dietro c’era l’unipolarismo statunitense. C’era l’idea che gli Stati Uniti fossero il centro indiscusso del sistema mondiale. Che le Borse americane, tra una crisi e l’altra, fossero comunque destinate a salire. Che l’impero, in un modo o nell’altro, avrebbe sempre garantito il valore degli asset denominati in dollari.


    Ma quel mondo sta arrivando al capolinea.


    Non sappiamo esattamente come. Non sappiamo quando.


    Ma una cosa la sappiamo: la crescita infinita dei mercati finanziari occidentali sotto l’ombrello dell’unipolarismo USA non è più una prospettiva realistica. È il passato. E proprio mentre quel mondo si incrina, cosa fanno? Prendono il TFR dei lavoratori italiani e lo spingono dentro la macchina finanziaria che ha bisogno disperato di nuovo carburante.


    È questo il punto politico.


    Il tuo TFR invece che tutelare te, deve tutelare Wall Street. E’ un respiratore attaccato al polmone di un paziente già cerebralmente morto. E il prezzo lo paghi tu.


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    22 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.31: perché l’ALLARGAMENTO DELLA UE è una MEGA-TRUFFA?

    Ci hanno raccontato che l’allargamento dell’Unione Europea fosse il trionfo della pace, della democrazia e del benessere condiviso.


    Poi abbiamo scoperto che, dentro la gabbia di Maastricht, “più Europa” significato più concorrenza tra lavoratori, più dumping salariale, più competizione fiscale, più compressione della domanda interna.


    Un gigantesco dispositivo deflazionistico, per spostare ricchezza e reddito dal basso verso l’alto, venduto come progresso.


    E adesso che persino alcuni sacerdoti dell’euromania cominciano ad ammettere che quel modello ha prodotto macerie sociali, Bruxelles cosa fa? Cambia strada?


    No: accelera.


    Ucraina, Moldavia, Balcani occidentali: la nuova ondata di allargamenti prevista per il 2028 potrebbe portare dentro il mercato unico decine di milioni di nuovi lavoratori con salari, tutele e sistemi fiscali enormemente più bassi rispetto al cuore dell’Unione.


    Una nuova riserva di manodopera a basso costo, perfetta per rimettere in moto il vecchio ricatto: o accetti salari più bassi, meno diritti e meno welfare, oppure il capitale si sposta altrove.


    Una MEGATRUFFA ai danni dei lavoratori del Vecchio Continente, sulla quale i Media euroinomani, semplicemente, hanno steso il loro velo omertoso.


    Proviamo a squarciarlo insieme a Stefano Fassina, ex viceministro dell’Economia ed ex parlamentare, e tra i critici più feroci dell’Europa dei banchieri.


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    25 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.30: Cuba apre al mercato: il socialismo sta crollando?

    Cuba ha approvato 176 misure economiche: più autonomia alle imprese statali, più spazio al settore privato, apertura agli investimenti esteri e nuovi strumenti per gestire valuta e commercio.


    È una riforma profonda, che molti leggono come un possibile arretramento del socialismo.


    L’Avana invece la presenta come un tentativo di produrre di più, attirare risorse e difendere la sovranità dentro il blocco statunitense.


    Ne abbiamo parlato con Carlos Javier Gutiérrez Monteaguado, primo segretario incaricato della stampa e della cultura presso l’Ambasciata di Cuba in Italia.


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    21 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.29: Il marxista più odiato dalla sinistra svela l’inganno dell’Occidente

    Per cinque secoli l’Occidente si è raccontato come sinonimo di civiltà, modernità e progresso.


    Tutti gli altri, al massimo, erano il passato da educare, riformare, civilizzare. Prima con le croci, poi con le cannoniere, poi con il libero mercato, il Fondo Monetario Internazionale e i diritti umani caricati sui bombardieri della NATO.


    Ma oggi quella favola non funziona più.


    L’Occidente è ancora potentissimo, certo. Ha armi, banche, piattaforme, università, fondazioni, media, eserciti e intelligence. Ma non ha più il monopolio della produzione, della tecnica, della forza e nemmeno dell’immaginario.


    E allora che succede quando scopre che la Cina può diventare moderna senza diventare occidentale? Che l’Africa può provare a liberarsi senza chiedere il permesso a Parigi? Che l’America Latina può tornare a pensarsi fuori dalla dottrina Monroe?


    Ne abbiamo parlato con Carlo Formenti, uno degli intellettuali marxisti più scomodi del panorama italiano. Per Formenti, il problema non è solo l’imperialismo occidentale: è anche il modo in cui una parte enorme della sinistra e del marxismo occidentale si è lasciata colonizzare dal liberalismo.


    Andare oltre l’Occidente, allora, non significa fare il tifo per qualcun altro.


    Significa smettere di pensare che il mondo debba per forza assomigliare a noi.



    36 min
  • Il peggio del mainstream Ep.2: Scacco Matto Putin! Tutte le magie della propaganda mainstream

    Mr. Bean sotto crack. Putin piromane. Marx contro gli zar. Enrico Letta in versione "selfie con i neocon".


    No, non è una puntata di Black Mirror.


    È soltanto la rassegna stampa di questa settimana.


    Nel nuovo episodio della Selezione del Peggio della politica e del mainstream parliamo di:


    - Bessent che paragona Zelensky a "Mr. Bean sotto crack".


    - Le dimissioni di Starmer e la fantasia geopolitica di chi vede Putin dietro qualunque cosa.


    - L'incredibile scoperta del Foglio: Marx non amava gli zar (chi l'avrebbe mai detto...).


    - Il post di Enrico Letta che ha fatto discutere più dei commenti sotto.


    - Le tensioni dentro Democrazia Sovrana Popolare.


    • E naturalmente la classifica finale dei 5 fatti più tragici (e tragicomici) della settimana.


    11 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.28: Perché il Capitalismo Cinese è così diverso da quello Occidentale?

    La più grande illusione dell’Occidente è credere che esista una sola modernità possibile: la nostra.

    Prima accumuli ricchezza, poi costruisci portaerei, poi spieghi al resto del mondo cosa deve fare. E se il resto del mondo non capisce, glielo spieghi meglio: con le sanzioni, con i colpi di Stato, con le basi militari, con le guerre umanitarie e con i think tank pieni di gente molto educata che giustifica tutto in inglese.


    La Cina, secondo Fabio Massimo Parenti, rompe questo schema.

    Non perché sia il paradiso. Non perché sia senza contraddizioni. Anzi: la Cina deve fare i conti con il mercato, con la finanza, con il consumo, con la crisi demografica, con l’individualizzazione, con tutte le trappole della modernità. Ma prova a farlo partendo da un’altra storia: non quella dell’espansione coloniale, ma quella del secolo dell’umiliazione; non quella dell’universalismo messianico americano, ma quella dello Stato-civiltà; non quella dell’uomo nuovo che salva il mondo sterminando chi gli sta in mezzo, ma quella dell’armonia, della pianificazione, del conflitto governato politicamente.

    Il punto, allora, non è stabilire se la Cina sia buona o cattiva. Quello lasciamolo ai talk show.


    Il punto è capire che se l’occidente non riesce a leggerla se non come minaccia, è perché se la Cina dimostra che si può diventare potenza senza diventare America, allora non sta sfidando solo l’egemonia statunitense. Sta sfidando l’idea stessa che l’Occidente sia il destino naturale dell’umanità


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    44 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.27: L’ASIA tradisce gli USA e passa con Pechino? Il caso indonesiano

    La guerra in Iran non ha sconvolto solo le nostre economie, ma anche quelle di molti altri Paesi del mondo alleati degli Stati Uniti, che stanno cominciando a farsi due domande: conviene davvero fidarsi di Washington e partecipare alla grande guerra fredda contro la Cina?


    Il caso dell’Indonesia è emblematico.


    Negli ultimi anni il presidente Prabowo Subianto ha teso la mano a Trump in tutti i modi, aderendo persino al Board of Peace e facendo parecchio arrabbiare quel 90% della popolazione che è di fede musulmana.


    Ma il Paese si trova anche nel mezzo di una vera e propria crisi economica.


    La strategia di nazionalizzazione delle risorse e di utilizzo del nichel come arma di pressione nei confronti della Cina non ha funzionato. Pechino è diventata progressivamente meno dipendente dalle forniture indonesiane e, nel frattempo, la rupia perde valore e gli investitori fuggono.


    Ma non è solo l’Indonesia a dover rivedere le proprie politiche.


    Filippine, Giappone, Malaysia e Corea del Sud: la guerra in Iran ha provocato danni economici significativi per tutti gli storici alleati degli Stati Uniti nel Pacifico. E il sistema di alleanze costruito da Washington ha già cominciato a risentirne.


    Nelle Filippine, ad esempio, è successo l’impensabile.


    In piena crisi petrolifera causata dal blocco di Hormuz, la Cina ha inviato un consistente carico di petrolio a Manila. E pochi giorni dopo il presidente Marcos, considerato uno dei più fedeli alleati degli Stati Uniti nella regione, ha dichiarato che tutti i contenziosi con Pechino possono essere risolti.


    Insomma, per chi non lo avesse ancora capito, la strategia cinese del “reagire senza forzare” sta dando i suoi frutti.


    Pechino si sta presentando come il Paese della sicurezza, della razionalità e della stabilità in un’area che cerca disperatamente un proprio equilibrio.


    Ciò nonostante, esistono ancora diversi dossier aperti che rendono difficile una piena fiducia di questi Paesi nei confronti della Cina.


    In primo luogo, le dispute territoriali e militari.


    Vediamo insieme quali.


    Do quindi la parola a uno dei massimi esperti italiani di politica dell’Indo-Pacifico: il giornalista, analista e autore di numerosi libri su questi temi, Emanuele Giordana.

    26 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.26: Da chi prendono davvero gli ordini i politici italiani?

    Il problema non è che Trump tratta male Meloni.


    Il problema è che può permetterselo.


    Perché dietro ogni sceneggiata diplomatica, dietro ogni foto storta e ogni frasetta velenosa, c’è una realtà molto più dura: l’Italia parla continuamente di sovranità, ma non controlla quasi nessuno degli strumenti concreti attraverso cui la sovranità si esercita.


    Le basi militari. Le armi nucleari. Gli F-35.

    La Borsa. Le banche. Il risparmio gestito.

    Il gas. I dati. Il cloud. Gli smartphone.

    I pagamenti. Le carte di credito.

    E perfino i piani strategici delle grandi aziende e delle città.


    Mentre noi guardavamo Bruxelles, Washington si prendeva i rubinetti.


    E allora forse il punto non è scegliere tra europeismo responsabile e sovranismo da comizio. Il punto è capire se dentro questa dipendenza materiale, costruita pezzo dopo pezzo negli ultimi decenni, esista ancora qualcosa che assomigli davvero a un’autonomia nazionale.


    Con Alessandro Volpi proviamo a fare l’inventario della gabbia americana: quella più visibile, fatta di basi e armi; e quella più sottile, fatta di finanza, energia, dati, risparmio e consulenze.


    Perché un Paese che non controlla il proprio denaro, la propria energia, i propri dati e le proprie infrastrutture strategiche può anche riempirsi la bocca di “interesse nazionale”.


    Ma rischia di essere sovrano solo nei comunicati stampa.


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    33 min

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