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  • Fest8lina 26’ Ep.3: IL FILOSOFO CHE HA SCOPERTO COME CI HANNO RESO POLTICAMENTE IMPOTENTI

    «Vogliamo poter vivere come ci pare»


    Difficile immaginare una rivendicazione più legittima.


    Una parte decisiva della storia dell’emancipazione consiste proprio nella liberazione degli individui dalle autorità che pretendevano di decidere come dovessero vivere, amare, pensare e costruire la propria identità.


    Ma che cosa accade quando la libertà viene concepita esclusivamente come sottrazione?


    Quando essere liberi significa non dover rispondere a nessuno, non accettare nessun vincolo e poter abbandonare ogni relazione, organizzazione o appartenenza nel momento esatto in cui smette di corrispondere perfettamente ai nostri desideri?


    È qui che compare quello che Dimitri D’Andrea definisce singolarismo.


    Il singolarista non è necessariamente egoista, passivo o politicamente disinteressato.


    Può scendere in piazza, partecipare a una mobilitazione, aderire a una campagna e impegnarsi con grande intensità su una singola causa.


    Quello che fatica a fare è tenere insieme cause differenti dentro una visione coerente del mondo. Accettare la mediazione di un’organizzazione. Riconoscersi in qualcuno che lo rappresenti. Mediare con altri la scala delle priorità. E soprattutto continuare a far parte di un collettivo quando quel collettivo non coincide più completamente con le sue preferenze.


    Vogliamo il gruppo, purché sia composto da persone identiche a noi.


    Vogliamo partecipare, purché nessuno possa decidere qualcosa con cui non siamo d’accordo.


    Il risultato è una società capace di produrre anche mobilitazioni imponenti, fiammate di rabbia e rivolte improvvise, ma sempre meno capace di costruire organizzazioni stabili, elaborare progetti complessivi e trasformare l’energia della protesta in forza politica.


    Ed è qui che il ragionamento diventa particolarmente scomodo.


    Perché la guerra, la crisi ecologica, le disuguaglianze, le migrazioni o l’organizzazione dell’economia non possono essere affrontate semplicemente permettendo a ciascuno di vivere come preferisce.


    Richiedono regole, istituzioni e decisioni che valgano per tutti. Anche per chi non le condivide.


    la domanda allora è: come si tiene insieme la massima libertà individuale con la capacità di perseguire obiettivi comuni senza i quali quella stessa libertà non è altro che un’illusione?


    Ne hanno discusso a Fest8lina 2026 Valentina Morotti e Michele Rossi del collettivo Ottosofia con Dimitri D’Andrea, professore ordinario di Filosofia politica presso l’Università di Firenze, che da anni riflette sulle trasformazioni della soggettività moderna , sulla crisi della rappresentanza e sulle difficoltà contemporanee dell’azione collettiva.


    Buona visione!


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    38 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.39: Messico contro Impero e miliardari: il Piano Sheinbaum

    Il Messico che i media raccontano solo come narcos, violenza e frontiera sta mostrando un’altra faccia: salari in crescita, investimenti, programmi sociali, Mondiale, industria e uno Stato che prova a farsi rispettare anche dagli Stati Uniti.


    Con Carlos Vijnovsky Zenteno, direttore editoriale di El Soberano, entriamo dentro la Quarta Trasformazione di Sheinbaum: il progetto che vuole redistribuire ricchezza, far pagare i grandi imprenditori, difendere il T-MEC senza piegarsi a Trump e trasformare il Messico in un paese più forte, più stabile e meno ricattabile.

    21 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.38: J.D Vance: “Epstein lavorava per CIA e Mossad!”

    Una confessione clamorosa che arriva direttamente dal vicepresidente degli Stati Uniti e che sbugiarda tutti quelli che in questi mesi ci avevano accusato di complottismo, o che avevano sminuito la portata degli Epstein Files dicendo che erano puro gossip, o che avevano addirittura tentato di far credere che Epstein fosse un uomo di Putin.


    Le dichiarazioni di J.D. Vance, pronunciate ieri da Joe Rogan, il podcast più seguito al mondo, tolgono ogni dubbio: «Jeffrey Epstein aveva chiaramente collegamenti con i più alti livelli dell'intelligence americana e dell'intelligence israeliana».

    Ergo, quel sistema di prostituzione che coinvolgeva i più alti livelli della politica mondiale serviva prima di tutto a raccogliere dati e informazioni personali attraverso cui ricattare e fare pressioni politiche di ogni genere e tipo.


    Non che ci si possa stupire, ecco tutte le prove che già collegavano Epstein al Mossad.


    In primis, i documenti fiscali della THE C.O.U.Q. FOUNDATION INC., una fondazione associata a Epstein, che il 3 marzo 2005 donò 25.000 dollari a Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), l'organizzazione di supporto all'IDF.


    Nello stesso periodo, Epstein finanziò anche il The Jewish National Fund (JNF), l'ente storicamente coinvolto nella costruzione di insediamenti in Cisgiordania.


    Non solo.


    Nel 2011, email emerse da cause giudiziarie mostrano come Epstein abbia facilitato un incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e alti dirigenti di JPMorgan, e i calendari personali di Epstein e le email hackerate dell'ex primo ministro israeliano Ehud Barak dimostrano come Yoni Koren, uno dei più alti ufficiali dell'intelligence militare israeliana, abbia soggiornato per settimane nell'appartamento newyorkese del finanziere pedofilo almeno in tre occasioni tra il 2013 e il 2015.


    Ma la prova più clamorosa del legame tra Epstein e lo Stato di Israele è emersa da una serie di email rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia americano, che hanno portato alla luce un'operazione di sicurezza condotta dal governo israeliano per installare sistemi di allarme e sorveglianza nell'appartamento di Manhattan di Epstein, dove ospitava spesso anche l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak.


    E la lista continua.


    Come sentirete tra pochissimo da Roberto Vivaldelli, giornalista di InsideOver che sta seguendo magistralmente tutte le inchieste sugli Epstein Files.


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    23 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.37: il Presidente della Repubblica è il nemico numero 1 della Costituzione

    E se il pericolo numero 1 per il nostro Paese e la difesa della Costituzione non fossero, i vari Meloni, Nordio e Vannacci, ma il presidente della Repubblica?


    Bisogna stare attenti: parlarne senza filtri, è reato.


    “Vilipendio contro il capo dello Stato.”


    E nei media e nelle televisioni mainstream non sentirete mai un solo commentatore, opinionista o politico parlare male del Presidente della Repubblica, nonostante, in privato, e lontano dai riflettori, dicano tutt’altre cose.


    Ma come hanno sottolineato in questi anni i migliori politologi italiani, da Carlo Galli a Geminello Preterossi, a partire da Giorgio Napolitano in poi la figura del Presidente della Repubblica è profondamente mutata: da figura terza, super partes, garante della costituzione e rispettoso dei limiti previsti per il suo ruolo dalla Carta costituzionale, ad attore politico di primissimo piano e artefice di alcune svolte decisive della politica nazionale degli ultimi 20 anni.


    Come quando nel 2011 Giorgio Napolitano, come rivelato persino dal ministro Crosetto ha imposto a Berlusconi di prendere parte al bombardamento della Libia e alla caduta di Gheddafi, in ossequio alle direttive che arrivavano da Washington, Londra, e Parigi (e contro i nostri oggettivi interessi nazionali), o come quando pochi mesi dopo in concerto con la Commissione e la Banca Centrale europea sempre Napolitano orchestrò la caduta del governo Berlusconi in favore di Mario Monti, l’uomo prescelto dalle oligarchie internazionali per attuare quelle riforme di austerità, privatizzazioni e tagli allo stato sociale che hanno imposto la svolta neoliberale al paese affossandone definitivamente l’economia.


    Ma per quanto possa sembrare incredibile, Il peggio doveva ancora arrivare.


    È con Sergio Mattarella che la mutazione del Capo dello Stato da garante della Costituzione a garante del vincolo esterno italiano, ossia della collocazione del nostro paese nell’ asfissiante assetto euroatlantico, è compiuta.


    Nella nuova puntata di Ottolina e mezzo, Savino Balzano, autore di una coraggiosissima inchiesta sul nuovo ruolo del Presidente della Repubblica, ci ha svelato tutte le più importanti dinamiche del vero deep state italiano.


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    38 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.36: Lagarde corre a Washington: sta saltando tutto per aria?

    Christine Lagarde vola d’urgenza a Washington per incontrare il nuovo presidente della Federal Reserve e il segretario al Tesoro americano. Un viaggio improvviso e fuori programma, mentre la crisi nello Stretto di Hormuz minaccia di far esplodere il prezzo dell’energia e riaccendere l’inflazione.


    Ma cosa teme davvero la presidente della BCE?


    Con Alessandro Volpi ricostruiamo la catena che collega la guerra in Medio Oriente alla possibile tempesta finanziaria: petrolio più caro, tassi d’interesse più alti, debito americano sempre più oneroso, banche in difficoltà e capitali pronti ad abbandonare una Borsa gonfiata dalla bolla dell’intelligenza artificiale.


    Ma il problema non è soltanto economico. La forza del dollaro dipende anche dalla capacità degli Stati Uniti di imporre un ordine internazionale attraverso il controllo dei mercati, delle istituzioni finanziarie, delle rotte strategiche e, quando necessario, della forza militare.


    Che a Hormuz non sta funzionando. E se fosse proprio il punto in cui la sconfitta sul campo incontra la fragilità di Wall Street, e fa saltare tutto per aria?


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    28 min
  • Fest8lina 26’ Ep.2: Una legge sull’obiezione per portare l’Italia fuori dalla guerra - con Virginia Veludo e Jose Nivoi

    La pace è diventata un reato?


    Bloccare un convoglio militare. Occupare una strada. Scrivere “Life, not war” su una ciminiera della Leonardo. Opporsi al trasporto di armi destinate ai fronti di guerra.


    In un Paese che ripudia la guerra nella sua Costituzione, sempre più persone vengono denunciate, processate e criminalizzate per aver provato a fermarne la macchina.


    Ma la guerra oggi non passa soltanto dalle trincee. Passa dai porti, dalle ferrovie, dalle fabbriche, dalle università, dalle scuole. Passa dai luoghi di lavoro. E allora una domanda diventa inevitabile: esiste ancora il diritto di dire “io non ci sto”?


    A Fest8lina ne abbiamo parlato con José Nivoi, portuale del CALP di Genova, tra i protagonisti delle mobilitazioni contro il traffico di armi e promotore di una proposta di legge per estendere l’obiezione di coscienza ai lavoratori coinvolti, direttamente o indirettamente, nella filiera bellica.


    Un confronto che parte dalla repressione dei movimenti per la pace, attraversa il ruolo dei porti italiani nella logistica della guerra, racconta il ricatto occupazionale che lega sempre più territori all’industria militare e rilancia una domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni: chi ha il diritto di rifiutarsi di collaborare con la guerra?


    Perché se oggi la guerra coinvolge tutta la società, forse anche la pace non può più essere soltanto uno slogan.


    Buona visione!!!


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    29 min
  • Fest8lina 26’ Ep.1: Chi ha ucciso la satira? Con Vauro Senesi e Fabio Saccomani

    La satira è davvero morta? O è morta, piuttosto, l’informazione?


    In questa conversazione con Vauro Senesi partiamo da una constatazione semplice: un tempo la satira politica occupava il centro della scena pubblica, entrava nelle case degli italiani in prima serata e contribuiva a formare uno sguardo critico sulla realtà. Oggi sembra relegata ai margini.


    Ma cosa è cambiato davvero?


    Per Vauro il problema non è soltanto la censura. La censura peggiore è l’autocensura: quella che ti convince che certe cose “non siano opportune”. Da lì all’opportunismo il passo è brevissimo.


    Parliamo del rapporto tra linguaggio, politicamente corretto e potere; di come oggi spesso ci si scandalizzi più per il modo in cui una denuncia viene espressa che per l’ingiustizia che quella denuncia mette a nudo. E riflettiamo sul ruolo dell’informazione in un’epoca in cui, più che di propaganda, Vauro parla apertamente di omertà.


    Infine, inevitabilmente, Gaza e la Palestina. Dopo mesi di mobilitazioni oceaniche e milioni di persone in piazza, perché il tema sembra essere scomparso dal dibattito pubblico? È davvero finita, oppure sotto la superficie continua a maturare qualcosa?


    Un confronto ironico, amaro e profondamente politico sul ruolo della satira, sulla libertà di parola e sulla necessità di continuare a esercitare il senso critico, anche quando farlo diventa scomodo.


    19 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.35: il Piano “scientifico” per farti ammalare e guadagnare QUATTRINI

    Ci hanno raccontato che la sanità pubblica non è più sostenibile.


    Che le liste d’attesa sono inevitabili.


    Che se vuoi curarti in tempi umani, devi essere realistico: pagare.


    Ma se il pubblico non funziona, non è per caso. È perché da anni viene svuotato, tagliato, frammentato, consegnato pezzo dopo pezzo a cliniche private, assicurazioni, grandi gruppi finanziari e Big Pharma.


    Nel 2024 gli italiani hanno speso 47 miliardi di euro di tasca propria per curarsi.

    Quarantasette miliardi non per un lusso, ma per visite, esami, farmaci, prestazioni che dovrebbero essere garantite dal Servizio sanitario nazionale.


    In questa puntata di Ottolina e mezzo, insieme a Federico Greco, curatore di “Desaparecinema” e regista di “C’era una volta in Italia”, intervistiamo Vittorio Agnoletto, autore per Paper First de “L’industria della salute”.


    Parliamo di brevetti, Big Pharma, privatizzazione, sanità lombarda, intramoenia, liste d’attesa e del meccanismo perfetto con cui il diritto alla salute viene trasformato in business.


    Perché il punto non è che il privato arriva dove il pubblico non ce la fa.

    Il punto è che il pubblico viene fatto arretrare per creare spazio al privato.


    E quando la malattia diventa mercato, più siamo malati, più qualcuno guadagna.


    PS FEDERICO GRECO E VITTORIO AGNOLETTO, insieme a molti altri, saranno presenti a fest8lina venerdi 10 luglio alle ore 16 con un panel dal titolo “RIPRENDIAMOCI LA SANITA’ PUBBLICA”


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    46 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.34: Perché Trump ha perso?

    Per mesi Trump ha promesso di spezzare le catene dell’impero globalista.


    Dazi. Industria. Energia. Armi. America First. La Fed costretta ad abbassare i tassi. Il dollaro piegato alle esigenze del Make America Great Again. E, se qualcuno non capiva, un po’ di hard power per ricordare al mondo chi comanda.


    Poi è arrivato l’Iran.


    Epic Fury doveva essere la prova di forza definitiva. Il momento in cui Trump rimetteva in riga alleati, nemici, mercati e capitali.


    E invece qualcosa si è rotto.


    La guerra si impantana. I capitali ricominciano a guardarsi intorno. E alla Fed succede l’impensabile: Powell se ne va, arriva il trumpiano Kevin Warsh, ma la musica non cambia. Tassi alti, inflazione al 2%, linea dura. Esattamente quello che faceva Powell.


    Solo che stavolta Trump tace.


    Perché?



    Perché Trump ha perso.

    Non contro i democratici. Non contro i giudici. Non contro qualche oscuro complotto dello Stato profondo.


    Ha perso contro il vero centro dell’impero americano: la finanza in dollari.


    Con Marcello Spanò proviamo a capire perché gli Stati Uniti non sono semplicemente un grande debitore pieno di problemi, ma una potenza creditizia in declino. Una potenza che domina perché il mondo continua a indebitarsi, risparmiare e investire dentro la sua infrastruttura finanziaria: dollaro, Treasury, Fed, Wall Street, Nasdaq, fondi, collaterali, finanza ombra.


    Trump vorrebbe rifare grande l’America.


    Ma se fa tremare il dollaro, fa tremare l’impero.


    E allora Warsh, alla fine, deve fare Powell.


    E Trump deve incassare.



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    32 min
  • Desaparecinema Ep.19: DESAPAREBRUTTI #2: il guerre stellari turco

    Benvenuti alla seconda puntata della nuova rubrica di Desaparecinema, DESAPAREBRUTTI, sui film che PARE che so’ brutti, e invece so’… popo bbrutti!

    Stavolta dissezionamo un altro cadavere cinematografico, un film di fantascienza e arti marziali turco del 1982: "L’uomo che salvò il mondo". Così brutto che se la batte con la media dei film di Hollywood e italiani degli ultimi 30 anni. Così brutto che è brutto anche il titolo del sequel: "Il figlio dell’uomo che salvò il mondo", del 2006.

    Un film conosciuto come Il guerre stellari turco. Due piloti precipitano su un pianeta desertico (che poi è la Cappadocia).


    Qui scoprono che un mago malvagio vuole conquistare la Terra. E con chi combattono i nostri eroi? Non ci sono stormtrooper. Non c’è Darth Vader o Jabba the Hutt. Ma c’è qualcosa di ancora più spaventoso: stuntman turchi travestiti da mummie avvolte nella carta igienica, robot fatti di scatoloni di cartone ricoperti di carta stagnola, e creature di peluche giganti e coloratissime che aggrediscono i protagonisti (esatto, ci sono letteralmente degli yeti rosa e rossi che sembrano usciti dal Muppet Show).


    Insomma, aiutame a di’ brutto - come diciamo a Roma, dove ultimamente si fa il vero cinema brutto.


    Eppure, non è tutto qui. Il film è parte di un momento floridissimo dell’industria cinematografica turca, e dietro questa remakesploitation c'è una lezione di resistenza culturale che qui a Desaparecinema non possiamo non raccontare.


    E chi non vede il video intero è il fratello del figlio dell’uomo che salva il mondo.



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    15 min

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