Papale papale

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Papale papale episodes

  • Ep. 289 - Papale papale - "Musulmani"
    Pio XII, radiomessaggio durante la seconda guerra mondiale alla vigilia del Natale 24 dicembre 1942
    Vogliono forse i popoli assistere inerti a così disastroso progresso? o non debbono piuttosto, sulle rovine di un ordinamento sociale, che ha dato prova così tragica della sua inettitudine al bene del popolo, riunirsi i cuori di tutti i magnanimi e gli onesti nel voto solenne di non darsi riposo, finché in tutti i popoli e le nazioni della terra divenga legione la schiera di coloro, che, decisi a ricondurre la società all'incrollabile centro di gravitazione della legge divina, anelano al servizio della persona e della sua comunanza nobilitata in Dio?
    (...) Questo voto l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento.
    Francesco, incontro con la comunità ebraica in Slovacchia 13 settembre 2021
    Qui c’era una sinagoga, proprio accanto alla Cattedrale dell’Incoronazione. L’architettura, come è stato detto, esprimeva la pacifica convivenza delle due comunità, simbolo raro e di grande portata evocativa, segno stupendo di unità nel nome del Dio dei nostri padri. Qui avverto anch’io il bisogno, come tanti di loro, di “togliermi i sandali”, perché mi trovo in un luogo benedetto dalla fraternità degli uomini nel nome dell’Altissimo.
    In seguito, però, il nome di Dio è stato disonorato: nella follia dell’odio, durante la seconda guerra mondiale, più di centomila ebrei slovacchi furono uccisi. 
    (...) Cari fratelli e sorelle, la vostra storia è la nostra storia, i vostri dolori sono i nostri dolori. Per alcuni di voi, questo Memoriale della Shoah è l’unico posto dove potete onorare la memoria dei vostri cari. Anch’io mi unisco a voi. Sul Memoriale è iscritto in ebraico “Zachor”: “Ricorda!”. La memoria non può e non deve cedere il posto all’oblio, perché non ci sarà un’alba duratura di fraternità senza aver prima condiviso e dissipato le oscurità della notte.
    Benedetto XVI, visita al Sacrario delle Fosse Ardeatine 27 marzo 2011
    Un’altra testimonianza mi ha colpito, e questa fu ritrovata proprio nelle Fosse Ardeatine. Un foglio di carta su cui un caduto aveva scritto: “Dio mio grande Padre, noi ti preghiamo affinché tu possa proteggere gli ebrei dalle barbare persecuzioni. 1 Pater noster, 10 Ave Maria, 1 Gloria Patri”. In quel momento così tragico, così disumano, nel cuore di quella persona c’era l’invocazione più alta: “Dio mio grande Padre”. Padre di tutti! Come sulle labbra di Gesù, morente sulla croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. In quel nome, “Padre”, c’è la garanzia sicura della speranza; la possibilità di un futuro diverso, libero dall’odio e dalla vendetta, un futuro di libertà e di fraternità, per Roma, l’Italia, l’Europa, il mondo. Sì, dovunque sia, in ogni continente, a qualunque popolo appartenga, l’uomo è figlio di quel Padre che è nei cieli, è fratello di tutti in umanità. Ma questo essere figlio e fratello non è scontato. Lo dimostrano purtroppo anche le Fosse Ardeatine. Bisogna volerlo, bisogna dire sì al bene e no al male.
    Paolo VI, Angelus 17 ottobre 1965
    Sarete certo informati che il Concilio ha approvato lo schema relativo ai rapporti della Chiesa con gli appartenenti a religioni non cristiane.
    Si riafferma che la religione vera, quella voluta da Dio, è una sola, è quella che noi abbiamo la fortuna e il dovere di praticare; ma insieme si riconosce che dobbiamo avere rispetto, per quanto di buono e di vero contengono, alle altre religioni, e dobbiamo trattare bene ed amare i loro seguaci. La legge della carità si allarga e si applica a tutti.
    Ne daremo noi stessi oggi l'esempio pregando per i non cristiani, per quelli specialmente che, derivando dal padre Abramo le loro credenze, hanno una. parentela spirituale con la nostra fede, gli Ebrei; e, oltre ad essi, anche i Musulmani.
    10 min
  • Ep. 288 - Papale papale - "Ebrei"
    Pio XII, radiomessaggio durante la seconda guerra mondiale alla vigilia del Natale 24 dicembre 1942
    Vogliono forse i popoli assistere inerti a così disastroso progresso? o non debbono piuttosto, sulle rovine di un ordinamento sociale, che ha dato prova così tragica della sua inettitudine al bene del popolo, riunirsi i cuori di tutti i magnanimi e gli onesti nel voto solenne di non darsi riposo, finché in tutti i popoli e le nazioni della terra divenga legione la schiera di coloro, che, decisi a ricondurre la società all'incrollabile centro di gravitazione della legge divina, anelano al servizio della persona e della sua comunanza nobilitata in Dio?
    (...) Questo voto l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento.
    Francesco, incontro con la comunità ebraica in Slovacchia 13 settembre 2021
    Qui c’era una sinagoga, proprio accanto alla Cattedrale dell’Incoronazione. L’architettura, come è stato detto, esprimeva la pacifica convivenza delle due comunità, simbolo raro e di grande portata evocativa, segno stupendo di unità nel nome del Dio dei nostri padri. Qui avverto anch’io il bisogno, come tanti di loro, di “togliermi i sandali”, perché mi trovo in un luogo benedetto dalla fraternità degli uomini nel nome dell’Altissimo.
    In seguito, però, il nome di Dio è stato disonorato: nella follia dell’odio, durante la seconda guerra mondiale, più di centomila ebrei slovacchi furono uccisi. 
    (...) Cari fratelli e sorelle, la vostra storia è la nostra storia, i vostri dolori sono i nostri dolori. Per alcuni di voi, questo Memoriale della Shoah è l’unico posto dove potete onorare la memoria dei vostri cari. Anch’io mi unisco a voi. Sul Memoriale è iscritto in ebraico “Zachor”: “Ricorda!”. La memoria non può e non deve cedere il posto all’oblio, perché non ci sarà un’alba duratura di fraternità senza aver prima condiviso e dissipato le oscurità della notte.
    Benedetto XVI, visita al Sacrario delle Fosse Ardeatine 27 marzo 2011
    Un’altra testimonianza mi ha colpito, e questa fu ritrovata proprio nelle Fosse Ardeatine. Un foglio di carta su cui un caduto aveva scritto: “Dio mio grande Padre, noi ti preghiamo affinché tu possa proteggere gli ebrei dalle barbare persecuzioni. 1 Pater noster, 10 Ave Maria, 1 Gloria Patri”. In quel momento così tragico, così disumano, nel cuore di quella persona c’era l’invocazione più alta: “Dio mio grande Padre”. Padre di tutti! Come sulle labbra di Gesù, morente sulla croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. In quel nome, “Padre”, c’è la garanzia sicura della speranza; la possibilità di un futuro diverso, libero dall’odio e dalla vendetta, un futuro di libertà e di fraternità, per Roma, l’Italia, l’Europa, il mondo. Sì, dovunque sia, in ogni continente, a qualunque popolo appartenga, l’uomo è figlio di quel Padre che è nei cieli, è fratello di tutti in umanità. Ma questo essere figlio e fratello non è scontato. Lo dimostrano purtroppo anche le Fosse Ardeatine. Bisogna volerlo, bisogna dire sì al bene e no al male.
    Paolo VI, Angelus 17 ottobre 1965
    Sarete certo informati che il Concilio ha approvato lo schema relativo ai rapporti della Chiesa con gli appartenenti a religioni non cristiane.
    Si riafferma che la religione vera, quella voluta da Dio, è una sola, è quella che noi abbiamo la fortuna e il dovere di praticare; ma insieme si riconosce che dobbiamo avere rispetto, per quanto di buono e di vero contengono, alle altre religioni, e dobbiamo trattare bene ed amare i loro seguaci. La legge della carità si allarga e si applica a tutti.
    Ne daremo noi stessi oggi l'esempio pregando per i non cristiani, per quelli specialmente che, derivando dal padre Abramo le loro credenze, hanno una. parentela spirituale con la nostra fede, gli Ebrei; e, oltre ad essi, anche i Musulmani.
    10 min
  • Ep. 287 - Papale papale - "Felicità"
    Paolo VI, messaggio urbi et orbi 25 dicembre 1967
    Questa parola «felicità», tutti lo sanno, è fra le più usate ed abusate nella conversazione umana; gli antichi vi componevano trattati di filosofia della vita; i moderni preferiscono tentarne, talvolta con spregiudicata audacia, l’esperienza; vi è oggi in molti ambienti una frenesia di felicità, di intensità di godimento, di dolce vita; si confonde la felicità col piacere, ed il piacere con la sazietà dei nutrimenti terrestri; anche il lavoro, la più nobile forma dell’attività umana, tende talora a risolversi in un edonistico benessere, che finisce talvolta per screditarlo e vanificarlo. (...) Fratelli e Figli! Chi segue Cristo, com’Egli stesso ci ha assicurato, non cammina nelle tenebre. Cristo è la luce del mondo. E chi guarda a Lui vede rischiararsi i sentieri della vita. Sono sentieri aspri e stretti, alle volte; ma sono sentieri sicuri, che non smarriscono la mèta; la mèta della vera felicità.
    Pio XII, radiomessaggio 24 dicembre 1943
    Cristo solo, che ci ha tolti al triste servaggio della colpa, può insegnare a spianare la via verso una libertà nobile e disciplinata, appoggiata e sostenuta su di una vera rettitudine e consapevolezza morale. Cristo solo, « sulle cui spalle riposa il dominio » (cfr. Is. 9, 6), con la sua soccorritrice onnipotenza può sollevare e trarre il genere umano dalle angustie senza nome, che lo tormentano nel corso di questa vita, e avviarlo alla felicità.
    Benedetto XVI, Angelus 16 dicembre 2007
    Sì, la gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio dei piccoli e dei poveri. In chi ama così, Dio prende dimora, e l'anima è nella gioia. Se invece si fa della felicità un idolo, si sbaglia strada ed è veramente difficile trovare la gioia di cui parla Gesù. È questa, purtroppo, la proposta delle culture che pongono la felicità individuale al posto di Dio, mentalità che trova un suo effetto emblematico nella ricerca del piacere ad ogni costo, nel diffondersi dell'uso di droghe come fuga, come rifugio in paradisi artificiali, che si rivelano poi del tutto illusori.
    Giovanni Paolo II, discorso agli studenti riuniti nella Basilica di San Pietro 16 marzo 1983
    L’esperienza del figlio prodigo, narrata da Gesù, vi sia sempre di ammonimento e di ammaestramento!
    (...) Il figlio prodigo ad un certo momento rientra in se stesso, capisce di aver sbagliato: ha abbandonato la casa, il padre, la gioia dei veri affetti e della vera amicizia, la pace della coscienza pura e innocente; ne risente la nostalgia, e si pente; ha il coraggio di riconoscere l’errore; sa di doversi convertire e riscopre la fiducia in suo Padre, anche se non merita più di esserne ritenuto figlio: “Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te!”. Con questa scena, Gesù vuole insegnarci che se, per disgrazia, qualcuno avesse anche tradito la verità e l’innocenza, fuggendo dalla casa del Padre, non deve mai disperare dell’amore di Dio, deve pentirsi al più presto e convertirsi. Dio vuole la salvezza e la felicità di tutti gli uomini!
    Francesco, discorso ai partecipanti alla III edizione degli Stati generali della Natalità 12 maggio 2023
    Ridiamo fiato ai desideri di felicità dei giovani! Sì, loro hanno desideri di felicità: ridiamo fiato, apriamo il cammino. Ognuno di noi sperimenta qual è l’indice della propria felicità: quando ci sentiamo ripieni di qualcosa che genera speranza e riscalda l’animo, e viene spontaneo farne partecipi gli altri. Al contrario, quando siamo tristi, grigi, ci difendiamo, ci chiudiamo e percepiamo tutto come una minaccia. Ecco, la natalità, così come l’accoglienza, che non vanno mai contrapposte perché sono due facce della stessa medaglia, ci rivelano quanta felicità c’è nella società. Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di integrare, di accogliere, mentre una società infelice si riduce a una somma di individui che cercano di difendere a tutti i costi quello che hanno. E tante volte si dimenticano di sorridere.
    10 min
  • Ep. 286 - Papale papale - "Tempio"
    Francesco, udienza generale 26 giugno 2013
    Che cosa ci fa pensare la parola tempio? Ci fa pensare ad un edificio, ad una costruzione. In modo particolare, la mente di molti va alla storia del Popolo di Israele narrata nell’Antico Testamento. A Gerusalemme, il grande Tempio di Salomone era il luogo dell’incontro con Dio nella preghiera; all’interno del Tempio c’era l’Arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al popolo; e nell’Arca c’erano le Tavole della Legge, la manna e la verga di Aronne: un richiamo al fatto che Dio era stato sempre dentro la storia del suo popolo, ne aveva accompagnato il cammino, ne aveva guidato i passi. Il tempio ricorda questa storia: anche noi quando andiamo al tempio dobbiamo ricordare questa storia, ciascuno di noi la nostra storia, come Gesù mi ha incontrato, come Gesù ha camminato con me, come Gesù mi ama e mi benedice.
    Giovanni XXIII, festività della presentazione di Gesù al tempio 2 febbraio 1962
    Ci addolorano tutti gli episodi di soprusi d'ogni genere: così della sconsiderata ribellione, come della arbitraria repressione, che continuano ad insanguinare il mondo. In tali bufere sono caduti anche numerosi missionari, i quali obbedivano al comando di Cristo di recare la luce della cristiana rivelazione, promovendo in tal modo anche il progresso spirituale e sociale.
    Per addivenire ovunque all'auspicata pacifica convivenza fra le comunità di diversa stirpe bisogna anzitutto che, deposta ogni animosità, si nutrano cogitationes pacis et non afflictionis: pensieri di pace e non di afflizione.
    Ed è questo, diletti figli, che vogliamo affidare alle preghiere vostre e di tutti i buoni, particolarmente nella festività di Gesù presentato al tempio, e della Madre sua, che lo offre all'Eterno Padre.
    Per i meriti di Gesù Salvatore, per l'intercessione di Maria cominci a brillare l'astro della duratura concordia tra i fratelli, oggi tristemente opposti gli uni agli altri; e le popolazioni protese verso la conquista della serena operosa convivenza trovino l'esaudimento delle loro legittime aspirazioni.
    Benedetto XVI, Angelus 11 marzo 2012
    Il celebre episodio di Gesù che scaccia dal tempio di Gerusalemme i venditori di animali e i cambiamonete (cfr Gv 2,13-25). Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli.
    (...) Ascoltiamo allora le parole che Gesù disse compiendo quel gesto: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. E i discepoli allora si ricordarono che sta scritto in un Salmo: “Mi divora lo zelo per la tua casa” (69,10). Questo salmo è un’invocazione di aiuto in una situazione di estremo pericolo a causa dell’odio dei nemici: la situazione che Gesù vivrà nella sua passione. Lo zelo per il Padre e per la sua casa lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che paga di persona, non quello che vorrebbe servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e risurrezione. “Distruggete questo tempio – disse – e in tre giorni lo farò risorgere”. E san Giovanni annota: “Egli parlava del tempio del suo corpo”.
    Paolo VI, Angelus primo novembre 1976
    Chi a Roma non conosce il Pantheon? il Pantheon è un tempio pagano, bellissimo monumento, negletto, ma superstite fra i tanti che ornavano la zona del Campo di Marte, desolata dopo l’inondazione del 590. Papa Bonifacio IV (608-615), come ci ricorda il «Liber Pontificalis», lo chiese e lo ottenne dall’Imperatore Foca, e lo dedicò con molto onore alla Madonna e a tutti i martiri: ed ancora oggi s’intitola a Santa Maria «ad martyres». Vi furono trasferite le spoglie dei corpi santi esumati dalle catacombe, allora abbandonate e indifese. Dalla «Rotonda», così i Romani chiamano questo sacro monumento, l’antico tempio di Agrippa, si affermò e si diffuse il culto a tutti i Santi aventi al centro Maria santissima, con la pia memoria poi dei Defunti cristiani.
    10 min
  • Ep. 285 - Papale papale - "Mercato"
    Francesco, Angelus 3 marzo 2024
    il Vangelo ci mostra una scena dura: Gesù che scaccia i mercanti dal tempio (cfr Gv 2,13-25), Gesù che allontana i venditori, rovescia i banchi dei cambiavalute e ammonisce tutti dicendo: «Non fate della casa del Padre mio un mercato» (v. 16). Soffermiamoci un po’ sul contrasto tra casa e mercato: si tratta infatti di due modi diversi di porsi davanti al Signore.
    Nel tempio inteso come mercato, per essere a posto con Dio bastava comprare un agnello, pagarlo e consumarlo sulle braci dell’altare. Comprare, pagare, consumare, e poi ciascuno a casa sua. Nel tempio inteso invece come casa succede il contrario: si va per incontrare il Signore, per stare uniti a Lui, stare uniti ai fratelli, per condividere gioie e dolori. Ancora: al mercato si gioca sul prezzo, a casa non si calcola; al mercato si cercano i propri interessi, a casa si dà gratuitamente. E Gesù oggi è duro perché non accetta che il tempio-mercato si sostituisca al tempio-casa, non accetta che la relazione con Dio sia distante e commerciale anziché vicina e fiduciosa, non accetta che i banchi di vendita prendano il posto della mensa familiare, che i prezzi vadano al posto degli abbracci e le monete prendano il posto delle carezze. E perché Gesù non accetta questo? Perché così si crea una barriera tra Dio e l’uomo e tra fratello e fratello, mentre Cristo è venuto a portare comunione, a portare misericordia, cioè perdono, a portare vicinanza.
    Giovanni Paolo II, Angelus 2 marzo 1997
    La voce di Cristo si leva forte anche contro i "mercanti del tempio" della nostra epoca, contro quanti cioè fanno del mercato la loro "religione", fino a calpestare, in nome del "dio-potere, del dio-denaro", la dignità della persona umana con abusi di ogni genere. Pensiamo, ad esempio, al mancato rispetto della vita, fatta oggetto talora di pericolose sperimentazioni; pensiamo all'inquinamento ecologico, alla mercificazione del sesso, allo spaccio della droga, allo sfruttamento dei poveri e dei bambini.
    Paolo VI, Angelus 17 dicembre 1967
    Bisogna fondare i rapporti fra gli uomini sopra il costume della pace. Come si è riusciti nel mondo civile a sostituire fra cittadini l’amministrazione della giustizia, ispirata dalla ragione e dal diritto e esercitarla con forme temperate ed oggettive, alla vendetta privata, criminale e violenta, così bisogna riuscire a sostituire i conflitti della forza e del sangue con i metodi della trattativa giusta e pacifica.
    Diciamo questo, in nome di Cristo, anche se il corso degli avvenimenti non è oggi troppo favorevole: il mondo sembra diventato una fabbrica e un mercato di armi: e quali armi! Ma vi sono anche tanti sforzi generosi e sinceri per instaurare il sistema della pace: e Noi appoggiamo questi sforzi, e come possiamo, con la preghiera specialmente, vogliamo essere fautori della buona e cristiana causa della pace nel mondo. 
    Benedetto XVI, vespri nella Cattedrale di Aosta 24 luglio 2009
    Il vertice della potenza di Dio è la misericordia, è il perdono. Nel nostro odierno concetto mondiale di potere, pensiamo a uno che ha grandi proprietà, che in economia ha qualcosa da dire, dispone di capitali, per influire nel mondo del mercato. Pensiamo a uno che dispone del potere militare, che può minacciare. La domanda di Stalin: «Quante divisioni ha il Papa?» ancora caratterizza l'idea media del potere. Ha potere chi può essere pericoloso, chi può minacciare, chi può distruggere, chi ha in mano tante cose del mondo. Ma la Rivelazione ci dice: «Non è così»; il vero potere è il potere di grazia, e di misericordia. Nella misericordia, Dio dimostra il vero potere.
    9 min
  • Ep. 284 - Papale papale - "Promessa"
    Francesco, udienza generale 11 agosto 2021
    L’Apostolo spiega ai Galati che, in realtà, l’Alleanza con Dio e la Legge mosaica non sono legate in maniera indissolubile. Il primo elemento su cui fa leva è che l’Alleanza stabilita da Dio con Abramo era basata sulla fede nel compimento della promessa e non sull’osservanza della Legge, che ancora non c’era. Abramo incominciò a camminare secoli prima della Legge. Scrive l’Apostolo: «Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso [con Abramo], non può dichiararlo nullo una Legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo [con Mosè], annullando così la promessa. Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla Legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece ha fatto grazia ad Abramo mediante la promessa» (Gal 3,17-18). La promessa era prima della Legge e la promessa ad Abramo, poi è venuta la legge 430 anni dopo. La parola “promessa” è molto importante: il popolo di Dio, noi cristiani, camminiamo nella vita guardando una promessa; la promessa è proprio ciò che ci attira, ci attira per andare avanti all’incontro con il Signore.
    Paolo VI, udienza generale 3 maggio 1978
    L’uomo è come Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe, ch’egli definisce, nella Bibbia, il figlio che cresce, il rampollo che sale (Gen. 49, 22). Il senso positivo di questa tendenza a desiderare, a crescere, ad avere, è che ciò sia secondo giustizia, cioè secondo un disegno divino inscritto nella natura ideale dell’uomo, quale Dio creatore ha implicitamente inserito nella concezione tipica, cioè buona dell’uomo stesso: rintracciare questo disegno in via di perfezione segna la linea di sviluppo, cioè la fame e la sete di giustizia assegnata da Dio alla sorte dell’uomo: è la «giustizia» implicita che l’uomo deve desiderare e portare ad un esplicito compimento; è la promessa evangelica che sta al termine di questa beatitudine.
    Giovanni Paolo I, cappella papale per la presa di possesso della Cathedra Romana 23 settembre 1978
    I sacerdoti, i religiosi e le religiose, hanno una posizione particolare, legati come sono o dal voto o dalla promessa di obbedienza. Io ricordo come uno dei punti solenni della mia esistenza il momento in cui, messe le mie mani in quelle del vescovo, ho detto: « Prometto ». Da allora mi sono sentito impegnato per tutta la vita e mai ho pensato che si fosse trattato di cerimonia senza importanza. Spero che i sacerdoti di Roma pensino altrettanto. Ad essi ed ai religiosi S. Francesco di Sales ricorderebbe l'esempio di S. Giovanni Battista, che visse nella solitudine, lontano dal Signore, pur desiderando tanto di essergli vicino. Perché? Per obbedienza; « sapeva - scrive il santo - che trovare il Signore all'infuori dell'obbedienza significava perderlo».
    Benedetto XVI, solennità dell’Epifania del Signore 6 gennaio 2012
    Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore inquieto che non si accontenta delle cose abituali di questo mondo, ma segue l’inquietudine del cuore che lo spinge ad avvicinarsi interiormente sempre di più a Dio, a cercare il suo Volto, a conoscerLo sempre di più, per poterLo amare sempre di più. Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore vigilante che percepisce il linguaggio sommesso di Dio e sa discernere il vero dall’apparente. Anche il Vescovo deve essere ricolmo del coraggio dell’umiltà, che non si interroga su che cosa dica di lui l’opinione dominante, bensì trae il suo criterio di misura dalla verità di Dio e per essa s’impegna: “opportune – importune”. Deve essere capace di precedere e di indicare la strada. Deve precedere seguendo Colui che ha preceduto tutti noi, perché è il vero Pastore, la vera stella della promessa: Gesù Cristo.
    9 min
  • Ep. 283 - Papale papale - "Umanità"
    Benedetto XVI, cappella papale nella solennità dell’Epifania del Signore 6 gennaio 2008
    C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza  può essere solo Dio … non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” (Enc. Spe salvi n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità.
    Giovanni Paolo II, visita alla parrocchia romana di San Vincenzo Pallotti 18 febbraio 1996
    Sono un camminatore, o almeno lo ero. Oggi lo sono meno. Piuttosto sono uno che viaggia in aereo. La settimana scorsa, domenica scorsa, ho incontrato a Caracas molta gioventù del Venezuela. Ora vi porto un saluto da parte loro, e spero che anche voi siate in comunione con i giovani venezuelani. È un bel simbolo questo « Arcobaleno ». L'arcobaleno è un segno dell'alleanza fra Dio e l'umanità, e anche dell'alleanza fra l'umanità e le sue diverse componenti e fra i diversi Continenti.
    Giovanni XXIII, radiomessaggio 21 dicembre 1961
    Si ami dunque l'umiltà, e i fedeli stiano lontani da ogni arroganza. Ciascuno anteponga il fratello a se stesso, e nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri : affinché, quando in tutti abbondi l'affetto di benevolenza, in nessuno si trovi il veleno dell'inimicizia ».
    Buona deve essere poi l'umanità. Queste voci che ritornano dal fondo dei secoli ad ammaestrarci ancor oggi con modernità di accento, ricordano agli uomini il dovere che a tutti incombe di essere buoni : cioè giusti, retti, generosi, disinteressati, pronti a comprendere ed a scusare, disposti al perdono  e alla magnanimità. Come invito all'esercizio di tale dovere, torna opportuno il richiamo — che è stato avvio fiducioso di questo Nostro radiomessaggio — a volere la pace e ad elimi nare gli elementi, che la ostacolano.
    Francesco, Angelus 1 settembre 2013
    Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza  nella giustizia e nell’amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).
    Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.
    Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo 24 dicembre 1943
    Date presto alla umanità ansiosa una pace, che riabiliti il genere umano dinanzi a sé stesso e alla storia. Una pace, sopra la cui culla non guizzino i lampi vendicatori dell'odio, non gl'istinti di una sfrenata volontà di rappresaglia, ma risplenda l'aurora di un nuovo spirito di comunanza mondiale, sorto dal mondiale dolore. Uno spirito di comunanza che, sostenuto dalle indispensabili forze divine della fede cristiana, sarà solo in grado di preservare la umanità, dopo questa infelice guerra, dalla indicibile sciagura di una pace edificata su errati fondamenti, e quindi effimera ed ingannevole.
    Paolo VI, Regina Caeli 23 aprile 1972
    Ecco lo schema logico della salvezza, secondo San Paolo: Chi invocherà il nome del Signore sarà salvo. Come lo invocheranno se prima non hanno creduto? E come crederanno in Uno di cui non hanno sentito dir nulla? E come ne sentiranno parlare senza chi lo possa annunciare? E come vi sarà chi lo annunzi se questi non sia mandato? La fede nasce dall’aver ascoltato la parola di Cristo . . . (Cfr. Rom. 10, 14-17).
    L’umanità ha bisogno di Cristo. Cristo ha bisogno di apostoli.
    10 min
  • Ep. 282 - Papale papale - "Casa"
    Benedetto XVI, Angelus 2 settembre 2007
    Il mio invito è a recarci tutti insieme, con la mente e con il cuore, nel Santuario della Santa Casa, tra quei muri che secondo la tradizione vengono da Nazaret, il luogo dove la Vergine disse "sì" a Dio e concepì nel proprio grembo il Verbo eterno incarnato.
    ... Lasciamo pertanto per un momento l’"agorà", la piazza, ed entriamo idealmente nella Santa Casa. C’è un legame reciproco tra la piazza e la casa. La piazza è grande, è aperta, è il luogo dell’incontro con gli altri, del dialogo, del confronto; la casa invece è il luogo del raccoglimento e del silenzio interiore, dove la Parola può essere accolta in profondità. Per portare Dio nella piazza, bisogna averlo prima interiorizzato nella casa, come Maria nell’Annunciazione. E viceversa, la casa è aperta sulla piazza: lo suggerisce anche il fatto che la Santa Casa di Loreto ha tre pareti, non quattro: è una Casa aperta, aperta sul mondo, sulla vita.
    Pio XII, radiomessaggio durante la seconda guerra mondiale 24 dicembre 1943
    Le presenti miserie sono pure le vostre; la guerra distruggitrice visita e tormenta anche voi, i vostri corpi e le vostre anime, i vostri averi e i vostri beni, la vostra casa e il vostro focolare. La morte vi ha spezzato il cuore e inflitte ferite lente a rimarginarsi. Il pensiero a care tombe lontane rimaste forse sconosciute, l'ansietà per gli scomparsi o dispersi, il sospiro bramoso di riabbracciare i vostri amati prigionieri o deportati, vi mettono in una pena che accascia il vostro spirito, mentre un avvenire grave ed oscuro incombe su tutti, genitori e figli, giovani e vecchi. In ogni giorno, e più che mai in quest'ora, il Nostro cuore di Padre si sente con profondo e immutabile affetto presso a ciascuno di voi, diletti figli e figlie, doloranti e angustiati. Ma tutti i nostri sforzi non possono far cessare d'un tratto questa orrenda guerra. Non ridare la vita ai vostri cari morti. Non ricostruire il vostro focolare distrutto.
    Paolo VI, Angelus 2 marzo 1969
    La Parrocchia, lo sapete, è il focolare spirituale d’un quartiere, è la sua anima cristiana; la chiesa parrocchiale è la casa di Dio, per la preghiera che vi si celebra; è la casa del Popolo, per la gente che vi si raccoglie: è là che gli uomini diventano veramente eguali e fratelli, diventano fedeli di Cristo e tutti solidali nella carità; è là che tutti diventano discepoli del Vangelo, verità divina ed umana, che ci fa sapienti, ci fa onesti, ci fa buoni, ci fa salvi.
    Francesco, udienza generale 16 settembre 2020
    Il prendersi cura è una regola d’oro del nostro essere umani, e porta con sé salute e speranza (cfr Enc. Laudato si’ [LS], 70). Prendersi cura di chi è ammalato, di chi ha bisogno, di chi è lasciato da parte: questa è una ricchezza umana e anche cristiana. Tutte le forme di vita sono interconnesse (cfr ibid., 137-138), e la nostra salute dipende da quella degli ecosistemi che Dio ha creato e di cui ci ha incaricato di prenderci cura (cfr Gen 2,15). Abusarne, invece, è un peccato grave che danneggia, che fa male e che fa ammalare (cfr LS, 8; 66). Il migliore antidoto contro questo uso improprio della nostra casa comune è la contemplazione (cfr ibid., 85; 214). Ma come mai? Non c’è un vaccino per questo, per la cura della casa comune, per non lasciarla da parte? Qual è l’antidoto contro la malattia di non prendersi cura della casa comune? È la contemplazione.
    9 min
  • Ep. 281 - Papale papale - "Arca"
    Francesco, Solennità di Pentecoste 19 maggio 2013
    La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti. E questo avviene anche con Dio. Spesso lo seguiamo, lo accogliamo, ma fino ad un certo punto; ci è difficile abbandonarci a Lui con piena fiducia, lasciando che sia lo Spirito Santo l’anima, la guida della nostra vita, in tutte le scelte; abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità - Dio porta sempre novità -, trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui: Noè costruisce un’arca deriso da tutti e si salva.
    Giovanni Paolo II, visita alla parrocchia di Santa Prisca 21 febbraio 1988
    L’alleanza con il patriarca Noè è caratterizzata dal fatto che essa è stata stabilita dopo il diluvio. Questo era stato causato dai peccati commessi dagli uomini d’allora. L’alleanza era quindi un segno del perdono e della grazia da parte di Dio. “Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra” (Gen 9, 11).
    Dal Libro della Genesi si può dedurre che il diluvio biblico, che devastò la terra e tutto ciò che esisteva in essa, tranne gli esseri salvati nell’arca di Noè, fu il castigo per un altro diluvio, quello del peccato (cf. Gen 6), nel quale si resero ben presto evidenti gli effetti della corruzione provocata dal peccato originale nei cuori e nelle coscienze del genere umano.
    Benedetto XVI, Messa nella solennità della Beata Vergine Maria 15 agosto 2011
    “Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza” (Ap 11,19). Qual è il significato dell’arca? Che cosa appare? Per l’Antico Testamento, essa è il simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Ma ormai il simbolo ha ceduto il posto alla realtà. Così il Nuovo Testamento ci dice che la vera arca dell’alleanza è una persona viva e concreta: è la Vergine Maria. Dio non abita in un mobile, Dio abita in una persona, in un cuore: Maria, Colei che ha portato nel suo grembo il Figlio eterno di Dio fatto uomo, Gesù nostro Signore e Salvatore. Nell’arca – come sappiamo – erano conservate le due tavole della legge di Mosè, che manifestavano la volontà di Dio di mantenere l’alleanza con il suo popolo, indicandone le condizioni per essere fedeli al patto di Dio, per conformarsi alla volontà di Dio e così anche alla nostra verità profonda. Maria è l’arca dell’alleanza, perché ha accolto in sé Gesù; ha accolto in sé la Parola vivente, tutto il contenuto della volontà di Dio, della verità di Dio.
    Pio XII, radiomessaggio 24 dicembre 1943
    Cristo solo può allontanare i funesti spiriti dell'errore e del peccato, che hanno aggiogato l'umanità ad una tirannica e avvilente schiavitù, asservendola ad un pensiero e ad un volere, dominati e mossi dall'insaziabile bramosia di beni senza limiti.
    Cristo solo, che ci ha tolti al triste servaggio della colpa, può insegnare a spianare la via verso una libertà nobile e disciplinata, appoggiata e sostenuta su di una vera rettitudine e consapevolezza morale.
    Cristo solo, « sulle cui spalle riposa il dominio » (cfr. Is. 9, 6), con la sua soccorritrice onnipotenza può sollevare e trarre il genere umano dalle angustie senza nome, che lo tormentano nel corso di questa vita, e avviarlo alla felicità.
    9 min
  • Ep. 280 - Papale papale - "Agnello"
    Giovanni XXIII, radiomessaggio Urbi et Orbi 22 aprile 1962
    O Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi ».
    Questa implorazione che è riconoscimento delle nostre miserie individuali e personali, delle miserie del mondo intero, si è oggi risoluta, nella liturgia, con la finale domanda della pace: Agnus Dei qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem!
    Oh pace, pace di Natale e di Pasqua!, sospiro di tutti i secoli e di tutte le nazioni; sospiro di questa epoca nostra di incertezze, di paure e di reciproche minacce!
    Voi comprendete, diletti figli, come le sollecitudini pastorali del l'umile successore di San Pietro si estendano in soave espressione di paternità su quanti credono nel Cristo e nel Vangelo suo, ed egualmente su quanti altri — pur ignorando l'opera della redenzione — appartengono a Cristo e inconsapevoli anelano a lui. 
    Paolo VI, discorso durante la Via Crucis 27 marzo 1970
    Quando incontriamo un bambino che soffre, quando osserviamo qualcuno che alla sofferenza fisica o morale aggiunge lo strazio d’una domanda cieca, che sembra rimanere senza risposta: perché? perché questo disordine, perché questo inesplicabile oltraggio al diritto fondamentale dell’esistenza, vivere bene, quando senza apparente ragione infierisce l’esperienza del male? Mistero, sì, mistero è per noi il dolore innocente; ma l’incontro che facciamo di questo mistero nel divino Crocifisso, in Lui, il supremo, il vero innocente (Cfr. Luc. 23, 41) arresta almeno la bestemmia che verrebbe alle nostre labbra. Anche Gesù era innocente, era un agnello, era l’agnello di Dio, che umile, debole s’è lasciato condurre al macello (Is. 53, 7).
    Benedetto XVI, Angelus 22 luglio 2012
    Il maligno semina guerra; Dio crea pace. Anzi, come afferma san Paolo, Cristo «è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14). Per compiere questa opera di riconciliazione radicale Gesù, il Pastore Buono, ha dovuto diventare Agnello, «l’Agnello di Dio … che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Solo così ha potuto realizzare la stupenda promessa del Salmo: «Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / abiterò ancora nella casa del Signore / per lunghi giorni» (22/23,6). Cari amici, queste parole ci fanno vibrare il cuore, perché esprimono il nostro desiderio più profondo, dicono ciò per cui siamo fatti: la vita, la vita eterna!
    Francesco, visita pastorale alla parrocchia romana Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio 19 gennaio 2014
    Gesù è chiamato l’Agnello: è l’Agnello che toglie il peccato del mondo. Uno può pensare: ma come, un agnello, tanto debole, un agnellino debole, come può togliere tanti peccati, tante cattiverie? Con l’Amore. Con la sua mitezza. Gesù non ha mai smesso di essere agnello: mite, buono, pieno d’amore, vicino ai piccoli, vicino ai poveri. Era lì, fra la gente, guariva tutti, insegnava, pregava. Tanto debole Gesù, come un agnello. Ma ha avuto la forza di portare su di sé tutti i nostri peccati, tutti. “Ma, Padre, Lei non sa la mia vita: io ne ho uno che…, non posso portarlo nemmeno con un camion…”. Tante volte, quando guardiamo la nostra coscienza, ne troviamo alcuni che sono grossi! Ma Lui li porta. Lui è venuto per questo: per perdonare, per fare la pace nel mondo, ma prima nel cuore. Forse ognuno di noi ha un tormento nel cuore, forse ha un buio nel cuore, forse si sente un po’ triste per una colpa… Lui è venuto a togliere tutto questo, Lui ci dà la pace, Lui perdona tutto. “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato”: toglie il peccato con la radice e tutto!
    10 min

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