Papale papale

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Papale papale episodes

  • Ep. 309 - Papale papale - "Egoismo"
    Paolo VI, Angelus 5 agosto 1973
    Niente fatuità, niente egoismo: il pensiero della povera gente, ed ancora essa è moltitudine, non deve essere cancellato dai nostri spiriti; guardiamo nella stampa la documentazione dei paesi ove si muore di sete e di miseria totale, ai paesi dove guerre e guerriglie infieriscono ancora, a quelli del famoso terzo mondo, che non trova forze in se stesso per sollevarsi a livello umano e moderno; e ci sia, se mai, pungente in fondo al cuore la dissipazione inutile e provocatrice del nostro denaro superfluo, che senza troppo sacrificio può essere destinato alla consolazione dell’altrui miseria. 
    Pio XII, radiomessaggio 24 dicembre 1944
    La dignità dell'uomo è la dignità dell'immagine di Dio, la dignità, dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell'autorità politica la dignità della sua partecipazione all'autorità di Dio.
    Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno di ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascura, scuote nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente, se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l'ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l'egoismo del dominio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico.
    Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione del Natale 21 dicembre 1961
    Ed è ben per questo che la supplicazione di pace, che si leva quest'anno dalla culla di Betlem, vuol essere invocazione di bontà, apprezzamento di vera fraternità, proposito di sincera cooperazione, che rifugga da ogni intrigo, e da quegli elementi dissolvitori, che Noi — lo ripetiamo — chiamiamo per nome senza velo alcuno: orgoglio, ingordigia, insensibilità, egoismo.
    L'invito vuol essere tanto più pressante, quanto più la reciproca diffidenza è causa di crescente malessere. Pensate; anche semplicemente lo stato di trepidazione, in cui le anime restano prese, seguendo gli sforzi di ostentata violenza e di inimicizia fomentata, dà origine al generale raffreddamento, e lo estende sempre di più. In tale condizione è naturale pensare alla solenne e grave parola del Cristo: come profezia e come minaccia. Refrigescet rigescet caritas multorum: « per il sovrabbondare dell'iniquità, si raffredderà la carità di molti ». L'uomo non è più all'uomo fratello buono, misericordioso e amabile; ma è diventato un estraneo, calcolatore, sospettoso, egoista.
    Giovanni Paolo II, discorso ai detenuti del carcere di Reggio Calabria 7 ottobre 1984
    È vero che viviamo momenti difficili, dove l’odio impera, la vendetta non si fa attendere, l’inimicizia tra le famiglie si perpetua, l’egoismo ha profonde radici: ma l’amore deve trionfare, la croce di Cristo deve elevarsi a segno di un’umanità nuova, premessa di quella “civiltà dell’amore” tanto agognata dal mio venerato predecessore Paolo VI.
    Se tutti guardiamo a Gesù che è morto e risorto perché tutti potessimo vivere, che senso ha l’odio tra fratelli? A voi, come vostro amico, affido questo messaggio dal luogo di espiazione e di dolore: fate esperienza di fraternità, di perdono, di amore!
    Francesco, Angelus 21 agosto 2022
    Fratelli e sorelle, noi da che parte vogliamo stare? Preferiamo la strada facile del pensare solo a noi stessi o scegliamo la porta stretta del Vangelo, che mette in crisi i nostri egoismi ma ci rende capaci di accogliere la vita vera che viene da Dio e ci fa felici? Da che parte stiamo? La Madonna, che ha seguito Gesù fino alla croce, ci aiuti a misurare la nostra vita su di Lui, per entrare nella vita piena ed eterna.
    10 min
  • Ep. 308 - Papale papale - "Servizio"
    Francesco, Angelus 19 settembre 2021
    Oggi la parola “servizio” appare un po’ sbiadita, logorata dall’uso. Ma nel Vangelo ha un significato preciso e concreto. Servire non è un’espressione di cortesia: è fare come Gesù, il quale, riassumendo in poche parole la sua vita, ha detto di essere venuto «non per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Così ha detto il Signore. Dunque, se vogliamo seguire Gesù, dobbiamo percorrere la via che Lui stesso ha tracciato, la via del servizio. La nostra fedeltà al Signore dipende dalla nostra disponibilità a servire. E questo, lo sappiamo, costa, perché “sa di croce”. Ma, mentre crescono la cura e la disponibilità verso gli altri, diventiamo più liberi dentro, più simili a Gesù. Più serviamo, più avvertiamo la presenza di Dio. Soprattutto quando serviamo chi non ha da restituirci, i poveri, abbracciandone le difficoltà e i bisogni con la tenera compassione: e lì scopriamo di essere a nostra volta amati e abbracciati da Dio.
    Paolo VI, Angelus 13 maggio 1973
    Cristo chiama, Cristo ha bisogno (non per sua impotenza, ma per un suo stupendo disegno comunicativo), ha bisogno di qualcuno che lo segua, che lo aiuti, che lo rappresenti, che distribuisca la sua parola e la sua grazia, che con Lui riviva per il nostro mondo, il mistero della sua redenzione; . . . chi vuol venire? chi viene? Voce nel deserto la nostra? chi ascolta oggi questa nostra parola? (Cfr. Io. 12, 38) Tutti sono tentati di sottrarsi all’invito importuno ed eccezionale. Ma no. Innanzitutto ricordiamo, come il Concilio ha ben ammonito, che ciascuno di noi deve concepire la propria vita come una certa vocazione al regno di Dio, al servizio dei fratelli, al dono di sé, al dovere di un trascendente amore
    Giovanni Paolo I, discorso al clero 7 settembre 1978
    I sacerdoti, in un certo grado, sono tutti guide e pastori, ma hanno poi tutti la giusta idea di quello che comporta veramente essere pastore di una Chiesa particolare, ossia Vescovo? Gesù, pastore supremo, di sé, da una parte, ha detto: « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra »(3), dall'altra ha soggiunto: « Son venuto per servire »(4) ed ha lavato i piedi ai suoi Apostoli. In lui andavano dunque insieme potere e servizio. Qualcosa di simile va detto degli Apostoli e dei Vescovi. « Praesumus - diceva Agostino - si prosumus »(5); noi Vescovi presiediamo, se serviamo: è giusta la nostra presidenza se si risolve in servizio o si svolge a scopo di servizio, con spirito e stile di servizio. Questo servizio episcopale, però, verrebbe a mancare, se il Vescovo non volesse esercitare i poteri ricevuti. Diceva ancora Agostino: « il Vescovo, che non serve il pubblico (predicando, guidando), è soltanto foeneus custos, uno spaventapasseri messo nei vigneti, perché gli uccelli non becchino le uve». Per questo è scritto nella « Lumen Gentium »: « I Vescovi governano... con il consiglio, la persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà.
    Benedetto XVI, Regina Caeli 29 aprile 2007
    Il Concilio Ecumenico Vaticano II, per presentare il mistero della Chiesa nel nostro tempo, ha privilegiato la categoria della "comunione". In questa prospettiva assume grande rilievo la ricca varietà di doni e di ministeri nel Popolo di Dio. Tutti i battezzati sono chiamati a contribuire all'opera della salvezza. Nella Chiesa ci sono però alcune vocazioni specialmente dedicate al servizio della comunione. Primo responsabile della comunione cattolica è il Papa, Successore di Pietro e Vescovo di Roma; con lui custodi e maestri di unità sono i Vescovi, successori degli Apostoli, coadiuvati dai presbiteri. Ma al servizio della comunione sono anche le persone consacrate e tutti i fedeli. 
    10 min
  • Ep. 306 - Papale papale - "Catene"
    Pio XII, radiomessaggio ai popoli durante la seconda guerra mondiale 24 dicembre 1943
    « Tutti erano avvinti da una stessa catena di tenebre » (Sap. 17, 17).
    Ma in mezzo a questa notte tenebrosa risplende al fedele la luce dell'astro di Betlemme, che gli addita e illumina il cammino verso Colui, dalla cui pienezza di grazia e di verità noi tutti abbiamo ricevuto (Io. 1, 16); il cammino verso il Redentore, fattosi in questo mondo con la sua venuta essenzialmente Principe di pace, e pace nostra : « Ipse enim est pax nostra » (Eph. 2, 14).
    Cristo solo può allontanare i funesti spiriti dell'errore e del peccato, che hanno aggiogato l'umanità ad una tirannica e avvilente schiavitù, asservendola ad un pensiero e ad un volere, dominati e mossi dall'insaziabile bramosia di beni senza limiti.
    Benedetto XVI, incontro con i parroci, 23 febbraio 2012
    Il brano della Lettera di san Paolo agli Efesini è uno dei grandi testi ecclesiali del Nuovo Testamento. Comincia con l’autopresentazione dell’autore: «Io Paolo, prigioniero a motivo del Signore» (v. 1)...  Paolo, come un criminale, è in catene, incatenato per Cristo... (...) L’amore è sofferenza, è un darsi, è un perdersi, e proprio in questo modo è fecondo. Ma così, nell’elemento esteriore delle catene, della libertà non più presente, appare e traspare anche un altro aspetto: la vera catena che lega Paolo a Cristo è la catena dell’amore. «Incatenato per amore»: un amore che dà libertà, un amore che lo fa capace di rendere presente il Messaggio di Cristo e Cristo stesso. E questo dovrebbe essere, anche per noi tutti, l’ultima catena che ci libera, collegati con la catena dell’amore a Cristo.
    Giovanni Paolo II, discorso ai giovani di Reggio Calabria 7 ottobre 1984
    Conosco le vostre preoccupazioni per il presente e le inquietudini per il futuro, conosco i problemi della vostra terra, che sono tanti e da lungo tempo irrisolti. C’è nel fondo di ogni condizione umana e di ogni problema una persistente domanda, la più esistenziale delle domande che attiene alla vita stessa dell’uomo: che senso ha la vita che viviamo, vale la pena impegnarsi per questa vita, è possibile sperare?
    Sì, cari giovani, la risposta a queste domande la troviamo in quell’annuncio, in quella buona notizia, che, quasi duemila anni fa, Paolo di Tarso, anche se con le catene ai piedi, portò ai vostri avi, approdando in questa terra. La risposta antica e sempre nuova ai dubbi e alle angosce dell’uomo moderno è una sola: Gesù Cristo.
    Francesco, Angelus 28 gennaio 2024
    E noi dobbiamo stare attenti alle “catene” che ci soffocano la libertà. Perché il diavolo ti toglie la libertà, sempre. Proviamo allora a dare dei nomi ad alcune di queste catene che possono stringerci il cuore. Penso alle dipendenze, che rendono schiavi, sempre insoddisfatti, e divorano energie, beni e affetti; penso alle mode dominanti, che spingono a perfezionismi impossibili, al consumismo e all’edonismo, che mercificano le persone e ne guastano le relazioni. E altre catene: ci sono le tentazioni e i condizionamenti che minano l’autostima, la serenità e la capacità di scegliere e di amare la vita; un’altra catena: la paura, che fa guardare al futuro con pessimismo, e l’insofferenza, che getta la colpa sempre sugli altri; e poi c’è la catena molto brutta: l’idolatria del potere, che genera conflitti e ricorre ad armi che uccidono o si serve dell’ingiustizia economica e della manipolazione del pensiero. Tante catene ci sono nella nostra vita.
    E Gesù è venuto a liberarci da tutte queste catene.
    9 min
  • Ep. 307 - Papale papale - "Chiavi"
    Benedetto XVI, cappella papale nella solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo 29 giugno 2012
    Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio.
    Pio XII, radiomessaggio al mondo intero 24 dicembre 1943
    In ogni giorno, e più che mai in quest'ora, il Nostro cuore di Padre si sente con profondo e immutabile affetto presso a ciascuno di voi, diletti figli e figlie, doloranti e angustiati. Ma tutti i nostri sforzi non possono far cessare d'un tratto questa orrenda guerra. Non ridare la vita ai vostri cari morti. Non ricostruire il vostro focolare distrutto. Non liberarvi pienamente dalle vostre ansietà. Molto meno è in Nostro potere di manifestarvi il futuro, le cui chiavi sono nelle mani di Dio, che governa il processo degli eventi e ne ha segnato il termine pacifico.
    Giovanni XXIII, discorso al Sacro Collegio 22 febbraio 1962
    Super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam ...: et tibi dabo claves regni caelorum.
    Che cosa significano queste chiavi, affidate personalmente a Simone di Giovanni, a Pietro, se non l'indicazione del governo universale della Chiesa affidato a lui? Da Gerusalemme ad Antiochia, e da questa città al centro dell'impero di Roma, sotto il soffio dello Spirito Santo, il cammino dell'Apostolo è aperto ormai verso il mondo : a lui il Signore ha affidato le pecore e gli agnelli : Pasce agnos, pasce oves. Egli è dunque principe e pastore universale, che guida il gregge nel nome stesso di Cristo.
    Francesco, udienza generale 20 novembre 2013
    Gesù dà agli Apostoli il potere di perdonare i peccati. È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere. La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono. Dio perdona ogni uomo nella sua sovrana misericordia, ma Lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità. Attraverso il ministero apostolico la misericordia di Dio mi raggiunge, le mie colpe sono perdonate e mi è donata la gioia. In questo modo Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria. E questo è molto bello. La Chiesa, che è santa e insieme bisognosa di penitenza, accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita. La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino.
    9 min
  • Ep. 305 - Papale papale - "Ricerca"
    Paolo VI, Angelus 6 gennaio 1968
    Siamo noi dei cercatori di Dio? perché Dio, per rivelarsi nella luce che deve guidare la nostra vita e deve condurci a salvezza, deve essere cercato La grande aberrazione dello spirito moderno è proprio questa: l’uomo non cerca più Dio, e crede spenta la scienza e spenta la fede, che fanno risplendere, nel timore e nell’amore, Dio sul cammino della nostra vita; e ciò ha conseguenze pratiche molto gravi in ogni campo dell’attività umana.
    Mentre invece, Figli carissimi, la ricerca di Dio in Cristo è la bussola della vita; ed è ricerca che può essere svolta su ogni sentiero dell’esperienza umana: quello della coscienza, quello del pensiero, quello dell’azione, quello della storia, quello della politica, quello del lavoro, quello del dolore, quello dell’amore, quello del progresso. Cristo è al crocicchio di tutte le vie umane per chi lo sa cercare e trovare. 
    Francesco, discorso ai membri del Pontificio Comitato di Scienze storiche 20 aprile 2024
    Mi piace pensare al rapporto tra la Chiesa e gli storici nei termini di prossimità. C’è infatti una relazione vitale tra la Chiesa e la storia. Su tale aspetto San Paolo VI ha sviluppato un’intensa riflessione, ravvisando il punto di incontro privilegiato tra la Chiesa e gli storici nella comune ricerca della verità e nel comune servizio alla verità. Ricerca e servizio. Ecco le parole che rivolse agli storici, nel 1967: «Può essere qui che si trovi il principale punto di incontro tra voi e noi […], tra la verità religiosa della quale la Chiesa è depositaria e la verità storica, della quale voi siete i buoni e devoti servitori: tutto l’edificio del cristianesimo, della sua dottrina, della sua morale e del suo culto, tutto riposa in definitiva sulla testimonianza. Gli Apostoli di Cristo hanno testimoniato ciò che hanno visto e ascoltato. […] Ciò lascia comprendere quanto un organismo di natura spirituale e religiosa come la Chiesa cattolica sia interessato alla ricerca e all’affermazione della verità storica.
    Giovanni Paolo II, discorso ai rappresentanti delle scuole cattoliche italiane 28 gennaio 1984
    Tommaso seppe fare della scuola il tramite dell’incontro di Cristo con l’uomo alla ricerca della verità e della salvezza. San Tommaso, insieme con sant’Agostino, riteneva che la più grande opera di misericordia fosse quella di condurre il fratello dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della verità, nella quale sta il fondamento della dignità e della libertà dell’uomo.
    Ma dove trovava san Tommaso la fonte di questa sintesi tra fede e cultura, tra impegno ecclesiale e servizio della società? La trovava nella profonda unità che egli seppe creare, nel suo spirito, tra attività di studio e ricerca della santità. 
    Benedetto XVI, udienza generale 16 gennaio 2013
    In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della “ricerca del volto di Dio”, il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è, tanto che il termine ebraico pānîm, che significa “volto”, vi ricorre ben 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio. Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini, l'Antico Testamento sembra escludere totalmente il “vedere” dal culto e dalla pietà. Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine? La domanda è importante: da una parte si vuole dire che Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un'immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio; dall’altra parte, però, si afferma che Dio ha un volto, cioè è un «Tu» che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità. Dio è certamente sopra ogni cosa, ma si rivolge a noi, ci ascolta, ci vede, parla, stringe alleanza, è capace di amare.
    9 min
  • Ep. 304 - Papale papale - "Dialogo"
    Paolo VI, Angelus 10 novembre 1974
    È bello il mondo? ringraziamo Iddio. È feconda la natura? ringraziamo Iddio. Non è il lavoro, ci si può chiedere, non è la scienza, non è l’arte e la tecnica, che dominano le cose, meritevoli della nostra riconoscenza? Non è allora l’uomo il nostro benefattore? Sì, ma l’uomo, dobbiamo rispondere, non fa che scoprire leggi, forze e ricchezze della natura; egli non crea, studia ed impiega cose ed energie, che non sono state create da lui; l’opera sua, anche la più materiale, come la più intelligente, è, in fondo, una mediazione, un dialogo con Dio creatore...
    Giovanni Paolo I, discorso al clero rimano 7 settembre 1978
    Mi è toccato, una volta, di vedere alla stazione di Milano un facchino, che, appoggiata la testa ad un sacco di carbone addossato a un pilastro, dormiva beatamente... I treni partivano fischiando e arrivavano cigolando con le ruote; gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti; la gente andava e veniva con brusio e rumore, ma lui - continuando a dormire - pareva dicesse: « Fate quel che vi pare, ma io ho bisogno di star quieto ». Qualcosa di simile dovremmo fare noi sacerdoti: attorno a noi c'è continuo movimento e parlare di persone, di giornali, di radio e televisione. Con misura e disciplina sacerdotale dobbiamo dire: « Oltre certi limiti, per me, che sono sacerdote del Signore, voi non esistete; io devo prendermi un po' di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio ».
    E sentire il loro sacerdote abitualmente unito a Dio è, oggi, il desiderio di molti buoni fedeli. Essi ragionano come l'avvocato di Lione, reduce da una visita al Curato d'Ars. « Cosa avete visto ad Ars? » gli fu chiesto. Risposta: « Ho visto Dio in un uomo ». Analoghi i ragionamenti di S. Gregorio Magno. Egli auspica che il pastore d'anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio.
    Benedetto XVI, discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani 17 novembre 2006
    Ciò che, comunque, va innanzitutto promosso, è l’ecumenismo dell’amore, che discende direttamente dal comandamento nuovo lasciato da Gesù ai suoi discepoli. L’amore accompagnato da gesti coerenti  crea fiducia, fa aprire i cuori e gli occhi. Il dialogo della carità per sua natura promuove e illumina il dialogo della verità: è infatti nella piena verità che si avrà l’incontro definitivo a cui conduce lo Spirito di Cristo.
    Francesco, Angelus 28 gennaio 2024
    Tante catene ci sono nella nostra vita. E Gesù è venuto a liberarci da tutte queste catene. E oggi, alla sfida del diavolo che gli grida: «Che vuoi […]? Sei venuto a rovinarci?» (v. 24), risponde: «Taci! Esci da lui!» (v. 25). Gesù ha il potere di cacciare via il diavolo. Gesù libera dal potere del male, e stiamo attenti: caccia via il diavolo ma non dialoga con lui! Mai Gesù ha dialogato con il diavolo; e quando è stato tentato nel deserto, le sue risposte erano parole della Bibbia, mai un dialogo. Fratelli e sorelle, con il diavolo non si dialoga! State attenti: con il diavolo non si dialoga, perché se tu ti metti a dialogare con lui, vince lui, sempre.
    Giovanni Paolo II, Giornata mondiale della Gioventù, veglia di preghiera a Tor Vergata 19 agosto 2000
    Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.
    10 min
  • Ep. 303 - Papale papale - "Riconciliazione"
    Francesco, celebrazione della Riconciliazione 17 marzo 2023
    Fratelli e sorelle, facciamo oggi un esame di coscienza, ognuno di noi, perché il fariseo e il pubblicano abitano entrambi dentro di noi. Non nascondiamoci dietro l’ipocrisia delle apparenze, ma affidiamo con fiducia alla misericordia del Signore le nostre opacità, i nostri errori. Pensiamo ai nostri errori, alle nostre miserie, anche a quelle che per vergogna non siamo capaci di condividere, e sta bene, ma con Dio si devono mostrare. Quando ci confessiamo, ci mettiamo in fondo, come il pubblicano, per riconoscere anche noi la distanza che ci separa tra ciò che Dio ha sognato per la nostra vita e ciò che realmente siamo ogni giorno: dei poveracci. E, in quel momento, il Signore si fa vicino, accorcia le distanze e ci rimette in piedi; in quel momento, mentre ci riconosciamo spogli, Lui ci riveste con l’abito della festa. E questo è, e dev’essere, il sacramento della Riconciliazione: un incontro di festa, che guarisce il cuore e lascia la pace dentro; non un tribunale umano di cui aver paura, ma un abbraccio divino da cui essere consolati.
    Giovanni Paolo II, discorso a sacerdoti, religiosi e religiose 26 febbraio 1984
    Consentitemi dunque, cari fratelli, di invitarvi ad avvalorare sempre più il sacramento della Riconciliazione. In questo non fate che seguire le indicazioni tanto opportune del recente Sinodo dei vescovi. Del sacramento della Penitenza voi siete, in maniera singolare, beneficiari e ministri. Chi non vede che il sacerdote, costituito da Dio ministro della riconciliazione di Cristo, è chiamato a sperimentare per primo in se stesso il dono della riconciliazione, rendendolo operante nella propria vita? Siamo persuasi che non è possibile proporre agli altri il messaggio della riconciliazione se non siamo capaci di viverne la potenza salvatrice in noi stessi.
    Pio XII, discorso in occasione della festa di Sant’Eugenio 2 giugno 1945
    Le condizioni politiche e sociali Ci mettono sul labbro queste parole ammonitrici. Purtroppo abbiamo dovuto deplorare in più di una regione uccisioni di sacerdoti, deportazioni di civili, eccidi di cittadini senza processo o per vendetta privata; né meno tristi sono le notizie che Ci sono pervenute dalla Slovenia e dalla Croazia.
    Ma non vogliamo perderci di animo. I discorsi pronunziati da uomini competenti e responsabili nel corso di queste ultime settimane lasciano comprendere che essi hanno in vista la vittoria del diritto, non solo come scopo politico, ma anche più come dovere morale.
    Perciò Noi rivolgiamo di gran cuore ai Nostri figli e alle Nostre figlie dell’intero universo un caldo invito alla preghiera: che esso pervenga all’orecchio di quanti riconoscono in Dio il Padre amantissimo di tutti gli uomini creati a sua immagine e somiglianza, di quanti sanno che nel petto di Cristo pulsa un Cuore divino ricco di misericordia, sorgente profonda ed inesauribile di ogni bene e di ogni amore, di ogni pace e di ogni riconciliazione.
    Perciò Noi rivolgiamo di gran cuore ai Nostri figli e alle Nostre figlie dell’intero universo un caldo invito alla preghiera: che esso pervenga all’orecchio di quanti riconoscono in Dio il Padre amantissimo di tutti gli uomini creati a sua immagine e somiglianza, di quanti sanno che nel petto di Cristo pulsa un Cuore divino ricco di misericordia, sorgente profonda ed inesauribile di ogni bene e di ogni amore, di ogni pace e di ogni riconciliazione.
    Paolo VI, Angelus 18 giugno 1967
    Anche oggi il panorama del mondo è davanti a noi. Non può essere altrimenti. Gli uomini, nelle cui mani sono le sorti dei popoli e della convivenza internazionale, s’incontrano, discutono; e ancora la parola «pace» sembra essere al centro dei loro pensieri. Oh, com’è diventata ambigua e fragile e difficile questa sacra parola, che deve pur definire rapporti umani e civili fra le Nazioni. Noi dobbiamo ancora tenerla nel cuore e proclamarla questa parola, auspicando che propositi veri di riconciliazione, di perdono, di bontà siano gli unici a darle senso e consistenza. Sì, bontà; bontà non debole, ma grande; non disgiunta dalla giustizia, ma così sapiente e paziente, da poterla instaurare.
    10 min
  • Ep. 302 - Papale papale - "Giustificazione"
    Francesco, udienza generale 29 settembre 2021
    Cos’è, la giustificazione? Noi, da peccatori, siamo diventati giusti. Chi ci ha fatto giusti? Questo processo di cambiamento è la giustificazione. Noi, davanti a Dio, siamo giusti. È vero, abbiamo i nostri peccati personali, ma alla base siamo giusti. Questa è la giustificazione. Si è tanto discusso su questo argomento, per trovare l’interpretazione più coerente con il pensiero dell’Apostolo e, come spesso accade, si è giunti anche a contrapporre le posizioni. Nella Lettera ai Galati, come pure in quella ai Romani, Paolo insiste sul fatto che la giustificazione viene dalla fede in Cristo. “Ma, io sono giusto perché compio tutti i comandamenti!”. Sì, ma da lì non ti viene la giustificazione, ti viene prima: qualcuno ti ha giustificato, qualcuno ti ha fatto giusto davanti a Dio. “Sì, ma sono peccatore!”. Sì sei giusto, ma peccatore, ma alla base sei giusto. Chi ti ha fatto giusto? Gesù Cristo. Questa è la giustificazione.
    Benedetto XVI, udienza generale 19 novembre 2008
    Vogliamo ora soffermarci su un tema che sta al centro delle controversie del secolo della Riforma: la questione della giustificazione. Come diventa giusto l’uomo agli occhi di Dio? Quando Paolo incontrò il Risorto sulla strada di Damasco era un uomo realizzato: irreprensibile quanto alla giustizia derivante dalla Legge (cfr Fil 3,6), superava molti suoi coetanei nell’osservanza delle prescrizioni mosaiche ed era zelante nel sostenere le tradizioni dei padri (cfr Gal 1,14). L’illuminazione di Damasco gli cambiò radicalmente l'esistenza: cominciò a considerare tutti i meriti, acquisiti in una carriera religiosa integerrima, come “spazzatura” di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (cfr Fil 3,8). La Lettera ai Filippesi ci offre una toccante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia fondata sulla Legge e acquisita con l'osservanza delle opere prescritte, ad una giustizia basata sulla fede in Cristo: egli aveva compreso che quanto fino ad allora gli era parso un guadagno in realtà di fronte a Dio era una perdita e aveva deciso perciò di scommettere tutta la sua esistenza su Gesù Cristo (cfr Fil 3,7).
    Giovanni Paolo II, udienza generale 7 gennaio 1981
    La contrapposizione "corpo-Spirito", vita "secondo la carne", vita "secondo lo Spirito", permea profondamente tutta la dottrina paolina sulla giustificazione. L’Apostolo delle Genti, con eccezionale forza di convinzione, proclama che la giustificazione dell’uomo si compie in Cristo e per Cristo. L’uomo consegue la giustificazione nella "fede che opera per mezzo della carità" (Gal 5,6), e non solo mediante l’osservanza delle singole prescrizioni della Legge anticotestamentaria (in particolare, della circoncisione). La giustificazione viene quindi "dallo Spirito" (di Dio) e non "dalla carne". Egli esorta, perciò, i destinatari della sua lettera a liberarsi dalla erronea concezione "carnale" della giustificazione, per seguire quella vera, cioè, quella "spirituale", in questo senso li esorta a ritenersi liberi dalla Legge, e ancor più ad esser liberi della libertà, per la quale Cristo "ci ha liberati".
    Paolo VI, udienza generale 17 aprile 1974
    La nostra vita spirituale e morale dovrebbe modellarsi misticamente e moralmente con quella di Cristo: con Lui dobbiamo essere in certo modo crocifissi (Cfr. Rom. 6, 6; Gal. 2, 20); con Lui morti (2 Tim. 2, 11); con Lui con sepolti (Col. 2, 12), per rivestirci di Cristo (Gal. 3, 27), ed essere poi con Lui viventi e conrisuscitati (Eph. 2, 5; Col. 2, 13), e coeritieri e conglorificati (Rom. 8, 17). Fissiamo ora il nostro pensiero sul punto focale di questa dottrina fondamentale per ogni cristiano, e cioè sul contatto, sull’unione, sulla comunione di vita che il battesimo, per virtù della passione, della morte e della risurrezione di Cristo, opera in noi. È il mistero della giustificazione e della santificazione ideato dall’amore di Dio per la nostra salvezza.
    9 min
  • Ep. 301 - Papale papale - "Cimitero"
    Paolo VI, Angelus 4 novembre 1973
    L'altro ieri, giorno dei morti, abbiamo fatto una breve visita ai defunti romani di Campo Verano, avendo presenti nel cuore i cimiteri, dove dormono i nostri cari «che ci hanno preceduti nel segno della fede e dormono nel sonno della pace», cioè in quello della morte cristiana; e abbiamo fatto quella visita pensando anche a tutti i cimiteri, dei quali è cosparsa la terra. E che cosa è questa madre terra, se non un immenso campo che raccoglie nel suo disfacimento l’umanità corporea e mortale come suo estremo rifugio? Tristezza: pensavamo anche noi alle persone conosciute ed amate, e perdute alla nostra conversazione. Silenzio. E pensavamo alla tragedia, che là ci condusse al seguito di Papa Pio XII, il 19 luglio 1943, dopo il primo bombardamento di Roma; pensavamo insieme a tutti i caduti delle guerre che hanno insanguinato la terra, e ancora in questi ultimi giorni.
    Giovanni Paolo II, discorso nel cimitero Verano 1 novembre 1981
    Trovandomi sulla soglia di questo cimitero romano a cui oggi si recano in visita innumerevoli fedeli della nostra città, desidero ricordare le parole di Cristo nel discorso della montagna, che la liturgia della solennità di Tutti i Santi ci fa leggere:
    “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    (...) Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,3-12).
    Francesco, omelia nel Sacrario militare di Redipuglia 13 settembre 2014
    Dopo aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove uomini e donne lavorano portando avanti la loro famiglia, dove i bambini giocano e gli anziani sognano… trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia.
    Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!
    Benedetto XVI, Angelus 2 novembre 2008
    Rinnoviamo quest’oggi la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. "Sono risorto e ora sono sempre con te", ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce. La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri.
    10 min
  • Ep. 300 - Papale papale - "Tombe"
    Pio XII, radiomessaggio ai popoli 24 dicembre 1943
    La guerra distruggitrice visita e tormenta anche voi, i vostri corpi e le vostre anime, i vostri averi e i vostri beni, la vostra casa e il vostro focolare. La morte vi ha spezzato il cuore e inflitte ferite lente a rimarginarsi. Il pensiero a care tombe lontane rimaste forse sconosciute, l'ansietà per gli scomparsi o dispersi, il sospiro bramoso di riabbracciare i vostri amati prigionieri o deportati, vi mettono in una pena che accascia il vostro spirito, mentre un avvenire grave ed oscuro incombe su tutti, genitori e figli, giovani e vecchi.
    In ogni giorno, e più che mai in quest'ora, il Nostro cuore di Padre si sente con profondo e immutabile affetto presso a ciascuno di voi, diletti figli e figlie, doloranti e angustiati. Ma tutti i nostri sforzi non possono far cessare d'un tratto questa orrenda guerra. Non ridare la vita ai vostri cari morti. Non ricostruire il vostro focolare distrutto. Non liberarvi pienamente dalle vostre ansietà. Molto meno è in Nostro potere di manifestarvi il futuro, le cui chiavi sono nelle mani di Dio, che governa il processo degli eventi e ne ha segnato il termine pacifico.
    Paolo VI, Angelus 8 novembre 1970
    Vi invitiamo oggi ad uscire con la nostra memoria dal mondo dei vivi ed a fare, com’è costume in questo mese, una visita al mondo dei morti, ai nostri cari Defunti, a quelli che durante quest’anno sono deceduti, a tutta l’umanità trapassata dalla scena del tempo a quella dell’esistenza fuori del tempo. La visita ai cimiteri? sì, se possibile, o dovunque sono le tombe o le memorie dei morti. Questo ricordo è triste e grave, ma sempre istruttivo: ci fa riflettere alla inesorabile caducità della vita presente; ed è questa una formidabile lezione, anche se l’effetto pratico può essere ambiguo, stimolando nei ciechi sulla vita futura un’ansia maggiore di godere di quella presente, crescendo nei credenti in un destino immortale la sapienza per il buon uso di ogni valore, del tempo specialmente, durante la nostra effimera, attuale giornata terrena.
    Benedetto XVI, cappella papale in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell’anno 3 novembre 2012
    Quando ci inoltriamo nei corridoi delle catacombe romane - come pure in quelli dei cimiteri delle nostre città e dei nostri paesi -, è come se noi varcassimo una soglia immateriale ed entrassimo in comunicazione con coloro che lì custodiscono il loro passato, fatto di gioie e di dolori, di sconfitte e di speranze. Ciò avviene, perché la morte riguarda l’uomo di oggi esattamente come quello di allora; e anche se tante cose dei tempi passati ci sono diventate estranee, la morte è rimasta la stessa.
    Di fronte a questa realtà, l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? Rispondiamo con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. 
    Francesco, Regina Caeli, 18 aprile 2022
    Il Signore sa che i timori sono i nostri nemici quotidiani. Sa pure che le nostre paure nascono dalla grande paura, la paura della morte: paura di svanire, di perdere le persone care, di star male e non farcela più... Ma a Pasqua Gesù ha vinto la morte. Nessun altro, dunque, può dirci in modo più convincente: “Non temere”, “non avere paura”. Il Signore lo dice proprio lì, accanto al sepolcro da cui è uscito vittorioso. Ci invita così a uscire dalle tombe delle nostre paure. Ascoltiamo bene: uscire dalle tombe delle nostre paure, perché le nostre paure sono come le tombe, ci seppelliscono dentro. Egli sa che il timore sta sempre accovacciato alla porta del nostro cuore e che abbiamo bisogno di sentirci ripetere non temere, non avere paura, non temere: al mattino di Pasqua come al mattino di ogni giorno sentire: “Non temere”. Abbi coraggio. Fratello, sorella che credi in Cristo, non temere! “Io – ti dice Gesù – ho provato per te la morte, ho preso su di me il tuo male. Ora sono risorto per dirti: Sono qui, con te, per sempre. Non temere!”. Non abbiate paura.
    10 min

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