Papale papale

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Papale papale episodes

  • Ep. 329 - Papale papale - "Miseria"
    Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo intero 24 dicembre 1943
    Il vostro cuore e la vostra mente si volgano al Fanciullo divino del presepio. Vedete e meditate come in quella grotta abbandonata, esposta al freddo e ai venti, Egli partecipi della vostra povertà e della vostra miseria. Egli, Signore del cielo e della terra e di tutte le ricchezze, per le quali contendono gli uomini. Tutto è suo: eppure quante volte in questi tempi ha dovuto anch'Egli abbandonare chiese e cappelle distrutte, incendiate, crollate o pericolanti! (...) Noi vi lodiamo e ringraziamo, Sacerdoti e laici, uomini e donne, che non di rado, sprezzando ogni pericolo della vostra vita, avete ricoverato e custodito in luogo sicuro il Signore e Salvatore eucaristico. Il vostro zelo non voleva che si avverasse ancora una volta ciò che fu detto di Cristo: «È venuto nei suoi possessi e i suoi non l'hanno accolto» (Io. I, II). Così il Signore non ha rifiutato di venire in mezzo alla vostra povertà: Egli che già preferì Betlemme a Gerusalemme, la stalla e il presepe al grandioso tempio del Padre suo. Povertà e miseria sono amare, ma diventano dolci se si conserva in sé Iddio, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, e la sua grazia e verità.
    Paolo VI, Angelus 5 dicembre 1971
    Siamo tutti sorpresi e addolorati: ancora la guerra, una nuova guerra, questa terribile e inumana disgrazia, riprende a scoppiare sulla terra. (...) Si avverte il pericolo spaventoso che alleanze quasi automatiche e incalcolabili travolgano nel nuovo conflitto altri Popoli e vi impieghino altre armi formidabili. (...) Speriamo ancora, e con buon fondamento, che ciò non avvenga; ma la minaccia prende profilo preciso. E così un altro pericolo incombe sulla nostra generazione: dopo essere uscita da una straziante e orrenda esperienza delle ultime guerre, e dopo avere tanto parlato di progresso e di concordia, pare ad un tratto che l’ideale della pace universale svanisca come un incantevole sogno al risveglio dell’inesorabile realtà dell’uomo nemico dell’uomo, e con tale feroce potenza da travolgere più che mai nel suo ricorrente conflitto innumerevoli schiere di esseri ignari, inermi, innocenti, e di crescere a dismisura il dolore e la miseria nell’umanità.
    Benedetto XVI, solennità di Maria Santissima Madre di Dio 1 gennaio 2009
    Quando Francesco d’Assisi si spoglia dei suoi beni, fa una scelta di testimonianza ispiratagli direttamente da Dio, ma nello stesso tempo mostra a tutti la via della fiducia nella Provvidenza. Così, nella Chiesa, il voto di povertà è l’impegno di alcuni, ma ricorda a tutti l’esigenza del distacco dai beni materiali e il primato delle ricchezze dello spirito. Ecco dunque il messaggio da raccogliere oggi: la povertà della nascita di Cristo a Betlemme, oltre che oggetto di adorazione per i cristiani, è anche scuola di vita per ogni uomo. Essa ci insegna che per combattere la miseria, tanto materiale quanto spirituale, la via da percorrere è quella della solidarietà, che ha spinto Gesù a condividere la nostra condizione umana.
    Francesco, visita pastorale a Trieste, concelebrazione eucaristica, 7 luglio 2024
    L’infinito di Dio si cela nella miseria umana, il Signore si agita e si rende presente, e si rende una presenza amica proprio nella carne ferita degli ultimi, dei dimenticati, degli scartati. Lì si manifesta il Signore. E noi, che talvolta ci scandalizziamo inutilmente di tante piccole cose, faremmo bene invece a chiederci: perché dinanzi al male che dilaga, alla vita che viene umiliata, alle problematiche del lavoro, alle sofferenze dei migranti, non ci scandalizziamo? Perché restiamo apatici e indifferenti alle ingiustizie del mondo? Perché non prendiamo a cuore la situazione dei carcerati, che anche da questa città di Trieste si leva come un grido di angoscia? Perché non contempliamo le miserie, il dolore, lo scarto di tanta gente nella città? Abbiamo paura, abbiamo paura di trovare Cristo, lì.
    10 min
  • Ep. 327 - Papale papale - "Consiglio"
    Francesco, udienza generale 7 maggio 2014
    Abbiamo sentito nella lettura di quel brano del libro dei Salmi che dice: «Il Signore mi ha dato consiglio, anche di notte il mio cuore mi istruisce» (Sal 16, 7). E questo è un altro dono dello Spirito Santo: il dono del consiglio. Sappiamo quanto è importante, nei momenti più delicati, poter contare sui suggerimenti di persone sagge e che ci vogliono bene. Ora, attraverso il dono del consiglio, è Dio stesso, con il suo Spirito, a illuminare il nostro cuore, così da farci comprendere il modo giusto di parlare e di comportarsi e la via da seguire. Ma come agisce questo dono in noi?
    Nel momento in cui lo accogliamo e lo ospitiamo nel nostro cuore, lo Spirito Santo comincia subito a renderci sensibili alla sua voce e a orientare i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre intenzioni secondo il cuore di Dio. Nello stesso tempo, ci porta sempre più a rivolgere lo sguardo interiore su Gesù, come modello del nostro modo di agire e di relazionarci con Dio Padre e con i fratelli. Il consiglio, allora, è il dono con cui lo Spirito Santo rende capace la nostra coscienza di fare una scelta concreta in comunione con Dio, secondo la logica di Gesù e del suo Vangelo.
    Giovanni Paolo II, udienza generale 26 ottobre 1994
    Più volte ho parlato dei “consigli evangelici”, che nella vita consacrata si traducono nei “voti” - o almeno impegni - della castità, della povertà e dell’obbedienza. Essi prendono il loro pieno significato nel contesto di una vita totalmente dedicata a Dio, in comunione con Cristo. L’avverbio “totalmente” (totaliter), usato da San Tommaso d’Aquino per specificare il valore essenziale della vita religiosa, è quanto mai espressivo! “La religione è la virtù per la quale si offre qualche cosa per il culto e il servizio di Dio. Perciò si dicono religiosi per antonomasia coloro che si consacrano totalmente al divino servizio, offrendosi a Dio come in olocausto” (San Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 186, a. 1). E un concetto attinto dalla tradizione dei Padri, segnatamente da San Girolamo (cf. San Girolamo, Epist. 125, ad Rusticum); e da San Gregorio Magno (cf. San Gregorio Magno, Super Ezechielem., hom. 20). Il Concilio Vaticano II, che cita San Tommaso d’Aquino, ne fa propria la dottrina e parla della “consacrazione a Dio”, intima e perfetta, che come sviluppo della consacrazione battesimale avviene nello stato religioso mediante i vincoli dei consigli evangelici.
    Benedetto XVI, udienza generale 14 novembre 2007
    Certo, per penetrare sempre più profondamente la Parola di Dio è necessaria un’applicazione costante e progressiva. Così Girolamo raccomandava al sacerdote Nepoziano: «Leggi con molta frequenza le divine Scritture; anzi, che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare» (Ep. 52,7). Alla matrona romana Leta dava questi consigli per l’educazione cristiana della figlia: «Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura ... Alla preghiera faccia seguire la lettura, e alla lettura la preghiera ... Che invece dei gioielli e dei vestiti di seta, essa ami i Libri divini» (Ep. 107,9.12). Con la meditazione e la scienza delle Scritture si «mantiene l’equilibrio dell’anima» (Commento alla Lettera agli Efesini,  prol.). Solo un profondo spirito di preghiera e l’aiuto dello Spirito Santo possono introdurci alla comprensione della Bibbia: «Nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo».
    Pio XII, discorso in onore di Papa Pio X, 3 giugno 1951
    Quanto a Noi, che eravamo allora agli inizi del Nostro sacerdozio, già al servizio della Santa Sede, non potremo mai dimenticare la intensa Nostra commozione, quando, nel meriggio di quel 4 agosto 1903, dalla Loggia della Basilica Vaticana la voce del Cardinale Primo Diacono annunziò alla moltitudine che quel Conclave — così notevole per tanti aspetti! — aveva portato la sua scelta sul Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto.
    Fu allora pronunziato per la prima volta al cospetto del mondo il nome di Pio X. Che cosa doveva significare questo nome per il Papato, per la Chiesa, per l'umanità? Mentre oggi, dopo quasi mezzo secolo, Noi ripassiamo in spirito il succedersi dei gravi e complessi avvenimenti che lo hanno riempito, la Nostra fronte s'inchina e le Nostre ginocchia si piegano in ammirata adorazione dei consigli divini, il cui mistero lentamente si svela ai poveri occhi umani, man mano che si compie nel corso della storia.
    10 min
  • Ep. 326 - Papale papale - "Timore"
    Paolo VI, Angelus 1 novembre 1971
    L’uomo moderno, che si è meravigliosamente sviluppato, subisce la tremenda tentazione di dimenticare, di negare questa nostra futura realtà, e così si fa fatalmente profeta della morte. Chiudendo dentro il modo presente di vivere, nella sola esperienza del tempo, il suo destino, egli perde il vero senso dei valori stessi del tempo: si esalta di essi, come fossero i soli e i definitivi; e poi si rassegna o si dispera, perché li scopre effimeri e fugaci, e non vede più a che cosa essi devono finalmente servire.
    Fratelli, conserviamo la nostra certezza nella vita futura, e mettiamola in azione nella vita presente. Sì; allora il timore di Dio diventa il principio della nostra saggezza.
    Francesco, udienza generale 11 giugno 2014
    Non significa avere paura di Dio: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene.
    Quando lo Spirito Santo prende dimora nel nostro cuore, ci infonde consolazione e pace, e ci porta a sentirci così come siamo, cioè piccoli, con quell’atteggiamento - tanto raccomandato da Gesù nel Vangelo - di chi ripone tutte le sue preoccupazioni e le sue attese in Dio e si sente avvolto e sostenuto dal suo calore e dalla sua protezione, proprio come un bambino con il suo papà! Questo fa lo Spirito Santo nei nostri cuori: ci fa sentire come bambini nelle braccia del nostro papà. In questo senso, allora, comprendiamo bene come il timore di Dio venga ad assumere in noi la forma della docilità, della riconoscenza e della lode, ricolmando il nostro cuore di speranza.
    Giovanni XXIII, radiomessaggio ai fedeli e ai popoli del mondo intero 22 dicembre 1960
    Onorare la verità. È invito ad essere di esempio luminoso in tutti i settori della vita individuale, familiare, professionale e sociale. La verità ci rende liberi;  essa nobilita chi la professa apertamente e senza rispetti umani. Perchè adunque aver timore di onorarla e di farla rispettare? Perchè scendere ad accomodamenti con la propria coscienza, accettando compromessi stridenti con la vita e la pratica cristiana, quando invece solo chi ha la verità dovrebbe essere convinto di avere con sé la luce, che dissipa ogni tenebra, e la forza trascinatrice che può trasformare il mondo? Non è colpevole soltanto chi deliberatamente sfigura la verità, ma lo è altrettanto chi, per timore di non apparire completo e moderno, la tradisce con l'ambiguità del suo atteggiamento.
    Giovanni Paolo II, discorso ad un pellegrinaggio della diocesi di Carpi 8 novembre 1980
    Voglio esortarvi oggi (...) a riaffermare con coraggio e con impegno la vostra fede; a custodirla nel cuore; a professarla, senza timore e senza debolezza, pubblicamente con la parola, con l’esempio, sempre in radicale coerenza con le esigenze, talvolta dure, della concezione cristiana. “II fedele - ci avverte sant’Agostino - non creda semplicemente col cuore, mentre per il timore impedisce alle labbra di annunziare ciò che crede. Ci sono dei cristiani che hanno la fede nel cuore..., ma temono di professarla con le labbra, quasi proibiscono alle loro labbra di far risonare ciò che sanno, ciò che hanno dentro... Dicano dunque le labbra ciò che ha il cuore: questo contro il timore. 
    9 min
  • Ep. 325 - Papale papale - "Beatitudini"
    Benedetto XVI, Angelus 30 gennaio 2011
    Le Beatitudini sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri. Quando, infatti, Dio consola, sazia la fame di giustizia, asciuga le lacrime degli afflitti, significa che, oltre a ricompensare ciascuno in modo sensibile, apre il Regno dei Cieli. «Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell’esistenza dei discepoli» (ibid., p. 97). Esse rispecchiano la vita del Figlio di Dio che si lascia perseguitare, disprezzare fino alla condanna a morte, affinché agli uomini sia donata la salvezza.
    Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra».
    Francesco, udienza generale 29 gennaio 2020
    Infatti, Gesù non impone niente, ma svela la via della felicità – la sua via – ripetendo otto volte la parola “beati”. Ogni Beatitudine si compone di tre parti. Dapprima c’è sempre la parola “beati”; poi viene la situazione in cui si trovano i beati: la povertà di spirito, l’afflizione, la fame e la sete della giustizia, e via dicendo; infine c’è il motivo della beatitudine, introdotto dalla congiunzione “perché”: “Beati questi perché, beati coloro perché …” Così sono le otto Beatitudini e sarebbe bello impararle a memoria per ripeterle, per avere proprio nella mente e nel cuore questa legge che ci ha dato Gesù.
    Facciamo attenzione a questo fatto: il motivo della beatitudine non è la situazione attuale ma la nuova condizione che i beati ricevono in dono da Dio: “perché di essi è il regno dei cieli”, “perché saranno consolati”, “perché erediteranno la terra”, e così via.
    Paolo VI, messaggio Urbi et Orbi 26 marzo 1967
    Noi abbiamo un dono di speranza pasquale per tutti: per voi, dilettissimi, che Ci ascoltate; non lasciate intristire i vostri animi alla visione della avversità delle cose di questo difficile mondo, alla inanità degli sforzi del bene, alla crescente «potestas tenebrarum», alla caducità delle speranze fondate sulla rena mobile del tempo che passa; fondate la vostra speranza nella Parola che non passa, nei beni che valgono veramente la pena di essere desiderati, nella vita superiore e ulteriore a cui ci invita la vocazione cristiana.
    (...) E per voi, che soffrite, per voi che siete umili e poveri, per voi che piangete, per voi che avete fame e sete di giustizia, per voi che volete essere operatori di pace, per voi che per la vostra fede soffrite il peso della costrizione, Noi vi ricordiamo il messaggio della grande e invitta speranza, lanciato dà Cristo, nel mondo e nei secoli, col cantico delle beatitudini evangeliche.
    Giovanni Paolo II, Angelus 1 novembre 1990
    I santi (...)  sono coloro che hanno fatto dell’annuncio delle Beatitudini un programma di vita. Hanno creduto alla parola divina e alla sua promessa, confidando che essa non avrebbe tradito la loro speranza; hanno compreso che le beatitudini evangeliche esprimono tutta la realtà dei doni divini offerti all’uomo dal mistero della redenzione. Con le parole delle Beatitudini il Figlio del Dio vivente ha annunciato la nostra riconciliazione, poiché proprio in lui, e solo in lui poteva trovare piena soddisfazione l’amore eterno del Padre.
    La parola “Beati” indica altresì un programma di vita e un segno dell’avvicinarsi di Dio a ogni uomo che nel mondo soffre e rivive nella propria storia il mistero della croce di Cristo.
    10 min
  • Ep. 324 - Papale papale - "Scienza"
    Francesco, udienza generale 21 maggio 2014
    Oggi vorrei mettere in luce un altro dono dello Spirito Santo, il dono della scienza. Quando si parla di scienza, il pensiero va immediatamente alla capacità dell’uomo di conoscere sempre meglio la realtà che lo circonda e di scoprire le leggi che regolano la natura e l’universo. La scienza che viene dallo Spirito Santo, però, non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura.
    Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui e del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un’opera d’arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell’ingegno e della creatività dell’uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi.
    Paolo VI, Angelus 28 novembre 1971
    Il grande panorama dei secoli, la storia, ci si apre davanti. Ha un senso questa vicenda immensa? sì, l’uomo cammina e progredisce; ma è sempre in via di ricerca; e questa, ancor più che una conquista, è un aumento di desideri e di bisogni, è uno spazio più vasto scavato nel cuore dell’uomo, reso più avido e più affamato d’una vita piena e d’una verità sicura. La scienza, lampada dell’universo, denuncia un mistero nella notte circostante, sempre più profonda e più tormentosa; è il mistero del mondo.
    Ed ecco che noi, al lume della scienza e della fede, sappiamo il disegno del tempo e della storia; noi abbiamo la chiave che ci apre il senso delle cose e, fra tutte, quelle della nostra vita.
    Benedetto XVI, Angelus 2 dicembre 2007
    Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio – del vero Dio! – altrimenti restano privi di speranza. La scienza contribuisce molto al bene dell’umanità, - senza dubbio - ma non è in grado di redimerla. L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, dal Dio che è l’amore, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo!
    Giovanni XXIII, radiomessaggio natalizio 22 dicembre 1960
    Ma ciò che è più importante a scorgersi e a ritenersi è che, da parte dell'uomo, la attitudine alla conoscenza della verità rappresenta una responsabilità sacra e ben grave di cooperazione al disegno del Creatore, del Redentore, del Glorificatore. (...) Gesù offrì alla imitazione degli uomini trent'anni di silenzio perchè imparassero a contemplare in lui la verità; e tre anni di incessante e suadente magistero, perchè ne attingessero esempio e direzione di vita.
    Basta il Libro Divino a riempirci e ad esaltarci di questa dottrina.
    L'unione con Cristo, come egli si proclamò Dominus et Magister, è perciò il trionfo della verità, la scienza delle scienze, la dottrina delle dottrine. 
    9 min
  • Ep. 323 - Papale papale - "Intelletto"
    Pio XII, radiomessaggio alle popolazioni dell’Emilia, 28 ottobre 1956
    Tu, chiunque tu sia, qualunque cosa tu abbia fatto, ascolta: prima di recitare l'atto di consacrazione, curva la fronte, piega il ginocchio, sciogliti in lagrime di pentimento e di amore. Non puoi consacrarti, se prima non ti riconcili con Gesù. ... Potrai riacquistare la grazia, se dirai col cuore: « Gesù, perdonami. Tu mi hai tanto amato e io ti ho tanto offeso. Io detesto la colpa con cui ho disprezzato la tua paterna bontà. Perdonami! ». Pregate così, diletti figli; e sarete nuovamente amici di Dio. — Ecco, sì: voi avete Gesù con voi. Accingetevi pure a recitare con sincerità di cuore il vostro atto di consacrazione Bisogna offrirsi completamente a Gesù Consacrandovi a lui e vivendo tale consacrazione, voi non sarete soltanto tabernacoli vivi di Gesù, ma vi trasformerete realmente — anche se misteriosamente — in lui. Quando gli direte: ti offriamo la nostra anima, la nostra memoria, il nostro intelletto, nostra volontà, la nostra libertà; voi proclamerete: tutto quel ;il n abbiamo è tuo e lo sottoponiamo al tuo divino volere. 
    Giovanni Paolo II, discorso agli studenti di Univ ’83 29 marzo 1983
    Lo studio, nel senso tecnico e preciso, è innanzitutto lavoro dell’intelletto alla ricerca della verità da conoscere e comunicare. Se “lavoro vuol dire disciplina, metodo, fatica, lo studio è certamente tutto questo. E come è fondamentale per la vostra vita il lavoro metodico, umile, perseverante del nostro intelletto! È infatti, come dice Cristo, dalla conquista della verità, che ci viene la libertà, quella libertà vera che vuol dire perfezione della persona, virtù, santità.
    Lo studio, però, non è soltanto lavoro dell’intelletto: è anche lavoro della volontà. L’intelletto non può procedere da solo nella ricerca della verità - soprattutto quando si tratta delle verità morali - se non è costantemente sorretto dalla volontà.
    Benedetto XVI, celebrazione della Domenica delle Palme 17 aprile 2011
    Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!”. Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce.
    Francesco, udienza generale 30 aprile 2014
    L’apostolo Paolo, rivolgendosi alla comunità di Corinto, descrive bene gli effetti di questo dono - cioè che cosa fa il dono dell’intelletto in noi -, e Paolo dice questo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito» (1 Cor 2,9-10). Questo ovviamente non significa che un cristiano possa comprendere ogni cosa e avere una conoscenza piena dei disegni di Dio: tutto ciò rimane in attesa di manifestarsi in tutta la sua limpidezza quando ci troveremo al cospetto di Dio e saremo davvero una cosa sola con Lui. Però, come suggerisce la parola stessa, l’intelletto permette di “intus legere”, cioè di “leggere dentro”: questo dono ci fa capire le cose come le capisce Dio, con l’intelligenza di Dio. 
    10 min
  • Ep. 322 - Papale papale - "Pietà"
    Giovanni Paolo II, Angelus 13 agosto 1989
    Il Cuore del Salvatore è ancora, anzi è primordialmente “fonte di consolazione”, perché Cristo dona, insieme col Padre, lo Spirito Consolatore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16; cf. Gv 14, 25; 16, 12): Spirito di verità e di pace, di concordia e di soavità, di conforto e di consolazione; Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Cristo (cf. Gv 19, 28-34) e dall’evento della Pentecoste (cf. At 2, 1-13).
    Tutta la vita di Cristo fu perciò un continuo ministero di misericordia e di consolazione. La Chiesa, contemplando il Cuore di Cristo e le sorgenti di grazia e di consolazione che ne sgorgano, ha espresso questa realtà stupenda con l’invocazione: “Cuore di Cristo, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi”.
    Giovanni XXIII, discorso presso il Santuario di Loreto 4 ottobre 1962
    Motivi di pietà religiosa mossero Papi e personaggi illustri di ogni secolo a sostare in preghiera in questa Basilica di Loreto, che si estolle sul digradare dei colli Piceni verso il mare Adriatico. Animati da fervida fede in Dio e da venerazione verso la Madre di Gesù e nostra, essi vennero qui in pellegrinaggio, talora in tempi difficili e di gravi ansietà per la Chiesa. Basta ricordare, fra gli altri, i Papi Pio II, Paolo III, l'iniziatore del Concilio di Trento, Pio VI e Pio VII, Gregorio XVI e Pio IX, ed inoltre S. Carlo Borromeo, S. Francesco di Sales e altri Santi e Beati, per averne un tratto di edificante incoraggiamento. Alla vigilia del Concilio Vaticano II, ecco l'umile Successore di Pietro aggiungersi con gesto discreto ai molti che l'hanno qui preceduto. 
    Benedetto XVI, visita pastorale a Milano, incontro con i ragazzi e le ragazze della Cresima 2 giugno 2012
    I doni dello Spirito sono realtà stupende, che vi permettono di formarvi come cristiani, di vivere il Vangelo e di essere membri attivi della comunità. (...) Un altro dono è quello della pietà, che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo progetto.
    Francesco, udienza generale 4 giugno 2014
     Se il dono della pietà ci fa crescere nella relazione e nella comunione con Dio e ci porta a vivere come suoi figli, nello stesso tempo ci aiuta a riversare questo amore anche sugli altri e a riconoscerli come fratelli. E allora sì che saremo mossi da sentimenti di pietà – non di pietismo! – nei confronti di chi ci sta accanto e di coloro che incontriamo ogni giorno. Perché dico non di pietismo? Perché alcuni pensano che avere pietà è chiudere gli occhi, fare una faccia da immaginetta, far finta di essere come un santo. In piemontese noi diciamo: fare la “mugna quacia”. Questo non è il dono della pietà. Il dono della pietà significa essere davvero capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi piange, di stare vicini a chi è solo o angosciato, di correggere chi è nell’errore, di consolare chi è afflitto, di accogliere e soccorrere chi è nel bisogno. C'è un rapporto molto stretto fra il dono della pietà e la mitezza. Il dono della pietà che ci dà lo Spirito Santo ci fa miti, ci fa tranquilli, pazienti, in pace con Dio, al servizio degli altri con mitezza.
    9 min
  • Ep. 321 - Papale papale - "Sacrificio"
    Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione della Festività della Sacra Famiglia 10 gennaio 1960
    Il segreto della vera pace, del mutuo e duraturo accordo, della docilità dei figli, del fiorire di un gentile costume, sta nella imitazione continua e generosa della dolcezza, della modestia, della mansuetudine della Famiglia di Nazareth, dove Gesù, Sapienza eterna del Padre, si presenta accanto a Maria, la Madre Sua purissima, e accanto a Giuseppe, che rappresenta il Padre celeste.
    In questa luce, tutto si trasfigura nelle grandi realtà della famiglia cristiana, come abbiamo di recente sottolineato nella Allocuzione della Messa Natalizia di mezzanotte: « Fidanzamento nel riflesso della luce dall'alto; Matrimonio sacro ed inviolabile, nel rispetto delle sue quattro caratteristiche: fedeltà, castità, mutuo amore e santo timore di Dio; spirito di prudenza e di sacrificio nella educazione premurosa dei figli: e sempre, in ogni circostanza, sollecitudine intesa ad aiutare, a perdonare, a compatire, ad accordare agli altri la fiducia, che noi vorremmo fosse accordata a noi. È così che si edifica la casa che non crolla »
    Paolo VI, Regina Caeli 12 maggio 1968
    Onore, sì, alle innumerevoli madri, che con incomparabile tenerezza e con eroica prontezza al sacrificio di sé rispondono alla loro grande missione, nel ricordo e nell’invocazione della elettissima fra le Madri, la benedetta fra tutte le donne, la Madre di Cristo, che ciascuno di noi, accanto alla propria dolcissima mamma secondo natura, vuole avere madre secondo il grande piano della vita soprannaturale.
    E onoreremo così, con proposito di esaltazione e di difesa, il regno proprio della Madre esemplare, virtuosa e felice, la famiglia, affinché questa divina e umana istituzione, fra tutte principale, sia nella legge e nel costume sempre intangibile, e sia sempre per tutto un popolo sano e civile nido sacro d’amore e di vita, scuola di bontà e di virtù, degna delle divine benedizioni.
    Giovanni Paolo II, Angelus 25 febbraio 2001
    Viene da domandarsi: come può la Chiesa mantenersi fedele alla sua vocazione, in un tempo in cui la cultura dominante sembra non di rado andare contro la logica esigente del Vangelo? A questo interrogativo risponde, in termini simbolici, il colore rosso dell'abito dei Cardinali. Esso, come è noto, richiama il sangue dei martiri, testimoni di Cristo fino al sacrificio supremo. I Porporati devono rendere visibile con la loro vita un amore a Cristo che non s'arresta di fronte a qualsiasi sacrificio. Il loro esempio sarà per tutti i cristiani un incoraggiamento a servire generosamente il Maestro divino, sentendosi membra vive dell'unico suo Corpo mistico che è la Chiesa.
    Francesco, Angelus 28 giugno 2020
    Poi, Gesù dice ai suoi discepoli: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (v. 38). Si tratta di seguirlo sulla via che Egli stesso ha percorso, senza cercare scorciatoie. Non c’è vero amore senza croce, cioè senza un prezzo da pagare di persona. E lo dicono tante mamme, tanti papà che si sacrificano tanto per i figli e sopportano dei veri sacrifici, delle croci, perché amano. E portata con Gesù, la croce non fa paura, perché Lui è sempre al nostro fianco per sorreggerci nell’ora della prova più dura, per darci forza e coraggio. Neanche serve agitarsi per preservare la propria vita, con un atteggiamento timoroso ed egoistico. Gesù ammonisce: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia – cioè per amore, per amore a Gesù, per amore al prossimo, per il servizio degli altri –, la troverà» (v. 39). È il paradosso del Vangelo. Ma anche di questo abbiamo, grazie a Dio, tantissimi esempi! Lo vediamo in questi giorni. Quanta gente, quanta gente, sta portando croci per aiutare gli altri!
    10 min
  • Ep. 320 - Papale papale - "Immagine"
    Giovanni Paolo II, udienza generale 9 aprile 1986
    Nel libro della Genesi 1, 26 leggiamo che al sesto giorno Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
    È significativo che la creazione dell’uomo sia preceduta da questa sorta di dichiarazione con cui Dio esprime l’intenzione di creare l’uomo a sua immagine, anzi “a nostra immagine”, al plurale (in sintonia col verbo “facciamo”). Secondo alcuni interpreti, il plurale indicherebbe il “Noi” divino dell’unico Creatore. Questo sarebbe quindi, in qualche modo, un primo lontano segnale trinitario. In ogni caso la creazione dell’uomo, secondo la descrizione di Genesi 1, è preceduta da un particolare “rivolgersi” a se stesso, “ad intra”, di Dio che crea.
    Segue quindi l’atto creatore. “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”.
    Benedetto XVI, Santa Messa per l’ordinazione presbiteriale di 15 diaconi della diocesi di Roma 7 maggio 2006
    La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo.
    Francesco, Angelus 22 ottobre 2023
    Noi non apparteniamo a nessuna realtà terrena, a nessun “Cesare” di turno. Siamo del Signore e non dobbiamo essere schiavi di nessun potere mondano. Sulla moneta, dunque, c’è l’immagine dell’imperatore, ma Gesù ci ricorda che nella nostra vita è impressa l’immagine di Dio, che niente e nessuno può oscurare. A Cesare appartengono le cose di questo mondo, ma l’uomo e il mondo stesso appartengono a Dio: non dimentichiamolo!
    Comprendiamo allora che Gesù sta riportando ciascuno di noi alla propria identità: sulla moneta di questo mondo c’è l’immagine di Cesare, ma tu – io, ognuno di noi – quale immagine porti dentro di te? Facciamoci questa domanda: io, quale immagino porto dentro di me? Tu, di chi sei immagine nella tua vita? Ci ricordiamo di appartenere al Signore, oppure ci lasciamo plasmare dalle logiche del mondo e facciamo del lavoro, della politica, dei soldi i nostri idoli da adorare?
    Paolo VI, Angelus 8 dicembre 1967
    Salutiamo la Madonna, e onoriamo il mistero della sua innocenza immacolata, della sua ideale bellezza, della sua elezione alla divina maternità.
    Dobbiamo essere meravigliati e felici di questa eccezionale creatura, che conforta in noi l’immagine della Donna purissima e perfetta; e dobbiamo onorarla come il tipo, l’esempio dell’umanità primigenia, quale Dio aveva pensato e voluto, prima della caduta originale dell’uomo.
    Dobbiamo venerarla, invocarla, imitarla. Maria, pensando che quanto Ella è più alta, tanto a noi è più vicina, perché ogni suo privilegio le fu conferito in vista della nostra redenzione. Maria ci conservi nella fede e nella pace.
    10 min
  • Ep. 319 - Papale papale - "Imitazione"
    Paolo VI, Angelus 26 ottobre 1975
    Come ammiriamo l'opera di Dio, la sua onnipotenza, la sua grandezza, la sua bellezza nel quadro della natura, così, e tanto più, possiamo e dobbiamo vedere l'immagine di Dio, ricondotta alla sua perfezione, e irradiante la sua opera ed il suo amore, nello specchio di quei nostri più valorosi fratelli che risplendono della santità della grazia. «Mirabile è Dio nei suoi Santi», dice un salmo (Ps. 67, 36): ed è questa meraviglia divina che noi esaltiamo in queste singolari creature che sono i Santi. Diciamo di più. Noi abbiamo bisogno di esempi umani per arrivare alla superiore imitazione di Dio. Lo diceva anche S. Paolo proponendo se stesso ad esempio: «siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor. 4, 16). Non trascuriamo questa pedagogia efficacissima dell'imitazione di modelli più grandi di noi. L'agiografia, cioè la scienza su i Santi, può essere una scuola superiore di vita virtuosa, forte e bella.
    Giovanni XXIII, solennità di Pentecoste 10 giugno 1962
    La Chiesa segue i passi del Buon Pastore nel suo mistico pellegrinare di villaggio in villaggio, di casa in casa.
    Essa esce dal recinto chiuso dei suoi cenacoli e, ad imitazione e testimonianza del suo divin Fondatore, percorre tutte le strade del mondo : né sa contenere il fervore della continuata Pentecoste, che la pervade e la porta a trarre il gregge ai pascoli ubertosi di vita eterna.
    Questo è il compito della Chiesa, cattolica ed apostolica: radunare gli uomini che gli egoismi e la stanchezza potrebbero tenere dispersi: insegnare loro a pregare; portarli alla contrizione dei peccati e al perdono; nutrirli col Pane Eucaristico; rafforzare la unione reciproca col vincolo della carità.
    Giovanni Paolo II, udienza generale 3 giugno 1992
    La carità della Chiesa comporta essenzialmente un atteggiamento di perdono, ad imitazione della benevolenza di Cristo, che, pur condannando il peccato, si è comportato da “amico dei peccatori” (Mt 11, 19; cf. Lc 9, 5-10) e ha rifiutato di condannarli (Gv 8, 11). In questo modo la Chiesa si sforza di riprodurre in sé, e nell’animo dei suoi figli, la disposizione generosa di Gesù, che ha perdonato e ha chiesto al Padre di perdonare coloro che lo avevano mandato al supplizio.  cristiani sanno che non possono mai ricorrere alla vendetta e che, secondo la risposta di Gesù a Pietro, devono perdonare tutte le offese, senza mai stancarsi (Mt 18, 22). Ogni volta che recitano il Padre nostro, riaffermano la loro volontà di perdono. 
    Francesco, Regina Caeli 12 maggio 2019
    Ai verbi e ai gesti che descrivono il modo in cui Gesù, il Buon Pastore, si relaziona con noi, fanno riscontro i verbi che riguardano le pecore, cioè noi: «ascoltano la mia voce», «mi seguono». Sono azioni che mostrano in che modo noi dobbiamo corrispondere agli atteggiamenti teneri e premurosi del Signore. Ascoltare e riconoscere la sua voce, infatti, implica intimità con Lui, che si consolida nella preghiera, nell’incontro cuore a cuore con il divino Maestro e Pastore delle nostre anime. Questa intimità con Gesù, questo essere aperto, parlare con Gesù, rafforza in noi il desiderio di seguirlo, uscendo dal labirinto dei percorsi sbagliati, abbandonando i comportamenti egoistici, per incamminarci sulle strade nuove della fraternità e del dono di noi stessi, ad imitazione di Lui.
    8 min

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