Papale papale

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Papale papale episodes

  • Ep. 338 - Papale papale - "Eroi"
    Paolo VI, Angelus 6 ottobre 1968
    La Chiesa ha scritto col sangue una nuova pagina della sua storia, sempre avversata per il nome di Cristo, e sempre vittoriosa per il mistero di verità e di vita, ch’essa porta con sé.
    Ci obbligano a pensare questi eroi, lontani nello spazio, ma tanto prossimi al vero Capo della Chiesa, che è Cristo, il quale qui, sopra la tomba del suo Apostolo, ha posto il fondamento visibile ed il cuore pulsante nella storia della sua medesima Chiesa.
    Vien fatto di domandarci se noi, figli del regno (Matth. 8, 11), come Gesù definisce quelli che gli sono tradizionalmente vicini, abbiamo coscienza della nostra gratuita fortuna; se siamo convinti che per essere veramente fedeli dobbiamo anche noi sopportare di essere talora avversati, per il dramma del Vangelo nel mondo, «a causa del suo nome» (cfr. Matth. 10, 22); e se finalmente, posti davanti al dilemma della scelta decisiva, saremmo disposti a preferire la fede, questo sommo valore, ad ogni altro valore terreno e temporale, alla nostra stessa effimera vita presente, preludio di quella immortale ed eterna.
    Francesco, udienza generale 19 aprile 2023
    I martiri, però, non vanno visti come “eroi” che hanno agito individualmente, come fiori spuntati in un deserto, ma come frutti maturi ed eccellenti della vigna del Signore, che è la Chiesa. In particolare, i cristiani, partecipando assiduamente alla celebrazione dell’Eucaristia, erano condotti dallo Spirito a impostare la loro vita sulla base di quel mistero d’amore: cioè sul fatto che il Signore Gesù aveva dato la sua vita per loro, e dunque anche loro potevano e dovevano dare la vita per Lui e per i fratelli. Una grande generosità, il cammino di testimonianza cristiana. Sant’Agostino sottolinea spesso questa dinamica di gratitudine e di gratuito contraccambio del dono.
    Giovanni Paolo II, udienza generale 15 novembre 1978
    La virtù della fortezza richiede sempre un certo superamento della debolezza umana e soprattutto della paura. L’uomo infatti, per natura, teme spontaneamente il pericolo, i dispiaceri, le sofferenze. Perciò bisogna cercare gli uomini coraggiosi non soltanto sui campi di battaglia, ma anche nelle corsie di un ospedale o sul letto del dolore. Tali uomini si potevano incontrare spesso nei campi di concentramento e nei luoghi di deportazione. Erano degli autentici eroi.
    La paura toglie alle volte il coraggio civile agli uomini che vivono in un clima di minaccia, di oppressione o di persecuzione. Particolare valore hanno allora gli uomini, che sono capaci di varcare la cosiddetta barriera della paura, al fine di rendere testimonianza alla verità e alla giustizia.
    Giovanni XXIII, solennità di Pentecoste 10 giugno 1962
    E che dire di quelle nazioni, ove l'apostolato s'è ridotto o si sta riducendo a lamentevole ricordo, e gli spiriti abbattuti non osano prevedere, a breve scadenza, la riuscita di un rinnovato movimento di azione pastorale, a luce delle singole anime e a direzione delle famiglie e dei popoli?
    Ciò mette in chiaro il significato di un'altra verità che i discepoli di Cristo non vogliono dimenticare: che per il cristiano la vera gioia, anche quando è accompagnata da saggi propositi, trova facilmente il suo riscontro in tristezze e contraddizioni.
    Sta scritto nel Libro Sacro che Gesù, al contemplare Gerusalemme dall'alto, sentì sciogliersi il cuore e gli occhi in pianto.
    Quante città e nazioni, a riguardarle nelle pagine della loro storia e alla luce delle meraviglie del loro passato, meraviglie di santità ed eroismo, di pietà religiosa e di trionfo di carità, che le resero celebrate, richiamano in eco di mestizia: il Tenebrae factae sunt ... Velum templi scissum est! della morte di Cristo.
    9 min
  • Ep. 337 - Papale papale - "Reti"
    Paolo VI, Angelus 28 novembre 1976
    Il tempo ci domina. Il tempo ci genera e ci consuma. Viene e scompare. Ancorato alla religione, cioè al cardine dell’Eterno Esistente Iddio, e a noi comunicato con un modo d’essere progressivo e irreversibile, il tempo acquista un immenso valore; ed è questo il primo e fondamentale insegnamento dell’odierna meditazione: il valore del tempo; possiamo dire il valore inestimabile della nostra vita presente. Ogni ora è unica e responsabile. Ogni giorno è un dono prezioso per l’acquisto d’una vita eterna. Ogni momento è un dovere da compiere, una risposta da dare all’incombente domanda dell’Amore. «Da lontano . . . è apparso il Signore: Io ti ho amato di amore eterno» dice la divina profezia (Ier. 31, 3); e vi fa eco il Vangelo; e tu: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore».
    Giovanni Paolo I, discorso ai rappresentanti della stampa internazionale 1 settembre 1978
    Siamo lieti di poter accogliere già nella prima settimana del Nostro Pontificato una rappresentanza così qualificata e numerosa del « mondo » delle comunicazioni sociali, riunita a Roma in occasione di due avvenimenti che, per la Chiesa Cattolica e per il mondo intero, hanno avuto profondo significato: la morte del Nostro compianto Predecessore Paolo VI, e il recente Conclave, nel quale è stato imposto sulle Nostre umili e fragili spalle il formidabile peso del servizio ecclesiale di sommo Pastore.
    Questo gradito incontro Ci permette di ringraziarvi per i sacrifici e le fatiche che avete affrontato durante il mese di agosto nel servire l'opinione pubblica mondiale - anche il vostro è un servizio, importantissimo - offrendo ai vostri lettori, uditori e telespettatori, con la rapidità e la immediatezza richieste dalla vostra responsabile e delicata professione, la possibilità di partecipare a questi storici avvenimenti, alla loro dimensione religiosa, alla loro profonda connessione con i valori umani e le attese della società di oggi.
    Giovanni Paolo II, udienza generale 15 dicembre 1999
    La perdita del senso di Dio ha coinciso, negli ultimi decenni, con l’avanzare di una cultura nichilistica che impoverisce il senso dell’esistenza umana e relativizza in campo etico perfino i valori fondamentali della famiglia e del rispetto della vita. Tutto questo spesso si realizza non in modo vistoso, bensì con la sottile metodologia dell’indifferenza che fa passare per normali tutti i comportamenti, di modo che non emerga più nessun problema morale. ome dicevo nell’Enciclica Evangelium vitae: “Siamo di fronte ad una realtà più vasta, che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera ‘cultura di morte’”.
    Francesco, discorso ai partecipanti alla quarta edizione degli Stati generali della natività, 10 maggio 2024
    È poi importante promuovere, a livello sociale, una cultura della generosità e della solidarietà intergenerazionale, per rivedere abitudini e stili di vita, rinunciando a ciò che è superfluo allo scopo di dare ai più giovani una speranza per il domani, come avviene in tante famiglie. Non dimentichiamolo: il futuro di figli e nipoti si costruisce anche con le schiene doloranti per anni di fatica e con i sacrifici nascosti di genitori e nonni, nel cui abbraccio c’è il dono silenzioso e discreto del lavoro di una vita intera. E d’altra parte, il riconoscimento e la gratitudine verso di loro da parte di chi cresce sono la sana risposta che, come l’acqua unita al cemento, rende solida e forte la società. Questi sono i valori da sostenere, questa è la cultura da diffondere, se vogliamo avere un domani.
    9 min
  • Ep. 336 - Papale papale - "Valori"
    Paolo VI, Angelus 28 novembre 1976
    Il tempo ci domina. Il tempo ci genera e ci consuma. Viene e scompare. Ancorato alla religione, cioè al cardine dell’Eterno Esistente Iddio, e a noi comunicato con un modo d’essere progressivo e irreversibile, il tempo acquista un immenso valore; ed è questo il primo e fondamentale insegnamento dell’odierna meditazione: il valore del tempo; possiamo dire il valore inestimabile della nostra vita presente. Ogni ora è unica e responsabile. Ogni giorno è un dono prezioso per l’acquisto d’una vita eterna. Ogni momento è un dovere da compiere, una risposta da dare all’incombente domanda dell’Amore. «Da lontano . . . è apparso il Signore: Io ti ho amato di amore eterno» dice la divina profezia (Ier. 31, 3); e vi fa eco il Vangelo; e tu: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore».
    Giovanni Paolo I, discorso ai rappresentanti della stampa internazionale 1 settembre 1978
    Siamo lieti di poter accogliere già nella prima settimana del Nostro Pontificato una rappresentanza così qualificata e numerosa del « mondo » delle comunicazioni sociali, riunita a Roma in occasione di due avvenimenti che, per la Chiesa Cattolica e per il mondo intero, hanno avuto profondo significato: la morte del Nostro compianto Predecessore Paolo VI, e il recente Conclave, nel quale è stato imposto sulle Nostre umili e fragili spalle il formidabile peso del servizio ecclesiale di sommo Pastore.
    Questo gradito incontro Ci permette di ringraziarvi per i sacrifici e le fatiche che avete affrontato durante il mese di agosto nel servire l'opinione pubblica mondiale - anche il vostro è un servizio, importantissimo - offrendo ai vostri lettori, uditori e telespettatori, con la rapidità e la immediatezza richieste dalla vostra responsabile e delicata professione, la possibilità di partecipare a questi storici avvenimenti, alla loro dimensione religiosa, alla loro profonda connessione con i valori umani e le attese della società di oggi.
    Giovanni Paolo II, udienza generale 15 dicembre 1999
    La perdita del senso di Dio ha coinciso, negli ultimi decenni, con l’avanzare di una cultura nichilistica che impoverisce il senso dell’esistenza umana e relativizza in campo etico perfino i valori fondamentali della famiglia e del rispetto della vita. Tutto questo spesso si realizza non in modo vistoso, bensì con la sottile metodologia dell’indifferenza che fa passare per normali tutti i comportamenti, di modo che non emerga più nessun problema morale. ome dicevo nell’Enciclica Evangelium vitae: “Siamo di fronte ad una realtà più vasta, che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera ‘cultura di morte’”.
    Francesco, discorso ai partecipanti alla quarta edizione degli Stati generali della natività, 10 maggio 2024
    È poi importante promuovere, a livello sociale, una cultura della generosità e della solidarietà intergenerazionale, per rivedere abitudini e stili di vita, rinunciando a ciò che è superfluo allo scopo di dare ai più giovani una speranza per il domani, come avviene in tante famiglie. Non dimentichiamolo: il futuro di figli e nipoti si costruisce anche con le schiene doloranti per anni di fatica e con i sacrifici nascosti di genitori e nonni, nel cui abbraccio c’è il dono silenzioso e discreto del lavoro di una vita intera. E d’altra parte, il riconoscimento e la gratitudine verso di loro da parte di chi cresce sono la sana risposta che, come l’acqua unita al cemento, rende solida e forte la società. Questi sono i valori da sostenere, questa è la cultura da diffondere, se vogliamo avere un domani.
    10 min
  • Ep. 335 - Papale papale - "Respiro"
    Francesco, Messa in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti 3 novembre 2014
    Il Vangelo che abbiamo ascoltato, che unisce – secondo la redazione di Marco – il racconto della morte di Gesù e quello della tomba vuota, rappresenta il culmine di tutto quel cammino: è l’avvenimento della Risurrezione, che risponde alla lunga ricerca del popolo di Dio, alla ricerca di ogni uomo e dell’intera umanità.
    Ognuno di noi è invitato ad entrare in questo avvenimento. Siamo chiamati a stare prima davanti alla croce di Gesù, come Maria, come le donne, come il centurione; ad ascoltare il grido di Gesù, e il suo ultimo respiro, e infine il silenzio; quel silenzio che si prolunga per tutto il sabato santo. E poi siamo chiamati ad andare alla tomba, per vedere che il grande masso è stato ribaltato; per ascoltare l’annuncio: «E’ risorto, non è qui» (Mc 16,6). Lì c’è la risposta. Lì c’è il fondamento, la roccia. Non in “discorsi persuasivi di sapienza”, ma nella parola vivente della croce e della risurrezione di Gesù.
    Giovanni XXIII, radiomessaggio natalizio 22 dicembre 1960
    Per le anime create da Dio e riservate ai destini eterni è naturale la ricerca e la scoperta della verità, che è l'oggetto primo dell'attività interiore dello spirito umano.
    Perchè si dice la verità? Perchè è comunicazione di Dio, e tra l'uomo e la verità. non vi è semplicemente rapporto accidentale, ma necessario ed essenziale.
    Questa verità, che irrompe dal Verbo Divino, e accende ed illumina il passato e vivifica con i suoi raggi il presente, è come il respiro che dà sicurezza di vita avvenire, oltre l'ultima apparizione di Dio per il giudizio estremo di quaggiù, che deciderà le sorti di ogni uomo per l'eternità.
    Benedetto XVI, udienza generale 16 maggio 2012
    Nella preghiera noi sperimentiamo, più che in altre dimensioni dell’esistenza, la nostra debolezza, la nostra povertà, il nostro essere creature, poiché siamo posti di fronte all’onnipotenza e alla trascendenza di Dio. E quanto più progrediamo nell’ascolto e nel dialogo con Dio, perché la preghiera diventi il respiro quotidiano della nostra anima, tanto più percepiamo ancheil senso del nostro limite, non solo davanti alle situazioni concrete di ogni giorno, ma anche nello stesso rapporto con il Signore. Cresce allora in noi il bisogno di fidarci, di affidarci sempre più a Lui; comprendiamo che «non sappiamo… come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26). Ed è lo Spirito Santo che aiuta la nostra incapacità, illumina la nostra mente e scalda il nostro cuore, guidando il nostro rivolgerci a Dio. 
    Giovanni Paolo II, Messa nella Cena del Signore 12 aprile 1979
    L’amore del Padre si è rivelato nella donazione del Figlio. Nella donazione mediante la morte.
    Il Giovedì Santo, il giorno dell’Ultima Cena, è in un certo senso il prologo di quella donazione: è l’ultima preparazione. E in un certo modo quel che in questo giorno si compiva va già oltre tale donazione. Proprio nel Giovedì Santo, durante l’Ultima Cena, si manifesta cosa vuol dire: “Amò sino alla fine”.
    Giustamente, infatti, pensiamo che amare sino alla fine significhi fino alla morte, sino all’ultimo respiro. Tuttavia l’Ultima Cena ci mostra che, per Gesù, “sino alla fine” significa al di là dell’ultimo respiro. Al di là della morte.
    Tale è appunto il significato dell’Eucaristia. La morte non è la sua fine, ma il suo inizio.
    10 min
  • Ep. 334 - Papale papale - "Relazione"
    Benedetto XVI, udienza generale 6 febbraio 2013
    L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri.  Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo “ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creaturale e conseguentemente contro il proprio bene” (n. 398). Turbata la relazione fondamentale, sono compromessi o distrutti anche gli altri poli della relazione, il peccato rovina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da solo; solamente il Creatore stesso può ripristinare le giuste relazioni. 
    Francesco. Discorso al Corpo della Guardia Svizzera Pontificia 6 maggio 2024
    In effetti, la relazione è l’esperienza-chiave per noi cristiani: Gesù ci ha rivelato e testimoniato che Dio è amore, è in Sé stesso relazione, e in questo mistero troviamo la meta e il compimento della nostra esistenza. Le buone relazioni sono la strada maestra per la nostra crescita e maturazione umana e cristiana. Gran parte di ciò che caratterizza la nostra personalità lo abbiamo appreso attraverso le relazioni con i genitori, i fratelli e le sorelle, i compagni di scuola, gli insegnanti, gli amici, i colleghi di lavoro, e così via.
    Paolo VI, Angelus 5 giugno 1977
    L’ala della preghiera, con la logica della liturgia, ci porta alla sommità della nostra fede e della nostra pietà; e noi, quasi vincendo lo splendore abbagliante della suprema rivelazione, osiamo pronunciare il nome di Lui, Iddio nostro, uno nell’Essenza, trino nelle Persone, Padre e Figlio e Spirito Santo, nel cui nome noi siamo stati battezzati, e in una ineffabile relazione associati alla Vita divina.
    Grande verità, grande mistero. È la nostra fede, è la nostra luce, è la nostra fortuna! «Beati i vostri occhi perché vedono, e i vostri orecchi perché sentono - ha detto Cristo Maestro -; in verità vi dico che molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate e non lo udirono».
    Giovanni Paolo II, udienza generale 23 aprile 1986
    L’uomo, chiamato a “soggiogare la terra” - si badi: a “soggiogarla”, non a devastarla, perché la creazione è un dono di Dio e come tale merita rispetto -, l’uomo è immagine di Dio non soltanto come “maschio e femmina, ma anche in ragione della relazione reciproca dei due sessi”. Questa relazione reciproca costituisce l’anima della “comunione di persone” che si instaura nel matrimonio e presenta una certa similitudine con l’unione delle Tre Persone divine.
    A questo proposito il Concilio Vaticano II ci dice: “Dio non creò l’uomo lasciandolo solo; fin da principio "uomo e donna li creò" e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone. L’uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti”.
    La creazione comporta così per l’uomo sia il rapporto con il mondo, sia quello con l’altro essere umano (il rapporto uomo-donna), come pure con gli altri suoi simili.
    9 min
  • Ep. 333 - Papale papale - "Fedeltà"
    Paolo VI, Angelus 2 gennaio 1977
    La mentalità moderna rifugge spesso dall’impegno, che dà un aspetto coerente, energico e volontario al nostro modo di vivere. La mentalità cristiana invece tende a convertire in fedeltà di promesse i contatti momentanei e passeggeri della luce interiore.
    Così dovremmo fare. Imprimere maggiore chiarezza e maggiore energia alla nostra vita cristiana: da professione puramente nominale la nostra religiosità cristiana deve tradursi in coerente e forte stile dal carattere personale (Cfr. Matth. 5, 21-23). Non temere perciò di fare programmi nuovi e forti, purché ragionevoli, s’intende. Ma non escludere da tali programmi il coraggio, la perseveranza, la rinuncia, il sacrificio. La preghiera poi sostiene il buon volere, perché il Signore conforta gli animi volenterosi ed oranti.
    Pio XII, radiomessaggio ai fedeli romani 10 febbraio 1952
    L'azione, a cui oggi chiamiamo Pastori e fedeli, rifletta quella di Dio : sia illuminatrice e unificatrice, generosa ed amorevole. A questo scopo, ponendovi dinanzi allo stato concreto della vostra e Nostra città, studiatevi che siano ben accertati i bisogni, ben chiare le mete, ben calcolate le disponibili f orze, in guisa che le presenti risorse iniziali non vengano trascurate perchè ignorate, nè disordinatamente impiegate, nè sciupate in attività secondarie. S'invitino le anime di buona volontà; esse stesse si offrano spontaneamente. Loro legge sia la fedeltà incondizionata alla persona di Gesù Cristo e ai suoi insegnamenti. La loro oblazione sia umile ed obbediente; la loro opera s'inserisca come elemento attivo nella grandiosa corrente, che Dio moverà e condurrà per mezzo dei suoi ministri.
    Giovanni Paolo II, discorso ai coniugi partecipanti al Convegno sulla famiglia e l’amore 3 maggio 1981
    Veni Creator Spiritus”.
    Saluto voi, coniugi, con questa invocazione, che ricorda a ciascuno di voi quel grande momento della vostra vita, quando vi siete trovati davanti all’altare, per dare, nello Spirito Santo, l’uno all’altro la reciproca testimonianza dell’amore, della fedeltà e dell’onestà matrimoniale, giurando di mantenerli fino alla morte: “Io prendo te come mia sposa – come mio sposo – e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.
    Francesco, udienza generale 21 ottobre 2015
    Sì, cari fratelli e sorelle, la fedeltà è una promessa di impegno che si auto-avvera, crescendo nella libera obbedienza alla parola data. La fedeltà è una fiducia che “vuole” essere realmente condivisa, e una speranza che “vuole” essere coltivata insieme. E parlando di fedeltà mi viene in mente quello che i nostri anziani, i nostri nonni raccontano: “A quei tempi, quando si faceva un accordo, una stretta di mano era sufficiente, perché c’era la fedeltà alle promesse. E anche questo, che è un fatto sociale, ha origine nella famiglia, nella stretta di mano dell’uomo e la donna per andare avanti insieme, tutta la vita.
    9 min
  • Ep. 332- Papale papale - "Pazienza"
    Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione del Natale 21 dicembre 1961
    Con l'autorità che Ci viene da Gesù Cristo, vi diciamo : Allontanate, allontanate la suggestione della forza; tremate alla idea di determinare una catena imponderabile di fatti, di giudizi, di risentimenti, che possa concludersi con atti inconsulti e irreparabili. Potere grande vi è stato dato non per distruggere, ma per edificare; non per dividere, ma per unire; non per far scorrere lacrime, ma per dare a tutti lavoro e sicurezza.
    Ecco le varie applicazioni di una bontà, che si deve estendere a tutti i campi dell'umana convivenza. Questa bonitas è forza e dominio di se stessi, pazienza con gli altri, carità che non si estingue, che non si perde d'animo, perchè vuole realmente il bene attorno a sè, secondo le immortali parole di S. Agostino. Essa « rimane tranquilla fra le offese, benefica in mezzo agli odii : nell'ira è mansueta, è innocua nelle insidie; nell'iniquità geme, e respira nella verità : inter iniquitates gemens, in veritate respirans ».
    Paolo VI, Angelus 18 giugno 1978
    Noi non dobbiamo perdere il senso del tempo, e cioè conservare nella successione degli avvenimenti, dapprima, la fiducia; la fiducia nella simultanea assistenza dell’azione provvida e buona della Provvidenza, che vigila sulle nostre cose, e sa trarre da ogni situazione conseguenze propizie al nostro bene superiore.
    Avere cioè un ottimismo galleggiante sulle onde, spesso tempestose della nostra immediata e anche non lieta esperienza. «Dio, ammonisce S. Paolo, non permetterà che siamo tribolati oltre le nostre possibilità» (1 Cor. 10, 13).
    E in secondo luogo, fortezza noi dobbiamo avere nei casi incerti ed avversi del nostro cammino nel tempo. Il tempo presente è la palestra delle nostre virtù; non dobbiamo vivere nel timore e nella pigrizia, ma dobbiamo interpretare le difficoltà della vita come un esercizio di fedeltà, di costanza, di pazienza. «Con la vostra pazienza, ha detto il Signore, voi sarete padroni della vostra vita» (Luc. 21, 19).
    Benedetto XVI, celebrazione dei Vespri con gli universitari, 15 dicembre 2011
    Dio, nell’incarnazione del Verbo, nell’incarnazione del suo Figlio, ha sperimentato il tempo dell’uomo, della sua crescita, del suo farsi nella storia. Quel Bambino è il segno della pazienza di Dio, che per primo è paziente, costante, fedele al suo amore verso di noi; Lui è il vero “agricoltore” della storia, che sa attendere. Quante volte gli uomini hanno tentato di costruire il mondo da soli, senza o contro Dio! Il risultato è segnato dal dramma di ideologie che, alla fine, si sono dimostrate contro l’uomo e la sua dignità profonda. La costanza paziente nella costruzione della storia, sia a livello personale che comunitario, non si identifica con la tradizionale virtù della prudenza, di cui certamente si ha bisogno, ma è qualcosa di più grande e più complesso. Essere costanti e pazienti significa imparare a costruire la storia insieme con Dio, perché solo edificando su di Lui e con Lui la costruzione è ben fondata, non strumentalizzata per fini ideologici, ma veramente degna dell’uomo.
    Francesco, Messa nella solennità della Natività del Signore 24 dicembre 2014
    La pazienza di Dio. Quanto è difficile capire questo: la pazienza di Dio verso di noi!
    Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre e della corruzione. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale. Dio non conosce lo scatto d’ira e l’impazienza; è sempre lì, come il padre della parabola del figlio prodigo, in attesa di intravedere da lontano il ritorno del figlio perduto; e tutti i giorni, con pazienza. La pazienza di Dio.
    10 min
  • Ep. 331 - Papale papale - "Crocifisso"
    Giovanni XXIIII, consegna del crocifisso a missionari e missionarie, 11 ottobre 1959
    Diletti figli!
    L'immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l'esempio da seguire: « a Lui arriva solo chi cammina — sono ancora parole di S. Leone — per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria — Dominus virtutum et Rex gloriae — ha percorso nella figura della nostra infermità... proprio perchè, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza »
    Benedetto XVI, udienza generale 10 febbraio 2010
    Scrive sant’Antonio: “Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore... In nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce” (Sermones Dominicales et Festivi III, pp. 213-214).
    Meditando queste parole possiamo capire meglio l'importanza dell'immagine del Crocifisso per la nostra cultura, per il nostro umanesimo nato dalla fede cristiana. Proprio guardando il Crocifisso vediamo, come dice sant'Antonio, quanto grande è la dignità umana e il valore dell'uomo. In nessun altro punto si può capire quanto valga l'uomo, proprio perché Dio ci rende così importanti, ci vede così importanti, da essere, per Lui, degni della sua sofferenza; così tutta la dignità umana appare nello specchio del Crocifisso e lo sguardo verso di Lui è sempre fonte del riconoscimento della dignità umana.
    Giovanni Paolo II, discorso durante la visita all’ospedale “Cristo Re”, 10 aprile 1983
    Aver fede in Cristo crocifisso e risorto significa credere nel valore della vita e quindi della salute. È triste pensare come molti purtroppo oggi rovinano la loro salute e sprecano o rifiutano la vita! Se manca la luce del Risorto tutto diventa tragicamente possibile! Gesù risorto afferma che la vita viene da Dio ed è un dono prezioso che dobbiamo amministrare, di cui siamo responsabili e di cui dovremo rendere conto. “Pasqua” significa “vita” e amore alla vita.
    Aver fede in Cristo crocifisso e risorto significa credere nella presenza continua ed amorevole della Provvidenza nelle nostre singole esistenze come nel corso tumultuoso della storia. Perciò in questa fede nel disegno provvidente di Dio, assumono valore e significato anche la malattia e la sofferenza.
    Francesco, udienza generale 5 aprile 2023
    Ci vuole un po’ di speranza per essere guariti dalla tristezza di cui siamo malati, per essere guariti dall’amarezza con cui inquiniamo la Chiesa e il mondo. Fratelli e sorelle, guardiamo il Crocifisso. E che cosa vediamo? Vediamo Gesù nudo, Gesù spogliato, Gesù ferito, Gesù tormentato. È la fine di tutto? Lì c’è la nostra speranza.
    Cogliamo allora come in questi due aspetti la speranza, che sembra morire, rinasce. Anzitutto, vediamo Gesù spogliato: infatti, «dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte» (v. 35). Dio spogliato: Lui che ha tutto si lascia privare di tutto. Ma quella umiliazione è la via della redenzione.
    10 min
  • Ep. 330 - Papale papale - "Religione"
    Francesco, viaggio apostolico in Albania, incontro con esponenti di altre religioni 21 settembre 2014
    Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell’uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano.
    Paolo VI, udienza generale 6 ottobre 1976
    Vi è ancora posto per la religione cattolica, per la Chiesa, diciamo semplificando e sintetizzando, per la nostra Fede nel mondo moderno, nel mondo teso verso ogni forma di sviluppo umano, là specialmente dove uno sviluppo sia reclamato da bisogni essenziali della vita dei Popoli, e quindi sia reclamato da diritti insoddisfatti, e imposto da quella evoluzione umana che chiamiamo progresso? La distinzione, anzi la separazione, dell’attività temporale da quella religiosa, oggi tanto marcata dalla «secolarizzazione», anzi dal «secolarismo», vigente nella mentalità e nell’attività della società contemporanea, non esclude l’evangelizzazione, cioè la religione, cioè la fede dall’area della vita moderna, affrancata ormai da ogni visuale religiosa?
    Come ognuno vede, è questa una posizione problematica di sommo interesse. Considerata in termini assoluti, essa può essere questione di vita o di morte per la religione, per la fede, ed anche per l’umanità; l’ateismo moderno, pratico o teorico che sia, vi ha già dato una risposta negativa, alla quale tanta gente aderisce, e spesso passivamente, a occhi chiusi, quasi che, soffocata la fede nella mentalità delle nuove generazioni, l’uomo goda d’una liberazione non più inceppata da scrupoli religiosi, senza abbastanza riflettere quale sarà il cammino dell’uomo stesso, accecato dalla privazione delle grandi verità orientatrici che la fede gli offriva, o peggio, dalla rinuncia alla propria facoltà visiva sulle massime questioni dell’esistenza sia del mondo, sia della vita umana.
    Giovanni XXIII, radiomessaggio a chiusura del Congresso eucaristico di Catania 13 settembre 1959
    Il Nostro cuore è particolarmente vicino a voi, e gode di esprimervi, col prezioso ausilio delle onde radiofoniche, la Nostra viva compiacenza. Ed è naturale che, guardando ai fervidi tributi di amore e di lode resi all'Eucaristia, Noi aggiungiamo l'omaggio della Nostra personale devozione, a conforto della fede comune, ed a suggello della nuova pagina di pietà, che i diletti figli d'Italia hanno esemplarmente scritta nei fasti della loro storia religiosa.
    Le vostre preghiere, i vostri canti, i solenni riti ai quali avete assistito, si sono rivolti incessantemente in adorazione del Pane eucaristico, che le lezioni dei valenti Maestri del Congresso hanno presentato ai vostri occhi in tutto il suo vivificante splendore. E volendo riassumere quanto è stato compiuto durante questi giorni, Noi ben possiamo additare nel culto dell'Eucaristia l'espressione più luminosa e completa della religione cattolica.
    Benedetto XVI, discorso ai partecipanti all’incontro degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2009
    L’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della storia della scuola in Italia, e l’insegnante di religione costituisce una figura molto importante nel collegio dei docenti. È significativo che con lui tanti ragazzi si tengano in contatto anche dopo i corsi. L’altissimo numero di coloro che scelgono di avvalersi di questa disciplina è inoltre il segno del valore insostituibile che essa riveste nel percorso formativo e un indice degli elevati livelli di qualità che ha raggiunto. In un suo recente messaggio la Presidenza della CEI ha affermato che “l’insegnamento della religione cattolica favorisce la riflessione sul senso profondo dell’esistenza, aiutando a ritrovare, al di là delle singole conoscenze, un senso unitario e un’intuizione globale. Ciò è possibile perché tale insegnamento pone al centro la persona umana e la sua insopprimibile dignità, lasciandosi illuminare dalla vicenda unica di Gesù di Nazaret, di cui si ha cura di investigare l’identità, che non cessa da duemila anni di interrogare gli uomini”.
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  • Ep. 328 - Papale papale - "Ricchezza"
    Paolo VI, discorso ai partecipanti al pellegrinaggio internazionale dei terziari francescani, 19 maggio 1971
    La povertà è la filosofia del Vangelo: «Cercate prima il regno di Dio» (Matth. 6, 33). «Lo spirito di povertà e di amore, perciò, come dice il Concilio, è la gloria ed il segno della Chiesa di Cristo». Per fortuna questa idea evangelica oggi si fa strada nella Chiesa; e voi, alunni e figli del Poverello d’Assisi, dovete non solo onorarla, ma professarla, ad esempio ed a sostegno della Chiesa, e a monito per il mondo, che vediamo spesso ingolfato nella esclusiva o prevalente ricerca della ricchezza, nel conflitto sociale intorno alla ricchezza, nell’abuso gaudente, egoistico e vizioso della ricchezza. E anche nel mondo, in certe forme strane e discutibili, purtroppo non sempre immuni di licenziosa amoralità, e forse solo effimere e capricciose, si fa strada il ripudio di questo idolo affascinante ed opprimente, ch’è appunto la ricchezza ammantata di lusso e di comodità. 
    Giovanni XXIII, radiomessaggio a chiusura del Congresso eucaristico nazionale di Catania, 13 settembre 1959
    Non esitiamo, anzi, di affermare che governanti e popoli sono destinati a restare in balìa dei naturali egoismi e delle divisioni, se non conformano le loro leggi a quelle norme di giustizia e di amore cristiano, di cui il Sacramento dell'Altare è la vera ed inesauribile sorgente. Non si veda, dunque, nella Eucaristia il bene soltanto del fedele comunicante, ma, al dire dell'Angelico Dottore, « il bene comune spirituale di tutta la Chiesa, che è ivi sostanzialmente presente».
    Venerabili Fratelli e diletti figli! Nella lezione del Breviario della solennità di S. Agata si legge questa edificante espressione: « Multo praestantior est christiana humilitas et servitus regum opibus ac superbia »: « La cristiana umiltà dei servi di Dio è molto superiore alle ricchezze ed alla superbia dei re ».
    Benedetto XVI, Angelus 30 settembre 2007
    il Vangelo di Luca presenta la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Il ricco impersona l’uso iniquo delle ricchezze da parte di chi le adopera per un lusso sfrenato ed egoistico, pensando solamente a soddisfare se stesso, senza curarsi affatto del mendicante che sta alla sua porta. Il povero, al contrario, rappresenta la persona di cui soltanto Dio si prende cura: a differenza del ricco, egli ha un nome, Lazzaro, abbreviazione di Eleazaro, che significa appunto "Dio lo aiuta". Chi è dimenticato da tutti, Dio non lo dimentica; chi non vale nulla agli occhi degli uomini, è prezioso a quelli del Signore. Il racconto mostra come l’iniquità terrena venga ribaltata dalla giustizia divina: dopo la morte, Lazzaro è accolto "nel seno di Abramo", cioè nella beatitudine eterna; mentre il ricco finisce "all’inferno tra i tormenti". Si tratta di un nuovo stato di cose inappellabile e definitivo, per cui è durante la vita che bisogna ravvedersi, farlo dopo non serve a nulla.
    Francesco, Angelus 22 settembre 2019
    La ricchezza può spingere a erigere muri, creare divisioni e discriminazioni. Gesù, al contrario, invita i suoi discepoli ad invertire la rotta: “Fatevi degli amici con la ricchezza”. È un invito a saper trasformare beni e ricchezze in relazioni, perché le persone valgono più delle cose e contano più delle ricchezze possedute. Nella vita, infatti, porta frutto non chi ha tante ricchezze, ma chi crea e mantiene vivi tanti legami, tante relazioni, tante amicizie attraverso le diverse “ricchezze”, cioè i diversi doni di cui Dio l’ha dotato. Ma Gesù indica anche la finalità ultima della sua esortazione: “Fatevi degli amici con la ricchezza, perché essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Ad accoglierci in Paradiso, se saremo capaci di trasformare le ricchezze in strumenti di fraternità e di solidarietà, non ci sarà soltanto Dio, ma anche coloro con i quali abbiamo condiviso, amministrandolo bene, quanto il Signore ha messo nelle nostre mani.
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