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Django Reinhardt e Toots Thielemans sono gli esponenti più in vista di una scuola chitarristica belga che annovera, oltre ad alcuni musicisti minori, anche due altre figure di primo piano.
Grazie al “patrocinio” di Reinhardt, René Thomas (1927-1975) ha avuto un ruolo di protagonista a partire dai primi anni ’50 sulla scena parigina. Si trasferì poi negli Stati Uniti, rientrando in Europa verso la metà di ’60. Influenzato da un maestro dello strumento come Jimmy Rainey, Thomas ha segnato l’evoluzione dello strumento nel jazz e l’approccio allo stesso di musicisti della successiva generazione quali Larry Coryell o John McLaughlin. Molto stimato tra i colleghi, fu uno dei chitarristi preferiti di Sonny Rollins.
Possiamo considerare per certi versi anche Philip Catherine (Londra, 1942) un continuatore dell’estetica di Thomas. Messosi in luce sulla scena internazionale nella seconda metà anni ’60 accanto a Dexter Gordon, Niels-Henning Ørsted Pedersen, Charles Mingus, Charlie Mariano, Carla Bley, Catherine ha iniziato a proporsi come leader con l’album Stream del 1971. Lo ricordiamo attivo in uno duo di successo di chitarre acustiche con Larry Coryell e poi anche in ambito jazz-rock, genere che affrontò con proprie formazioni e soprattutto in seno al gruppo del violinista Jean-Luc Ponty.
Django Reinhardt e Toots Thielemans sono gli esponenti più in vista di una scuola chitarristica belga che annovera, oltre ad alcuni musicisti minori, anche due altre figure di primo piano.
Grazie al “patrocinio” di Reinhardt, René Thomas (1927-1975) ha avuto un ruolo di protagonista a partire dai primi anni ’50 sulla scena parigina. Si trasferì poi negli Stati Uniti, rientrando in Europa verso la metà di ’60. Influenzato da un maestro dello strumento come Jimmy Rainey, Thomas ha segnato l’evoluzione dello strumento nel jazz e l’approccio allo stesso di musicisti della successiva generazione quali Larry Coryell o John McLaughlin. Molto stimato tra i colleghi, fu uno dei chitarristi preferiti di Sonny Rollins.
Possiamo considerare per certi versi anche Philip Catherine (Londra, 1942) un continuatore dell’estetica di Thomas. Messosi in luce sulla scena internazionale nella seconda metà anni ’60 accanto a Dexter Gordon, Niels-Henning Ørsted Pedersen, Charles Mingus, Charlie Mariano, Carla Bley, Catherine ha iniziato a proporsi come leader con l’album Stream del 1971. Lo ricordiamo attivo in uno duo di successo di chitarre acustiche con Larry Coryell e poi anche in ambito jazz-rock, genere che affrontò con proprie formazioni e soprattutto in seno al gruppo del violinista Jean-Luc Ponty.
Da lunedì 20 a venerdì 24 settembre 2021
“Birdland” rende omaggio a Curtis Fuller, uno dei grandi trombonisti del jazz moderno, scomparso di recente.
Nato nel 1934 a Detroit, Fuller entrò nel giro che conta dopo il servizio militare (dove tra l’altro aveva incrociato i fratelli Adderley, collaborando con altri musicisti della città che stavano contribuendo al lancio dell’hard bop; Jusef Lateef, Donald Byrd, Tommy Flanagan e altri.
Poi la sua strada incrociò quella di Miles Davis, di John Coltrane e dell’eccellente pianista Sonny Clark, con cui collaborò assiduamente.
Momenti importanti della sua carriera, dopo l’esordio come leader nel 1957, furono la partecipazione al Jazztet di Art Farmer e Benny Golson, e poco dopo (1961) l’entrata nei Jazz Messengers di Art Blakey.
Trombonista richiestissimo, legò il suo nome anche (ma non solo) alla Blue Note, sia come leader sia come sideman di spicco: è presente nel famoso Blue Train di Coltrane e in dischi di Jimmy Smith, Lee Morgan, Hank Mobley, Joe Henderson per non citarne che alcuni.
Da lunedì 20 a venerdì 24 settembre 2021
“Birdland” rende omaggio a Curtis Fuller, uno dei grandi trombonisti del jazz moderno, scomparso di recente.
Nato nel 1934 a Detroit, Fuller entrò nel giro che conta dopo il servizio militare (dove tra l’altro aveva incrociato i fratelli Adderley, collaborando con altri musicisti della città che stavano contribuendo al lancio dell’hard bop; Jusef Lateef, Donald Byrd, Tommy Flanagan e altri.
Poi la sua strada incrociò quella di Miles Davis, di John Coltrane e dell’eccellente pianista Sonny Clark, con cui collaborò assiduamente.
Momenti importanti della sua carriera, dopo l’esordio come leader nel 1957, furono la partecipazione al Jazztet di Art Farmer e Benny Golson, e poco dopo (1961) l’entrata nei Jazz Messengers di Art Blakey.
Trombonista richiestissimo, legò il suo nome anche (ma non solo) alla Blue Note, sia come leader sia come sideman di spicco: è presente nel famoso Blue Train di Coltrane e in dischi di Jimmy Smith, Lee Morgan, Hank Mobley, Joe Henderson per non citarne che alcuni.
Da lunedì 20 a venerdì 24 settembre 2021
“Birdland” rende omaggio a Curtis Fuller, uno dei grandi trombonisti del jazz moderno, scomparso di recente.
Nato nel 1934 a Detroit, Fuller entrò nel giro che conta dopo il servizio militare (dove tra l’altro aveva incrociato i fratelli Adderley, collaborando con altri musicisti della città che stavano contribuendo al lancio dell’hard bop; Jusef Lateef, Donald Byrd, Tommy Flanagan e altri.
Poi la sua strada incrociò quella di Miles Davis, di John Coltrane e dell’eccellente pianista Sonny Clark, con cui collaborò assiduamente.
Momenti importanti della sua carriera, dopo l’esordio come leader nel 1957, furono la partecipazione al Jazztet di Art Farmer e Benny Golson, e poco dopo (1961) l’entrata nei Jazz Messengers di Art Blakey.
Trombonista richiestissimo, legò il suo nome anche (ma non solo) alla Blue Note, sia come leader sia come sideman di spicco: è presente nel famoso Blue Train di Coltrane e in dischi di Jimmy Smith, Lee Morgan, Hank Mobley, Joe Henderson per non citarne che alcuni.
Da lunedì 20 a venerdì 24 settembre 2021
“Birdland” rende omaggio a Curtis Fuller, uno dei grandi trombonisti del jazz moderno, scomparso di recente.
Nato nel 1934 a Detroit, Fuller entrò nel giro che conta dopo il servizio militare (dove tra l’altro aveva incrociato i fratelli Adderley, collaborando con altri musicisti della città che stavano contribuendo al lancio dell’hard bop; Jusef Lateef, Donald Byrd, Tommy Flanagan e altri.
Poi la sua strada incrociò quella di Miles Davis, di John Coltrane e dell’eccellente pianista Sonny Clark, con cui collaborò assiduamente.
Momenti importanti della sua carriera, dopo l’esordio come leader nel 1957, furono la partecipazione al Jazztet di Art Farmer e Benny Golson, e poco dopo (1961) l’entrata nei Jazz Messengers di Art Blakey.
Trombonista richiestissimo, legò il suo nome anche (ma non solo) alla Blue Note, sia come leader sia come sideman di spicco: è presente nel famoso Blue Train di Coltrane e in dischi di Jimmy Smith, Lee Morgan, Hank Mobley, Joe Henderson per non citarne che alcuni.
Da lunedì 20 a venerdì 24 settembre 2021
“Birdland” rende omaggio a Curtis Fuller, uno dei grandi trombonisti del jazz moderno, scomparso di recente.
Nato nel 1934 a Detroit, Fuller entrò nel giro che conta dopo il servizio militare (dove tra l’altro aveva incrociato i fratelli Adderley, collaborando con altri musicisti della città che stavano contribuendo al lancio dell’hard bop; Jusef Lateef, Donald Byrd, Tommy Flanagan e altri.
Poi la sua strada incrociò quella di Miles Davis, di John Coltrane e dell’eccellente pianista Sonny Clark, con cui collaborò assiduamente.
Momenti importanti della sua carriera, dopo l’esordio come leader nel 1957, furono la partecipazione al Jazztet di Art Farmer e Benny Golson, e poco dopo (1961) l’entrata nei Jazz Messengers di Art Blakey.
Trombonista richiestissimo, legò il suo nome anche (ma non solo) alla Blue Note, sia come leader sia come sideman di spicco: è presente nel famoso Blue Train di Coltrane e in dischi di Jimmy Smith, Lee Morgan, Hank Mobley, Joe Henderson per non citarne che alcuni.
L’organo Hammond di Jimmy Smith ha segnato un’epoca. Il musicista, originario della Pennsylvania dove nacque nel 1925, contribuì in maniera decisiva alla popolarità dello strumento, fino ad allora quasi esclusivamente relegato nelle chiese americane dove non era disponibile uno strumento canonico.
Fu uno dei jazzisti di maggior successo commerciale e la sua sterminata discografia, in parte, lo sta a dimostrare: non meno di 15 album pubblicati tra il suo debutto nel ’56 e la fine del decennio, e una lotta infinita (che il musicista abilmente sfruttò) tra le due major Blue Note e Verve per accaparrarselo.
Alla seconda fu legato con continuità dal 1963 ai primi anni ’70, pubblicando accanto agli album tutta una serie di singles di successo, specifico repertorio dell’organista qui ricordato da Riccardo Bertoncelli.
L’organo Hammond di Jimmy Smith ha segnato un’epoca. Il musicista, originario della Pennsylvania dove nacque nel 1925, contribuì in maniera decisiva alla popolarità dello strumento, fino ad allora quasi esclusivamente relegato nelle chiese americane dove non era disponibile uno strumento canonico.
Fu uno dei jazzisti di maggior successo commerciale e la sua sterminata discografia, in parte, lo sta a dimostrare: non meno di 15 album pubblicati tra il suo debutto nel ’56 e la fine del decennio, e una lotta infinita (che il musicista abilmente sfruttò) tra le due major Blue Note e Verve per accaparrarselo.
Alla seconda fu legato con continuità dal 1963 ai primi anni ’70, pubblicando accanto agli album tutta una serie di singles di successo, specifico repertorio dell’organista qui ricordato da Riccardo Bertoncelli.
Nativo della Louisiana (1930) ed arrivato a Chicago nel ’46, Little Walter – malgrado la breve vita – è da considerare uno dei grandi del blues urbano. Chitarrista dapprima, è però con l’armonica a bocca che dà il meglio di sé spingendo lo strumento a limiti sonori impensabili prima, grazie anche all’amplificazione dello strumento, pure con uso di effetti estremi come la distorsione, che fu il primo ad introdurre.
Fedelissimo nel gruppo di Muddy Waters negli anni ’50, iniziò in seguito una carriera di successo come solista che lo portò ad avere una quindicina di singles nella top 10 delle classifiche R&B di Bilboard.
Fu comunque ancora richiestissimo ospite di musicisti come Bo Diddley, Otis Rush, Rocky Fuller ed altri del giro della Chess Records.
La sua carriera fu purtroppo segnata, dagli anni ’60 in avanti, da crescenti problemi di alcoolismo che furono la causa della morte intervenuta nel febbraio del 1968 (subito dopo il suo secondo tour europeo), per le conseguenze di una rissa fuori da un locale di Chicago dove si era esibito la sera precedente.
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