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Questa è la storia di due uomini che si sono sfidati due volte, a vent’anni di distanza. Hanno sempre avuto tra loro una tavola divisa in 64 quadrati, detti case. Hanno giocato lungo questo campo con sedici pezzi. Bianchi o neri. Uno era figlio di un fisico tedesco che lo abbandonò a due anni. L’altro aveva un padre militare e aveva imparato a muovere cavalli e alfieri in treno, durante la fuga da Leningrado sotto assedio.
Uno era americano, l’altro era sovietico. Uno era Bobby Fischer, l’altro era Boris Spassky.
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Lizzie Murphy aveva un sogno: giocare a baseball contro gli uomini in Major League. Aveva iniziato in prima base con un paio di squadre locali, i Warren Silk Hats e il Warren Baseball Club. Il 14 agosto del 1922 la squadra di Lizzie fu invitata per un’esibizione contro i Boston Red Sox. Una donna contro una formazione di Major League. Era il sogno che si avverava, ed era una barriera abbattuta per la parità tra uomini e donne.
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Era il 1952 ed era sempre più chiaro che la Guerra Fredda si poteva condurre anche con un pallone o una staffetta, una gara di nuoto, un concorso di ginnastica. Se lo sport non era più solo sport, allora poteva raccontarlo anche chi non ne sapeva un granché. Qualcuno come questo 29enne inviato a Helsinki dal quotidiano L’Unità: il suo nome era Italo Calvino.
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Mai nessuno è stato più felice di stare in campo pur sapendo che avrebbe perso. Mai nessuno, prima del 1992: siamo alle Olimpiadi di Barcellona, e le squadre di basket di tutto il mondo lo sanno, che perderanno. Sanno che gli avversari sono troppo più forti. Sono il dream team americano, un concentrato di campioni mai visto prima: Magic Johnson, Micheal Jordan Larry Bird, Charles Barkley, e poi Clyde Drexler, Pat Ewing, John Stockton, Karl Malone, Scottie Pippen, David Robinson, Christian Laettner, Chris Mullin. “Giocare contro di loro - disse il brasiliano Schmidt - è come sognare”.
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Il cinema non era più muto da soli cinque anni quando Johnny scoprì che la sceneggiatura del film in cui doveva recitare prevedeva un urlo che nessuno avrebbe più dimenticato. Ma prima di diventare Tarzan, Johnny Weissmuller era stato il primo uomo nella storia sotto la barriera del minuto nei 100 metri stile libero, la sua specialità.
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Il 1982 era un anno di guerre, più o meno esplicite: sugli scogli delle Isole Falkland combattevano gli eserciti di Argentina e Gran Bretagna. Israele bombardava i quartieri arabi alla periferia di Beirut per smantellare le postazioni dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. La Polonia viveva sotto la legge marziale del generale Jaruzelski. El Salvador era squassato dalla guerra civile. Il Cile era sotto una dittatura militare. E in Italia, dove risuonava ancora l’eco degli anni di piombo, i lavoratori scendevano in piazza riaccendendo nel paese una coscienza sindacale di massa. Quel che fece il gioco del calcio, nel giro di quaranta giorni, fu cambiare il segno alla presenza della folla nelle strade, non più per rabbia ma per gioia.
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C’è chi vuole vincere per la gloria, chi per il montepremi, chi per battere un rivale. Quell’anno lì - il 1992 - Andre Agassi vuole vincere Wimbledon per un altro motivo: andare al ballo e conoscere Steffi Graf. Non sa che, proprio quell’anno, tra le tante tradizioni del torneo inglese verrà a mancarne una, il ballo finale. E non sa neppure, però, che anni dopo quella tennista diventerà sua moglie. Questa è la storia dell’ex ragazzo ribelle del tennis e della donna che gli ha cambiato la vita.
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L’idea era venuta ad Henri Desgrange, direttore de L’Auto, il quotidiano sportivo che organizzava la corsa. Aveva annunciato l’intenzione di assegnare una maglia con un colore speciale al primo in classifica, per distinguerlo più facilmente dagli altri ciclisti. Il primo a vestirla, nel 1919, fu un apprendista fabbro, Eugène Christophe, che al ciclismo era arrivato per caso, inizialmente per poter vedere da vicino il suo campione preferito: Maurice Garin. Non ha mai vinto il Tour, ma fu il primo a indossare quella maglia, la stessa con cui volle poi essere seppellito, nel 1970, all’età di 85 anni. Ancora oggi, nel cimitero comunale di Malakoff, poco distante da Parigi, qualcuno va a portagli dei fiori. Gialli.
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Tutte le volte che gioca la Nazionale di pallanuoto - il Settebello - dovremmo pensare a Mimì Grimaldi, il ragazzo con i baffetti che inventò questo soprannome per far colpo su delle tedesche che - come la squadra della Rari Nantes Napoli - viaggiavano in terza classe sul treno Genova-Napoli. Era il 1937. Solo nel 1948, alle Olimpiadi di Londra, quel soprannome iniziò a essere usato per la nazionale.
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Dalle Olimpiadi di Monaco 1972 in avanti Cuba ha costruito su scala mondiale l’epica dell’isola dei campioni: il primo è stato Teofilo Stevenson, un ragazzo che voleva giocare a basket ma che inciampò in un paio di guantoni da boxe. Scoprì che era bravo e che tirare pugni gli piaceva, e iniziò a farlo per portare sul ring - e sul podio - insieme a lui gli 8 milioni di cubani che rappresentava. Più il mondo isolava Cuba, più Teofilo colpiva forte per far sventolare ancora una volta la bandiera della stella solitaria, hasta la victoria siempre.
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