Carabobo, 24 giugno 1821
Simón Bolívar e la conquista del Venezuela
Di Gastone Breccia
Il destino di un continente. Piana di Carabobo, pomeriggio del 23 giugno 1821. L’esercito spagnolo al comando del governatore e Capitán General de Venezuela Miguel de la Torre è accampato a guardia della strada che dalle regioni dell’interno conduce verso la città di Valencia, venticinque chilometri più a nordest, e di qui a Caracas. Le forze ribelli al comando di Simón Bolívar, il capo del movimento indipendentista che aveva già liberato la Colombia due anni prima (battaglia di Boyacá, 7 agosto 1819), sono segnalate ormai a poche ore di marcia: de la Torre dispone di soli 5 battaglioni di fanteria, 3 reggimenti di cavalleria e 2 pezzi d’artiglieria, ovvero poco più di 4.500 effettivi per rovesciare le sorti della lotta e salvare il viceregno di Nuova Granada, di cui il Venezuela fa parte. Uomini relativamente affidabili ed esperti, ma anche piuttosto demoralizzati dall’andamento delle operazioni in Sudamerica: il comandante spagnolo sa di dover sfruttare la posizione favorevole per infliggere una netta sconfitta al nemico, altrimenti la ritirata delle sue truppe potrebbe trasformarsi in una disfatta senza speranza. Prima di sera, ricevuto il rapporto degli esploratori, el Libertador Bolívar dà ordine di porre il campo e convoca il consiglio di guerra. Inizialmente propone di attaccare di slancio le posizioni spagnole, confidando nella superiorità numerica – dispone infatti di 9 battaglioni di fanteria e 19 squadroni di cavalleria, per un totale di circa 6.500 uomini – e nell’entusiasmo dei suoi; ne viene dissuaso dalle informazioni ricevute sulle caratteristiche del vallone che conduce alla piana di Carabobo, che potrebbe trasformarsi in una micidiale killing zone, spazzato dal fuoco a mitraglia dei due pezzi d’artiglieria di de la Torre. Bolívar decide allora di lanciare un attacco frontale per «fissare» il grosso dell’esercito nemico, mentre alle sue truppe migliori, riunite nella 1a divisione del generale José Antonio Páez, affida la decisiva manovra di aggiramento attorno all’ala destra spagnola, sfruttando il terreno irregolare e boscoso. Dai rispettivi accampamenti si distingue con chiarezza il riverbero dei fuochi dei bivacchi nemici, ma la notte di inizio estate trascorre tranquilla, in attesa del giorno che deciderà la sorte di un continente. La manovra e lo scontro. Il generale Páez, messosi alla testa del battaglione dei Bravos de Apure (tenente colonnello Juan José de Conde), seguito dal battaglione dei Cazadores Británicos (colonnello Thomas Ilderton Ferriar) e da 14 squadroni di lancieri, iniziò soltanto alle 11 del mattino l’ampio movimento che doveva portarlo oltre l’ala destra nemica per attaccare da nord le posizioni spagnole a difesa della piana di Carabobo. I motivi del ritardo non sono noti, mentre è attestato che il comandante della 1a divisione poté giovarsi dell’aiuto di alcuni uomini esperti dei luoghi, che guidarono le sue truppe per sentieri e valloncelli quasi invisibili dalle alture che delimitano la pianura. L’avanzata fu comunque piuttosto lenta, con gli zapadores della grande unità costretti ad aprire la strada al grosso attraverso la boscaglia a colpi di machete; questo diede modo agli spagnoli di rendersi conto di quanto stava accadendo, e il generale de la Torre tentò di modificare di conseguenza lo schieramento dei propri reparti di fanteria: il Capitán General si mise alla testa dei 700 uomini del battaglione Burgos, che aveva inizialmente pensato di tenere di riserva, dirigendosi verso il punto dove il nemico sembrava intenzionato a raggiungere la pianura, e diede ordine al Barbastro e all’Hostalrich di seguirlo a distanza.La mischia si accese quando i primi tra i Bravos de Apure uscirono dalla boscaglia per attaccare la cresta: gli schermagliatori del Burgos, infatti, avendoli preceduti di qualche minuto, aprirono un fuoco micidiale sui venezuelani che cercavano di coprire l’ultimo tratto di salita che ancora li separava dal bordo della pianura. De la Torre, che aveva sperato di gestire lo scontro come difesa statica di posizioni preparate, e coperte dal fuoco degli unici cannoni presenti sul campo, si trovò invece costretto ad affrontare una battaglia d’incontro su un terreno inadatto al dispiegamento di unità regolari addestrate a combattere in linea e colonna: nonostante questo i suoi uomini riuscirono inizialmente a ricacciare il nemico, perché il Barbastro e lo Hostalrich (altri 1.400 effettivi) giunsero a dar manforte al Burgos prima che questo fosse costretto a cedere terreno di fronte allo slancio dei Bravos de Apure. Gli spagnoli intuirono che il momento era favorevole e tentarono di sfruttarlo contrattaccando dalla cresta al margine del bosco, ma finirono a loro volta sotto il fuoco dei Cazadores Británicos, il battaglione scelto formato da veterani delle guerre napoleoniche, tutti volontari, che riuscì a schierarsi in linea attraverso il canalone teatro della lotta, coprendo la ritirata dei venezuelani. Il colonnello Ferriar, smontato da cavallo, ordinò di piantare a terra lo stendardo repubblicano e resistere sul posto; pochi minuti dopo venne colpito a morte, come il suo secondo in comando e l’aiutante di battaglione, il capitano Scott. I Cazadores Británicossubirono perdite gravissime – 17 ufficiali e circa la metà degli effettivi morti o feriti – ma diedero tempo ai Bravos de Apure di riannodare le file e ricevere due compagnie di rinforzo inviate da Bolivar, che nel frattempo manteneva una forte pressione sulla principale via d’accesso a Carabobo, in modo da impedire al Capitán General de la Torre di sganciare gli altri due battaglioni spagnoli e l’artiglieria. Non appena si accorse che i tre battaglioni spagnoli avevano perso slancio sotto il fuoco dei britannici, Páez diede ordine a tutti i reparti in grado di combattere di incalzarli alla baionetta: questa volta gli uomini della sua divisione riuscirono a superare il dislivello e a penetrare nella pianura, dove gli esperti Cazadores Británicos formarono immediatamente il quadrato per respingere la carica della cavalleria spagnola, che de la Torre aveva mandato a sostegno dell’ala destra per rovesciare le sorti dello scontro, sperando di sfruttare il momento in cui il nemico avrebbe raggiunto il terreno aperto ancora in relativo disordine.Ancora una volta, la tenacia e la perizia tattica dei britannici fa guadagnare tempo agli altri reparti di Páez: i Bravos de Apure e le compagnie di rinforzo raggiungono la pianura e si aprono a ventaglio, mentre lo squadrone della guardia personale di Páez – 34 uomini! – vista la situazione ancora critica non esita a impegnare la cavalleria nemica attaccandola sul fianco. Quando escono finalmente dalla boscaglia anche i primi squadroni di llaneros, i lancieri a cavallo venezuelani famosi per la rapidità di manovra e la ferocia in combattimento, gli spagnoli cedono di schianto. Il battaglione Burgos è distrutto, l’Hostalrich decimato; il Barbastro, ancora in formazione ordinata, viene circondato dalla cavalleria e costretto ad abbassare le armi. È l’una del pomeriggio: si combatte da un’ora soltanto, ma la battaglia è finita. Al Capitán General de la Torre non resta altro da fare che raccogliere i superstiti – circa 2.000, meno della metà del suo esercito – e fuggire verso Valencia. Audacia, sorpresa, vittoria. La disfatta del 24 giugno 1821 spense le speranze di una ripresa realista in tutta l’America Latina: raramente, nella storia, uno scontro tanto modesto per numero di uomini impiegati in combattimento ha avuto conseguenze di così vasta portata. La potenza militare spagnola era stata liquidata anche in Venezuela: questo permise a Bolívar di avviare l’ultima campagna nel viceregno meridionale del Perù senza doversi preoccupare delle proprie retrovie. El libertador ne uscì da trionfatore; gli eroi di Carabobo sono ricordati come i «padri fondatori» dell’indipendenza venezuelana, e alla valentía indómita dei Bravos de Apure hanno fatto esplicito riferimento, in giorni recenti, i sostenitori dell’ex-presidente Nicolás Maduro. La vittoria di Carabobo, dal punto di vista tattico, fu decisa dalla capacità di Bolívar di comprendere le rispettive qualità e i limiti dei due eserciti – entusiasti e audaci i patrioti, troppo legati alle regole del combattimento «in campo aperto» gli spagnoli – e soprattutto alla sua capacità di «leggere» il terreno e sfruttarne le caratteristiche per sorprendere il nemico, affidando la decisione dello scontro a un attacco condotto attraverso una zona ritenuta intransitabile. Principi senza tempo dell’arte della guerra, che difficilmente tradiscono chi sa interpretarli a proprio vantaggio.