IL BLUES DEL LUPO
Howlin Wolf, stella della musica e soldato
di Pierfrancesco Sampaolo
Chester Arthur Burnett, in arte Howlin Wolf, fu uno dei più importanti musicisti e autori Blues di tutti i tempi, fra i padri del blues elettrico e del rock psichedelico, ma per circa tre anni fu anche un militare dello US Army durante la Seconda guerra mondiale, ma per lui fu tutt’altro che facile. Burnett nacque nel 1910 a White Station, nel Mississipi da Gertrude Jones e Leon “Dock” Burnett, nel profondo sud degli Stai Uniti, in piena segregazione. Pare che il suo nome d’arte provenga dal fatto che la nonna fosse solita strizzargli le guance molto forte, tanto che lui emetteva dei veri e propri ululati di dolore. I genitori si separarono quando aveva un anno. Chester e la madre si trasferirono a Monroe County. Qui entrò assieme a Gertrude nel coro della chiesa battista di Life Boat e cominciò a muovere i primi passi nella musica. Ma, improvvisamente, la madre lo cacciò di casa, per motivi tutt’ora sconosciuti, e si trasferì dallo zio dove, però, visse un periodo di privazioni e angherie, tanto che all’età di tredici anni scappò per 85 miglia scalzo per raggiungere il padre. Finalmente, qui cominciò a vivere una vita felice con la festosa famiglia allargata del genitore. Nel 1928, a quasi 18 anni, Chester guadagnò abbastanza soldi per comprare la sua prima chitarra, momento che ricorderà per tutta la vita. Amava il blues e la musica country di Jimmy Rodgers ma, fino a quel momento, aveva solo lavorato duramente e non era mai andato a scuola, come del resto quasi tutti i ragazzi afro americani dell’epoca che vivevano nel sud.È però nel 1930 che la sua vita musicale si accese, quando incontrò Charley Patton, il padre del “Delta Blues”. Patton si esibiva nei locali afro-americani del Delta del Mississipi, i cosiddetti “Juke Joint”, dove Chester lo andava ad ascoltare assiduamente. I due divennero amici e Patton insegnò a quel ragazzone talentuoso i segreti della chitarra blues, tecniche che lo accompagneranno per tutta la sua carriera. Ma Patton era anche uno straordinario performer, muovendosi come un ossesso sul palco, portando anche la chitarra dietro la schiena o fra le gambe. Insomma, sapeva come far incendiare la folla dei Juke Joint e Chester imparò da lui anche questo. I due cominciarono ad esibirsi insieme lungo il Delta del Mississipi e così Burnett, che conosceva bene anche l’armonica a bocca, cominciò a collaborare con artisti dell’epoca come Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson, Floyd Jones (da cui poi i Pink Floyd presero il nome), Son House e Sonny Boy Williamson II. Ma nel 1941 alcuni proprietari terrieri del Delta lo denunciarono alle autorità federali per via del fatto che egli non era disposto a lavorare per loro nei campi, così venne arruolato a forza nell’esercito degli Stati Uniti. C’è da dire che quelli erano anni molto duri per gli afro americani, anni in cui segregazione e suprematismo bianco erano garantiti anche da leggi degli Stati del sud e tutti gli artisti neri provenienti da quelle zone ebbero una vita molto più difficile dei loro colleghi caucasici, subendo spesso soprusi e ingiustizie. Tornando a Burnett, il suo arruolamento, benché forzato, non lo turbò più di tanto: del resto era appena scoppiata la guerra e ce lo si poteva aspettare. Aveva già oltre trent’anni e l’adattamento alle regole militari non fu semplice. Il 9 aprile del 1941 fu assegnato alla base di Pine Bluff nel 9° rgt. Cavalleria, uno dei reparti della nota Buffalo Division. Partecipò lo stesso anno anche alle “Manovre del Mississipi” dove vennero testate tecniche di combattimento con i mezzi corazzati utilizzate poi anche in Europa. Chester venne assegnato alle cucine e passò gran parte del servizio occupandosi di lavori umili. Ogni sera però, nella sala dove i militari attendevano visite e posta, cantava e suonava il blues, lasciando a bocca aperta chi era lì. Successivamente venne assegnato a Fort Gordon, in Florida, sempre al vettovagliamento. Stavolta erano gli scalini della mensa a vederlo esibirsi con la chitarra di fronte ai suoi commilitoni. Fra la malinconia di casa e della sua vita precedente, Wolf cantava come dalla sua veranda di campagna, da dove si vedevano passare i treni, andando al ritmo del rumore sulle rotaie e che sembravano diretti verso la speranza di una vita migliore al nord. Qui, un giovanissimo James Brown, che frequentava la base lavorando come lustra scarpe per i militari, lo vide esibirsi rimanendone ammaliato: per Brown Howlin Wolf rimarrà sempre un punto di riferimento.Ma, a un certo punto, Burnett, non si sa come, venne assegnato a un’unità delle trasmissioni, il 29° Signal Construction Battalion, con l’incarico di decodificare e trascrivere messaggi. Era però analfabeta e quando i superiori se ne accorsero, fu destinato a Camp Murray, vicino Tacoma (Washington) per seguire un corso di alfabetizzazione. Qui incontrò un istruttore a dir poco sadico. Burnett, ogni volta che commetteva un errore di scrittura o lettura, veniva ripetutamente percosso con un frustino e brutalizzato con feroci rimproveri, spesso umiliato davanti a tutti. Le settimane passavano con questo trattamento costante e, nonostante la sua mole (era alto 1.91 m) e la sua scorza da uomo maturo, Burnett ebbe un grave esaurimento nervoso, collassando prima di entrare in classe. I primi rapporti medici diagnosticarono tremori incontrollabili, confusione mentale, svenimenti e vertigini frequenti. Ma il calvario del povero Chester non finì qui. Infatti, poco dopo, nell’agosto del ’43, fu trasferito presso l’ospedale psichiatrico militare di Camp Adair, nell’Oregon, per accertamenti, peraltro a poche miglia a sud del tristemente famoso Oregon State Hospital, quello di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, per intenderci. Appena ricoverato, rimase legato al letto per due mesi interi subendo ogni tipo di trattamento psichiatrico, anche estremo, come l’elettro shock, psicofarmaci e assidui e ripetuti interrogatori. Ma l’ospedale, in quei giorni, oltre ai malati psichiatrici stava ricevendo le migliaia di feriti provenienti dalle battaglie del Pacifico, contro i giapponesi. Qui Chester condivise la condizione di centinaia di uomini, di ragazzi devastati dai combattimenti, mentalmente e fisicamente dove le urla per le ferite e per i traumi facevano da sottofondo notte e giorno, dove tanti vagavano come fossero svuotati, con gli sguardi persi nel nulla. Tutto questo “inferno”, come lui lo descriverà, segnerà per sempre le sue canzoni e la sua grande sensibilità nello scriverle e nel raccontare le storie degli “ultimi”, dei peccatori, e quindi di tutti. Poche settimane dopo, il 3 novembre del 1943, venne congedato “con onore” per “disabilità”. C’è da dire che fu anche fortunato perché un afro americano, all’epoca e nelle sue condizioni psichiche, in quel luogo, avrebbe potuto subire anche molto di peggio. Appena tornato alla vita civile, poco dopo, Howlin Wolf spiccherà il volo divenendo uno dei musicisti più importanti e influenti del secolo scorso. La sua esperienza militare, nel bene e nel male, lo aveva segnato per sempre contribuendo a “liberare il lupo” che, nonostante tutto, non poteva rimanere rinchiuso.