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Or


Mc 12,1-12
In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
Gesù, di fronte al rifiuto dei capi del popolo di accogliere la sua autorità sulla loro vita e su quella d’Israele, narra la parabola dei vignaioli omicidi. Gli ascoltatori sano benissimo cosa sia la vigna: il popolo d’Israele. Spesso i profeti ne hanno parlato. E sanno anche chi è il padrone che l’ha piantata, custodita e coltivata: il Signore Iddio. Con un rapidissimo sguardo sulla storia del popolo d’Israele, Gesù si presenta come il figlio inviato per salvare la vigna. E la salva anche a costo di essere cacciato e ucciso. Con queste parole Gesù chiarisce agli ascoltatori da dove nasce la sua autorità: dall’amore di Dio per il suo popolo. E l’amore senza limiti che Gesù vive per il popolo di Dio che fonda la sua autorità e quella della sua Parola. Non è il ruolo che sostiene l’autorità di Gesù, bensì il suo amore e il servizio sino alla morte. E’ questa la legge che presiede la vita della comunità cristiana. E Gesù ne è la manifestazione più alta. Egli ama i suoi, quelli che il Padre gli ha dato, più della sua stessa vita. Per questo ha autorità sulla vigna. Cercarono di catturarlo, ma ebbero paura, scrive Marco. e’ per sottolineare che non sono loro a metterlo a morte: è Gesù stesso che si “consegna” perché la vigna non sia abbandonata, ma cresca e porti frutto. Come non accogliere un uomo che ama in una maniera così grande?
Mc 11,27-33
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
E’ la terza volta che Gesù entra a Gerusalemme e passeggia nel tempio, divenuto ormai la sede abituale del suo insegnamento. Il tempio non è più il luogo del mercato e neppure degli affari dei singoli. Gesù l’ha purificato rendendolo lo spazio della manifestazione della Parola di Dio. In questo contesto affronta definitivamente i capi religiosi d’Israele al fine di mostrare chi è il vero pastore del popolo d’Israele. Non è a caso che i capi del popolo lo interroghino sulla sua autorità: “Con quale autorità fai queste cose?”. Essi erano convinti – come noi siamo certi delle nostre idee e delle nostre abitudini di fondare la loro autorità sulla dosttrina di Mosè – ma Gesù su chi fondava la sua? non c’è dubbio che si trattava di una questione centrale. Per certi versi è lo stesso problema che venne fuori a Nazareth nella prima predica di Gesù, ossia la questione dell’autorità del Vangelo sulla nostra vita. Sia gli abitanti di Nazareth sia i capi del popolo rifiutavano che Gesù avesse autorità su di loro: non poteva pretendere nulla da loro e tanto meno richiedere che affidassero a lui la loro vita. Ma sappiamo che è proprio in questo contesto che, fin da Nazareth e da Gerusalemme, si gioca la fede: non si tratta di convincimenti razionali, ma di affidare la propria vita a Gesù e alla sua Parola.
Mc (11,11-25)
[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
Termina la giornata dell’ingresso a Gerusalemme come il Messia, Gesù torna a Betania, probabilmente nella casa di Marta, Maria e Lazzaro. Sono i suoi giorni più difficili e ha bisogno di una casa amica dove fermarsi, anche se è Gerusalemme la città dove predicare. Al mattino seguente ritorna in città. E mentre scende verso Gerusalemme, sente fame. C’è lungo la strada un albero di fico, molto frondoso. Gesù si avvicina, ma non trova frutti. Lo maledice e il fico si secca. Non è un gesto dispettoso, ma simbolico. E’ vero, Gesù aveva fame ma non di pane, come appare anche in altra parte del Vangelo, bensì di amore. Gesù aveva sete ma non di acqua, come sulla croce, bensì di affetto. Se siamo sterili d’amore, se non siamo generosi nell’affetto, se non siamo disponibili con chi ha bisogno, se siamo, appunto, come quell’albero pieno di foglie ma senza frutto, saremo inutili a noi e agli altri. Siamo già secchi nel cuore. Giunto a Gerusalemme, Gesù si reca direttamente nel tempio, cuore della città santa, come per prendervi possesso. Giuntovi inizia a “scacciare coloro che vendevano e compravano”. Non è un semplice gesto moralizzatore che vuole togliere abusi e regolare l’andamento della vita del tempio. Il gesto di Gesù è ben più radicale. Egli “caccia” dal tempio, dalla comunità e dal cuore, quella religiosità fatta solo di ritualità esteriore che si nutre di rapporti falsi e rivendicativi, che si rapporta con Dio e con i fratelli come in un mercato ove non c’è la gratuità dell’amore ma la compravendita dei rapporti. Il tempio è la casa della preghiera, è il luogo del rapporto diretto con il Padre, è il luogo ove i figli si raccolgono e sono accolti dal Padre. Gesù stesso è il vero tempio, una casa aperta a tutti gli uomini, anche stranieri, accessibile a “tutti i popoli” della terra. La sua casa, ils uo corpo, è il regno dell’amore e del perdono, della fraternità e della pace.
Mc (10,46-52)
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Gerico, per chi giunge dalla Transgiordania, è la città attraverso la quale si entra in Israele. E’ la penultima tappa del cammino di Gesù prima di giungere a Gerusalemme. Fuori dalle mura della città (è a dire, fuori dalla vita e dalla considerazione) c’è un cieco, Bartimeo, che chiede l’elemosina. Sente che sta passando Gesù e, con tutta la voce, che ha, urla la sua disperazione. La folla, crudele come spesso accade, si intromette per tacitarlo. E magari anche i discepoli si uniscono alla folla, lasciandosi trascinare dall’atteggiamento della maggioranza. Del resto i poveri e i deboli danno sempre fastidio. Ma per Bartimeo però non c’è più altra speranza. Per questo non cessa di urlare e grida ancora più forte per farsi sentire dal giovane profeta di Nazareth. Gesù ode il suo urlo, ascolta questa progheira, si ferma e lo fa chiamare. Bartimeo, sentito che Gesù lo chiama, balza in piedi e si mette a correre verso di lui, anche se ancora non vede. Per muoversi gli basta scoltare quella parola obbedisce ad essa e arriva a Gesù. non vede ancora, ma quella voce amica gli parla al cuore e subito il cieco sente tornargli la vista. Beati gli occhi di Bartimeo che appena si sono aperti hanno visto il volto buono di Gesù! Non aspetta neppure un istante e come hanno fatto i primi discepoli, anche lui si mette a seguirlo. LA sua storia è quella di ogni discepolo.
Mc, 10 (32-45)
In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
La richiesta dei due discepoli è in stridente contrasto con quanto Gesù ha appena confidato ai discepoli. Ma tutti sappiamo bene quanto l’amore per se stessi (la flautìa, come dicono i Padri) renda sordi e duri di cuore. La richiesta dei due fratelli. La richiesta dei due fratelli, che seguono Gesù dalla prima ora, sembra infatti avere buone motivazioni. Essi non vogliono onore, ma un effettivo potere: sedere, appunto, alla sua destra e alla sua sinistra. Al termine della vita di Gesù, saranno due ladroni a stare alla sua destra e alla sua sinistra! Il battesimo che Gesù deve ricevere è l’immersione piena nella morte con la discesa negli inferi, ossia nel più profondo del dolore umano. Questa via tracciatagli dall’inizio era stata da lui accettata totalmente. I due discepoli seguendo la logica del mondo, pensano sia sufficiente far parte del gruppo per ottenere gli onori conseguenti. Per Gesù l’onore nasce da un’altra logica: quella dell’amore che non conosce alcun limite. E’ qui il primato evangelico dell’amore. Per questo Gesù, intervenendo nella disputa sorta tra i discepoli, si allontana dal metro di giudizio del mondo e afferma: “Tra voi non è così”. La sua via è opposta: “Chi vuol essere il primo sia servo di tutti”. E lo mostra con il suo stesso esempio: “I figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”.
[20]Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».
[21]Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». [22]Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». [23]Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?». [24]Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. [25]Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
Gli apostoli che avevano abbandonato le loro reti per diventare pescatori di uomini (Lc 5,10), tornano a essere pescatori di pesci. E ora, quando Gesù appare, senza che lo riconoscano, si ripete la scena dell’inizio. Anche questa volta hanno pescato invano per tutta la notte. È l’esperienza di un lavoro senza frutti, l’esperienza di pensieri, di preoccupazioni e di agitazioni che non approdano a nulla. Senza la luce del Vangelo è difficile operare e dare frutti. Ma con Gesù che si avvicina, sorge l’alba di un nuovo giorno. È il risorto, ma non se ne sono accorti, non l’hanno riconosciuto. Sebbene stanchi e, comprensibilmente, sfiduciati gli danno tuttavia retta e gettano le reti dall’altra parte. E la pesca è abbondante, oltre ogni misura. E Gesù continua a mangiare con i discepoli come faceva prima di morire. Ma c’è un accento particolare. Gesù prende Pietro in disparte e gli chiede: “Mi ami tu più di costoro?” Non lo rimprovera del tradimento, desidera sapere se l’ama ancora. Non è tanto questione di purificare la memoria, quanto di rinnovare l’amore. Quel che Gesù vuole è che il sentimento di colpa non inaridisca l’amore. Per questo non glielo chiede una volta sola, ma tre volte. E per tre volte, dopo la risposta affermativa dell’amore, Gesù affida a Pietro l’incarico della cura del suo gregge. L’unica forza, l’unica energia che ci sostiene è l’amore per il Signore. E chi ama Dio ama e serve i fratelli.
[15]Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
[16]Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». [17]Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. [18]In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». [19]Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Gesù interroga Pietro sull’amore. Sa che ciò che lo terrà legato a lui per sempre infatti non potrà essere il senso del dovere o la forza di volontà, ma solo il desiderio di ricambiare col suo affetto l’amore sconfinato ricevuto. Il Signore lo interroga tre volte di seguito, come a dire che è la domanda essenziale, che bisogna porsi sempre, ogni giorno. E’ questa infatti la domanda di fondo che come riassume ogni Parola pronunciata da Dio: “Mi ami tu?” La risposta di Pietro è dapprima orgogliosa, addolorata che il Signore non si fidi della sua parola. Ma poi l’insistenza del Maestro vince la sua resistenza e mette a nudo la sua debolezza, facendogli sentire forte il bisogno di affidarsi, ancora una volta, a lui per imparare cosa vuol dire veramente voler bene. Le parole che seguono sono come uno squarcio sul futuro di Pietro. Quell’uomo troverà finalmente la sua solidità, che credeva di possedere già nella sua forza d’animo, nell’affidarsi totalmente al Signore, nel lasciarsi guidare da lui per giungere lì dove neanche immaginava. Così si realizza la profezia di un pescatore che riuscirà ad attirare con le reti del vangelo folle di uomini al Signore.
In quel tempo, disse Gesù: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità ».
Il Signore prega per i suoi discepoli. Pur nell’imminenza del tradimento e della passione non piange su se stesso, ma si commuove per le prove cui vanno incontro i suoi amici più intimi che lo hanno seguito fino a Gerusalemme. Teme per loro, perché sa che le asprezze della vita mettono continuamente in discussione il Vangelo, cercando di farlo apparire come qualcosa di inutile o impossibile da vivere. Sa che la tentazione di camminare per conto proprio rende deboli quegli uomini appena la violenza omicida lo separerà da loro. Gesù già prevede la loro paura e la loro dispersione subito dopo la sua cattura. Eppure non lascia che vinca la delusione e la disperazione. Prevale il desiderio di preservare quella piccola famiglia, fragile ma allo stesso tempo protetta dalla roccia del fondamento sul quale è nata, e cioè il suo amore per ciascuno di loro, chiamato e scelto personalmente, e ancora protetto dal male. Gesù sa che l’ultima parola non è del maligno che cerca in tutti i modi di dimostrare la sua forza su quella dell’amore. Il Signore è certo che la vittoria definitiva sta nel consacrare la propria vita per loro, cioè nel rifiutare la logica del vivere per salvare se stessi, come gli grideranno in tanti sulla croce, per offrirla per gli altri. E’ questo che rende quegli uomini così diversi dal mondo e così vicini alla verità, cioè a quell’amore così forte che ha vinto la morte.
Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
Il Vangelo ci riporta al cenacolo. Prima di uscire Gesù pronuncia una lunga preghiera che sembra concludere il “testamento spirituale” che consegna ai discepoli. Rivolge gli occhi in alto verso il Padre del cielo. Sino ad ora aveva parlato ai discepoli. E’ il momento di rivolgersi direttamente a Dio. E inizia con quell’appellativo unico per lui: “Padre”. Altre due volte aveva usato questo appellativo; prima della risurrezione di Lazzaro e alla presentazione dei due greci. Per lui è giunta l’“ora”, ossia il momento per cui era venuto sulla terra. E chiede al “Padre” di “glorificarlo”, ossia di portare a compimento ciò per cui lo ha mandato sulla terra. E poi gli presenta quei discepoli che ha scelto, amato e curato, facendoli diventare amici ed eredi dello stesso amore che c’è tra Lui e il Padre. E chiede chi li protegga Gesù sa che il Padre lo ascolta e prega anzitutto per quegli amici. È un invito anche perché alziamo gli occhi da noi stessi, perché e dirigiamo la voce, il cuore e i pensieri verso Dio. La preghiera è la risorsa dei deboli e di chi non ha forza, è il grido dei poveri e l’unica speranza dei vinti. Gesù, che tra poco apparirà come vinto dal male, sa che il Padre lo salverà.
Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio».
Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, verrà l’ora, anzi è gia venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
I discepoli hanno la presunzione di aver capito tutto. Poiché Gesù ha aperto loro il suo cuore, rivelando la bellezza della vita col Padre che gli viene offerta, credono di possederla già. Il Signore ancora una volta ha compassione di loro. Non li lascia in balia del loro orgoglio e non vuole che rimangano schiavi del presuntuoso credersi ormai già arrivati. Piuttosto li mette di fronte alla loro debolezza, alla fragilità della loro vita che di lì a poco li farà temere per se stessi e fuggire davanti alla minaccia di essere coinvolti nella passione del loro Maestro. Anche questo è un segno della sua misericordia. Li riporta infatti alla loro dimensione reale perché solo riconoscendo il proprio bisogno e i propri grandi limiti potranno accettare l’aiuto che è loro offerto. E’ questa infatti la pace vera: non il credere di essere esenti da ogni problema e da ogni limite, ma sapere che il Signore è pronto a soccorrerci in ogni situazione, per quanto grave e miserevole possa essere. E di certo possiamo aver fiducia nel suo potere buono che ha già vinto in modo definitivo ciò che teneva gli uomini e le donne soggiogati, la morte. Essa non è più l’ultima parola, ma è la tribolazione attraverso cui passare per incontrare la Resurrezione alla vita nuova.