Mastro Bubbola
Un vecchio teneva banco al mercato di Poggio Sghimbescio, vendeva i balsami di Venere alle giovinette, unguenti e profumi che preparava lui stesso in una casupola un po’ isolata dalle altre sulla piana delle risaie. Bottigliette di vetro colorate che contenevano l’essenza di questo o quello, creme per il viso, per il corpo, preparati che, a sentir lui, guarivano dalle febbri dello spirito. Si vantava di parlare tutte le lingue del mondo, quelle vive e quelle morte, ma siccome nessuno le conosceva, tutti davan per buona la sua traduzione di certi polverosi libri antichi, che apriva a caso per trarne vaticini.
Lo chiamavano Mastro Bubbola, forse per le panzane che raccontava, o forse perché aveva la testa grossa e pelata come la boccia di un acquario, oltre al naso aquilino come il becco di un corvo, gli occhi piccoli e furbi, le dita lunghe e sottili come zampine di ragno. Portava un mantello rattoppato di mille colori, un cappellaccio di cuoio sia d’estate che d’inverno, per coprire la pelata.
Il suo cavallo di battaglia eran dei pittoreschi rotoloni di papiro che svoltolava alla bisogna, per consultarli con l’aria solenne di chi legge nel libro del destino: «Vedo, prevedo, stravedo...» mormorava, passandovi sopra le dita delle mani fin quasi a sfiorarli. Sciorinava spesso imbarazzanti maldicenze perché aveva scoperto che si vendevano bene, la gente paga sempre volentieri per sentir dire male del prossimo. Così un bel giorno iniziò a prendere di mira i vicini di Castel Bislacco, un paese appollaiato su un colle che incombeva sul mercato.
I bislacchesi, diceva lui: «Non si tagliano mai la barba, pisciano controvento e quando viene il sabato scannano un capretto al Sasso della Ragaiola, si ungono il corpo di un olio che fanno col grasso di porco e volano di notte a cavallo di certi orrendi caproni con le ali».
La gente rideva e comprava, ma le panzane dopo un po’ annoiano, bisogna inventarne di nuove, sicché un giorno lo sciagurato ne sputò fuori una che le superava tutte: «Quelli di Castel Bislacco vengono dall’altro mondo, sono un popolo alieno sbarcato sulla Terra prima ancora di Noè, al comando di un demonio dalla barba blu con un occhio solo in mezzo alla fronte e un pipino lungo dodici metri che si arrotolava tutt’intorno alla vita».
Raccontava queste cose per vendere delle pergamene scritte in lingue incomprensibili, da tenere in bella mostra appese in salotto, per far vedere che uno sapeva tante cose: «Quando al demone veniva la necessità una volta ogni mill’anni, eran tempeste, uragani e maremoti che pareva il Diluvio Universale».
Bisogna dire che lui queste cose le raccontava serissimo, convinto di svelare i più arcani segreti dell’universo; la maggior parte di quelli che si fermavano ad ascoltarlo però lo prendeva per matto e andava apposta da lui per poi ridergli dietro in osteria: «Novità da Mastro Bubbola?» «Oggi diceva questo, quello...» e giù col vino e i frusolotti.
Ogni giorno dettagli sempre più scabrosi: raccontava che quelli di Castel Bislacco discendevano proprio dagli alieni e complottavano in segreto per asservire il mondo intero ai loro piedi, sciorinava lunghe dinastie di patriarchi per far risalire i cognomi dei moderni bislacchesi a quelle misteriose e arcane lingue morte. «Bevono il sangue dei rospi mescolato all’acqua del fosso, dicono le preghiere al contrario e nelle loro case tengono libri che fanno impazzire chi li legge!»
La gente accorreva da paesi sempre più lontani al banco di Mastro Bubbola, che finì per attirare più pellegrini della Pieve di Poggio Sghimbescio.
Accadde poi che qualcuno finisse per credergli, prima uno, poi dieci, poi cento, e così col tempo si verificò qualche disordine: una rissa all’osteria, una scazzottata in balera, qualcuno mise mano al coltello e ci scappò il morto. A Castel Bislacco non si dormivano più sonni tranquilli.
Una notte d’autunno, sotto una luna storta e paonazza che pareva un’Erinni infuriata, il fanfarone dormiva della grossa nella sua casupola al crocicchio sulla piana delle risaie, russando come un cervo in amore. Verso la mezzanotte sentì dei rumori strani intorno alla baracca: passi che non parevano di uomo né di bestia, sussurri in una lingua che lui stesso non conosceva e un odore intenso di terra bagnata. Mastro Bubbola, svegliatosi di soprassalto, vide la sua camera inondata da una luce purpurea, ombre che si chinavano su di lui e una voce profonda come il tuono chiamava il suo nome: «Sveglia, buffone!»
Il poveretto provò a nascondersi sotto le coperte, ma qualcuno gliele strappò di dosso lasciandolo seminudo a tremare come una foglia. Nessuno sa quel che accadde veramente quella notte, ma corre voce che al mattino dopo lo trovarono disteso davanti alla porta del suo trappolino, coi vestiti laceri, gli occhi lividi e gonfi, qualche osso rotto. «Era lui, Re Pipino con le sue orde aliene» gemeva, mentre lo soccorrevano «Son venuti stanotte, verdi come rospi, alti come pali della luce, gli occhi ardenti di brace e le mani rapaci affilate come rasoi: mi hanno riempito di botte, uno di loro, guardandomi storto con quell’occhio solo in mezzo alla fronte, diceva che se continuavo a parlar male degli alieni mi avrebbero portato su Marte a girar la ruota del mulino per il resto dei miei giorni».
Che dire, lo curarono e in qualche settimana guarì, ma da quel giorno Mastro Bubbola non racconta più le sue tanto rinomate novelle sui bislacchesi: si è messo a vendere sapone di lavanda e infusi di erbe medicali.
La storia di quella notte ha fatto il giro dei paesi vicini: «Marziani? Ma va là! Saranno stati quelli di Castel Bislacco, stanchi di tante baggianate sul loro conto, e gli avranno dato una bella ripassata».
L’ispettore della guardia municipale interrogò i sospettati, i quali però sostenevano che la notte del misfatto erano troppo impegnati a sgozzare capretti sotto il noce, volando sui loro caproni alati. E siccome tutti concordarono sul fatto, non vi fu modo di accusarli di nulla.
Ma i seguaci di Mastro Bubbola, quelli che avevano finito per credere alle sue corbellerie, ancora oggi sono pronti a giurare che gli alieni siano davvero sbarcati sulla terra per dare una lezione al sapiente, colpevole di aver sbugiardato le loro malefatte; se glielo chiedi ti mostrano perfino le impronte, non di uomo né di bestia, lasciate sopra i sassi intorno alla sua baracca.
Il vecchio non parla più di quella notte; qualche volta, all’ora del tramonto, lo si vede guardare il cielo con un'espressione che non è paura né nostalgia. Chissà, forse ha capito che le panzane più invereconde, quando le si racconta troppo bene e troppo spesso, finiscono per rivoltarsi contro chi le racconta.