Antonio Fogazzaro, Il folletto nello specchio. (1872). Racconto breve. Lettura integrale
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Fin dal Settecento, la reazione spiritualista al culto borghese della Dea ragione ha portato alla nascita e allo sviluppo dello spiritismo e dell’occultismo all’interno dei circoli teosofici che già allora iniziavano a formarsi. Nell’Ottocento, l’interesse verso questi fenomeni medianici indusse una parte della comunità scientifica a studiarli con metodo. La stessa psicoanalisi di Freud e Jung era nata proprio da una costola di questo interesse. Col senno di poi, possiamo dire che fu una reazione da parte della stessa comunità religiosa, che cercava un terreno di contatto per recuperare una credibilità in parte decaduta. Sono gli anni in cui lo stesso Victor Hugo in Francia scrive il romanzo di Notre-Dame per stimolare un restauro della cattedrale, che nel periodo della Rivoluzione Francese era stata adibita a tempio della Ragione.
È con questo atteggiamento disincantato, aperto, curioso, che il cattolico Antonio Fogazzaro si avvicina allo spiritismo, che ritorna sia nel suo “Piccolo mondo antico”, sia in “Malombra”. Era tra quegli intellettuali che vedevano nello studio del paranormale un possibile terreno di incontro fra scienza e religione, un modo per coniugare il darwinismo al creazionismo. Siamo nel pieno dello spiritualismo ottocentesco. L’interesse di Fogazzaro non va confuso con l’ingenuità e la credulità popolare intorno alle sedute spiritiche, ai tavolini danzanti, alla scrittura medianica, tutte pratiche alle quali aveva senza dubbio partecipato, ma che non dava per scontate ed era perfettamente consapevole di quel sostrato di ciarlataneria che si era sedimentato su queste forme di ritualità divergente (si pensi al caso dell’invasata Beppina che si sentiva posseduta dall’anima di Ugo Foscolo, riferito da Luigi Capuana, tanto per fare un esempio). Gli impostori non mancavano e chi manifestava un interesse di tipo scientifico, o anche solo personale, verso questi fenomeni, era comprensibilmente disturbato dai ciarlatani che sfruttavano la credulità dei molti per trarne vantaggio.
Nel racconto del “Folletto nello specchio”, una contessa milanese tiene un salotto culturale cui partecipano vari esponenti della borghesia locale: un militare, un religioso, un artista, un compositore, varie donne (curiosamente, non caratterizzate). Alla domanda sulla relazione tra vanità e genere tutti i presenti (maschi) ne rimangono inconsapevolmente suggestionati e nel giorno successivo, recandosi a un pranzo dalla Contessa, guardandosi nelle vetrine della GAlleria De Cristoforis ognuno di loro si sente inadeguato al contesto e nota ogni minima imperfezione nell’abito, macchie che fino a quel momento erano passate inosservate diventano all’improvviso disturbanti e causano una serie di reazioni a catena esilaranti: le vedono, perché sono stati predisposti a cercarle. È questo meccanismo di autosuggestione collettiva che trasforma un semplice passaggio davanti a uno specchio in un momento di rivelazione involontaria.
L’autore anticipa di decenni la comprensione scientifica di come i processi suggestionali possano influenzare la percezione individuale e di gruppo, dimostrando una sensibilità che va ben oltre il suo tempo. In questo processo del tutto naturale, fin troppo umano, si inserisce una nota sensitiva, ospite pure della Contessa, che invoca il tavolino parlante, nel quale fa parlare attraverso una sessione di scrittura medianica, un misterioso “folletto della Galleria”. Pura speculazione. Questa doppia valenza rivela la complessità intellettuale di uno scrittore che partecipava attivamente a quell’ambiente culturale dove spiritualismo cristiano, misticismo e apertura verso lo #scientismo positivista tentavano una sintesi ambiziosa.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua pubblicazione, questo racconto mantiene una sorprendente freschezza interpretativa, in un’epoca dominata dai social media e dall’ossessione per l’immagine, la riflessione di Fogazzaro sulla vanità e sull’autopercezione acquisisce nuove sfumature di significato: anche oggi ci troviamo davanti a “specchi” che possono mostrarci imperfezioni immaginarie, alimentando insicurezze e vulnerabilità che sembrano echeggiare quelle dei protagonisti ottocenteschi. Anche oggi i ciarlatani del “funnel marketing” giocano su queste ambiguità e fragilità interiori, per trarne vantaggio.