Le navi di carta.
C'era una volta, in tempi che furono e che forse saranno ancora, una terra lontana dove infuriava una terribile carestia. Un re malevolo che aveva una sola mano, la destra, aveva stretto d’assedio quella terra e nessuna nave poteva entrare nel porto, nessun mercante poteva passare la frontiera con le sue mercanzie. Il re dalla mano monca uccideva tutti quelli che provavano a entrare o uscire da quella terra sfortunata. I bambini piangevano tra le macerie delle case distrutte, le madri non davano più latte, tanti innocenti cadevano per le strade come le foglie dagli alberi in autunno.
In un paese di là dal mare, tanti uomini e donne dal cuore grande e l’animo gentile non avendo abbastanza denaro per armare delle vere navi, si fecero piccole imbarcazioni di carta piegata con le bianche vele che sembravano ali di colomba, leggere come un sussurro amoroso, e dopo averle caricate con pane, farina, coperte, erbe medicali, s’imbarcarono verso la terra del pianto. L’equipaggio remava e cantava, cantava e remava, perché la buona gente ha sempre il cuor leggero, anche nel pericolo. Ma nel mare che dovevano attraversare non mancavano le insidie, qualcuno aveva sentito dire che volassero piccoli draghi velenosi, ammaestrati da qualche misterioso e malvagio domatore, che sputavano fiamme dalle narici, schizzavano veleno dalla lingua ed esalavano un vapore letale. La più giovane dell’equipaggio, disse: «Quei rettili insidiosi bruceranno le nostre barche!», non temeva tanto per sé, quanto per la riuscita della missione. Rispose allora un anziano del gran consiglio: «Temo che non avremo scelta, valorosi compagni, risolute compagne: un temibile negromante presidia il luogo dove noi siamo diretti, un mago oscuro che guida le sue armate di non morti e ha compiuto molte nefandezze, ma è il solo a conoscere tutti i sentieri fra le macerie, la sola autorità in quel regno devastato. Non v’è altra guida che possa guidarci in quel luogo perduto, parleremo con un suo portavoce che vive in un caravanserraglio, dove tiene l’ambasciata proprio lungo la costa di quel promontorio». «Ma è un criminale», protestò uno degli argonauti, «Un assassino senza scrupoli», disse un altro, «Un signore dei non morti!» soggiunse un terzo, «Cosa dirà la gente di noi?» chiese la ragazza. «Non c’è tempo da perdere, compagni. Altri innocenti perderanno la vita, mentre noi ne perdiamo a sentenziare: se il mago oscuro domina quella valle di lacrime, a lui dovremo rendere conto in tutti i modi, per poterla attraversare». Così navigarono fino all'isola, dove parlarono con un guerrigliero vestito in abiti eleganti, che conosceva ogni onda del mare e ogni pietra di quel regno devastato. «Vi guiderò» disse, «Perché so che venite in pace. Ma sappiate che una volta entrati nel regno dei morti, quando ne verrete fuori saranno passati trecento anni e nessuno si ricorderà più di voi».
Lasciamo dunque gli eroi della flottiglia alla loro implacabile volontà di pace. La notizia del patto col negromante si sparse ai dodici angoli del mondo e le malelingue iniziarono a diffondersi come il sibilare di tanti serpenti a sonagli. Un ambasciatore del re da una mano sola parlò a un’assemblea di grandi signori convenuti da ogni paese: «Quei dannati senza dio» li chiamò proprio in quel modo, «si sono venduti l’anima al diavolo, servi dell’oscurità travestiti da missionari. Bisogna fermarli prima che giungano di là dal mare, prima che il vaso dei vanti pestilenziali si scoperchi, prima che le armate dei non morti giungano anche a voi».
Figurarsi la paura. Non si parlava d’altro in ogni paese del mondo, i cantastorie invece di magnificare i portatori di pace, del terribile drago che bruciava le navi spinte dal vento dell’amore, si misero a strillare sui figli volanti che gli argonauti erano servi dell’ombra e che bisognasse fermarli ad ogni costo. E così, ogni volta che passavano nelle vicinanze di un’isola, le guardie venivano loro incontro e la gente scagliava contro di loro pietre dal molo, insultandoli e infamandoli in tutte le lingue. Ormai non potevano più fermarsi. Intanto nella terra assediata, la carestia e le armi del comandante in capo dalla mano monca, continuavano a uccidere.
Un giorno, proprio mentre uno di questi banditori scaricava sull’uditorio tutto il suo disprezzo per la flottiglia delle navi di carta, si fece largo d’un tratto nella folla una suorina piccina e rugosa, con due occhi sottili che brillavano come le stelle del cielo. Si fermò dritta in piedi innanzi al menestrello, il cielo era minaccioso ma pareva che un fascio di luce filtrasse dalle nubi per illuminare soltanto lei. Tutto si fermò intorno a lei, pareva che anche il tempo si rifiutasse di andare avanti, la gente nella piazza stava col fiato sospeso. «Conosco bene questa storia, purtroppo» disse la vecchina con voce flebile, ma ferma, pareva che venisse dall’altro mondo. «Anch’io» proseguì, «soccorrevo gli infermi, nutrivo gli affamati, vestivo gli ignudi, in una terra sfinita dalla miseria e tormentata dalla guerra. Una regina malevola aveva stretto il popolo in una morsa mortale, proprio come il re dalla mano monca. Per soccorrere i feriti attraversavo le linee del fronte, le bombe mi fischiavano nell’orecchio, non avevo scelta: dovetti accordarmi con quel demonio senza scrupoli, per entrare nei quartieri assediati, portare quel po’ di vettovaglie che mi riusciva di raccattare dalla buona gente. E volete saperlo? Mi chiamarono complice, serva dei potenti, ma non mi fermai davanti al ronzio di quelle mosche, perché un bambino che muore non si cura delle chiacchiere della gente». La vecchina parlava con voce stentorea, fece un mezzo giro intorno al banditore, poi un altro nel senso inverso, e mentre parlava non si sentiva nemmeno respirare intorno a lei. «Voi che v’inginocchiate nei santuari, infiorate le edicole dei santi, accendete candele e vi confessate dal prete, come potete riempirvi la bocca di parole tanto inumane?» E mentre parlava, gli occhi le brillavano di una luce intensa, cristallina. Dette queste cose la donnina voltò le spalle al saltimbanco, attraversò di nuovo la folla e sparì all’orizzonte con quel suo passo stanco e incerto.
Nessuno ha mai saputo chi fosse quella donna, ma la voce corse per terra e per mare. Qualcuno si convinse che fosse un’apparizione santa, altri ne parlano come di una pellegrina che passava per caso da quelle parti, ma le sue parole non furono dimenticate e passarono di voce in voce risuonando nei dodici angoli del mondo.
Nessuno sa dove si trovino adesso le navi di carta, quale sorte sia toccata loro, lo impareremo forse fra trecento anni, quando torneranno dal regno dei morti.