Un imprenditore cinese, titolare attraverso prestanome di tre ditte di abbigliamento a Prato, con produzioni destinate anche a brand italiani, è finito agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
La lotta allo sfruttamento lavorativo, specie quello che si verifica nel distretto di Prato, conosce spesso molti ostacoli tecnici che vanificano il tentativo di contrasto da parte della giustizia. Il caso emerso a Prato oggi rappresenta, secondo gli investigatori, un esempio di queste criticità. Un imprenditore orientale destinatario della misura cautelare, dopo essere stato interrogato e aver appreso gli elementi di accusa nei suoi confronti, si è sottratto all’esecuzione del provvedimento e per diversi giorni non è stato rintracciato. Successivamente ha deciso di presentarsi spontaneamente alle autorità, ma avrebbe potuto continuare a darsi alla latitanza. Le accuse contro di lui sono molto gravi. Sedici ore al giorno di lavoro, sette giorni su sette, pagati pochi centesimi a capo. In alcuni casi, gli operai erano persino chiusi dentro le fabbriche per evitare controlli e impedire che se ne andassero. È il quadro emerso dall’inchiesta della Procura di Prato che ha portato agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, un imprenditore cinese residente in città.