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By Michele D’InnellaSociety & Culture
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  • I rapporti segreti tra Stati Uniti e Italia - OSS, CIA, Gladio
    La storia controversa dei rapporti segreti fra Italia e Stati Uniti viene raccontata a partire da tre episodi apparentemente slegati fra loro: il 4 luglio 1978, giorno in cui il commissario capo Graziano Gori muore vittima di un incidente frontale; il 15 febbraio 1975, giorno in cui Ronald Stark (sotto lo pseudonimo Terence Abbot), trovato in possesso di una valigetta contenente valuta straniera, stupefacenti, documenti e chiavi di una cassetta di sicurezza di Roma, viene arrestato a Bologna; il 3 febbraio 1998, giorno del tragico incidente della funivia del Cermis, in Val di Fiemme, in cui un aereo militare statunitense tranciò il cavo della funivia uccidendone i 20 passeggeri.
    Ho recentemente rilasciato la mia prima intervista in esclusiva su Twitch. Puoi recuperarla qui (il mio intervento inizia dopo un’ora e 5 minuti di video): https://www.twitch.tv/videos/851996665
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    1 hr 43 min
  • La Villa dei Misteri - Il caso di Vincenzo Mosa
    Vincenzo Mosa venne assassinato il 2 febbraio 1998 con un colpo di arma da fuoco alla schiena nella sua abitazione estiva a Sabaudia. Era l'avvocato che assisteva come parte civile le vittime dell’usura e del racket della banda della Magliana e di altre pericolose organizzazioni criminali. Rappresentava i più deboli nei tribunali per rendere loro giustizia.
    Quella sera era andato a prendere i due cani che teneva in giardino per portarli nell' abitazione romana, dove aveva anche un altro studio. Il corpo del professionista venne ritrovato dagli investigatori esterno del villino in Via dello Scorpione. L'arma utilizzata per l'esecuzione, degna di un agguato in perfetto stile malavitoso, fu un fucile a pompa calibro 12 utlizzato per la caccia al cinghiale o dai rapinatori per assaltare i furgoni blindati. Nessun testimone a quell'ora e nemmeno immagini di telecamere di videosorveglianza che all' epoca non erano ancora diffuse per i costi elevatissimi di acquisto e di installazione.
    La ricostruzione fatta dai carabinieri sulla base di alcune tracce trovate nella casa vicina a quella dove venne ucciso Mosa appurò che lo sparo partì proprio dal confine della casa adiacente divisa da quella del delitto da una siepe. Le piste battute dai detective pontini non approdarono a nulla, se non ad iscrivere nel registro degli indagati un canoista del posto, Mauro Chiostri. L' uomo, che subì due gradi di giudizio, venne assolto definitivamente da ogni  accusa nel 2002.
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    49 min
  • Pier Paolo Pasolini - Luci ed ombre sul massacro del poeta
    Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia, località del comune di Roma. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6:30 circa; sarà l'amico Ninetto Davoli a riconoscerlo.
    Dell'omicidio fu incolpato Pino Pelosi di Guidonia, di diciassette anni, già noto alla polizia come ladro di auto e "ragazzo di vita", fermato la notte stessa alla guida dell'auto del Pasolini. Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, presso il Bar Gambrinus di piazza dei Cinquecento, e da questi invitato sulla sua vettura (un'Alfa Romeo 2000 GT Veloce) dietro la promessa di un compenso in denaro.
    Dopo una cena offerta dallo scrittore nella trattoria Biondo Tevere nei pressi della basilica di San Paolo, i due si diressero alla periferia di Ostia. La tragedia, secondo la sentenza, scaturì a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane venne minacciato con un bastone, del quale poi si impadronì per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo, gravemente ferito ma ancora vivo. Quindi Pelosi salì a bordo dell'auto dello scrittore e travolse più volte con le ruote il corpo, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte. Gli abiti di Pelosi non mostrarono tracce di sangue.
    Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre del 1976, con la sentenza della Corte d'Appello che, pur confermando la condanna dell'unico imputato, riformava parzialmente la sentenza di primo grado escludendo ogni riferimento al concorso di altre persone nell'omicidio.
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    46 min
  • Il velo della Madonna - Delitto ad alta quota
    È il giorno dopo ferragosto del 1990 quando Maria Luisa De Cia, 28 anni, decide di andare a fare una passeggiata in alta montagna da sola.
    L’indomani, venerdì 17 agosto 1990, un gruppo di escursionisti trova Maria Luisa nel bosco a pochi passi dal Velo della Madonna. Lo spettacolo è di quelli che fanno tremare vene e polsi: la ragazza è distesa priva di vita su un giaciglio fatto con i suoi vestiti. Nuda dalla vita in giù, ha un filo di nastro adesivo nero che le solca la faccia attraversandole la bocca. Sulla tempia sinistra, invece, un foro di un proiettile spiega cosa le è accaduto.
    È un’estate maledetta quella di San Martino di Castrozza, un’estate di sospetti e paure. In un primo momento, infatti, tra gli abitanti de paesini sulle montagne del Trentino si diffonde la voce che l’orrore del 16 agosto sia stato opera di un maniaco, il serial killer dei boschi, il mostro delle Dolomiti.
    Ma la verità è un’altra: spunta fuori un nome credibile ed è quello di un imprenditore locale, un uomo sorprendentemente somigliante all’identikit che ne fecero nel ’90 e che vive in una baita a pochi passi dal luogo dove Maria Luisa è stata trovata morta. Un personaggio descritto come uomo violento e sadico, in grado, peraltro, di modificare le armi come è suo hobby fare.
    A fare la differenza, stavolta, c’è il il test del DNA, che ha permesso di risolvere casi come quello dell’Olgiata e di Elisa Claps. La svolta è vicina, la Procura è convinta che quello sia il suo uomo, ma i test, eseguiti su campioni danneggiati dalla pioggia di quei giorni, danno esito negativo.
    Quello di Maria Luisa De Cia resta, e probabilmente rimarrà, uno dei tanti delitti irrisolti degli anni Novanta...
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    49 min
  • Elisa & Patrizio - Il duplice omicidio dei fidanzatini di Cori
    Il 9 marzo 1997, in un’abitazione di Cori, in provincia di Latina, vennero ritrovati intorno alle 23:30 i cadaveri dell'operaio ventitreenne Patrizio Bovi, appassionato di musica leggera e con piccoli precedenti per spaccio di droga, e della sua fidanzata, la studentessa diciassettenne Elisa Marafini. A scoprire i cadaveri furono il fratello quindicenne e il padre di lei, Angelo Marafini, maresciallo dei carabinieri in pensione, e Massimiliano Placidi, amico degli assassinati.
    Le vittime furono uccise tramite un accoltellamento impressionante: 51 coltellate furono sferrate su Patrizio Bovi e 124 su Elisa Marafini. Come arma del delitto fu usato un coltello da cucina che i carabinieri trovarono qualche giorno dopo in quella casa ripulito dalle impronte. Secondo la testimonianza dei vicini di casa, durante il delitto, tra le 20:30 e le 21:00, l'assassino aveva alzato la musica dello stereo a tutto volume per non far sentire le grida delle vittime.
    Le forze dell'ordine che indagavano sul delitto, escludendo l'ipotesi dell'omicidio-suicidio per mano di Patrizio Bovi, si concentrarono su due piste: lo spaccio di droga e il delitto passionale. Alcuni giorni prima al Bovi erano stati venduti 200 grammi di cocaina che venduta al dettaglio, avrebbe fruttato 40 milioni di lire.
    Ad un amico della coppia uccisa, il trentenne Marco Canale, operaio di Cisterna, che mesi prima aveva abitato nello stesso appartamento del delitto, all'indomani dell’omicidio furono sequestrati i pantaloni, sui quali vennero trovate tracce ematiche compatibili con quelle delle due vittime: il 26 aprile 1997 venne arrestato.
    A sorpresa durante il processo l’imputato Marco Canale dichiarò di essere stato due volte nell'appartamento di Via della Fortuna a metà pomeriggio di quel 9 marzo: la prima volta non entrò, più tardi, trovando aperta la porta, lo fece e vide Patrizio Bovi ed Elisa Marafini già morti, poi scappò via senza avvisare nessuno, ma ben 7 testimoni lo smentirono, dichiarando di aver visto le due vittime camminare in Piazza Signina a Cori Monte verso le 19:30. Più di qualche testimone dichiarò inoltre di aver visto un uomo dell'altezza di Marco Canale gettare un sacco dei rifiuti in un cassonetto vicino Via della Fortuna il pomeriggio del 9 marzo intorno alle ore 18:20, cioè quando l'imputato sosteneva di essere a Cisterna.
    A causa delle prove schiaccianti (le macchie di sangue sui pantaloni e le testimonianze) Marco Canale venne condannato in Primo Grado di giudizio a 30 anni di reclusione nel dicembre 1998 con risarcimento di 250 milioni di lire alla parte civile, rappresentata dalla famiglia di Elisa Marafini. La pena venne confermata dalla Corte d’Appello e da quella di Cassazione.
    Nel 2019, dopo oltre 22 anni di reclusione, Marco Canale esce dal carcere definitivamente, grazie ad uno sconto di pena per l'indulto e per buona condotta.
    Se ti è piaciuta la bellissima illustrazione realizzata dall’artista @timanchetu come cover art di questa puntata, puoi trovare tanti altri contenuti simili sulla sua pagina Instagram: instagram.com/timanchetu
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    51 min
  • La Banda della Uno Bianca
    Attiva soprattutto in Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994, la banda deve il nome col quale divenne celebre all’abitudine di utilizzare delle Fiat Uno, modello all’epoca molto diffuso (quindi facile da trovare, rubare e ideale per passare inosservati) che finì per diventare una sorta di firma delle loro azioni criminali.
    Ma il dato più eclatante è che il gruppo era quasi interamente composto da membri della polizia di Stato, uomini che per anni condussero una doppia vita: tutori della legge a lungo insospettabili da un lato, dall’altro delinquenti autori di colpi che si distinguevano per la spietata efferatezza.
    Cuore della banda erano i tre fratelli Savi. Roberto, il maggiore, poliziotto alla Questura di Bologna dove, quando fu arrestato, aveva il grado di assistente capo e ricopriva il servizio di operatore radio nella centrale operativa.
    Fabio, detto “il lungo” per via della statura, unico membro della banda a non essere nelle forze dell’ordine, perché da giovane la sua domanda per entrare in polizia fu bocciata per via di un difetto alla vista.
    Alberto, il minore, di carattere debole e succube dei due fratelli.
    A loro si aggiungono altri 3 colleghi poliziotti: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.
     
    L’esordio è il 19 giugno 1987: viene rapinato un casello autostradale di Pesaro. I caselli sono i principali obbiettivi della banda in questa prima fase, ne rapinano dodici in due mesi.
    Sono colpi modesti, dove l’impiego della violenza è ancora moderato: basti pensare che si conta solo un ferito in questa prima serie di rapine. Ma le cose cambieranno presto.
    Sempre nel 1987 mettono in atto un tentativo di estorsione nei confronti di un venditore d’auto di Rimini, il quale finge di cedere al ricatto ma avverte la polizia. Ne scaturisce un conflitto a fuoco nei pressi di Cesena, luogo scelto dagli estorsori per la consegna del denaro, durante il quale resta ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morirà dopo una lunga agonia.
    È il primo della lunga serie di vittime della Banda della Uno bianca: i morti inizieranno a moltiplicarsi già nei mesi successivi.
    Dal 1990 si verifica un’altra evoluzione significativa. Alle rapine si aggiungono altri tipi di azioni criminali: veri e propri attentati di matrice razzista.
    All’incirca dello stesso periodo sono anche altri dei più efferati delitti della banda. Il 15 gennaio 1990, durante una rapina, fanno esplodere nell’ufficio postale in via Emilia Levante, affollato di anziani in coda per la pensione, due bombe. Ne risultano 45 feriti e un morto.
    Del 4 gennaio 1991 è invece quella che verrà ricordata come “la strage del Pilastro”. La banda si trovava nel quartiere di Bologna per caso quando la loro auto viene superata da una pattuglia dell’Arma. Credendo si tratti di un tentativo di registrare il numero di targa i criminali decidono di eliminare i carabinieri. Ne segue uno scontro armato dove i banditi sfoderano una potenza di fuoco impressionante, che non lascia scampo ai 3 giovani militari.
     
    Negli anni che seguono continueranno le rapine e continueranno le morti. Le sanguinose vicende della Uno bianca si concluderanno solo nel novembre del 1994, quando i membri vengono arrestati grazie soprattutto a due poliziotti della Questura di Rimini: Luciano Baglioni e Pietro Costanza.
    È la fine di una lunga serie di indagini macchiate dal sospetto del silenzio e del depistaggio. Ma questa è un’altra storia. Quella della banda si conclude così: con tutti e cinque i componenti in manette e alle spalle un bilancio di 103 azioni criminali, 102 feriti e 24 morti.
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    58 min
  • Tra Brigate Rosse e Camorra - L’omicidio del vicequestore Ammaturo
    L'omicidio di Antonio Ammaturo, un poliziotto italiano, venne commesso a Napoli il 15 luglio 1982. Fu ucciso dalle Brigate Rosse sotto casa sua, in piazza Nicola Amore, insieme all'agente Pasquale Paola.
    Quel giorno era appena uscito dalla propria abitazione per recarsi in questura con l’auto di servizio guidata dall’agente scelto Pasquale Paola quando due uomini, scesi da una vettura, aprirono il fuoco contro l’auto, assassinandone gli occupanti.
    Gli autori del fatto risultarono appartenere alle Brigate Rosse. I membri del commando ed esecutori dell'omicidio furono i brigatisti Vincenzo Stoccoro, Emilio Manna, Stefano Scarabello, Vittorio Bolognesi e Marina Sarnelli, i quali verranno poi condannati all'ergastolo.
    Dietro il suo omicidio si cela una storia di intrighi legati al rapimento e al rilascio misterioso del politico Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, un rilascio che vide la partecipazione di Raffaele Cutolo, dei servizi segreti e di personaggi politici.
    I mandanti dell'omicidio invece non sono mai stati identificati con chiarezza.
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    48 min
  • Lo Strano Caso dei Pesciolini Rossi
    A Rimini il 19 marzo 1997 Massimiliano Iorio, impiegato comunale di 38 anni, muore nella sua abitazione di vicolo Santa Chiara. Il suo corpo viene ritrovato la sera del giorno dopo. La scena che si presenta agli investigatori è terribile quanto sconcertante: Max non aveva mai fatto mistero di essere gay, ma mai in vita sua si era travestito da donna. Invece qualcuno lo aveva fatto ritrovare con indumenti femminili indossati evidentemente a forza, compreso un paio di scarpe con tacchi a spillo di tre numeri più piccole.
    Le indagini vanno avanti a stento. Max è un ragazzo tranquillo, conosciuto e ben voluto da tutti, senza un nemico al mondo. L’ampia cerchia di amici viene setacciata, ma non emerge nulla.
    Passano due anni e un nuovo magistrato inizia a sospettare di un ragazzo, fratello di un’amica di Max, uno che invece per i tacchi a spillo aveva una vera passione. Ma è un’altra pista morta: è vero, quella passione è un po’ eccessiva, ma nulla di più, niente che la ricolleghi al delitto.
    Bisogna arrivare al 2011, quando il sostituto procuratore Paolo Gengarelli pensa di passare al vaglio i reperti con le nuove tecnologie del dna, che nel frattempo hanno fatto passi da gigante. Fra questi reperti ci sono delle gocce di sangue trovate sul mobiletto dello stereo, che è anche l’unico oggetto mancante dalla casa. E poi cinque sigarette che giacevano nel portacenere. C’erano anche tre bicchieri portati all’epoca alla Polizia Scientifica di Bologna, ma non c’è più modo di rintracciarli.
    Si prelevano dunque campioni di dna a nove persone, quelle che in un primo tempo erano state vagliate più a fondo. Ma il responso chiude ancora una volta tutte le porte: il dna non è di nessuno di loro. Si riesce ad appurare solo delle cinque sigarette, tre sono state fumate da Iorio, una da uno sconosciuto e la quinta da entrambi. L’assassino è proprio quello sconosciuto, perché suo è anche il dna della goccia di sangue.
    Sembra che l’omicidio di Max debba finire fra quelli irrisolti. E invece il 23 gennaio del 2012 arriva il colpo di scena: l’assassino è Zoran Ahmetovic, bosniaco di 37 anni. È detenuto  per altri reati ed ha confessato.
    Ma come si è arrivati a lui?  La Procura di Rimini aveva le perizie della polizia scientifica al Ris di Parma, dove ci si è resi conto che uno di quei profili genetici poteva essere attribuibile a nomadi della famiglia Ahmetovic, all’epoca dei fatti era presenti a Rimini. Andando per esclusione si è arrivati a Zoran.
    Quella sera lui e Max avevano avuto in incontro occasionale. Max lo aveva anche presentato al suo ex fidanzato come “Michele”. E Michele era uno dei tanti nomi usati dall’Ahmetovic. Questi racconta di una serata folle, con alcol e droga, alla fine della quale sarebbe stato colto da una sorta di raptus. Zoran aveva strangolato Max, infierito su di lui con sei coltellate, colpito con il vaso dei pesci rossi buttato all’aria la casa. Non voleva nemmeno rubare, si era portato via solo quello stereo, lasciando cadere una sua gocciolina di sangue sul mobiletto.
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    49 min
  • Michele Sindona - L’uomo che vendette l’anima al Diavolo
    Michele Sindona è stato un faccendiere, banchiere e criminale italiano. Membro illustre della loggia P2 di Licio Gelli, ha avuto chiare associazioni con Cosa nostra e con la famiglia Gambino negli Stati Uniti.
    Originario di Patti (Messina), Sindona diventa, nel corso degli anni Sessanta, uno dei più aggressivi banchieri del mondo; secondo Giulio Andreotti, addirittura “il salvatore della Lira”.
    La sua abilità? Legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana: politica, Vaticano, massoneria e mafia.
    Sindona arriverà ad estendere il suo dominio su un numero incalcolabile di banche e società finanziarie ed a controllare la metà dei titoli quotati a Piazza Affari.
    Il suo impero personale comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e con l’accusa di bancarotta mossagli dal governo americano.
    Fuggito in Sicilia nel 1979, dove resterà per 75 giorni per evitare l’arresto ed accusato di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli, il liquidatore di uno dei suoi istituti, ricompare poi negli Stati Uniti inscenando un finto sequestro e con una ferita ad una gamba.
    Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di Voghera (dove è guardato a vista giorno e notte), sorseggiando un caffè al cianuro. Suicidio od omicidio?
    Ma chi è stato veramente Michele Sindona? In Sicilia, in quella lontana estate, cerca alleanze e protezioni oppure è solo un prigioniero in ostaggio? Come mai, indagando proprio su Sindona, la magistratura, questa volta milanese, arriverà a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli? Che legame esiste tra i due misteriosi “suicidi” di Michele Sindona e Roberto Calvi?
    I segreti della mafia moderna, i misteri dei delitti politici degli anni Ottanta, gli enigmi delle stragi mafiose degli anni Novanta nascono da qui. Dal mistero Sindona.
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    47 min
  • Il Delitto della Camera Chiusa - Mara Calisti
    Quello di Mara Calisti è un esempio di “delitto a camera chiusa”: Mara era sola in casa con il padre la sera in cui venne uccisa. Alle 3.30 di notte entra nella stanza del genitore, ha il tempo di dire “Babbo, guarda cosa mi hanno fatto” per poi accasciarsi e morire a causa una ferita di coltello o cacciavite che le ha tranciato l'aorta. Un colpo per il medico legale non sembra inferto per uccidere, ma sferrato in un momento di ira.
    Le indagini non sono mai riuscite a fare chiarezza su questo delitto. Non è mai stato identificato l’autore della telefonata allo studio dell'avvocato presso il quale la donna lavorava. Nella telefonata si diceva di indagare tra i corsisti dell’università della terza età. Prima di essere uccisa Mara Calisti aveva frequentato un giovane, originario di Terni, con precedenti penali, si diceva, ma questa persona non è mai stata trovata. Come resta un mistero l’asserito aborto pochi giorni prima di essere uccisa.
    Mara e il padre si trovavano nel vecchio appartamento di Todi, mentre il resto della famiglia nella nuova abitazione. I carabinieri accorrono sul posto e trovano l’uomo con il corpo della figlia in braccio. I vicini sono sgomenti. Le porte e le finestre sono chiuse e non ci sono segni di effrazione. Chi ha ucciso aveva le chiavi o è stato fatto entrare. Forse anche per questo le indagini si indirizzano verso il padre, l’unica persona a trovarsi in casa con la ragazza.
    Pochi minuti dopo le 3.30, a delitto compiuto, un vicino sente il rumore del portone, pesante, che si chiude sbattendo. Forse è l’assassino che fugge. Un’altra inquilina dice ai carabinieri di aver sentito suonare il campanello, per errore visto che cercava il pulsante dell’illuminazione, di una delle abitazioni poco prima che le urla del signor Calisti svegliassero tutto il palazzo.
    Per il medico legale è impossibile, vista la ferita, che la giovane sia riuscita a camminare dalla sua stanza a quella del padre: sarebbe morta prima o è stata pugnalato nella seconda stanza. Nella cassetta degli attrezzi del padre della giovane viene trovata una goccia di sangue di Mara. Le tracce di sangue, però, portano dalla camera della ragazza a quella del genitore. Sula scia di sangue, però, non ci sono le impronte dei piedi della vittima.
    Si ipotizza anche la presenza di un ladro che aveva visto fare parte del trasloco e pensava di trovare la casa vuota. Viene sospettato un professionista, forse amante della giovane, ma la sera del delitto ha un alibi: era con la moglie e degli amici.
    L'omicidio di Mara Calisti è irrisolto dal 14 luglio 1993. Il colpevole non è stato mai trovato. Il primo a finire sotto accusa è il padre Mario che viveva con lei, ma viene prosciolto una prima volta. Inquisito di nuovo nel gennaio del 1998, è definitivamente prosciolto da ogni accusa "per non aver commesso il fatto" il 5 marzo 2001.
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    49 min

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