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By Michele D’InnellaSociety & Culture
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  • Imprenditori contro il Racket - Storie di piccoli Grandi Eroi
    Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924) è stato un imprenditore italiano, ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo. È divenuto simbolo della lotta alla criminalità.
    Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia e di uscire allo scoperto, con grande esposizione mediatica.
    L'imprenditore denuncia gli estorsori (i fratelli Avitabile, arrestati il 19 marzo 1991 assieme a un complice), e rifiuta l'offerta di una scorta personale. Nel gennaio 1991 il Giornale di Sicilia aveva pubblicato una sua lettera sul rifiuto di cedere ai ricatti della mafia.
    La stessa Sicindustria gli volta le spalle. In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 30 aprile 1991 afferma che «l'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana» e definisce "scandalosa" la decisione del giudice catanese Luigi Russo (del 4 aprile 1991) in cui si afferma che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi.
    Il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro.
    Una grande folla prende parte al suo funerale, tra cui l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il figlio Davide sorprende tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre.
    Non mancano le polemiche, tra chi sostiene fin dall'inizio la battaglia dell'imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato (dedicato ad un'altra vittima della mafia) e chi non ha preso le sue difese, come Assindustria.
    Qualche mese dopo la morte di Grassi, è varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l'istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.
    La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, prosegue la lotta per la legalità in nome del marito, all'interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d'Italia. Nel 1992 è eletta senatrice nelle file dei Verdi, fino al 1994.
    A Libero Grassi è stato intitolato un istituto tecnico commerciale di Palermo.
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    1 hr 46 min
  • La Bottiglia di Rosolio - ll brutale assassinio di Clotilde Fossati
    È il 1988 e nella «Milano da bere», slogan coniato per la pubblicità di un noto amaro poi divenuto il manifesto di un'epoca, si vive bene ma si può morire male. Assassinati. Come Clotilde Fossati, per tutti Tilde.
    Da quando è nata, inizio secolo, Tilde ha sempre vissuto nello stesso appartamento, al 36 di corso di Porta Nuova; prima con i genitori, poi col marito, infine sola.
    Ultima abitante di quell'edificio ormai desolato, vive barricata dal giorno in cui in sua assenza qualcuno entra in casa e le sottrae 300mila lire. Tilde fa sprangare le finestre con assi di legno e non dimentica mai di chiudere a chiave la doppia porta: la prima blindata, la seconda a vetri. Una fortezza inespugnabile, dove entrano poche persone: la sorella Maria, la nipote Marisa, la donna delle pulizie. Neppure le ragazze e i ragazzi ai quali impartisce lezioni di piano sono autorizzati. È lei a recarsi da loro.
    A ottant'anni suonati è ancora vitale e attiva, le basterebbe la pensione del marito ma continua a insegnare musica con la passione di sempre. Allegra e affabile ha un unico tarlo: la paura di perdere casa. Paura divenuta forse rassegnazione quando fissa un appuntamento con un agente immobiliare per visitare un appartamento non lontano dal 36 di corso di Porta Nuova. A quell'appuntamento non andrà mai.
    La mattina di venerdì 10 giugno Tilde è in casa. Con lei la donna delle pulizie. Alle 11 riceve la telefonata di un'amica, alle 12.55 è al telefono col suo avvocato, circostanza confermata dalla deposizione della geometra della società immobiliare proprietaria dello stabile, che alla stessa ora aveva chiamato la Fossati trovando occupato. Alle 13 la geometra riprova: libero, nessuno risponde. Chiama anche la nipote Marisa, ma l'apparecchio squilla a vuoto.
    Tilde aveva in agenda una lezione di piano, ma non si presenta. Il motivo se lo chiede anche Marisa non riuscendo a spiegarsi perché la zia ormai irreperibile non abbia disdetto il suo impegno. Chiama i pompieri e va a casa di Tilde. È la tarda sera di sabato. I vigili del fuoco giungono sul pianerottolo e scoprono che la porta blindata è aperta. L'altra, quella a vetri, socchiusa. Marisa non entra, temendo qualcosa che i suoi occhi non vogliono vedere.
    Il corpo senza vita di Tilde giace supino in una pozza di sangue nel salotto. Ha il cranio sfondato, il torace e l'addome trafitti da almeno dieci coltellate. Sul suo corpo nessuna traccia di violenza e sul pavimento le armi del delitto: un coltello da cucina con lama da 16 centimetri e la pesante bottiglia di liquore in vetro, con cui il killer ha colpito al volto la vittima, sfigurandola.
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    44 min
  • Delitto al Castello - Tra politica, ricatti e gelosia
    Christian Waldner (Bolzano, 8 ottobre 1959) è stato un politico italiano, esponente dell'autonomismo sudtirolese. Il 17 febbraio 1997 a Castel Guncina, due funzionari della DIGOS trovano il suo corpo assassinato da 5 colpi d'arma da fuoco. Verrà incriminato come autore dell'omicidio l'amico Peter Paul Rainer.
    Rainer, amico di adolescenza di Waldner, non aveva mai passato l'esame di maturità. Waldner gli aveva fornito un diploma contraffatto, grazie al quale Rainer aveva potuto laurearsi ad Innsbruck ed essere addirittura assunto all'Università di Innsbruck come professore. Rainer aveva ultimamente rifiutato di seguire Waldner nella Lega Nord Alto Adige-Südtirol, ed era stato per questo ricattato da Waldner. Da ciò derivò l'omicidio.
    Seguirono vari tentativi di depistaggio tra cui un goffa falsificazione di una relazione del SISMI su carta da anni non più in uso al SISMI per tentare di attribuire l'omicidio a terzi in una storia di affari con la mafia dell'Est...
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    48 min
  • Grazie.
    Per la prima (e forse ultima) volta il Curatore del podcast parla pubblicamente per annunciare una comunicazione importante e per ringraziare di cuore tutti gli ascoltatori del Podcast di Blu Notte.
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    3 min
  • Agata Bornino - Da promessa del Porno a vittima di un misterioso omicidio
    In provincia di Brescia, sulle rive del fiume emerge dalle acque il cadavere di una giovane donna: la scoperta è stata fatta a Collo di Vobarno, un paese ai piedi della Valsabbia, a pochi chilometri dal Garda. A scorgere per primo il corpo esanime sulla sabbia è stato un pescatore.
    La ragazza aveva indosso fuseaux bianchi, camicetta e scarpe da tennis. I capelli raccolti in piccole trecce trattenute da perline colorate e i guasti dell' acqua avevano fatto pensare ad una nordafricana. Invece si trattava di un'italiana, Agata Bornino, ballerina ed astro nascente dell’industria dei film porno.
    Agli esordi aveva ottenuto alcune scritture come "cubista" in varie discoteche a Roma e Firenze, poi la sua carriera aveva virato sul porno: partecipazioni in pellicole a luci rosse, servizi fotografici senza veli su riviste per soli uomini. Infine la decisione di tornare al Nord, dapprima a Verona e poi a Roé Volciano per lavorare nei night della zona gardesana.
    A seguire la carriera della giovane stellina era il suo attuale compagno, conosciuto in una discoteca romana e che l' aveva seguita nelle sue peregrinazioni nei locali del Nord Italia. È stato lui a dare il primo allarme: Agata era uscita di casa lunedì alle 22 e da allora non aveva più dato notizie.
    Nemmeno l’autopsia è stata mai in grado di chiarire se la ragazza sia scivolata nel torrente per un tragico incidente o vi sia stata spinta...
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    42 min
  • La Mafia in Politica
    Il rapporto tra la mafia e il mondo politico si concretizzò all'indomani del secondo conflitto mondiale, con l'infiltrazione di rappresentanti delle cosche mafiose nel potere locale e in seguito anche nazionale. In quegli anni la mafia visse un'ulteriore trasformazione, diventando un'organizzazione ramificata ed efficiente: oltre a controllare un ampio serbatoio elettorale, utilizzato per ottenere dai politici locali e nazionali attenzioni e favori, estese la propria sfera d'influenza ad altre attività, come appalti e concessioni edilizie, usura, mercato di manodopera, consorzi, dopo che in tempo di guerra aveva monopolizzato il contrabbando e la gestione delle forniture militari.
    Ci sono tanti nomi che tornano in questo lungo percorso: uno è quello del giudice Carnevale: assolto in primo grado, condannato in appello, scagionato dalle Sezioni Unite della Cassazione, era accusato di aver “aggiustato” le sentenze di condanna dei mafiosi. Un altro è quello di Giulio Andreotti, prescritto e non assolto dall’accusa di aver avuto rapporti con la mafia fino al 1980. E, ancora, c’è il nome di Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, uscito dal carcere da qualche mese perché ha finito di scontare la pena. Uno stralcio di sentenza spiega quello che sarebbe successo tra il 1993 e il 1994: “In concomitanza con la nascita del partito politico di Forza Italia, voluto da Silvio Berlusconi e creato con il determinante contributo organizzativo di Marcello Dell’Utri, all’interno di Cosa nostra maturò la decisione di votare per la nuova formazione, così come confermato da tutti i collaboratori di giustizia esaminati al riguardo”.
    C’è un prima e un dopo nella storia della lotta alla mafia in Italia. Il punto di cesura è il 1992, l’anno del “duplice attacco al cuore della democrazia”, dell’omicidio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e delle loro scorte; fu chiaro fin da subito (in un caso e nell’altro) che la ferocia criminale rispondeva anche a un disegno politico di Cosa Nostra. Disegno che trovò ancora più evidente realizzazione con le stragi che seguirono nel 1993 a Firenze, Milano e Roma.
    Quello che successe subito dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino è storia: la rabbia dell’opinione pubblica, la risposta dello Stato, l’applicazione del 41 bis ai mafiosi e, ancora, l’arresto di Totò Riina, l’aumento dei collaboratori di giustizia, uomini che accettavano di allontanarsi dalla mafia e di raccontarne i segreti allo Stato. Ma per i magistrati non fu tutto in discesa. Al contrario: Caselli e Lo Forte raccontano bene gli anni dei tentativi, plateali, di legittimazione dei magistrati antimafia. Operazioni, anche mediatiche, che hanno reso più difficile il loro lavoro.
    A quasi 30 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, la mafia è mutata, ha cambiato volto. È diventata “liquida”: salvo che in poche zone d’Italia, ha rinunciato alla violenza, ha imbracciato l’arma della finanza, del business, dei traffici illeciti e su larga scala. C’è una frase intercettata in uno scambio tra due malavitosi che rende l’idea di quella che sia la mafia dei giorni nostri: “Non mi interessano quelli che fanno bambam per le strade, ma quelli che fanno pin pin sulla tastiera”. L’anatomia della mafia 3.0 è tutta qui. E da questa consapevolezza bisogna partire partire per combatterla. A tutti i livelli. Non solo in Italia.
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    1 hr 32 min
  • I Misteri di Alleghe
    I misteri di Alleghe riguardano una serie di efferati omicidi commessi dal 1933 al 1946 nei pressi dell'omonimo lago e all'interno di un albergo del vicino paese.
    Il caso divenne noto dopo la pubblicazione di un omonimo libro scritto dal giornalista Sergio Saviane nel 1964 in seguito alla cui inchiesta giornalistica scaturì un'indagine investigativa condotta dai carabinieri che si concluse con l'arresto e la successiva condanna dei responsabili.
    Una mattina di maggio del 1933, Emma De Ventura, cameriera diciannovenne dell'Albergo Centrale di Alleghe, tranquillo paesino della provincia di Belluno, fu trovata senza vita nella propria camera da letto.
    Per il medico condotto si tratta di suicidio. Ma sin dall’inizio tale ipotesi non apparve convincente: il corpo della ragazza presentava un profondo taglio alla gola, era riverso sul pavimento ed il rasoio che avrebbe usato per ammazzarsi era riposto ordinatamente sul comodino, lontano qualche metro.
    La mattina del 4 dicembre dello stesso anno, due ragazzini scorsero il cadavere di Carolina Finazzer, moglie di Aldo Da Tos, il figlio del proprietario dell'Albergo, nel lago del paese. La versione ufficiale fornita dalla famiglia Da Tos vuole che la giovane donna, presa da un raptus di sonnambulismo, si fosse annegata per sbaglio. Ma in paese cominciano a serpeggiare altre voci...
    Infine, in una notte del 1946, i coniugi Luigi Del Monego e Luigia De Toni, detta "la balena", vengono freddati mentre tornano a casa dopo una festa.
    Gli abitanti del paesino, da sempre un placido borgo arroccato sulle Dolomiti, erano allo stesso tempo terrorizzati e desiderosi di conoscere la verità sui delitti di Alleghe: si vociferava che i 4 omicidi siano collegati e che siano opera della stessa mano, ma all’epoca nessuno, per molto tempo, trovò il coraggio di indagare...
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    45 min
  • Annamaria Franzoni - Il Delitto di Cogne
    Alle 8:28 del 30 gennaio 2002 il centralino valdostano del 118 riceve una telefonata da Cogne, una frazione del paesino di Montroz. All’altro capo del telefono c’è Annamaria Franzoni, una madre che chiede l'intervento di soccorsi sanitari avendo appena trovato il figlio Samuele, di tre anni, che "vomita sangue" nel proprio letto.
    La Franzoni aveva già contattato pure il medico di famiglia, dottoressa Satragni. Questa intervenne per prima ed ipotizzò una causa naturale (aneurisma cerebrale) sostenendo a lungo questa ricostruzione affermando che il pianto disperato del bambino, scopertosi solo in casa, avrebbe potuto provocare "l'apertura della testa". La vittima infatti mostrava una profonda ferita al capo con fuoruscita di materia grigia. La dottoressa inoltre lavò il volto e il capo del piccolo e lo spostò fuori casa - nonostante il freddo intenso - su una barella improvvisata. Queste azioni, motivate dall'urgenza della rianimazione, compromisero tuttavia la scena del delitto e le condizioni della vittima. Le ipotesi iniziali (aneurisma, convulsioni, traumi da caduta e rianimazione troppo violenta) sono rimaste senza una risposta definitiva.
    I soccorritori sopraggiunti in elicottero constatarono che le ferite sul corpo della vittima erano frutto di un atto violento e avvisarono i carabinieri, che effettuarono i primi sopralluoghi.
    Il piccolo fu dichiarato morto alle ore 9:55. L'autopsia stabilì come causa del decesso almeno diciassette colpi sferrati con un'arma contundente. Sul capo della vittima furono rinvenute microtracce di rame, facendo supporre l'uso di un mestolo ornamentale o oggetti composti da tale metallo. Lievi ferite sulle mani fecero supporre a un estremo tentativo di difesa.
    Quaranta giorni dopo il delitto la madre fu iscritta nel registro delle notizie di reato con l'accusa di omicidio e il 14 marzo 2002 venne arrestata con l'accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela, ma il Tribunale del Riesame di Torino il 30 marzo ordinò la sua scarcerazione per carenza di indizi.
    Il 19 luglio 2004 Annamaria Franzoni viene condannata in primo grado con rito abbreviato a 30 anni di reclusione.
    Nel processo d'appello, conclusosi il 27 aprile 2007, presso la Corte d'Assise d'appello di Torino viene confermata la sua colpevolezza, ma la pena è ridotta a 16 anni per la concessione delle attenuanti generiche.
    Il 21 maggio 2008 la Corte Suprema di Cassazione conferma la sentenza d'appello. La sera stessa Annamaria Franzoni viene arrestata dai carabinieri e condotta in carcere.
    Da settembre 2018, grazie all’indulto e a sconti di pena, Annamaria torna in libertà.
    Annamaria, il marito Stefano e i loro due figli Davide e Gioele, non vivono più a Cogne, si sono trasferiti a Montecauto Vallese in Emilia Romagna. Qui, riposa anche il piccolo Samuele Lorenzi, protetto da una tomba di marmo bianco, senza nome, senza data, senza lumini e fiori freschi.
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    41 min
  • La Nave dei Veleni
    Natale De Grazia era un ufficiale di 38 anni, capitano di fregata che lavorava nel pool investigativo della Procura di Reggio per un’inchiesta sul traffico di rifiuti tossici con il magistrato Francesco Neri.
    Dotato di un eccellente intuito investigativo e voglioso di arrivare a verità certe, Natale De Grazia nel maggio del 1995 aveva perquisito la casa di Giorgio Comerio, ingegnere di Busto Arsizio, a San Boviso di Garlasco. Comerio è la figura chiave di tante storie oscure dell’Italia a cavallo degli anni ’80 e ’90. L’imprenditore di Busto Arsizio che nel corso della sua vita ha anche ospitato il Gran Maestro della P2 Licio Gelli, allora latitante, è l’ideatore della ODM – Ocean Disposal Management – società che si occupava dello smaltimento di rifiuti radioattivi.
    Lo smaltimento avveniva tramite il progetto DODOS – Deep Ocean Data Operating System – a sua volta trafugato all’Euratom di ISPRA, che prevedeva il lancio sui fondali marini di “penetratori”, una sorta di siluri, di scorie radioattive. Una pratica realizzata in certe zone africane e nel Nord Europa in violazione della “Convenzione di Londra”.
    La documentazione relativa a questa procedura veniva trovata in quelle cartelle di cui si accennava poc’anzi da Natale De Grazia. E costituivano una controprova rispetto alle indagini svolte dal Corpo forestale di Brescia relative al possibile affondamento di una nave a Capo Spartivento.
    Un mese dopo Natale De Grazia, che aveva ufficialmente la delega per indagare sulla Nave dei Veleni, parte alla volta di La Spezia (con tappa a Massa Carrara), per incontrare una non meglio specificata fonte confidenziale.
    Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995. Sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Nocera, dopo aver sostato e mangiato all’autogrill, il capitano muore. Il medico legale, la dottoressa Simona Del Vecchio, firma il referto in cui è scritto: “Morte improvvisa dell’adulto”.
    La Procura di Nocera archivia il caso nel 1996. Natale De Grazia è morto per cause naturali. Il 15 dicembre, due giorni dopo la morte del capitano, la nave Latvia parte da La Spezia.
    Dopo la scomparsa di De Grazia, il pool che indagava sui rifiuti si scioglie. E solo l’alba del nuovo millennio, con le denunce di associazioni e comitati cittadini, con le dichiarazioni sui rifiuti dei pentiti Carmine Schiavone e Francesco Fonti, ha saputo rilanciare la voglia di ottenere la verità ancor prima della giustizia.
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    57 min
  • La Strage della Stazione di Bologna
    2 Agosto 1980: alle ore 10.25 nella sala d'aspetto della seconda classe della stazione di Bologna Centrale esplode un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. È uno degli atti terroristici più gravi del secondo dopoguerra. L'esplosione, che si sente nel raggio di molti chilometri, causa il crollo di un'ala intera della stazione, investendo in pieno il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario e il parcheggio dei taxi antistante. Si giunge a una sentenza definitiva di Cassazione solo il 23 novembre 1995: sono condannati all'ergastolo quali esecutori dell'attentato i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti, mentre l'ex capo della P2 Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vengono condannati per il depistaggio delle indagini. Il 9 giugno 2000 la Corte d'Assise di Bologna emette nuove condanne per depistaggio. I mandanti della strage non sono mai stati identificati. È in corso il processo contro l'ex terrorista dei NAR Gilberto Cavallini, condannato in primo grado a gennaio 2020 per concorso nella strage di Bologna. Nuovi scenari potrebbero aprirsi sulla strage del 2 agosto 1980...
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