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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione del pellegrinaggio di Leone XIV in Africa, dal 13 al 23 aprile, riproponiamo alcune riflessioni dei Pontefici sull’esperienza umana del viaggiare.
Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, dal 13 al 23 aprile, è l’occasione per ripercorrere alcune riflessioni dei Pontefici sul significato dell’esperienza del viaggio.
Nel discorso rivolto lo scorso 23 marzo a dirigenti e personale di Ita Airways, Papa Leone XIV si sofferma, in particolare, sulle direttrici che scandiscono i viaggi papali.
I voli papali sono uno dei simboli più eloquenti della missione dei Successori di Pietro nell’epoca contemporanea. In modo particolare, nei suoi viaggi apostolici, il Papa appare a tutti come messaggero di pace: le sue rotte sono ciò che sempre dovrebbero essere, cioè ponti di dialogo, di incontro, di fraternità. Gli aerei dovrebbero essere sempre vettori di pace, mai di guerra! Nessuno dovrebbe aver paura che dal cielo arrivino minacce di morte e di distruzione. Dopo le tragiche esperienze del XX secolo, i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre! Invece – come sappiamo – ci sono ancora, e lo sviluppo tecnologico, in sé positivo, è messo al servizio della guerra. Questo non è progresso, è regresso!
Gli aerei sono diventati, a partire dallo scorcio finale del secondo millennio, “le ali del Papa” che permettono al vescovo di Roma di recarsi in varie regioni del mondo e di incontrare popoli e comunità. Papa Francesco nel saluto al personale della Compagnia aerea Ita Airways, il 14 aprile del 2023, ricorda, in particolare, uno storico giorno.
Il 4 gennaio 1964 San Paolo VI saliva a bordo del DC8 dell’Alitalia – quei DC8 che sono “in pensione” adesso – primo Pontefice della storia a prendere l’aereo per un pellegrinaggio apostolico. Papa Montini aveva tanto voluto il viaggio in Terra Santa, breve ma intensissimo. Lo aveva annunciato con entusiasmo e commozione ai Padri conciliari, al termine della seconda sessione del Vaticano II. Quel volo, con partenza da Roma-Fiumicino e arrivo ad Amman, inaugurò i viaggi papali nel mondo: una modalità nuova di svolgere il ministero pastorale del Papa, che ha permesso al Vescovo di Roma di raggiungere tantissime persone che mai avrebbero potuto compiere un pellegrinaggio a Roma. (…) Poi, con San Giovanni Paolo II, che nei suoi 27 anni di pontificato ha compiuto 104 viaggi internazionali, questa forma di missione è diventata parte integrante del pontificato. Così, ha viaggiato il suo successore Benedetto XVI; e così ho continuato a viaggiare anch’io.
L’imminente viaggio apostolico di Leone XIV in Africa è anche un invito a volgere lo sguardo verso questo Continente attraverso gli occhi dei suoi predecessori. Durante i viaggi in questa regione del mondo Papa Benedetto XVI ha affermato – come ha ricordato lo stesso Pontefice tedesco nel messaggio al Congresso panafricano dei laici cattolici – che “l’Africa è chiamata ad essere il Continente della speranza”.
L’amore alla vita e alla famiglia, il senso della gioia e della condivisione, l’entusiasmo di vivere la fede nel Signore, che ho potuto constatare nei miei viaggi africani, sono ancora impressi nel mio cuore. Non lasciate mai che la cupa mentalità relativista e nichilista che colpisce varie parti del nostro mondo, apra una breccia nella vostra realtà! Accogliete e diffondete con forza rinnovata il messaggio di gioia e di speranza che porta Cristo, messaggio capace di purificare e rafforzare i grandi valori delle vostre culture.
La riflessione di Papa Paolo Vi sul significato del viaggio è un invito ad andare oltre le immediate cornici di questa esperienza. In diverse occasioni il viaggiatore “osserva, pensa, studia e sente la poesia dell’umanità” che diventa “lamento, pianto, grido, alleluia, nascergli dentro”. È quanto sottolinea Papa Montini all’Angelus del 29 luglio del 1978 aggiungendo che viaggiare, vedere luoghi e costumi diversi ed esotici è anche “la formula delle vacanze del tempo presente”.
Viaggiare è una scuola di esperienza umana incomparabile ma, a pensarci bene, è scuola che suscita nello spirito altri problemi, i quali restano pesanti in fondo all’animo, se non sono inquadrati e risolti in una visione verticale, globale e sapiente della vita religiosa. Come il contatto, non puramente fisico e edonistico con la natura – altro mezzo e scopo classico per le vacanze, contatto con l’aria libera, il mare, la campagna, la montagna -, deve servire di scala naturale e facile per salire e per esprimersi in preghiera, in cantico delle creature, intonato dal principe delle creature stesse, l’uomo, in inno al Creatore, così il contatto col panorama sociale aperto davanti al viaggiatore deve premere sul suo cuore e scoprire il disegno complesso non solo della civiltà, ma altresì il disegno della redenzione, misterioso, ma incombente che tende a raggiungere ogni uomo che vuole salvarlo.
Il viaggio è una fonte di conoscenza. Lo sottolinea Papa Giovanni Paolo I all’udienza generale del 27 settembre 1978, ricordando le parole di un docente di filosofia. La conoscenza si lega all’apprendimento, all’esperienza. Conoscere, ad esempio il campanile di San Marco, significa secondo quel professore “che esso è entrato in qualche modo nella mente: fisicamente è rimasto dov’era, ma nell’ intimo esso ha impresso quasi un suo ritratto intellettuale”. Cosa significa invece amare il campanile di San Marco? “Significa – spiega Papa Luciani ricordando le parole del docente – che quel ritratto, da dentro, ti spinge e ti inclina, quasi ti porta, ti fa andare con l’animo verso il campanile ch’è fuori”.
Amare significa viaggiare, correre con il cuore verso l’oggetto amato. Dice l’imitazione di Cristo: chi ama «currit, volat, laetatur», corre, vola e gode. Amare Dio è dunque un viaggiare col cuore verso Dio. Viaggio bellissimo. Ragazzo, mi estasiavo nei viaggi descritti da Giulio Verne («Ventimila leghe sotto i mari», «Dalla terra alla luna», «Il giro del mondo in ottanta giorni», ecc.). Ma i viaggi dell’amore a Dio sono molto più interessanti. Li si legge nella vita dei Santi. S. Vincenzo de’ Paoli, di cui celebriamo oggi la festa, per esempio, è un gigante della carità. (…) S. Pietro Claver, consacrandosi tutto a Dio, firmava: Pietro, schiavo dei negri per sempre. Il viaggio porta anche dei sacrifici, ma questi non devono fermarci.
L’uomo è anche in viaggio nel cammino della vita. In questa centrale prospettiva si collocano le parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo II l’8 novembre del 1979, in occasione della XXI Giornata del ferroviere.
Il continuo viaggiare non è forse immagine di un altro viaggio, che tutti ci accomuna? Non è forse la vita di ogni uomo sulla terra una linea, un percorso, una traiettoria, compresa tra un punto di partenza e un punto di arrivo? Sì, ciascuno di noi è un viaggiatore secondo una nota immagine; e la cosa importante – come anche rammenta il nome della principale Stazione di Roma – è pervenire felicemente al “termine” della nostra corsa, conservando, secondo le parole di San Paolo, la fede per essa, pronti a ricevere la ricompensa dal Signore (cf. 2Tm 4,7-8).
E nel nostro viaggiare lungo i sentieri della vita, sottolinea infine Papa Wojtyła, è motivo di vero conforto tener presente ciò che il Salmo Responsoriale ci fa recitare: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?”
L'articolo Il viaggio e i Papi, una forma di missione per conoscere ed amare proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – All’inizio di questa stagione dell’anno, che nel 2026 si apre il 20 marzo, ripercorriamo alcune riflessioni dei Pontefici che esortano, nonostante drammi e conflitti, a guardare al futuro con fiducia.
È questo ancora un tempo segnato dagli orrori della guerra, da profonde incertezze che lacerano varie regioni del mondo, tra le quali il Medio Oriente e l’Europa orientale. Anche in questo drammatico frangente storico, la famiglia umana conserva la speranza nel futuro, la trepidante attesa di un giorno nuovo. Dopo l’inverno, con il suo ritmo spesso freddo e oscuro, lo sguardo degli uomini e delle donne di buona volontà confida in una nuova e luminosa stagione della storia. Nonostante il gelo che ha fatto inaridire e morire numerosi germogli di vita, è questo un tempo in cui la natura si prepara a rifiorire: il 20 marzo nel 2026 inizia la primavera, la prima delle quattro stagioni dell’anno. La speranza è che, dopo l’inverno, possa germogliare la pace disarmando linguaggi ottenebrati dall’odio.
I Pontefici hanno più volte fatto riferimento alla primavera, dando a questo tempo “colori” che avvolgono in particolare i semi della fede e della riconciliazione. “Il cristianesimo – afferma Papa Giovanni XXIII nel radiomessaggio del 28 marzo 1959 – non è quel complesso di fattori opprimenti, di cui favoleggia chi non ha fede: ma è pace, è letizia, è amore, è vita che sempre si rinnova, come il segreto pulsare della natura all’inizio della primavera”. “Il cristianesimo – sottolinea inoltre Paolo VI durante l’udienza generale del 2 luglio 1969 – è come un albero, sempre in primavera, in via di nuovi fiori, nuovi frutti; è una concezione dinamica, è una vitalità inesausta, è una bellezza”.
Un “tempo di rinnovamento, di fiduciosa attesa e di speranza”. È questo il triplice battito unito da Papa Pio XII alla primavera. Nel discorso ai giovani di Azione Cattolica, il 19 marzo del 1958, il Pontefice esorta le nuove generazioni a scorgere, dopo le tenebre del secondo conflitto mondiale, spiragli di speranza “pur in mezzo a tante tristezze e miserie”.
A primavera la terra si desta, ascende la linfa, si aprono le gemme, tornano le foglie sugli alberi; rivivono le siepi, si ammantano di verde i prati e i campi esultano negli alberi in fiore. I cieli si schiariscono; si fanno più lunghi i giorni, più brevi le notti; vi è più luce che tenebra. Senza dubbio vi sono sovente nubi nel cielo, e sulla terra i rovesci del temporale; ma gli uomini ripopolano i campi e s’indugiano più facilmente per le strade: la festa della natura diviene festa di cuori, perché la primavera è tempo di rinnovamento, tempo di fiduciosa attesa, tempo di speranza. Guardate, diletti figli: tutto nel mondo è risveglio. La vita materiale, pur in mezzo a tante tristezze e miserie, si muove sempre verso un maggiore e più diffuso benessere.
È la giovinezza la stagione della vita che si può associare alla primavera. Papa Giovanni Paolo II indica questo binomio durante la visita alla parrocchia di San Giuda Taddeo, il 6 aprile del 1997. Il Pontefice polacco, in quella occasione, ringrazia i giovani “per la promessa delle preghiere per il viaggio a Sarajevo”, una città segnata da “molte sofferenze e tragedie”. Una terra dove Papa Wojtyła si è recato proprio durante la primavera di quell’anno.
Quando si pensa alla giovinezza viene in mente la primavera. La primavera è il tempo quando la natura risorge dopo la “morte” dell’inverno. Coincide con la primavera ogni anno la solennità della Pasqua, che ci ricorda la risurrezione di Cristo. Egli con la sua risurrezione ha manifestato che la morte non ha potere assoluto e definitivo. Egli ha vinto la morte e ha manifestato la vita. La primavera della vita umana coincide con la giovinezza. Io vedo qui anche giovani, anche alcuni meno giovani di età, anche alcuni di 70 o 80 anni. Mi congratulo con voi, per questo desiderio di essere sempre giovani di voler tornare alla primavera della vita alla giovinezza.
Usando una metafora, che si intreccia con le dinamiche della primavera, Papa Benedetto XVI nel messaggio Urbi et orbi per la Pasqua del 2011 ricorda che “una luce diversa” ha squarciato “le tenebre della morte e ha portato nel mondo lo splendore di Dio”.
Come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così l’irradiazione che promana dalla Risurrezione di Cristo dà forza e significato ad ogni speranza umana, ad ogni attesa, desiderio, progetto. Per questo il cosmo intero oggi gioisce, coinvolto nella primavera dell’umanità, che si fa interprete del muto inno di lode del creato. L’alleluia pasquale, che risuona nella Chiesa pellegrina nel mondo, esprime l’esultanza silenziosa dell’universo, e soprattutto l’anelito di ogni anima umana sinceramente aperta a Dio anzi, riconoscente per la sua infinita bontà, bellezza e verità.
Per i cristiani, nell’orizzonte dell’uomo, “c’è un sole che illumina per sempre”. Papa Francesco, all’udienza generale del 23 agosto 2017, lega questa prospettiva senza limiti ad una domanda.
Crediamo che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. Crediamo che i nostri giorni più belli devono ancora venire. Siamo gente più di primavera che d’autunno. A me piacerebbe domandare, adesso – ognuno risponda nel suo cuore, in silenzio, ma risponda –: “Io sono un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza di primavera o di autunno? La mia anima è in primavera o è in autunno?”. Ognuno si risponda. Scorgiamo i germogli di un mondo nuovo piuttosto che le foglie ingiallite sui rami. Non ci culliamo in nostalgie, rimpianti e lamenti: sappiamo che Dio ci vuole eredi di una promessa e instancabili coltivatori di sogni. Non dimenticate quella domanda: “Io sono una persona di primavera o di autunno?”. Di primavera, che aspetta il fiore, che aspetta il frutto, che aspetta il sole che è Gesù, o di autunno, che è sempre con la faccia guardando in basso, amareggiato e, come a volte ho detto, con la faccia dei peperoncini all’aceto.
Torniamo a questi fragili giorni che scandiscono, tra angosce e dolori, il complesso scacchiere geopolitico del mondo. Sono delicati come un filo d’erba ma possono comunque, anche quando tutto sembra tacere, ricoprire campi – anche quelli dell’agire umano – capaci di rinnovarsi. Le fragilità, anche quelle che intralciano il cammino dell’uomo nella storia, non possono oscurare la bellezza, la meraviglia. Papa Leone XIV, durante la Santa Messa a Tor Vergata il 3 agosto del 2025, sottolinea che, anche durante i mesi gelidi, c’è una energia che “freme sotto la terra”.
Pensiamo al simbolo dell’erba: non è bellissimo un prato in fiore? Certo, è delicato, fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi, e però al tempo stesso subito rimpiazzati da altri che spuntano dopo di loro, e di cui generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno. È così che vive il campo, rinnovandosi continuamente, e anche durante i mesi gelidi dell’inverno, quando tutto sembra tacere, la sua energia freme sotto terra e si prepara ad esplodere, a primavera, in mille colori.
Questa energia, sottolinea dunque Papa Leone, si prepara a mostrarsi, a primavera. Questa forza rinnovante e rigeneratrice deve essere il tempo dell’uomo che vuole vivere in pace: un quadro policromatico e corale in cui risplenda il linguaggio “disarmato e disarmante” della fraternità. Una “primavera”, attraverso il dialogo, per far fiorire l’uomo, il creato e la pace.
L'articolo “Siamo gente di primavera”, l’appello dei Papi alla speranza oltre guerre e crisi proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione dell’odierna Giornata internazionale della lingua madre ricordiamo alcune riflessioni dei Pontefici sul linguaggio, peculiare e innata facoltà degli esseri umani che consente la creazione di sistemi e codici di comunicazione.
Era il 21 febbraio del 1952 ed alcuni studenti venivano colpiti e uccisi dalla polizia a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh: manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan. Viene celebrata ogni anno, il 21 febbraio, la Giornata internazionale della lingua madre per promuovere la diversità linguistica e culturale, il plurilinguismo e la tutela delle lingue minoritarie, spesso a rischio di scomparsa. La Giornata è incentrata, quest’anno, sulla relazione tra nuove generazioni e lingua madre.
La lingua madre è l’espressione del cuore, delle emozioni, degli affetti primari. “Parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello. Parlargli nella sua lingua madre – diceva Nelson Mandela – significa raggiungere il suo cuore”. Alla lingua madre si possono accompagnare, nel corso della vita, altre lingue che diventano snodi cruciali, ponti con il mondo. “Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete”, ha detto Papa Giovanni Paolo II nel primo saluto, il 16 ottobre del 1978, dopo l’elezione al soglio di Pietro.
La lingua è dunque un sistema di suoni, vocaboli e regole grammaticali condiviso da una comunità. Il linguaggio, invece, è la capacità, peculiare degli esseri umani, di comunicare pensieri, esprimere sentimenti, e in genere di informare sulla propria realtà interiore o sulla realtà esterna, per mezzo di un sistema di segni vocali o grafici. Il linguaggio, in particolare, è il prerequisito della lingua: può essere avvolgente come una carezza o un abbraccio ma può anche provocare ferite profonde. Sul valore del linguaggio si sono espressi più volte i Pontefici che esortano ad evitare l’odio e la calunnia e a rispettare la verità.
Quello del prendersi cura, in particolare, è il linguaggio evocato da Papa Francesco all’Angelus del primo gennaio 2023. Questo, sottolinea il Pontefice argentino ricordando l’esempio della Madre di Dio, è il linguaggio tipico della maternità: “la tenerezza del prendersi cura”.
Se vogliamo ricostruire speranza, occorre abbandonare i linguaggi, i gesti e le scelte ispirati all’egoismo e imparare il linguaggio dell’amore, che è prendersi cura. Prendersi cura è un linguaggio nuovo, che va contro i linguaggi dell’egoismo.
Il linguaggio è poi un elemento assai rilevante anche per la missione della Chiesa. È quanto spiega Papa Benedetto XVI nel discorso rivolto ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura il 13 novembre 2010.
Parlare di comunicazione e di linguaggio significa, infatti, non solo toccare uno dei nodi cruciali del nostro mondo e delle sue culture, ma, per noi credenti, significa avvicinarsi al mistero stesso di Dio che, nella sua bontà e sapienza, ha voluto rivelarsi e manifestare la sua volontà agli uomini. In Cristo, infatti, Dio si è rivelato a noi come Logos, che si comunica e ci interpella, allacciando la relazione che fonda la nostra identità e dignità di persone umane, amate come figli dall’unico Padre.
Il desiderio di un linguaggio della Chiesa più chiaro, pastorale e comprensibile al mondo moderno è stato uno dei pilastri fondamentali del Concilio Vaticano II. Papa Giovanni XXIII lo ricorda nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962 a un mese dal Concilio.
L’uomo cerca l’amore di una famiglia intorno al focolare domestico; il pane quotidiano per sé e per i suoi più intimi, la consorte e i figliuoli; egli aspira e sente di dover vivere in pace così all’interno della sua comunità nazionale, come nei rapporti con il resto del mondo. …Questi problemi di acutissima gravità stanno da sempre sul cuore della Chiesa. Perciò essa li ha fatti oggetto di studio attento, ed il Concilio Ecumenico potrà offrire, con chiaro linguaggio, soluzioni che son postulate dalla dignità dell’uomo e della sua vocazione cristiana.
Il linguaggio, quando ferisce, può seminare odio non solo nella vita reale ma anche nel mondo dei social. Nel messaggio per la Quaresima 2026 Papa Leone XIV esorta a praticare un digiuno speciale, quello che riguarda il mondo delle parole.
Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane.
Se si usa il linguaggio della gentilezza tante parole di odio, come scrive Leone XIV, “lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”. Si potranno allora condividere un linguaggio e una lingua in cui troverà spazio e si manifesterà la forza della tenerezza.
L'articolo I Papi e il linguaggio disarmato che cura proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione del Giorno della memoria, il Papa ribadisce in un post su X la fedeltà alla posizione espressa nella Nostra Aetate e la condanna contro ogni discriminazione o molestia per motivi di lingua, nazionalità o religione. Una voce che si unisce a quella dei Pontefici del passato, a partire da Pio XII che nel radio messaggio natalizio del 1942 denunciò: centinaia di migliaia di persone “solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte”.
La memoria non è un semplice esercizio cognitivo. Può essere una lezione illuminante capace di salvare l’umanità da tragici avvenimenti già sperimentati nella storia. In particolare il Giorno della Memoria, che si celebra ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto, non è semplicemente una data utile per gli studenti in modo che possano “ripassare” alcune nozioni prima di un esame o di una interrogazione su pagine drammatiche legate alla seconda guerra mondiale. È, innanzitutto, un richiamo per la coscienza interiore di ogni uomo e donna affinché possa rafforzarsi il sistema immunitario della famiglia umana davanti a possibili e nuovi orrori: gli abissi della storia quando prevalgono sulla fraternità un nazionalismo estremo, la diffidenza e i linguaggi d’odio. Le parole dei Papi sull’olocausto vanno in questa direzione. Sono un monito affinché l’orrore non sia dimenticato e l’antisemitismo non metta più radice.
Non ultime quelle di Leone XIV che affida ad un post sul suo account X @Pontifex il suo pensiero sull’odierna ricorrenza: “Oggi, Giornata della Memoria – si legge – vorrei ricordare che la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione #NostraAetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione”.
L’appello di Papa Leone si unisce dunque a quelli di tutti i Pontefici suoi predecessori che, nel corso della storia, hanno elevato la loro voce anche per lanciare l’allarme di fronte a catastrofi umane perpetrate con sistematica brutalità nel silenzio. L’accorato e a volte solitario appello dei Papi si diffonde anche quando gran parte del mondo ancora non è a conoscenza di atroci verità. Il 24 dicembre del 1942, nel radiomessaggio natalizio, Papa Pio XII parla di centinaia di migliaia di persone che soffrono e muoiono solo per ragione di “stirpe”.
Vogliono forse i popoli assistere inerti a così disastroso progresso? o non debbono piuttosto, sulle rovine di un ordinamento sociale, che ha dato prova così tragica della sua inettitudine al bene del popolo, riunirsi i cuori di tutti i magnanimi e gli onesti nel voto solenne di non darsi riposo, finché in tutti i popoli e le nazioni della terra divenga legione la schiera di coloro, che, decisi a ricondurre la società all’incrollabile centro di gravitazione della legge divina, anelano al servizio della persona e della sua comunanza nobilitata in Dio?
(…) Questo voto l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento.
Le parole pronunciate da Pio XII durante il radiomessaggio natalizio del 1942 sono un chiaro riferimento allo sterminio degli ebrei. È quanto sottolinea Papa Benedetto XVI, nel 2008, durante la Santa Messa in occasione del 50.mo della morte di Papa Pacelli.
E come dimenticare il radiomessaggio natalizio del dicembre 1942? Con voce rotta dalla commozione deplorò la situazione delle “centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento”, con un chiaro riferimento alla deportazione e allo sterminio perpetrato contro gli ebrei. Agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Per questi suoi interventi, numerosi e unanimi attestati di gratitudine furono a lui rivolti alla fine della guerra, come pure al momento della morte, dalle più alte autorità del mondo ebraico, come ad esempio, dal Ministro degli Esteri d’Israele Golda Meir, che così scrisse: “Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime”…
Con le parole del Pontefice tedesco, pronunciate nel 2008, si intrecciano i “terribili e dolorosi ricordi” del primo vescovo di Roma polacco. All’udienza generale del 26 giugno 1996 Papa Giovanni Paolo II ricorda il suo terzo viaggio apostolico in Germania ruotando la propria riflessione intorno ad una città.
Il nome “Berlino”, nell’animo delle persone della mia generazione, continua ad evocare terribili e dolorosi ricordi. Questa città, infatti, come capitale del Terzo Reich, costituì il centro di infauste iniziative di carattere politico e militare, che gravarono pesantemente sulle sorti dell’Europa, soprattutto delle nazioni confinanti. Da Berlino, nel 1939, scaturì la tremenda decisione di iniziare la seconda Guerra Mondiale. Fu là che trovarono attuazione gli inumani progetti dei campi di concentramento e, in particolare, il programma della cosiddetta “Soluzione finale”, decisa alla conferenza di Wannsee, cioè dello sterminio degli ebrei abitanti in Germania e in altre nazioni d’Europa: la tristemente famosa shoah. A Berlino è, purtroppo, legata un’enorme quantità di dolore e di sofferenze umane: le ferite non sono ancora del tutto rimarginate.
I campi di sterminio sono luoghi di profondo e insopprimibile dolore. Ad Auschwitz l’umanità è sprofondata in una barbarie indicibile, in una catena di morte. Ma anche in questa successione di eventi drammatici si trovano spiragli, frangenti e uomini di speranza. Papa Paolo VI, durante l’Angelus del 17 ottobre 1971 si sofferma sulla straordinaria e santa testimonianza offerta da un sacerdote polacco, devotissimo a Maria Immacolata.
Sapete che cosa Noi abbiamo fatto questa mattina in San Pietro: abbiamo compiuto il solenne rito della beatificazione di un Religioso dei Frati Minori Conventuali, Padre Massimiliano Maria Kolbe… La guerra, come ricorderete, invase da occidente e da oriente la Polonia… Qui apparvero i tristemente famosi «Lager», campi di concentramento, nei quali furono stremati e sterminati innumerevoli esseri umani, ebrei e polacchi specialmente. (…) In uno di questi campi, Auschwitz (Oswiecim) fu messo anche il Kolbe. Qui avvenne l’atto eroico di carità, che lo rese celebre… Padre Kolbe offrì sé stesso sostituendo un infelice padre di famiglia sconosciuto e innocente, nell’orrenda morte di fame a lui aggiudicata.
Anche quando la forza del male sembra prevalere, vince dunque l’amore. E verrà la salvezza. Lo ricorda Papa Leone XIV durante la Messa, il 5 ottobre del 2025 in occasione dei Giubileo del mondo missionario e dei migranti.
Dinanzi a questi scenari oscuri, riemerge il grido che tante volte nella storia si è elevato a Dio: Perché, Signore, non intervieni? Perché sembri assente? Questo grido di dolore è una forma di preghiera che pervade tutta la Scrittura e, questa mattina, lo abbiamo ascoltato dal profeta Abacuc: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti […]. Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” (Ab 1,2-3). Papa Benedetto XVI, che aveva raccolto questi interrogativi durante la sua storica visita ad Auschwitz, è tornato sul tema in una catechesi, affermando: «Dio tace, e questo silenzio lacera l’animo dell’orante, che incessantemente chiama, ma senza trovare risposta. […] Dio sembra così distante, così dimentico, così assente» (Catechesi 14 settembre 2011). La risposta del Signore, però, ci apre alla speranza. Se il profeta denuncia la forza ineluttabile del male che sembra prevalere, il Signore dal canto suo gli annuncia che tutto questo avrà un termine, una scadenza, perché la salvezza verrà e non tarderà: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4).
Di fonte all’Olocausto resta in particolare una domanda che non si può mai omettere. Cosa ci insegna la Shoah? Le parole pronunciate da Papa Francesco, durante la visita alla sinagoga di Roma 17 il gennaio 2016 sono una esortazione a tenere gli occhi e il cuore sempre aperti.
Il popolo ebraico, nella sua storia, ha dovuto sperimentare la violenza e la persecuzione, fino allo sterminio degli ebrei europei durante la Shoah. Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie, perpetrata in nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio. Il 16 ottobre 1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli con il cuore, in modo particolare… E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace.
Questo ci insegna la Shoah: a tenere gli occhi e il cuore sempre aperti perché nuovi orrori possono annidarsi tra le crepe della coscienza.
L'articolo Leone XIV: la Chiesa ferma contro ogni forma di antisemitismo proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Nel giorno della festa di Sant’Antonio abate, protettore degli animali, riproponiamo alcune parole dei Pontefici su questi esseri viventi, molti dei quali popolano le pagine delle Sacre Scritture.
Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano
La Chiesa ricorda oggi Sant’Antonio abate che è solitamente raffigurato con accanto un maiale e al collo una campanella. Tale rappresentazione iconografica è legata al fatto che l’antico Ordine ospedaliero degli “Antoniani” allevava maiali all’interno dei centri abitati. Il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti da un morbo che in seguito verrà chiamato “fuoco di Sant’Antonio”. Nel giorno della sua festa liturgica si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici.
Nella Bibbia è ricorrente il riferimento agli animali. Ripercorriamo alcune riflessioni dei Pontefici su questi esseri viventi cominciando da una parola che ne comprende molti: l’arca, che per l’Antico Testamento è il simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Sul significato dell’arca si sofferma Papa Giovanni Paolo II, il 21 febbraio del 1988, durante la visita alla parrocchia romana di Santa Prisca.
“Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente . . . uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca” (Gen 9, 9-10). In queste parole del Libro della Genesi sentiamo una chiara eco del primo capitolo dello stesso Libro, nel quale Dio sottomette al dominio dell’uomo tutto il creato. …Dal Libro della Genesi si può dedurre che il diluvio biblico, che devastò la terra e tutto ciò che esisteva in essa, tranne gli esseri salvati nell’arca di Noè, fu il castigo per un altro diluvio, quello del peccato (cf. Gen 6)…
L’uomo si distingue dagli altri esseri viventi anche per la consapevolezza di fronte a questioni cruciali, come quelle sulla morte e sul senso della vita. È quanto sottolinea Papa Leone XIV all’udienza generale del 10 dicembre 2025.
Che cosa è dunque la morte? È davvero l’ultima parola sulla nostra vita? Solo l’essere umano si pone questa domanda, perché lui solo sa di dover morire. Ma l’esserne consapevole non lo salva dalla morte, anzi, in un certo senso lo “appesantisce” rispetto a tutte le altre creature viventi. Gli animali soffrono, certamente, e si rendono conto che la morte è prossima, ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita. Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando.
“Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Su queste parole rivolte da Gesù agli apostoli è incentrata la catechesi di Papa Francesco all’udienza generale del 15 febbraio 2023.
Gesù dice così: «Io vi mando come pecore in mezzo a lupi» (v. 16). Non ci chiede di saper affrontare i lupi, cioè di essere capaci di argomentare, controbattere e difenderci: no. Noi penseremmo così: diventiamo rilevanti, numerosi, prestigiosi e il mondo ci ascolterà e ci rispetterà e vinceremo i lupi: no, non è così. No, vi mando come pecore, come agnelli – questo è l’importante. Se tu non vuoi essere pecora, non ti difenderà il Signore dai lupi. Arrangiati come puoi. Ma se tu sei pecora, stai sicuro che il Signore ti difenderà dai lupi. Essere umili. Ci chiede di essere così, di essere miti e con la voglia di essere innocenti, essere disposti al sacrificio; questo infatti rappresenta l’agnello: mitezza, innocenza, dedizione, tenerezza. E Lui, il Pastore, riconoscerà i suoi agnelli e li proteggerà dai lupi. Invece, gli agnelli travestiti da lupi vengono smascherati e sbranati.
Essere umili come l’agnello. Papa Paolo VI durante la Via Crucis dal Colosseo al Palatino il 27 marzo del 1970 associa l’innocenza a questo animale.
Quando incontriamo un bambino che soffre, quando osserviamo qualcuno che alla sofferenza fisica o morale aggiunge lo strazio d’una domanda cieca, che sembra rimanere senza risposta: perché? perché questo disordine, perché questo inesplicabile oltraggio al diritto fondamentale dell’esistenza, vivere bene, quando senza apparente ragione infierisce l’esperienza del male? Mistero, sì, mistero è per noi il dolore innocente; ma l’incontro che facciamo di questo mistero nel divino Crocifisso, in Lui, il supremo, il vero innocente (Cfr. Luc. 23, 41) arresta almeno la bestemmia che verrebbe alle nostre labbra. Anche Gesù era innocente, era un agnello, era l’agnello di Dio, che umile, debole s’è lasciato condurre al macello.
Il serpente è il primo degli animali che viene nominato nel libro della Genesi ed è anche il simbolo del peccato. Papa Pio XII nel radiomessaggio all’Azione cattolica italiana, l’8 dicembre 1953, sottolinea che la Vergine Maria ha sconfitto una volta e per sempre l’antico tentatore, Satana.
Già, dopo il misero caso di Adamo, il primo annunzio su Maria, secondo la interpretazione di non pochi Santi Padri e Dottori, ci parla di inimicizie fra Lei e il serpente nemico di Dio e dell’uomo. Come è per Lei essenziale di esser fedele a Dio, così di esser vincitrice del demonio. Senza nessuna macchia Maria ha calpestato la testa del serpente tentatore e corruttore. Quando si avvicina Maria, il demonio fugge; così come scompaiono le tenebre, quando spunta il sole. Dove è Maria, non è Satana; dove è il sole, non è il potere delle tenebre.
La scena del diluvio e dell’arca è al centro dell’omelia pronunciata da Papa Benedetto XVI durante la Messa del crisma il primo aprile del 2010. Un animale, in particolare, è un simbolo di pace.
Attraverso la storia della colomba col ramo d’ulivo, che annunciava la fine del diluvio e così la nuova pace di Dio con il mondo degli uomini, non solo la colomba, ma anche il ramo d’ulivo e l’olio stesso sono diventati simbolo della pace. I cristiani dei primi secoli amavano ornare le tombe dei loro defunti con la corona della vittoria e il ramo d’ulivo, simbolo della pace. Sapevano che Cristo ha vinto la morte e che i loro defunti riposavano nella pace di Cristo. Si sapevano, essi stessi, attesi da Cristo, che aveva loro promesso la pace che il mondo non è in grado di dare. Si ricordavano che la prima parola del Risorto ai suoi era stata: “Pace a voi!”.
L'articolo Dall’arca di Noè alla colomba: gli animali nelle riflessioni dei Papi proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Nell’imminenza del 2026 riproponiamo alcune riflessioni dei Pontefici su questo frangente di passaggio tra il tramonto del 2025 e il sorgere del nuovo anno. Sono un invito a riflettere sul valore del tempo, a non terminare l’anno senza ringraziare Dio, a restare pellegrini di speranza, a scrivere un nuovo foglio bianco confidando nel Signore, a recuperare la gentilezza, ad edificare la casa che non crolla.
Un anno volge al termine e un altro si sta per aprire. Lo sguardo della Chiesa su questa “staffetta cronologica” tra due archi temporali distinti ma vicini si lega sempre al Vangelo. E si distende lungo un duplice orizzonte: quello della gratitudine a Dio e dell’affidamento al Signore. Ringraziamento e speranza diventano le chiavi per leggere il passato appena vissuto e accogliere il futuro, con le sue opportunità ed anche le incognite.
Il momento di “transito” da una pagina quasi conclusa ad una da cominciare è un invito a riflettere sul tempo. Papa Paolo VI all’Angelus del 2 gennaio 1972 esorta a prendere in esame il suo valore. “Prima d’inoltrarci nel nuovo anno, è il momento di dedicarvi un po’ di riflessione”.
Il tempo è la misura, si può dire, degli avvenimenti che si succedono. È la misura della nostra vita presente. Una misura che incute timore, perché ci fa vedere che l’ieri non esiste più, che il domani non esiste ancora; non esiste che l’oggi, anzi esiste per noi solo l’istante presente: viviamo solo sopra un punto mobile, un solo attimo fuggente … E questo c’insegna a vivere in ragionevole intensità questo attimo attuale, del quale solo siamo padroni, e nel quale consiste la nostra unica esperienza della vita presente. Cioè ci insegna il valore del tempo.
Le parole dei Papi in questo frangente dell’anno accompagnano innanzitutto il canto del Te Deum. Papa Benedetto XVI, nella celebrazione, il 31 dicembre del 2011, dei primi vespri della solennità di Maria Madre Di Dio parla proprio di questo preciso spazio temporale: “un altro anno si avvia a conclusione mentre ne attendiamo uno nuovo”. La trepidazione, i desideri e le attese non possono essere disgiunti dalla lode al Signore.
La Chiesa ci suggerisce di non terminare l’anno senza rivolgere al Signore il nostro ringraziamento per tutti i suoi benefici. È in Dio che deve terminare l’ultima nostra ora, l’ultima ora del tempo e della storia. Dimenticare questo fine della nostra vita significherebbe cadere nel vuoto, vivere senza senso. Per questo la Chiesa pone sulle nostre labbra l’antico inno Te Deum. È un inno pieno della sapienza di tante generazioni cristiane, che sentono il bisogno di rivolgere in alto il loro cuore, nella consapevolezza che siamo tutti nelle mani piene di misericordia del Signore.
L’inizio del 2026 è anche la conclusione dell’Anno Santo della speranza. Questa virtù non è una porta che si chiude. La speranza non muore ed è “generativa”, sottolinea Papa Leone XIV all’udienza giubilare del 20 dicembre 2025.
Il Giubileo volge al termine, non finisce però la speranza che questo Anno ci ha donato: rimarremo pellegrini di speranza! Abbiamo ascoltato da San Paolo: “Nella speranza, infatti, siamo stati salvati” (Rm 8,24). Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare.
Il nuovo anno, ormai davanti al nostro cammino, ci appare in una prospettiva ignota. Papa Giovanni Paolo II il primo gennaio del 1986 invita ad orrire al Signore “questa nuova tappa e questo foglio ancora bianco”.
L’Anno Nuovo appare davanti a noi come una grande incognita, come uno spazio che dovremo riempire con un contenuto, come una prospettiva di avvenimenti sconosciuti e di decisioni da prendere. Come una nuova tappa e un nuovo spazio della lotta del bene e del male a livello di ogni essere umano e insieme a livello della famiglia, della società, delle nazioni: dell’umanità intera.
Per scrivere su questo foglio bianco si deve attingere innanzitutto al deposito delle virtù. Una di queste, indicata da Papa Francesco il 31 dicembre del 2022 ha il potere di umanizzare i rapporti e di sciogliere l’indifferenza:
Cari fratelli e sorelle, penso che recuperare la gentilezza come virtù personale e civica possa aiutare non poco a migliorare la vita nelle famiglie, nelle comunità, nelle città. Per questo, guardando al nuovo anno della città di Roma, vorrei augurare a tutti noi che la abitiamo di crescere in questa virtù: la gentilezza. L’esperienza insegna che essa, se diventa uno stile di vita, può creare una convivenza sana, può umanizzare i rapporti sociali sciogliendo l’aggressività e l’indifferenza.
Volgere lo sguardo al futuro significa anche guardare quanti accompagnano la nostra esistenza: la famiglia, i colleghi nei luoghi di lavoro, il prossimo. Un augurio speciale per il nuovo anno è quello rivolto da Papa Giovanni XXIII, nel messaggio del 10 gennaio del 1960 , alle famiglie cristiane in occasione della festività della Sacra Famiglia.
Spirito di prudenza e di sacrificio nella educazione premurosa dei figli: e sempre, in ogni circostanza, sollecitudine intesa ad aiutare, a perdonare, a compatire, ad accordare agli altri la fiducia, che noi vorremmo fosse accordata a noi. È così che si edifica la casa che non crolla. L’augurio sereno di questa sicurezza, che è garanzia di imperitura pace, parte dal Nostro cuore per raggiungere ciascuno di voi, per accompagnarvi durante il nuovo anno: esso è sostenuto da una particolare preghiera, che eleviamo fervidamente al Cielo per la famiglia di ciascuno che Ci ascolta, specialmente per quelle che la mancanza di mezzi, di lavoro, di salute, espongono a dolorose privazioni.
Da queste parole di Papa Roncalli e dalle riflessioni dei Pontefici si estende un augurio anche in questo tempo ormai vicino al 2026: il nuovo anno sia per tutti il tempo propizio per edificare una “casa che non crolla”, nonostante le ferite e le incognite della vita, nonostante gli orrori della guerra che ancora scuotono, in varie e troppe regioni del mondo, la famiglia umana.
L'articolo I Papi e il nuovo anno, tempo di ringraziamento e di speranza proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Per la solennità della Natività del Signore, ripercorriamo alcune riflessioni dei Pontefici su questa festa che rinnova la speranza anche tra ferite e angosce profonde.
Il Natale è gioia, luce, pace. La nascita di un povero Bambino, che giace in una mangiatoia, illumina il mondo anche tra guerre, carestie, calamità, pagine drammatiche che investono la storia di nazioni, popoli, famiglie. I Papi esortano ad accogliere e abbracciare questo piccolo uomo che nasce a Betlemme e consola l’umanità dolorante.
Un momento buio e tragico è quello vissuto, in particolare dagli ebrei in Europa, durante la seconda guerra mondiale. Il 20 gennaio del 1942 alcuni tra i maggiori funzionari del partito nazista e del governo tedesco si riuniscono in una villa nel sobborgo berlinese di Wannsee per discutere su un tema che nel verbale di quella conferenza viene indicato con le parole “soluzione finale della questione ebraica”. Quasi un anno dopo, il 24 dicembre del 1942, si eleva dai microfoni della Radio Vaticana “una voce solitaria – si legge in un editoriale dell’epoca del quotidiano statunitense “The New York Times” – che grida dal silenzio di un continente”. È la voce di Papa Pio XII che scandisce il suo radiomessaggio alla vigilia del Natale. Il Pontefice auspica che per “l’umanità dolorante” possa splendere “consolatrice ed incitatrice la stella che brilla sulla grotta di Betlemme” in un mondo segnato dagli orrori della guerra. Papa Pacelli indica tra le atrocità del secondo conflitto mondiale anche la tragedia che nel vocabolario dei nazisti corrisponde all’espressione “soluzione finale.
Centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento.
L’umanità dolorante è segnata dalla guerra ma anche dalla sofferenza, dalla malattia. Nel giorno di Natale del 1958 l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù accoglie Papa Giovanni XXIII. È il primo Pontefice a salire sul Gianicolo per visitare il “suo ospedale”. Durante quella visita, Papa Roncalli saluta e benedice i piccoli degenti. In una delle ultime stanze un bambino confida al Papa di chiamarsi Emanuele. “Ecco – afferma Giovanni XXIII – un nome che riassume la solennità odierna. Esso significa: Dio con noi”.
Il 1968, in Italia, è un anno segnato, nel mondo del lavoro, da forti tensioni sociali. In quell’anno Papa Paolo VI celebra la Messa di Natale tra i lavoratori. Il Pontefice si reca nelle acciaierie di Taranto per sanare una separazione: quella fra il mondo operaio e la Chiesa. Lo sfondo “presepiale” di quel Natale è lo stabilimento siderurgico, che dal quotidiano della Santa Sede, “L’Osservatore Romano”, è definito “la nuova capanna dell’età tecnologica”. Nell’omelia Papa Montini si rivolge agli operai esortando a guardare verso “il Cristo del Vangelo”: “Lavoratori, che Ci ascoltate: Gesù, il Cristo, è per voi”.
Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa! Vi dicevamo, salutandovi, che siamo fratelli ed amici: ma è poi vero in realtà? Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte. Una volta non era così.
Lo storico passaggio dell’umanità tra due millenni si condensa in una immagine impressa nella memoria collettiva: l’apertura della Porta Santa il 24 dicembre del 1999. È il giorno in Papa Giovanni Paolo II varca simbolicamente la soglia del terzo millennio. In quell’ora, il tempo risuona con un timbro singolare: “non è solo il ricordo della nascita del Redentore, è l’inizio solenne del Grande Giubileo”. L’umanità, segnata da profonde ferite come guerre e ingiustizie, si aggrappa ad una speranza, ad una Persona. Nessuno – afferma Papa Wojtyła – resti escluso dall’abbraccio del Padre.
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! Sulla soglia del terzo millennio, la Chiesa Ti saluta, Figlio di Dio, che sei venuto al mondo per sconfiggere la morte. Sei venuto ad illuminare la vita umana mediante il Vangelo. La Chiesa Ti saluta e insieme con Te vuole entrare nel terzo millennio. Tu sei la nostra speranza. Tu solo hai parole di vita eterna. …Sii per noi la Porta che ci introduce nel mistero del Padre. Fa’ che nessuno resti escluso dal suo abbraccio di misericordia e di pace!
C’è una umanità che cerca un futuro migliore, che fugge da miseria e persecuzioni. È il popolo dei migranti. Dopo un lungo e faticoso viaggio da Nazaret a Betlemme, Giuseppe e L’Immacolata nel cuore e nelle parole dei Papi vedono nascere il Messia in una stalla, perché altrove non c’era posto per loro. Se Maria e Giuseppe bussassero alla nostra porta ci sarebbe posto per loro? Questa domanda, posta da Papa Benedetto XVI, durante la Santa Messa il 24 dicembre del 2012, diventa una esortazione alla preghiera “affinché nel nostro intimo si crei uno spazio” per il Signore. “E affinché modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo”.
Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi? Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito.
Gesù nasce per noi, per ogni uomo e donna. Nasce, anche e soprattutto, tra e miserie e le periferie esistenziali. Il Natale del 2024 è scandito dall’apertura della Porta Santa e dall’inizio dell’Anno santo della speranza. Nella Messa, nella solennità del Natale del Signore Papa Francesco esorta i cristiani ad impegnarsi per trasformare il mondo.
A noi, tutti, il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza. Portare speranza lì, seminare speranza lì.
Si avvicina il tempo in cui si celebra la nascita di Gesù. Il 24 dicembre Leone XIV presiede la Messa, nella Basilica di San Pietro. Nella solennità del Natale del Signore sono molte e ancora laceranti le ferite che scuotono l’umanità. Nel 2020, in un periodo segnato dalla pandemia, l’allora vescovo di Chiclayo e amministratore apostolico della diocesi di Callao in Perù, monsignor Robert Francis Prevost, invia un messaggio per il Natale. Il suo saluto viene pubblicato sul canale Youtube della Diocesi di Callao. Quando ancora non si vede una conclusione di questo tempo segnato dalla malattia e da tanti decessi – sottolinea l’allora vescovo di Chiclayo – arriva la festa della speranza. Il Natale è sempre “una festa di luce sulla terra”, anche nei momenti che sembrano dominati dall’oscurità.
L'articolo Il Natale, “l’umanità dolorante” e la voce consolante dei Papi proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione di questo evento giubilare riascoltiamo le voci dei Pontefici tratte da alcuni discorsi e incontri con il mondo dei reclusi.
Anche in carcere, nei momenti di buio interiore, c’è una luce che non si spegne mai. È quella della speranza, una forza che – nonostante tutto – trapela tra le sbarre e accompagna la voglia di rialzarsi aprendo le porte, anche quando sembrano del tutto chiuse e serrate. Il Giubileo dei detenuti, che culmina domenica 14 dicembre nella Messa nella Basilica di San Pietro presieduta da Papa Leone XIV, celebra proprio questa luce in un tempo ormai vicino al Natale e alla chiusura dell’Anno Santo. Sono diversi, nella storia recente del papato, gli incontri dei Pontefici con i detenuti. Le voci dei Papi, rivolte alla comunità del mondo dei penitenziari, si saldano sempre con le parole del Vangelo e, in particolare, con quelle dell’evangelista Matteo: “ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Ripercorriamo allora alcuni di questi momenti, scanditi da parole dense di amore evangelico.
Nel fragile scenario del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, con profonde ferite che ancora sconvolgono il mondo, Papa Pio XII rivolge in un radiomessaggio una speciale parola di contorto, di esortazione e di speranza ai detenuti. È il 1951 e Papa Pacelli indirizza queste parole, rischiarate dalla luce del Natale, a quanti si trovano “negli Istituti di pena, ivi condotti per amare vie da circostanze talora a inesplicabili”.
Non meno che per gli altri uomini – tutti quaggiù in qualche modo rei e prigionieri -, per voi Gesù è venuto a recare una più nobile ed intima liberazione, quella che dal giogo e dalle catene delle passioni e del peccato redime alla pace dello spirito annunziata nella Notte santa; che opera la interiore rinnovazione della vita e rapisce nella luce ristoratrice di una Epifania di redenzione.
Nel 1958 sono passate poche settimane dalla elezione di Papa Giovanni XXIII al soglio di Pietro. Papa Roncalli si reca nel carcere romano di Regina Caeli. “Ho messo – afferma rivolgendosi ai detenuti – il mio cuore vicino al vostro”. Mentre si avvia verso l’uscita, Papa Giovanni XXIII vede un uomo staccarsi dal gruppo dei detenuti. Al Pontefice porge questa domanda: “Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me?”. Il Papa si china sull’uomo, lo solleva, lo abbraccia e lo tiene a lungo stretto a sé.
Nel 1964, Papa Paolo VI incontra i detenuti nel carcere “Regina Caeli”. All’emozione suscitata dalle parole di Papa Montini si aggiunge l’eloquenza delle immagini che scandiscono la celebrazione eucaristica: la “rotonda” della prigione è una cappella adorna di fiori. Nella parete centrale un grande Crocifisso domina l’assemblea. Di fronte lo sguardo si posa su una statua della Vergine Immacolata. Nel suo discorso il Pontefice ricorda, innanzitutto, il senso della sua visita.
Sappiate che io sono venuto perché vi voglio bene, che ho per voi illimitata simpatia. Se mai vi cogliesse la tristezza di pensare: nessuno mi vuol bene, tutti mi guardano con occhi che umiliano e mortificano, la società intera che qui m’ha relegato mi condanna; forse perfino le persone care mi guardano con insistente rimprovero: che cosa hai fatto? Ebbene ricordate che io, venendo qui, vi guardo con profonda comprensione e grande stima. Vi voglio bene, non per sentimento romantico, non per moto di compassione umanitaria; ma vi amo davvero perché scopro tuttora in voi l’immagine di Dio, la somiglianza di Cristo, l’uomo ideale che voi ancora siete e potete essere.
Una liberazione è sempre possibile: è quella spirituale e morale. È quanto sottolinea Giovanni Paolo II nel discorso rivolto ai detenuti del carcere di Viterbo, il 27 maggio del 1984.
Una parola di liberazione. Se non mi è possibile donarvi la libertà fisica, vi posso annunciare il segreto della liberazione spirituale e morale. Anche questa libertà, che tocca il profondo del cuore umano, si trova in Gesù, il nostro liberatore. Egli si presentò proprio come colui che proclamava “la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri” (Is 61, 1). Con tale missione, non intese soppiantare gli ordinamenti costituiti. Egli mirava ad una liberazione più profonda e più vera, quella interiore. Voleva, e vuole, condurre l’uomo dalla schiavitù di se stesso, dell’egoismo, della cattiveria e dell’ingiustizia, alla liberazione autentica, cioè alla capacità di cambiare, di rinnovarsi interiormente, di “rinascere”, di diventare persona nuova. Questo è possibile, può avvenire in qualsiasi circostanza, potrebbe essere il miracolo dell’attuale vostra permanenza in questa casa.
La forza della speranza e quella della preghiera sono determinanti per un cammino di riconciliazione “con se stessi, con gli altri, con Dio”. Lo ricorda Papa Benedetto XVI durante la visita pastorale nel 2011 alla casa circondariale di Rebibbia.
Il Signore vi aiuterà. Nelle mie preghiere sono sempre con voi. Io so che per me è un obbligo particolare quello di pregare per voi, quasi di “tirarvi al Signore”, in alto, perché il Signore, tramite la nostra preghiera, aiuta: la preghiera è una realtà. Io invito anche tutti gli altri a pregare, così che ci sia, per così dire, un forte cavo che vi “tira al Signore” e ci collega anche tra di noi, perché andando al Signore siamo anche collegati tra noi.
Le parole dei Pontefici ai detenuti possono tramutarsi anche in cruciali domande, interrogativi da porre al cuore di ogni uomo. Il 6 novembre del 2016 Francesco, in occasione del Giubileo dei carcerati.
A volte, una certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le quali l’unica via è quella del carcere. Io vi dico: ogni volta che entro in un carcere mi domando: “Perché loro e non io?”. Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti. In una maniera o nell’altra abbiamo sbagliato. E l’ipocrisia fa sì che non si pensi alla possibilità di cambiare vita: c’è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto.
“Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, si legge nel Vangelo. Dove il mondo vede solo muri e crimini, si possono scorgere la speranza, la misericordia, il perdono. “Negli occhi dei detenuti – ha detto Papa Leone XIV durante il viaggio apostolico in Libano – vediamo la tenerezza del Padre che non si stanca mai di perdonare”.
L'articolo Giubileo dei detenuti, le parole dei Papi e la carezza della speranza proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Per il Giubileo dei detenuti, nell’ambito del podcast “Specchi”, la testimonianza di Massimiliano Cirillo, ex detenuto oggi responsabile del panificio nella casa circondariale di Cuneo.
Anche tra le mura di un carcere non si deve mai perdere la fiducia nel futuro. Si possono sempre aprire spiragli luminosi, come accaduto a Massimiliano Cirillo, 43 anni, originario della provincia di Napoli. La sua testimonianza, al centro del nuovo episodio del podcast “Specchi” in occasione del Giubileo dei detenuti, è un racconto in cui non ci sono solo la paura di dover affrontare il carcere, la fatica di confrontarsi con errori e debolezze. La sua storia è, soprattutto, un inno alla speranza: quella che viene di nuovo accesa da una opportunità improvvisa. “La cosa molto importante – sottolinea – è essere forti, cercare di andare avanti tutti i giorni, cercare di capire dove si è sbagliato per non compiere di nuovo gli stessi errori”. La sua storia è anche un invito a riflettere ed è un monito per quanti credono che, in certi casi, l’unica soluzione sia quella di “buttare la chiave”.
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I passi di una rinascita possono cominciare improvvisamente. L’occasione, per Massimiliano, arriva grazie all’Articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario con la possibilità di lavorare nel laboratorio di panificazione della cooperativa “Panatè”. La sua vita quotidiana cambia: la giornata non è più scandita dall’ozio e dalle partite a carte in cella. Lavorare significa anche svegliarsi all’alba, assumere responsabilità nuove. L’impasto del pane diventa la base di una vita che ricomincia. Arriva poi il giorno tanto atteso, quello del fine pena. Un momento, in realtà, anche molto temuto perché uscire dal carcere significa dover affrontare nuove prove, convivere con la paura di sbagliare di nuovo. “Questa – racconta – è stata un’altra battaglia molto dura. Fin quando sei in carcere e lavori, nessuno ti vede; la gente mangia il tuo pane e non sa chi sei, non sa da dove vieni”.
Oggi Massimiliano Cirillo è responsabile del panificio nella casa circondariale di Cuneo. “Lavorare – sottolinea – fa dormire tranquillo, fa avere una famiglia“. Ogni giorno rientra in carcere per lavorare e per guidare altri detenuti, impegnati nello stesso percorso previsto dall’Articolo 21. “Per loro – sottolinea – voglio essere una speranza in più”. Massimiliano esorta a non puntare il dito, a non avere pregiudizi. “Chi è senza peccato – ricorda – scagli la prima pietra”. Ogni uomo – aggiunge – può sbagliare, cadere. Ma può anche rialzarsi e rinascere, come un impasto che cresce lento sotto un panno, pronto a diventare un semplice e saporito pezzo di pane. “Questo è un bel mestiere e il pane – conclude – non deve mancare mai sulle nostre tavole”. Non deve mai mancare, come la speranza.
L'articolo Dal carcere al pane quotidiano, la rinascita di Massimiliano proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione della solennità dell’8 dicembre riproponiamo alcune riflessioni dei Pontefici. Un itinerario mariano che si lega al dogma proclamato da Papa Pio IX.
Nel cammino dell’Avvento, la solennità dell’Immacolata Concezione invita ogni anno la Chiesa a volgere lo sguardo a Maria. I cenni storici legati a questa festività si legano al XIX secolo. L’8 dicembre del 1854 Papa Pio IX proclama questo dogma della fede cattolica. “La dottrina che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale – si legge nella Costituzione apostolica Ineffabilis Deus – è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli”. Tre anni dopo, nel 1857, il Pontefice benedice e inaugura il monumento dell’Immacolata a Piazza di Spagna.
Cinquanta anni dopo la pubblicazione della Bolla Ineffabilis Deus, Papa Pio X ricorda nella lettera enciclica “Ad diem illum laetissimum” che Pio IX “dichiarò e proclamò quale rivelazione divina per l’autorità del magistero apostolico, che Maria è stata, fin dal primo istante della Sua Concezione, totalmente immune dal peccato originale”. “Se i popoli credono e professano che la Vergine Maria è stata preservata da ogni contaminazione – si legge ancora in questo documento – allora è necessario che ammettano il peccato originale, la riabilitazione dell’umanità operata da Gesù Cristo, il Vangelo, la Chiesa e infine la stessa legge della sofferenza”.
Pio XII nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus (1950) definisce che “l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”. Questo dogma dell’Assunzione – di cui si celebra la solennità il 15 agosto – è strettamente legato a quello dell’ Immacolata Concezione. “Ella per privilegio del tutto singolare si legge nella costituzione apostolica del 1950 – ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo”.
Nel 1958 Papa Giovanni XXIII si reca a piazza di Spagna e depone ai piedi del monumento alla Vergine un cesto di rose bianche. È questa una consuetudine che viene rinnovata dai suoi successori. Papa Roncalli, nella festività dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre del 1960, sottolinea che Maria Immacolata è la stella del mattino che dissipa “le tenebre della notte oscura”.
La dottrina cattolica che riguarda l’immacolato concepimento di Maria e ne esalta gli splendori è familiare ad ogni buon cristiano: delizia e incanto per le anime più nobili. È nella liturgia. è nelle voci dei Padri della Chiesa, è nel sospiro ansioso di tanti cuori che intendono farle onore…
Nel primo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Paolo VI sottolinea nell’omelia durante la Messa nella solennità dell’8 dicembre 1966 che quello dell’Immacolata Concezione è “il mistero del privilegio, il mistero dell’unicità, il mistero della perfezione di Maria Santissima”. “Maria, la sola creatura umana, che per divino disegno (quanta sapienza, quanto amore esso contiene!), in virtù dei meriti di Cristo, unica sorgente della nostra salvezza, fu preservata da ogni imperfezione”. Le parole di Papa Montini si saldano poi in quello stesso giorno, all’Angelus, ad una promessa.
Questa volta è una promessa che dobbiamo offrire alla Madonna col nostro Angelus: quella di ravvivare il nostro culto a Lei, quale Madre di Cristo e Madre nostra, secondo i criteri teologici del Concilio.
Criteri che assegnano a Maria “un posto d’eccezione, nella dottrina e nella pietà, secondo il disegno della Redenzione, e cioè cristologico e ecclesiologico”.
Nel 1978, agli inizi del suo servizio episcopale nella cattedra dì San Pietro, Papa Giovanni Paolo II affida la Chiesa in modo particolare a Maria. All’Angelus dell’8 dicembre di quell’anno le parole di Papa Wojtyła sull’Immacolata Concezione si intrecciano con la vita di Gesù.
Il Cristo, che è l’artefice della vita divina, cioè della Grazia in ciascun uomo, mediante la Redenzione da lui compiuta, deve essere particolarmente generoso con sua Madre… Questa generosità del Figlio verso la Madre risale al primo momento della sua esistenza. Si chiama Immacolata Concezione.
Il mistero dell’Immacolata Concezione di Maria – spiega Papa Benedetto XVI all’Angelus dell’8 dicembre 2008 – ci ricorda due verità fondamentali della nostra fede.
Il peccato originale innanzitutto, e poi la vittoria su di esso della grazia di Cristo, vittoria che risplende in modo sublime in Maria Santissima. L’esistenza di quello che la Chiesa chiama “peccato originale” è purtroppo di un’evidenza schiacciante, se solo guardiamo intorno a noi e prima di tutto dentro di noi. (…) Carissimi, in Maria Immacolata, noi contempliamo il riflesso della Bellezza che salva il mondo: la bellezza di Dio che risplende sul volto di Cristo. In Maria questa bellezza è totalmente pura, umile, libera da ogni superbia e presunzione.
L’8 dicembre del 2015, Papa Francesco apre l’Anno Santo Straordinario della Misericordia, celebrato in occasione del 50.mo anniversario del Concilio Vaticano II. Durante l’atto di venerazione all’Immacolata in Piazza di Spagna, l’8 dicembre di quell’anno, si eleva il ringraziamento a Maria.
Ti ringraziamo, Madre Immacolata,
Papa Leone XIV l’8 dicembre, alle ore 16, sosta in preghiera ai piedi della colonna su cui svetta la statua della Vergine. Nell’omelia durante la Messa, lo scorso 12 ottobre per il Giubileo della spiritualità mariana, sottolinea che “il cammino di Maria è dietro a Gesù, e quello di Gesù è verso ogni essere umano”.
L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con Lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama.
In Maria, Tota pulchra, l’uomo può contemplare il riflesso della bellezza. Una Bellezza che salva il mondo.
L'articolo L’Immacolata nel cuore e nelle parole dei Papi proviene da Amedeo Lomonaco.
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