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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Il primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV, in Türkiye dal 27 al 30 novembre e poi in Libano dal 30 novembre al 2 dicembre, ricalca le orme dei suoi predecessori. Paolo VI si è recato in questo Paese nel 1967, Giovanni Paolo II nel 1979, Benedetto XVI nel 2006 e Francesco nel 2014.
Quello in Turchia (Türkiye) è un viaggio alle sorgenti della fede, tra le radici del cristianesimo. Papa Leone XIV è il quinto Pontefice a recarsi in questo Paese. Il primo viaggio apostolico del suo Pontificato, che comprende anche il Libano, si apre infatti in Türkiye, dal 27 al 30 novembre, in occasione del 1700.mo anniversario del primo Concilio di Nicea che, dopo diciassette secoli, resta ancora attuale. L’obiettivo è quello di promuovere la fraternità e il dialogo tra Oriente e Occidente. Il Pontefice realizza il desiderio di Papa Francesco di celebrare l’anniversario dello storico evento ecclesiale convocato dall’imperatore romano Costantino nel 325 d.C. Nella bolla di indizione del Giubileo Spes non confundit Francesco sottolinea che il Concilio di Nicea è “una pietra miliare nella storia della Chiesa”, rappresenta anche un invito “a tutte le Chiese e comunità ecclesiali a procedere nel cammino verso l’unità visibile”. A Nicea si è definito il Credo, la professione di fede cristiana. Questa preghiera scandisce anche uno dei momenti centrali del viaggio apostolico di Leone XIV: l’incontro ecumenico nei pressi degli scavi archeologici della Basilica di San Neofito nella città di İznik, l’antica Nicea, a un centinaio di chilometri da Istanbul.
A compiere il primo viaggio apostolico in Türkiye è Papa Paolo VI. Questa storica visita, il 25 e il 26 luglio del 1967, si snoda in una terra che è un ponte tra Europa e Asia. Nel periodo che precede l’arrivo di Papa Montini l’attesa è palpabile. Ad Istanbul, l’antica Costantinopoli e grande metropoli d’Oriente dove sono state scritte illustri pagine nella storia del cristianesimo, la comunità locale si prepara all’incontro con il vescovo di Roma. Nonostante la scossa di terremoto che il 22 luglio di quell’anno colpisce il Paese, le chiese sono gremite di fedeli. Sono giorni in cui i cattolici ed altri cristiani, che si trovano in località di villeggiatura, rientrano ad Istanbul, Efeso e Smirne. Vogliono essere presenti, scrive “L’Osservatore Romano” nella cronaca che precede l’arrivo in Türkiye di Papa Montini, al grande avvenimento.
Una della prime istantanee, dopo l’atterraggio all’aeroporto di Yeşilköy – nel 1980 poi intitolato al primo presidente turco Mustafa Kemal Atatürk – è il fraterno abbraccio tra il Pontefice e il Patriarca ecumenico Atenagora che si erano già incontrati, per la prima volta, a Gerusalemme nel 1964. Sono immagini indelebili accompagnate dalle parole contenute nella lettera di Papa Montini rivolte “all’amatissimo fratello” Atenagora. Paolo VI, in questo documento, esprime “l’ardente desiderio di vedere realizzarsi la preghiera del Signore: “che essi siano uno come lo siamo noi”. “Questo desiderio – scrive Papa Montini – anima una risoluta volontà di fare ogni cosa per avvicinare il giorno in cui sarà ristabilita piena comunione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente”. Nella cerimonia di benvenuto Paolo VI, rivolgendosi all’allora capo di Stato Cevdet Sunay, sottolinea inoltre che la visita in Turchia vuole essere anche “una testimonianza dell’amicizia e della stima che la Chiesa cattolica nutre per il popolo turco”.
Uno degli aventi centrali ha come sfondo la chiesa patriarcale ortodossa di San Giorgio al Fanar. Qui Paolo VI viene ricevuto dal Patriarca Atenagora. Le sue parole sono una esortazione anche per oggi.
“Alla luce del nostro amore per Cristo e nel nostro amore fraterno l’uno verso l’altro stiamo scoprendo sempre più l’identità profonda della nostra fede, mentre i punti sui quali ancora siamo in disaccordo non ci devono impedire di comprendere questa profonda unità”.
Il Patriarca Atenagora ricorda inoltre che l’obiettivo è “di unire ciò che è diviso, con mutue azioni ecclesiastiche, ovunque ciò sia possibile, affermando i punti comuni di fede e di governo”.
Sempre nella giornata del 25 luglio si svolge un altro atteso evento. La cornice è quella della cattedrale cattolica dello Spirito Santo ad Istanbul. Nel cortile di questa chiesa si scorge una statua dedicata ad un Papa e sotto il monumento si può leggere la scritta: “al grande Pontefice dell’ora tragica mondiale Benedetto XV, benefattore dei popoli senza distinzione di nazionalità e di religione, in segno di riconoscenza, l’Oriente (1914-1919)”. Il discorso di Papa Montini indirizzato a vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli si apre proprio con questa sottolineatura. “Non ci sentiamo stranieri in questa chiesa – afferma Paolo VI – dove sentiamo di seguire le orme dei nostri predecessori. Non è stato forse Benedetto XV ad accoglierci poco fa all’ingresso? Benedetto XV, la cui statua si erge a ricordare alle generazioni successive il grande cuore di questo magnanimo Pontefice, che soffrì profondamente il dolore della prima guerra mondiale”.
Un altro momento focale del viaggio apostolico del 1967 è la Messa, il 26 luglio, nella chiesa di Sant’Antonio ad Istanbul. Nell’omelia Paolo VI ricorda la figura di un altro Pontefice. Si tratta di Papa Giovanni XXIII, nominato più di venti anni prima dell’elezione al soglio di Pietro delegato apostolico in Türkiye e in Grecia. È un periodo, quello degli anni trenta del Novecento, in cui la Chiesa cattolica è presente nella giovane repubblica turca, nata nel 1923, in molte forme. La missione dell’allora monsignor Angelo Giuseppe Roncalli in Turchia è contraddistinta dal ministero verso i cattolici e dal dialogo con il mondo ortodosso e musulmano. Paolo VI, nella chiesa di Sant’Antonio, lo ricorda con queste parole: questa chiesa “era prediletta da Papa Giovanni XXIII, il quale, quando qui adempiva il servizio della Sede Apostolica in qualità di delegato apostolico”. “Il suo ricordo – aggiunge Paolo VI in quella occasione – è, anche qui, imperituro”. Paolo VI sottolinea inoltre che il viaggio apostolico in Türkiye si compie nel 1967, “all’alba dell’Anno della Fede, nella venerazione di luoghi che ben a ragione devono dirsi privilegiati, per i monumenti di fede che racchiudono, e per il significato che rivestono”.
Dopo la Messa nella Chiesa di Sant’Antonio, la giornata del 26 luglio prosegue con la partenza da Istanbul e gli incontri con i fedeli di Efeso e di Smirne, luoghi dell’Asia Minore dove sono impresse – come sottolinea Paolo VI – “le grandi memorie cristiane”. Nella cerimonia di congedo dalla Turchia, Papa Montini ricorda alcuni momenti del viaggio apostolico e poi pronuncia queste parole: “tutto questo lo portiamo nel cuore”. Giunge il momento di riprendere la via del ritorno e intanto a Roma una folla imponente lo attende sulle terrazze e sui piazzali dell’Aeroporto di Fiumicino. Tutti vogliono salutare il Papa.
Seguendo le orme di Paolo VI, Giovanni Paolo II si reca in Türkiye nel 1979. “Mi reco in questa Nazione – afferma il Pontefice polacco alla partenza – per continuare con un rinnovato impegno lo sforzo verso l’unita di tutti i cristiani in base a uno degli scopi preminenti del Concilio Vaticano II”. Papa Wojtyła comincia il suo pellegrinaggio ecumenico ad Ankara. “È una grande gioia per me, successore di Pietro – dice alla comunità cattolica di quella città – rivolgermi oggi a voi con le parole stesse che San Pietro indirizzava diciannove secoli fa ai cristiani che si trovavano allora, come oggi, in piccola minoranza in queste terre”. Gli incontri con il Patriarca di Costantinopoli Dimitrios e con il Patriarca armeno Shnorhk Kalustian precedono l’abbraccio alla comunità armeno cattolica di Istanbul. A questa porzione del popolo di Dio indica una missione speciale: “Siete chiamati più degli altri ad essere gli artefici dell’unità”.
I punti essenziali della fede hanno trovato la formulazione dogmatica nei Concili ecumenici che si sono tenuti ad Istanbul, o nelle città vicine, tra cui Nicea, Efeso. È quanto ricorda Papa Giovanni Paolo II nell’omelia nella cattedrale dello Spirito Santo. “Come non rievocare con emozione – afferma il Pontefice – i Padri della Chiesa d’Oriente, Pastori e Dottori, nati in questa regione” e il loro “incomparabile apostolato”. Il giorno seguente, il 30 novembre del 1979, Giovanni Paolo II incontra innanzitutto la comunità polacca. Si tratta di una colonia non numerosa: “voi siete eredi di quei polacchi che, più di cento anni fa – ricorda in quella occasione Papa Wojtyła – hanno dato inizio a questa oasi polacca sul Bosforo”.
Uno degli ultimi momenti del pellegrinaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Türkiye è la Messa ad Efeso. Nell’omelia il Pontefice affida alla Madre di Dio le sorti della Chiesa. E ricorda il cammino verso la piena unità di tutti i cristiani. “Sotto i suoi occhi materni noi siamo pronti a riconoscere i nostri reciproci torti, i nostri egoismi, le nostre lentezze: ella ha generato un Figlio unico, noi purtroppo glielo presentiamo diviso”. “Noi affidiamo a Maria il sincero proposito di non darci pace fino a che la meta non sia felicemente raggiunta”.
Il viaggio in Turchia – ricorda Giovanni Paolo II a conclusione del pellegrinaggio dopo l’atterraggio all’aeroporto di Fiumicino – è all’insegna di due peculiari “note”.
Col cuore ancor pervaso da intense emozioni e portando nell’animo immagini indimenticabili di luoghi resi cari da venerande tradizioni, metto nuovamente il piede sul suolo d’Italia. Sono grato al Signore per l’assistenza che mi ha concesso anche in questo pellegrinaggio, che si è svolto all’insegna di due peculiari “note” della Chiesa, quella dell’apostolicità e quella dell’unità.
Il viaggio di Giovanni Paolo II testimonia ancora una volta “la ferma volontà” di un successore di Pietro “di andare avanti sulla strada che conduce alla piena unità di tutti i cristiani”.
Nel 2006 si reca in Türkiye Benedetto XVI che, all’inizio del suo viaggio apostolico, desidera anzitutto evocare il ricordo delle “memorabili visite” di Paolo VI e Giovanni Paolo II. “Parimenti, come non far memoria – aggiunge incontrando ad Ankara il Corpo diplomatico – di Papa Benedetto XV, artefice infaticabile della pace nel corso del primo conflitto mondiale, e del Beato Giovanni XXIII, il Papa amico dei turchi”, delegato apostolico in Turchia e amministratore apostolico del Vicariato latino di Istanbul.
Il 29 novembre del 2006 Benedetto XVI presiede la celebrazione eucaristica presso il Santuario mariano nazionale di Meryem Ana Evì ad Efeso ed invoca la pace per la Terra Santa, per il mondo intero.
Da Efeso, città benedetta dalla presenza di Maria Santissima – che sappiamo essere amata e venerata anche dai musulmani – eleviamo al Signore una speciale preghiera per la pace tra i popoli. Da questo lembo della Penisola anatolica, ponte naturale tra continenti, invochiamo pace e riconciliazione anzitutto per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo “santa”, e che tale è ritenuta sia dai cristiani, che dagli ebrei e dai musulmani: è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, destinata ad ospitare un popolo che diventasse benedizione per tutte le genti (cfr Gn 12,1-3). Pace per l’intera umanità!
Il 30 novembre 2006 è il giorno della festa di Sant’Andrea apostolo e dell’incontro tra Papa Benedetto XVI e il Patriarca ecumenico Bartolomeo I. “Rendiamo grazie all’Autore di ogni bene – si legge nella Dichiarazione comune – che ci permette ancora una volta, nella preghiera e nello scambio, d’esprimere la nostra gioia di sentirci fratelli”. Parole che si intrecciano con l’abbraccio di Papa Paolo VI con il Patriarca Atenagora. Successivamente, nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, Benedetto XVI sottolinea che “le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo”.
La visita di preghiera al patriarcato armeno apostolico e l’incontro con il Patriarca Mesrob II precedono il momento conclusivo del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Türkiye: la celebrazione eucaristica nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul. “Ventisette anni fa, in questa stessa cattedrale, il mio predecessore Giovanni Paolo II auspicava che l’alba del nuovo millennio potesse sorgere su una Chiesa che ha ritrovato la sua piena unità, per meglio testimoniare, in mezzo alle esacerbate tensioni del mondo, il trascendente amore di Dio, manifestato nel Figlio Gesù Cristo”. Questo auspicio, sottolinea Benedetto XVI, non si è ancora realizzato. “Ma il desiderio del Papa è sempre lo stesso e ci spinge, noi tutti discepoli di Cristo che avanziamo con le nostre lentezze e le nostre povertà sul cammino che conduce all’unità”.
La Türkiye è un crocevia di incontro e dialogo. Papa Francesco durante il viaggio apostolico in Türkiye nel 2014 loda l’impegno del Paese per i profughi e ne sottolinea la vocazione di ponte tra Continenti e popoli. “La Türkiye, per la sua storia, in ragione della sua posizione geografica e a motivo dell’importanza che riveste nella regione – sottolinea il Papa durante l’incontro con le autorità – ha una grande responsabilità: le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà”. Il Pontefice argentino rimarca poi che “la libertà religiosa e la libertà di espressione, efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace”.
Il 29 novembre, l’arrivo a Istanbul di Papa Francesco – con le visite alla moschea Sultan Ahmet (la celebre Moschea Blu), a Santa Sofia, e il saluto della comunità cattolica nel piccolo giardino della delegazione apostolica – aprono la parte ecumenica del viaggio apostolico. Una delle immagini più significative è quella di Francesco a piedi scalzi, con le mani giunte, che sosta per lunghi istanti in adorazione silenziosa accanto al gran mufti nella moschea. La scena si sposta quindi nella Cattedrale Cattolica dello Spirito Santo per la Messa. Nell’omelia Francesco ricorda il “principio armonizzatore” per compiere l’unità tra i credenti.
Lo Spirito Santo fa l’unità della Chiesa: unità nella fede, unità nella carità, unità nella coesione interiore. La Chiesa e le Chiese sono chiamate a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, ponendosi in un atteggiamento di apertura, di docilità e di obbedienza. E’ Lui che armonizza la Chiesa. Mi viene in mente quella bella parola di San Basilio il Grande: “Ipse harmonia est”, Lui stesso è l’armonia.
La giornata del 29 novembre 2014 si conclude con la preghiera ecumenica nella chiesa patriarcale di san Giorgio. Il Papa al Patriarca Bartolomeo I chiede un favore: “di benedire me e la Chiesa di Roma”. Il 30 novembre è il giorno della firma della dichiarazione congiunta. Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I esprimono la sincera e ferma intenzione di intensificare gli sforzi “per la promozione della piena unità tra tutti i cristiani e soprattutto tra cattolici e ortodossi”. L’ultima istantanea del viaggio di Francesco in Türkiye è l’abbraccio con i giovani profughi. Provengono dalla Türkiye, dalla Siria, dall’Iraq, da vari Paesi del Medio Oriente e dell’Africa. La loro difficile situazione, sottolinea il Pontefice argentino, “è la triste conseguenza di conflitti esasperati e della guerra”.
La Türkiye è nel cuore dei Pontefici. Paolo VI si è recato in questo Paese poco più di 4 anni dopo l’elezione al soglio di Pietro. Giovanni Paolo II ha visitato la Turchia un anno dopo essere stato eletto Pontefice. Anche per Benedetto XVI e Francesco il viaggio apostolico in Türkiye non è distante dalla data della loro elezione. Guardando la storia, sembra che i Papi, dopo l’elezione, vogliano subito abbracciare e baciare questa terra. Ora il popolo turco attende Leone XIV. Il primo viaggio apostolico del suo Pontificato comincia in questa regione del mondo, dove pagine indelebili di cristianesimo illuminano cammini già tracciati e ancora da completare. Quelli di Leone XIV sono passi nuovi da aggiungere nello spirito del concilio di Nicea. Passi da compiere con il fratello Bartolomeo I sulle orme di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco ed anche di Benedetto XV e Giovanni XXIII. I Papi abbracciano la Türkiye, terra legata in modo indissolubile alle origini e alla storia della Chiesa. I passi dei Pontefici si aggiungono a quelli dell’apostolo delle genti, San Paolo, che era un ebreo di Tarso, nell’odierna Turchia. Leone XIV, in questa terra di Concili, che ha avuto un ruolo primario negli albori del cristianesimo, rinnova la missione di Pietro nello scorcio finale dell’Anno Santo della speranza proteso verso la Luce del Natale.
L'articolo I passi dei Papi in Turchia, terra dei Concili dove cresce il dialogo per l’unità proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione del primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV, in Türkiye e in Libano, ripercorriamo alcuni momenti delle visite dei Pontefici nella “terra dei cedri”. Si sono recati in questo Paese Paolo VI nel 1964, per uno scalo prima del pellegrinaggio in India, Giovanni Paolo II nel 1997 e Benedetto XVI nel 2012.
Quello in Libano è un viaggio sulla rotta della pace. Papa Leone XIV, dopo il viaggio in Türkiye, si reca in questo Paese dal 30 novembre al 2 dicembre 2025. Realizza il desiderio del suo predecessore Francesco che avrebbe voluto visitare il “Paese dei cedri”. L’obiettivo del primo viaggio apostolico di Leone in questa terra del “Vicino Oriente” sulla costa orientale del Mar Mediterraneo, è quello di portare speranza in una regione segnata da conflitti, di rafforzare il dialogo interreligioso. In un tempo segnato da violenze e da conflitti, le fedi possono avere un compito comune: promuovere la pace, salvaguardare il Creato. Uno dei momenti centrali della visita del Papa in Libano è la preghiera silenziosa, il 2 dicembre, nel luogo dell’esplosione del porto di Beirut che nel 2020 aveva provocato la morte di oltre 200 persone.
Il primo Pontefice a mettere piede in Libano è Paolo VI il 2 dicembre del 1964. Non è un vero e proprio viaggio apostolico, ma una breve sosta che precede il pellegrinaggio in India in occasione del Congresso eucaristico di Bombay. Quando l’aereo del Papa si posa sulla pista dell’aeroporto di Beirut, le campane dì tutte le chiese della città suonano a distesa. Al “coro”, riferisce l’Osservatore Romano nella cronaca di quella giornata, si associano anche le chiese ortodosse. Le immagini d’archivio mostrano una folla di migliaia di libanesi intorno all’aeroporto. Si vedono anche gruppi di persone sui balconi e alle finestre per cercare almeno di scorgere il Pontefice.
Ad accogliere Papa Montini, nonostante il mese di dicembre appena iniziato, è innanzitutto un sole splendente e una temperatura primaverile. Nella cerimonia di benvenuto Paolo VI e l’allora presidente libanese, Charles Helou, prendono posto su un podio per ascoltare l’inno pontificio e poi quello libanese. Le parole del Papa, in francese, vengono ripetutamente interrotte dalle acclamazioni della folla. “Il Libano – afferma Paolo VI – occupa con onore il suo posto tra le nazioni”. Il Papa spiega anche la ragione di quello scalo in Libano prima del viaggio apostolico in India. “La Provvidenza – afferma – ci ha permesso di accogliere un invito che non avevamo potuto accettare durante il viaggio in Terra Santa e che le autorità libanesi ci hanno, ancora una volta, gentilmente rinnovato. È per noi una gioia avere questa opportunità di contatto diretto con un Paese che ci è particolarmente caro”.
Prima di riprende il viaggio verso l’Asia, Paolo VI ringrazia le autorità libanesi per l’accoglienza ricevuta e pronuncia brevi parole: “La vostra cordialità ci commuove profondamente e lascerà nel nostro cuore un meraviglioso ricordo delia vostra cara patria. A tutti, cristiani e non cristiani, elle ci avete dato il benvenuto, auguro che il Libano sia sempre fedele alla sua missione di civiltà e alla sua fede”. Gli attimi che precedono la partenza sono concitati. La folla preme sempre di più contro i cordoni. Il servizio d’ordine e la polizia riescono a stento a tenere aperto un varco per il Papa. Una giovane hostess di terra, spinta dalla folla, cade facendosi male ad una gamba. Quando il Papa vede la donna, si china e la aiuta a rimettersi in piedi dicendole parole di conforto.
Papa Giovanni Paolo I non si è recato in Libano ma avrebbe voluto compiere un viaggio apostolico in questo Paese. Lo rivela due giorni dopo la morte del Pontefice, avvenuta il 28 settembre del 1978, il Patriarca Antoine Khoraiche di Antiochia dei Maroniti in una intervista rilasciata a Radio Vaticana. Nel testo del radiogiornale del 30 settembre 1978 dell’emittente pontificia si legge questa dichiarazione: Papa Luciani – afferma il Patriarca le cui parole sono state riprese anche nella “Biografia ex documentis” del Pontefice veneto a cura della Fondazione vaticana Giovanni Paolo I – “pensava di fare una visita speciale in Libano per adoperarsi personalmente al ristabilimento della pace tra i figli di quella nazione”. “Egli – aggiunge – ci aveva anche benevolmente promesso di riceverci una seconda volta, prima del nostro ritorno al Libano, in udienza privata, in cui avremmo trattato l’argomento di tale visita”. Il riferimento al “Paese dei cedri” compare diverse volte durante il breve Pontificato di Giovanni Paolo I. Nel radiomessaggio “Urbi et orbi” del 27 agosto 1978 pronuncia queste parole: “In modo particolare pensiamo – afferma Papa Giovanni Paolo I – alla martoriata terra del Libano”. Un Paese che in quel periodo storico è scosso dalla guerra civile.
I primi anni del Pontificato di Papa Giovanni Paolo II coincidono dunque con una pagina drammatica della storia libanese: il conflitto civile, durato 15 anni dal 1975 e il 1990 e costato la vita ad oltre 150 mila persone. Papa Wojtyła, salito al soglio di Pietro nel 1978, si reca in Libano il nel 1997, un periodo segnato da una situazione di instabilità persistente. L’occasione è la firma dell’Esortazione Apostolica post-sinodale e la conclusione del Sinodo libanese. In questa terra, scossa da laceranti ferite, il Pontefice polacco esorta a costruite ponti. E il Libano può essere un modello per altri Stati e nazioni. Durante il Pontificato, Giovanni Paolo II definisce lo Stato libanese un “Paese messaggio”. “Il Libano – scrive nella lettera apostolica a tutti i vescovi della Chiesa cattolica sulla situazione di questa terra – è qualcosa di più di un Paese: è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente”. È questa una espressione che ancora oggi viene spesso utilizzata dai libanesi per evidenziare la particolare missione della loro nazione: un mosaico e un esempio di convivialità delle diverse comunità religiose che la costituiscono.
Uno dei momenti centrali del viaggio apostolico di Papa Wojtyła, che si snoda tra il 10 e l’11 maggio del 1997, è l’incontro con i giovani nella Basilica di Nostra Signora del Libano. Qui pronuncia parole indirizzate alle nuove generazioni libanesi, che hanno “sete di pace e di fraternità”.
Spetta a voi far cadere i muri che hanno potuto erigersi durante i periodi dolorosi della storia della vostra Nazione; non innalzate nuovi muri nel vostro Paese! Al contrario, è vostro compito costruire dei ponti tra le persone, tra le famiglie e tra le diverse comunità. Nella vita quotidiana, vi auguro di porre gesti di riconciliazione, per passare dalla diffidenza alla fiducia! E’ vostro compito anche far sì che ogni Libanese, in particolare ogni giovane, possa partecipare alla vita sociale, nella casa comune. Così nascerà una nuova fraternità e si intrecceranno solidi legami, poiché per la costruzione del Libano l’arma principale e determinante è quella dell’amore.
L’ultima istantanea del viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Libano è la cerimonia di congedo all’aeroporto di Beirut. “Ho constatato – afferma il Pontefice – l’amore profondo che i cattolici libanesi e tutti i loro connazionali hanno verso la loro patria, come pure il loro attaccamento alla sua cultura e alle sue tradizioni. Sono rimasti fedeli alla loro terra e al loro patrimonio in numerose circostanze, e continuano a manifestare ancora oggi la stessa fedeltà”. Una fede, e una fedeltà che attraversano la storia e accolgono anche il successore di Papa Wojtyła.
È nel segno della fraternità e del dialogo il viaggio apostolico di Benedetto XVI dal 14 al 16 settembre del 2012 in Libano in occasione della firma e della pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente. Il Pontefice, nella cerimonia di benvenuto, non dimentica “gli eventi tristi e dolorosi” che hanno afflitto il Paese per lunghi anni. E ricorda anche il modello libanese, il “Paese messaggio”: “la felice convivenza tutta libanese, deve dimostrare a tutto il Medio Oriente e al resto del mondo che all’interno di una nazione possono esistere la collaborazione tra le varie Chiese, tutte parti dell’unica Chiesa cattolica, in uno spirito di comunione fraterna con gli altri cristiani, e, al tempo stesso, la convivenza e il dialogo rispettoso tra i cristiani e i loro fratelli di altre religioni”.
Nella visita alla Basilica di St Paul ad Harissa Benedetto XVI incoraggia inoltre “la felice coabitazione dell’Islam e del Cristianesimo, due religioni che hanno contribuito a creare grandi culture”. Nell’incontro con i giovani nel Piazzale antistante il Patriarcato maronita di Bkerké, riecheggiano le parole pronunciate in Libano nel 1997 da Giovanni Paolo II.
Giovani libanesi, voi siete la speranza e il futuro del vostro Paese. Voi siete il Libano, terra di accoglienza, di convivenza, con questa capacità inaudita di adattamento. E in questo momento, non possiamo dimenticare i milioni di persone che compongono la diaspora libanese e che mantengono solidi legami con il loro Paese di origine. Giovani del Libano, siate accoglienti e aperti, come Cristo vi chiede e come il vostro Paese vi insegna.
Il momento conclusivo del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Libano è la cerimonia di congedo durante la quale il Pontefice tedesco esprime in particolare un auspicio: “possa il Libano continuare ad essere uno spazio in cui gli uomini e le donne vivano in armonia e in pace gli uni con gli altri”.
Il Libano attende ora Papa Leone XIV che si reca in questo Paese con “gli occhi” di Francesco. È una terra che il Papa argentino non ha visitato da Pontefice ma “il Paese dei Cedri” ha sempre avuto un posto speciale nel suo cuore e nel suo magistero. Nel 2013, per il primo Venerdì Santo del suo Pontificato, i testi delle meditazioni per la Via Crucis al Colosseo sono stati scritti da giovani libanesi. “Fa’, Signore – si ascolta tra l’altro quella sera – che il sangue delle vittime innocenti sia il seme di un nuovo Oriente più fraterno, più pacifico e più giusto”. Il Libano del resto è come il cedro, un albero maestoso che può raggiungere i 40 metri di altezza. Si distingue per la sua chioma espansa. Sembra voler abbracciare ed accogliere, come il popolo libanese, ogni uomo senza calcoli e distinzioni. Il Libano, come questo albero, vuole continuare ad essere un messaggio di pace.
L'articolo Sulle orme dei Papi in Libano, “Paese messaggio” per la pace proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione dell’incontro di Leone XIV con una rappresentanza di artisti del mondo cinematografico, alcune riflessioni dei Papi sulla “settima arte”. Per i Pontefici può generare armonia, ridestare meraviglia, far rivivere pagine di storia, promuovere un umanesimo legato ai valori del Vangelo. Ed è anche uno strumento, non privo di pericoli morali, in grado di trasmettere passioni e idee, di seguire i dettami della coscienza e di lasciare spazio all’immaginazione.
Nato nel 1895 per documentare il mondo e le attività dell’uomo, il cinema ha creato un nuovo modo di comunicare. Le immagini in movimento sono diventate uno dei tratti distintivi della società contemporanea, anche in questa era digitale. L’udienza di Papa Leone XIV con una rappresentanza della “settima arte” nella giornata del 15 novembre, nel Palazzo Apostolico nella Città del Vaticano, si inserisce nel solco di questa storia e nella sequenza degli incontri dei Pontefici con il mondo del cinema. Ripercorrendo alcune di queste riflessioni, si può costruire una sorta di paradigma su quello che, secondo i Papi, questo potente linguaggio, nato alla fine del XIX secolo, può generare nelle menti e soprattutto nei cuori degli uomini.
Il cinema, sottolinea Papa Francesco il 20 febbraio del 2023 nell’udienza ai membri della Fondazione ente dello Spettacolo, è una forma d’arte capace di generare bellezza, di “ridestare la meraviglia”.
Mi piace il lavoro che fate, il lavoro del cinema, il lavoro dell’arte, il lavoro della bellezza come grande espressione di Dio, che è sempre stata lasciata da parte, o almeno nell’angolo. I libri di teologia parlano tanto del verum, della verità; parlano del bonum; del bello, della bellezza, non tanto: il bello è come l’“ancilla”. Sembrava che non c’entrasse, nella riflessione teologico-pastorale, riflettere sulla bellezza. Quella bellezza che ci salverà, come ha detto qualcuno; quella bellezza che è l’armonia, opera dello Spirito Santo.
Il cinema può generare bellezza e può anche far rivivere pagine di storia, di vita. Benedetto XVI nel 2005, in occasione della proiezione del film “Giovanni Paolo II”, ricorda in particolare la ricostruzione storico-biografica, attraverso il linguaggio della pellicola, di alcuni momenti del Pontificato di Papa Wojtyła.
La sceneggiatura del film parte dall’attentato in Piazza San Pietro e, dopo un’ampia retrospettiva sugli anni della Polonia, prosegue con il lungo pontificato. Questo mi ha fatto pensare a ciò che Giovanni Paolo II scrisse nel suo testamento, a proposito dell’attentato del 13 maggio 1981: “La Divina Provvidenza mi ha salvato in modo miracoloso dalla morte. Colui che è unico Signore della vita e della morte, Lui stesso mi ha prolungato questa vita, in un certo senso me l’ha donata di nuovo. Da questo momento essa ancora di più appartiene a Lui”. La visione di questo film ha rinnovato in me e penso in quanti hanno avuto il dono di conoscerlo il senso di profonda gratitudine a Dio per aver donato alla Chiesa e al mondo un Papa di così elevata statura umana e spirituale.
Papa Giovanni Paolo II, incontrando i partecipanti ad un convegno sul cinema il 2 dicembre del 1999, sottolinea che questa forma d’arte può promuovere un umanesimo legato ai valori del Vangelo attingendo ad una ricca varietà di linguaggi.
Il cinema gode di una ricchezza di linguaggi, di una molteplicità di stili e di una varietà di forme narrative veramente grande: dal realismo alla favola, dalla storia alla fantascienza, dall’avventura alla tragedia, dalla commedia alla cronaca, dal cartone animato al documentario. Esso offre perciò un tesoro incomparabile di mezzi espressivi per rappresentare i diversi campi in cui l’essere umano si situa e per interpretare la sua imprescindibile vocazione al bello, all’universale e all’assoluto. Il cinema può così contribuire ad avvicinare persone distanti, a riconciliare persone nemiche, a favorire un dialogo più rispettoso e fecondo tra culture diverse, indicando la via di una solidarietà credibile e durevole, presupposto indispensabile per un mondo di pace. Sappiamo quanto l’uomo abbia bisogno di pace anche per essere vero artista, per fare vero cinema!
L’udienza generale del 15 dicembre 1965 è “insolita, straordinaria”. La definisce così Papa Paolo VI aggiungendo che “meriterebbe grandi commenti, inviterebbe a grandi pensieri” perché a questo incontro, nella Basilica Vaticana, partecipano artisti del teatro e del cinema, operatori dello spettacolo. A loro il Pontefice ricorda le responsabilità di “un’incomparabile missione artistica”.
Voi siete il tramite incantevole di sentimenti, di passioni, di esperienze, di fantasie, e di idee, che travasate in quanti vi osservano; cosa stupenda, cosa tremenda; certamente voi vi pensate; ed è ciò che aggiunge un merito, una grandezza tutta particolare alla vostra arte, se davvero la sapete rendere corresponsabile della vita del vostro pubblico; non veleno, ma balsamo; non vertigine, ma visione. Una parola Ci viene spontanea alle labbra; coraggio! date alla vostra arte le ali del genio, della bellezza, dell’energia spirituale; coraggio; ché il popolo a cui vi dirigete ha bisogno del vostro carisma artistico, e non solo per il suo sollievo ricreativo, ma per la sua coscienza di erede e di candidato d’un’incomparabile missione artistica nella storia dell’umana e cristiana civiltà.
C’è una data, in particolare, che lega il mondo del cinema al Vaticano. È Il 16 novembre del 1959 e Papa Giovanni XXIII istituisce la Filmoteca Vaticana. Le finalità sono quelle di raccogliere e di catalogare materiale filmato dal 1896 ad oggi in grado di illustrare la storia della Chiesa. Questa forma d’arte per il Pontefice può offrire grandi opportunità. Nella lettera apostolica in forma di Motu proprio “Boni Pastoris” Papa Roncalli osserva che il cinema quanto la radio e la televisione offrono le grandi possibilità “per la diffusione di una più alta cultura, di un’arte degna del suo nome e soprattutto della verità”. Ma dal mondo del cinema possono derivare anche alcuni pericoli.
I pericoli e i danni morali che non raramente vengono provocati da spettacoli cinematografici e da trasmissioni radiofoniche e televisive che attentano alla morale cristiana e alla stessa dignità dell’uomo. Rivolgiamo pertanto a ciascuno dei responsabili di tali produzioni o trasmissioni il Nostro paterno ed insistente ammonimento di seguire sempre i dettami di una retta e delicata coscienza, come conviene a chi è investito del gravissimo compito di educare.
Il 21 giugno del 1955 la Basilica Vaticana è gremita per l’udienza di Papa Pio XII ai rappresentanti dell’Industria cinematografica italiana. Nella navata centrale sono presenti anche gruppi di tecnici, di operai e di maestranze specializzate. “Una memorabile udienza”, titola L’Osservatore Romano nell’edizione con la cronaca di quell’evento. In quell’occasione il Pontefice traduce innanzitutto in numeri il potere del cinema e poi si chiede quale sia il suo intimo segreto.
Lo straordinario potere del cinema nella società contemporanea è dimostrato dalla crescente sete che questa ne ha, e che, messa in cifre, costituisce un fenomeno affatto nuovo e strabiliante. Nella copiosa documentazione cortesemente comunicataCi, viene riferito, tra l’altro, che, durante l’anno 1954, il numero degli spettatori per tutti i Paesi del mondo presi insieme, è stato di 12 miliardi, tra i quali due miliardi e mezzo vanno agli Stati Uniti d’America, un miliardo e 300 milioni all’Inghilterra, mentre la cifra di 800 milioni pone l’Italia al terzo posto. Donde attinge il suo fascino questa nuova arte, che, dopo circa sessant’anni dalla prima apparizione, ha raggiunto il quasi magico potere di richiamare nel buio delle sue sale, e non certo gratuitamente, folle che si contano a miliardi? Quale è il segreto dell’incanto che rende queste stesse folle suoi assidui clienti?
Uno dei segreti di questo incanto, indicato da Papa Pacelli, è la “libera e personale interpretazione dello spettatore e la previsione del futuro svolgimento dell’azione”. Quello del cinema resta ancora oggi uno spettacolo potente e dinamico che può essere letto e compreso anche attraverso gesti apparentemente secondari, come il movimento di una mano, un’alzata di spalle, una porta lasciata socchiusa. Sono proprio i dettagli, a volte piccoli e marginali, che spesso rendono intellegibile una storia e fanno emergere il suo senso autentico.
L'articolo I Papi e il cinema, bellezza che salva proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Quello della fabbrica non è uno spazio estraneo agli insegnamenti della Chiesa. In occasione di questo evento giubilare, ripercorriamo alcune riflessioni dei Papi sul mondo del lavoro. Giovanni Paolo II ha definito “una grazia del Signore l’essere stato operaio”, perché questo gli ha dato la possibilità “di conoscere da vicino l’uomo del lavoro.
Nel Vangelo l’immagine degli operai in attesa di qualcuno che “li prenda a giornata” è la fotografia di quello che vediamo spesso anche oggi tra strade e piazze delle nostre città. Il lavoro, sempre e ovunque, resta un aspetto essenziale del tessuto sociale e appartiene, come si legge nella Bibbia, alla condizione originaria dell’uomo. Nell’Anno Santo della speranza la Chiesa dedica a questa vasta porzione di umanità, quella dei lavoratori, un momento speciale: il Giubileo del mondo del lavoro che si sarebbe dovuto aprire lo scorso primo maggio. Questo evento era poi stato annullato a causa della morte di Papa Francesco ed è stata scelta la data dell’8 novembre: il momento culminante, in questa giornata, è l’udienza giubilare di Papa Leone XIV. Un incontro che si salda con quelli dei suoi predecessori con i lavoratori. Nel contesto di questo evento giubilare riecheggiano, in particolare, le parole rivolte dai Pontefici agli operai.
Il mondo in rovina ha bisogno di essere riedificato, non solo nella sua dimensione materiale. In questa cornice, nel periodo scosso dalla seconda guerra mondiale, Papa Pio XII incontra una rappresentanza di lavoratori. È il 13 giugno del 1943 e molti dei fedeli giunti per ascoltare la voce del Pontefice sono operai provenienti da vari stabilimenti industriali. L’abbraccio con il vescovo di Roma è molto atteso. “Per alcuni istanti – ricorda l’Osservatore Romano nella cronaca di quella giornata – la manifestazione incalzava a ondate possenti, in gara filiale, di cui l’irraggiarsi dei volti era il segno espressivo; ma poi ecco succedere un silenzio”. È l’istante, carico di attenzione, in cui irrompono le parole di Papa Pacelli.
Delle dure condizioni presenti la moltitudine degli operai, più di altri gravata e afflitta, non è però sola a risentire il peso; ogni ceto deve portare il suo fardello, quale più, quale meno penoso e molesto; né soltanto lo stato sociale dei lavoratori e delle lavoratrici domanda ritocchi e riforme, ma tutta l’intera e complessa struttura della società ha bisogno di raddrizzamenti e di miglioramenti, profondamente scossa com’è nella sua compagine. Chi non vede però che la questione operaia, per l’arduità e la varietà dei. problemi che implica, e per il vasto numero dei membri che interessa, è tale e di così gran necessità e importanza, che merita più attenta, vigilante e provvida cura?
Questione se altra mai delicata; punto, si direbbe, nevralgico del corpo sociale, ma talvolta anche terreno mobile e infido, aperto a facili illusioni e a vane inattuabili speranze, per chi non tenga davanti all’occhio dell’intelligenza e all’impulso del cuore la dottrina di giustizia, di equità, di amore, di reciproca considerazione e convivenza, che inculcano la legge di Dio e la voce della Chiesa.
Papa Pio XII ribadisce ai lavoratori la sollecitudine della Chiesa: “la Chiesa intensamente vi ama e, non soltanto da oggi, con ardore ed affetto materno e con vivo senso della realtà delle cose, ha considerato le questioni che toccano voi più particolarmente”. E ricorda aspirazioni giuste e legittime: “un salario, che assicuri l’esistenza della famiglia, tale da rendere possibile ai genitori l’adempimento del loro naturale dovere di crescere una prole sanamente nutrita e vestita; un’abitazione degna di persone umane; la possibilità di procurare ai figli una sufficiente istruzione e una conveniente educazione, di prevedere e provvedere per i tempi di strettezze, di infermità e di vecchiaia”.
Nel 1961 la Basilica Vaticana è gremita di operai in occasione della celebrazione del primo maggio cristiano. Papa Giovanni XXIII, rivolgendosi a questa “assemblea di lavoratori”, ricorda che la Chiesa “è stata fin dagli inizi del suo glorioso cammino la madre degli umili, la protettrice degli affaticati, la assertrice del progresso morale ed economico dell’uomo”. “Gesù, venuto sulla terra per salvare il genere umano, ha speso la maggior parte della sua vita nella fatica, e non in una attività delicata o superiore, bensì in semplice lavoro manuale”. “Il lavoro – conclude Papa Roncalli – è una nobiltà”.
Sono molteplici gli incontri di Paolo VI con il mondo del lavoro. Nella notte di Natale del 1968 l’abbraccio del Pontefice agli operai del centro siderurgico di Taranto è una storica sequenza di immagini: i lavoratori in tuta, con l’elmetto in testa, si stringono intorno al Papa, mentre alle loro spalle i bagliori della colata di ghisa illuminano la notte. In quegli istanti il dialogo tra Paolo VI e gli operai è scandito soprattutto da sguardi, strette di mano. Negli occhi di quegli uomini si scorgono stupore, commozione, gioia. Sono quasi increduli nel vedere il Papa tra loro. Il Pontefice, durante la visita nell’altoforno, si interessa sulle varie fasi tecniche dei processi di lavorazione ma la sua attenzione si concentra sugli uomini. Si complimenta per il lavoro che svolgono. Il Papa si inginocchia tra loro sulla polvere che copre il pavimento. Prega con loro. Nell’omelia sottolinea che il messaggio cristiano non è estraneo al mondo del lavoro moderno in grado di raggiungere alti livelli di ingegno, di scienza e di tecnica.
Diremo che quanto più l’opera umana qui si afferma nelle sue dimensioni di progresso scientifico, di potenza, di forza, di organizzazione, di utilità, di meraviglia – di modernità insomma – tanto più merita e reclama che Gesù, l’operaio profeta, il maestro e l’amico dell’umanità, il Salvatore del mondo, il Verbo di Dio, che si incarna nella nostra umana natura, l’Uomo del dolore e dell’amore, il Messia misterioso e arbitro della storia, annunci qui, e di qui al mondo, il suo messaggio di rinnovazione e di speranza. Lavoratori, che Ci ascoltate: Gesù, il Cristo, è per voi!
Le parole del Pontefice risuonano nel centro siderurgico, tra ponti mobili, pareti di metallo e lamiere d’acciaio accatastate. In quella notte di Natale si fondono i linguaggi dello Spirito e della materia. La voce del Papa e i rumori dell’altoforno si elevano insieme dalla Terra verso il Cielo. “Quando il Papa riparte – scrive L’Osservatore Romano nell’edizione sul Natale del 1968 – il saluto entusiasta dei presenti nasconde un’intima malinconia. È stato un grande incontro” con l’annuncio del Natale all’umanità che fatica, che lavora, che spera.
Anche Papa Giovanni Paolo II incontra, in diverse occasioni, il mondo del lavoro. Nel 1982, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laborem exercens Papa Wojtyła si reca a Livorno nello stabilimento Solvay, la stessa azienda per la quale a vent’anni aveva lavorato in Polonia prima di entrare in seminario. È il 19 marzo del 1982, giorno della festa di san Giuseppe. Quella che gli operai presentano al Pontefice è l’immagine consueta, quotidiana dello stabilimento. La fabbrica non si è fermata per la visita del Papa perché il ciclo continuo delia lavorazione non si pub interrompere. Il momento culminante della visita è l’incontro con il consiglio dì fabbrica. Sembra una delle tante assemblee – scrive in quella occasione l’Osservatore romano – che si fanno “per dare un contributo alla soluzione dei problemi di tutti i giorni”. Risuono le parole del Papa, di un uomo “che a suo tempo fu anche operaio, in una fabbrica simile a quella livornese”. Giovanni Paolo II, parlando ai lavoratori, ricorda il tempo in cui, dopo aver lasciato, a Cracovia le cave di pietra di Zakrzowek, entrò “a lavorare alla Solvay, in Borek Falecki, come addetto alle caldaie”.
Considero una grazia del Signore l’essere stato operaio, perché questo mi ha dato la possibilità di conoscere da vicino l’uomo del lavoro, del lavoro industriale, ma anche di ogni altro tipo di lavoro. Ho potuto conoscere la concreta realtà della sua vita: un’esistenza impregnata di profonda umanità, anche se non immune da debolezze, una vita semplice, dura, difficile, degna di ogni rispetto. Quando lasciai la fabbrica per seguire la mia vocazione al sacerdozio, ho portato con me l’esperienza insostituibile di quel mondo e la profonda carica di umana amicizia e di vibrante solidarietà dei miei compagni di lavoro, conservandole nel mio spirito come una cosa preziosa.
Nelle parole rivolte da Giovanni Paolo II ai lavoratori dello stabilimento Solvay si può individuare anche un tratto distintivo di questo nostro tempo segnato dall’avvento delle nuove tecnologie e, in particolare, dell’Intelligenza artificiale. “Lo sviluppo della tecnica ripropone oggi in modo nuovo – si legge in quel discorso di oltre 40 anni fa – il problema del lavoro umano. La tecnica, infatti, che è stata ed è coefficiente di progresso economico, può trasformarsi da alleata in avversaria dell’uomo”. I processi produttivi rischiano di “spersonalizzare colui che esercita il lavoro togliendogli ogni soddisfazione ed ogni stimolo alla creatività e alla responsabilità”. Due domande centrali accompagnano poi la riflessione di Papa Wojtyla nel 1982: Chi avrà la preminenza? Diventerà la macchina un prolungamento della mente? Sono interrogativi attualissimi e non secondari.
L’altare nel centro propulsore della vita cittadina. È questa la scena che avvolge la concelebrazione eucaristica, l’11 settembre 2011, nel Cantiere Navale di Ancona. Nell’omelia Papa Benedetto XVI sottolinea che un modello di organizzazione sociale centrato solo sul benessere materiale, prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione in Cristo, finisce per “dare agli uomini pietre al posto del pane”. Non si possono disgiungere la dignità del lavoro e il pane.
Il pane, cari fratelli e sorelle, è “frutto del lavoro dell’uomo”, e in questa verità è racchiusa tutta la responsabilità affidata alle nostre mani e alla nostra ingegnosità; ma il pane è anche, e prima ancora, “frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e pioggia: è dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli umili: “Padre (…), dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11).
Al termine della messa ad Ancona, Benedetto XVI pranza con alcuni operai in cassa integrazione, precari e disoccupati. Sono i rappresentanti delle categorie più colpite dalla crisi che ha messo in ginocchio una parte considerevole dell’economia locale. “Conosco i vostri problemi, vi sono vicino. Tutta la Chiesa vi è vicina”.
Il binomio inscindibile tra dignità e occupazione. Papa Francesco, durante il suo Pontificato, ha più volte indicato questa relazione riferendosi al mondo del lavoro. Nella visita pastorale a Genova, il 27 maggio del 2017, si reca nello stabilimento siderurgico Ilva di Cornigliano. Alcuni operai indossano la tuta da lavoro, con tanto di elmetto protettivo blu o giallo in testa. Prima dell’incontro, Francesco attraversa con una piccola vettura elettrica un padiglione normalmente utilizzato come deposito dei rotoli d’acciaio. Rispondendo alle domande dei lavoratori, Francesco ribadisce il valore della sana impresa e ricorda i rischi della speculazione e dell’idolatria del consumismo.
E’ il consumo il centro della nostra società, e quindi il piacere che il consumo promette. Grandi negozi, aperti 24 ore ogni giorno, tutti i giorni, nuovi “templi” che promettono la salvezza, la vita eterna; culti di puro consumo e quindi di puro piacere. E’ anche questa la radice della crisi del lavoro nella nostra società: il lavoro è fatica, sudore. La Bibbia lo sapeva molto bene e ce lo ricorda. Ma una società edonista, che vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore e quindi non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo: gli idoli non lavorano. Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme.
Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, sottolinea Francesco, non si può ritrovare un nuovo rapporto col lavoro. Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro, “non capisce più neanche l’Eucaristia, la preghiera vera e umile delle lavoratrici e dei lavoratori”. I campi, il mare, le fabbriche – ricorda il Pontefice argentino durante l’incontro con il mondo del lavoro a Genova – sono sempre stati ‘altari’ dai quali si sono alzate preghiere belle e pure, che Dio ha colto e raccolto”. Preghiere dette e recitate “da chi sapeva e voleva pregare ma anche preghiere dette con le mani, con il sudore, con la fatica del lavoro”.
Un altro aspetto, rimarcato in più occasioni da Francesco durante il suo Pontificato, è quello della sicurezza sul lavoro, che “è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare”. Il dramma delle morti sul lavoro resta una piaga che colpisce anche gli Stati più sviluppati. Una delle ultime vittime in Italia era proprio un operaio, rimasto sepolto per ore sotto le macerie di un antico edificio medievale. Si chiamava Octay Stroici, aveva 66 anni ed era impegnato nel restauro della Torre dei Conti, crollata per cause ancora da accertare. Commentando gli incidenti sul lavoro a partire da questo drammatico episodio avvenuto a Roma, Papa Leone XIV ha affermato che “è un diritto dell’essere umano avere un lavoro degno”. Un diritto, non un privilegio, su cui si misura la civiltà di un Paese.
L'articolo Giubileo dei lavoratori, l’abbraccio dei Papi agli operai proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Nel giorno dell’incontro di Papa Leone con gli studenti nell’ambito del Giubileo del mondo educativo, riproponiamo alcune riflessioni dei Pontefici sulla scuola
Sono loro una della speranza più luminosa in questo mondo e in questo tempo adombrati da tante ferite: sono le schiere di adolescenti, di ragazzi e di studenti. Papa Leone in questa giornata del 30 ottobre li incontra nell’ambito del Giubileo del mondo educativo.
Una occasione per rileggere anche le riflessioni dei pontefici su questo universo, la scuola, in cui l’umanità si impasta con il presente e il futuro. All’Angelus del 28 settembre 1969, Papa Paolo VI parla della scuola come di una “porta della vita”.
Ci incanta, ci commuove, ci fa sognare questa marcia della fanciullezza, dell’adolescenza, della gioventù verso questa scala ascendente, verso questa porta della vita, ch’è la scuola. Li guardiamo tutti questi figlioli; e come Gesù, un giorno, guardando un giovane, dice il Vangelo, cordialmente, divinamente lo amò (Mr 10, 21), così sentiamo di amarli, uno per uno, e tutti insieme questi alunni incamminati verso la scuola; e li vorremmo salutare, con i loro Genitori, durante quei loro passi che vanno verso la loro apertura al sapere, all’età adulta, al destino futuro. Perché che cosa è la Scuola? Vi è forse, con quello del focolare domestico e quello del tempio della preghiera, nome più alto, luogo più sacro? Dove l’uomo piccolo diventa grande, dove egli impara a conoscere, a pensare e a parlare; dove acquista il senso della verità e della bontà; dove il suo animo aprendo il libro vede l’universo, e dove l’universo sembra entrare nel cuore dell’alunno e farsi coscienza. Officina che forma l’uomo, la Scuola; onoriamola tutti, amiamola.
Quasi dieci anni dopo rispetto a queste parole pronunciate da Paolo VI arrivano all’Angelus del 17 settembre 1978 gli auguri di Giovanni Paolo I agli studenti dei vari ordini scolastici del sistema educativo. Rivolgendosi ai più piccoli Papa Luciani indica, innanzitutto, un personaggio immaginario, protagonista di un celebre romanzo per ragazzi.
Agli alunni delle elementari vorrei ricordare il loro amico Pinocchio: non quello che un giorno marinò la scuola per andare a vedere i burattini; ma quell’altro, il Pinocchio che prese il gusto alla scuola, tanto che durante l’intero anno scolastico, ogni giorno, in classe, fu il primo ad entrare e l’ultimo ad uscire. I miei auguri più affettuosi, però, vanno agli alunni delle scuole medie, specialmente superiori. Questi non hanno soltanto gli immediati problemi di scuola, ma c’è in distanza il loro dopo scuola. Sia in Italia, sia nelle altre nazioni del mondo, oggi: portoni spalancati per chi vuole entrare alle scuole medie e alle università; ma quando hanno il diploma o la laurea ed escono dalla scuola, ci sono soltanto piccoli, piccoli usciolini, e non trovano lavoro, e non possono sposarsi. Sono problemi che la società di oggi deve veramente studiare e cercare di risolvere.
La scuola deve essere anche il tempo della crescita umana, della formazione integrale. Giovanni Paolo II, nel discorso a genitori, agli studenti e docenti delle scuole cattoliche il 23 novembre 1991 affronta un tema che scandisce l’agenda di alunni e insegnanti: quello delle interrogazioni.
Consentitemi di tornare un poco al tempo in cui ero anch’io alunno come voi. Che cosa si teme di più nella scuola? Sono le interrogazioni. Vi auguro di non essere mai bocciati. Ma non lo sarete, se saprete rispondere alle interrogazioni. Gesù Maestro faceva molte domande e, interrogato, dava risposte sapienti. Ecco un traguardo che darà pienezza alla vostra personalità: saper interrogare, cioè andare a fondo delle cose, oltre le apparenze, e diventare onesti cercatori della verità, in particolare di quella religiosa; ed insieme saper ascoltare le risposte, quelle dei docenti e dei genitori. Dovete far sì che la vostra scuola sia attiva, aperta, in grado di curare la formazione integrale della vostra persona.
Il compito dell’insegnante non è solo quello “di impartire informazioni o di provvedere ad una preparazione tecnica per portare benefici economici alla società”. È quanto sottolinea Benedetto XVI nel 2010, durante il viaggio apostolico negli Stati Uniti.
L’educazione non è e non deve essere mai considerata come puramente utilitaristica. Riguarda piuttosto formare la persona umana, preparare lui o lei a vivere la vita in pienezza – in poche parole riguarda educare alla saggezza. E la vera saggezza è inseparabile dalla conoscenza del Creatore perché “nelle sue mani siamo noi e le nostre parole, ogni sorta di conoscenza e ogni capacità operativa” (Sap 7,16).
Papa Francesco pone in particolare una domanda: perché amare la scuola? Nel discorso rivolto al mondo della scuola italiana, il 10 maggio del 2014, ha rievocato innanzitutto l’immagine del suo primo insegnante, una maestra.
Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo. Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola. Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni.
Sono molteplici le sfide da affrontare in campo educativo, nel mondo della formazione. Papa Leone XIV nel discorso rivolto ai fratelli delle scuole cristiane, ispirate da San Giovanni Battista La Salle, si sofferma su alcune di queste sfide.
I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo. Se, ad esempio, nel diciassettesimo secolo l’uso della lingua latina era per molti una barriera comunicativa insuperabile, oggi ci sono altri ostacoli da affrontare. Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva.
Quello del mondo educativo è una missione in ogni tempo, in ogni luogo. L’istruzione può portare speranza e pace. L’incontro degli studenti con Papa Leone porta questa luce nel mondo, nonostante tutto.
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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Si ricordano oggi i 60 anni della Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane del Concilio Vaticano II. Le riflessioni e le voci dei Papi su questo documento, a partire da quella di Paolo VI, mettono l’accento sulla fratellanza del genere umano.
La “Nostra Aetate”, di cui ricorre il 60.mo anniversario, è una Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane. Questo documento, approvato dai padri del Concilio Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, è ritenuto un testo fondativo per il dialogo con le altre fedi religiose. Viene pubblicato il 28 ottobre 1965, ed è preceduto, ancor prima della stesura, dall’ incontro tra Papa Giovanni XXIII e lo storico ebraico Jules Isaak, che il 13 giugno del 1960 presenta al Pontefice un Denkschrift, ovvero un memoriale con la richiesta di promuovere una nuova visione dei rapporti tra la Chiesa e l’ebraismo. È quello un tempo in cui sono ancora profonde le ferite inferte all’umanità dal secondo conflitto mondiale.
La “Nostra aetate” nasce così in un contesto storico successivo alla Shoah, cioè al tentativo da parte della Germania nazista di imporre la propria supremazia, di annientare gli ebrei. E inquadra subito un aspetto centrale del genere umano: l’interdipendenza tra i vari popoli. Nel paragrafo introduttivo si invita a riflettere su quello che le persone hanno in comune. Non mancano riferimenti alle Sacre Scritture per dimostrare che tutta la famiglia umana ha una sola origine: il piano salvifico e l’amore misericordioso di Dio abbracciano tutti. Si ammettono le differenze ma viene riconosciuta una unità di base: “I vari popoli – si legge – costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra”. È impossibile prescindere da Dio, sottolinea Papa Paolo VI all’udienza generale del 18 dicembre 1968.
Non diciamo che prima di Gesù Cristo Dio fosse sconosciuto: l’antico Testamento è già una rivelazione, e forma i suoi cultori ad una spiritualità meravigliosa e sempre valida: basta pensare ai Salmi, che alimentano ancor oggi la preghiera della Chiesa con una ricchezza di sentimento e di linguaggio insuperabile. Anche nelle religioni non cristiane si può riscontrare una sensibilità religiosa e una conoscenza della Divinità, che il Concilio ci ha ammonito a rispettare e a venerare (cfr. Dichiar. Nostra aetate).
La forza di questo documento e del suo permanente interesse deriva dal fatto che “parla a tutti i popoli e di tutti i popoli in una prospettiva religiosa”. Papa Giovanni Paolo II, nell’ambito delle celebrazioni del 25.mo anniversario della Nostra Aetate, incontra il 6 dicembre del 1990 i delegati del Comitato ebraico internazionale per le consultazioni interreligiose e i membri della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo. Papa Wojtyła sottolinea la vitalità di questo “breve ma significativo” testo conciliare, considerato anche uno spartiacque nei rapporti tra la Chiesa e la religione ebraica. “La Chiesa di Cristo – si legge nella Nostra Aetate – riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti”.
L’apertura universale di Nostra Aetate è ancorata e trae il suo orientamento da un alto senso della singolarità assoluta della scelta di Dio di un particolare popolo, “il suo” popolo, Israele secondo la carne, già chiamato “Chiesa di Dio” (Lumen gentium, 9); (cf. Ne 13, 1; cf. Nm 20, 4; Dt 23, 1 ss). Così la riflessione della Chiesa sulla sua missione e sulla sua vera natura è intrinsecamente legata alla riflessione sulla stirpe di Abramo e sulla natura del popolo giudaico (cf. Nostra Aetate, 4). La Chiesa è pienamente cosciente che le Sacre Scritture portano testimonianza che il popolo ebreo, questa comunità di fedeli e custodi di una tradizione antica migliaia di anni, è una parte essenziale del “mistero” della rivelazione e della salvezza.
La Nostra Aetate continua ad ispirare i membri della Chiesa cattolica, a livelli diversi, per promuovere relazioni di rispetto e dialogo con persone di altre fedi. Per quanto riguarda la religione islamica, nel documento conciliare si sottolinea che “la Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini”. Quaranta anni dopo la pubblicazione della dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Papa Benedetto XVI all’Angelus, il 30 ottobre del 2005 sottolinea che tale documento non ha perso nulla della sua attualità.
È di grandissima attualità perché riguarda l’atteggiamento della Comunità ecclesiale nei confronti delle religioni non cristiane. Partendo dal principio che “tutti gli uomini costituiscono una sola comunità” e che la Chiesa “ha il dovere di promuovere l’unità e l’amore” tra i popoli, il Concilio “nulla rigetta di quanto è vero e santo” nelle altre religioni e a tutti annuncia Cristo, “via, verità e vita”, in cui gli uomini trovano la “pienezza della vita religiosa”. Con la Dichiarazione Nostra Aetate i Padri del Vaticano II hanno proposto alcune verità fondamentali: hanno ricordato con chiarezza lo speciale vincolo che lega i cristiani e gli ebrei, hanno ribadito la stima verso i musulmani ed i seguaci delle altre religioni ed hanno confermato lo spirito di fraternità universale che bandisce qualsiasi discriminazione o persecuzione religiosa.
Nella Nostra Aetate si mette inoltre in rilievo l’apporto delle diverse religioni: “nell’induismo – si legge nel documento – gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia”. Nel buddismo viene riconosciuta “la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta”. Anche le altre religioni, si ricorda nella dichiarazione, si sforzano di superare “l’inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri”.
“Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio”. Si apre con queste parole l’ultimo capitolo della Nostra Aetate. In occasione del 50.mo anniversario della promulgazione della dichiarazione conciliare, Papa Francesco, all’udienza generale del 28 ottobre 2015, indica la strada della fratellanza. “Siamo fratelli”, afferma il Pontefice rivolgendosi a ebrei e musulmani, induisti e buddisti, gianisti e sikh, rappresentanti del confucianesimo, del tenrikyo e delle religioni tradizionali africane. “Siamo fratelli” chiamati a percorrere la via del dialogo, rimarca il Papa argentino che il 4 febbraio del 2019 insieme con il Grande Imam di Al-Azhar, firma ad Abu Dhabi il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.
Il dialogo di cui abbiamo bisogno non può che essere aperto e rispettoso, e allora si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione. Il mondo guarda a noi credenti, ci esorta a collaborare tra di noi e con gli uomini e le donne di buona volontà che non professano alcuna religione, ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza. Noi credenti non abbiamo ricette per questi problemi, ma abbiamo una grande risorsa: la preghiera. E noi credenti preghiamo. Dobbiamo pregare.
Quest’anno, per celebrare il 60.mo anniversario della Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, si tiene nella giornata del 28 ottobre, dalle 18.30 alle 20.00 nell’aula Paolo VI, un incontro speciale intitolato “Camminare insieme nella speranza”. Il momento culminante dell’evento è il discorso di Papa Leone XIV, seguito da una preghiera silenziosa per la pace. Proprio il mettersi in cammino è uno dei tratti distintivi di questo documento. La Nostra Aetate si è rivelata, fin dalla sua pubblicazione, una pietra miliare nei rapporti con le altre religioni. Sulla scia di questo documento conciliare si sono ripetute, negli anni, iniziative e incontri significativi come quello di Assisi, voluto da San Giovanni Paolo II. Il 27 ottobre 1986, nella città di San Francesco, Papa Wojtyła definisce quell’evento, al quale partecipano leader religiosi di differenti fedi, “un segno molto eloquente per la causa della pace”. Seguendo il solco della Nostra Aetate, questo impegno comune si è rafforzato e il dialogo interreligioso ha assunto, sempre di più, il sapore della preghiera.
L'articolo I Papi e la “Nostra aetate”, gli uomini siano fratelli che camminano insieme proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – E’ in particolare il giorno del 25 ottobre nel quale si intersecano il magistero dei Pontefici e diversi frangenti della storia, non solo di quella recente. Un percorso in cui riecheggiano appelli, preghiere e voci dei Papi per far cessare lo straziante rimbombo delle armi
Ci sono giorni in cui il grido di pace sale in Cielo accompagnato dalle parole oranti di centinaia di persone. È il 25 ottobre del 2022 e al Colosseo, luogo di memoria dei martiri, Papa Francesco eleva a Dio una preghiera congiunta, alla quale si uniscono rappresentanti di diverse confessioni cristiane: “La terra sia liberata dalla guerra e dalla violenza, ognuno torni a vivere sotto la protezione del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
L’esortazione di Papa Francesco nell’Anfiteatro Flavio è un grido, un sussurro al cuore. “Non rassegniamoci alla guerra, coltiviamo semi di riconciliazione; e oggi eleviamo al Cielo il grido della pace”. Quella invocazione, in questo Anno Santo, si riveste di speranza affinché tacciano le armi in Ucraina e in tutte le terre scosse dalla guerra.
Oggi, come in quel 25 ottobre del 2022, la preghiera diventa un grido perché la pace, come ricorda il Pontefice argentino durante quell’Incontro di preghiera, “è gravemente violata, ferita, calpestata”.
Ascoltaci, Signore! La pace è nel cuore delle Religioni, nelle loro Scritture e nel loro messaggio. Nel silenzio della preghiera, questa sera, abbiamo sentito il grido della pace: la pace soffocata in tante regioni del mondo, umiliata da troppe violenze, negata perfino ai bambini e agli anziani, cui non sono risparmiate le terribili asprezze della guerra. Il grido della pace viene spesso zittito, oltre che dalla retorica bellica, anche dall’indifferenza. È tacitato dall’odio che cresce mentre ci si combatte. Ma l’invocazione della pace non può essere soppressa: sale dal cuore delle madri, è scritta sui volti dei profughi, delle famiglie in fuga, dei feriti o dei morenti.
Al Colosseo si vede lo spirito di Assisi che continua a vivere. La mente torna ad un altro scorcio finale di questo mese, ma più lontano di decenni. È il 27 ottobre del 1986, il giorno del primo storico incontro interreligioso tenutosi nella città di San Francesco. Papa Giovanni Paolo II, incontrando i rappresentanti delle diverse Chiese e comunioni cristiane, sottolinea che gli sforzi per la pace non sono solo affidati al linguaggio della politica. Nel 1986 i capi di tutte le religioni del mondo pregano per la pace nel mondo. E subito è già storia. Storia anche di oggi.
Il trovarsi insieme di tanti capi religiosi per pregare è di per sé un invito oggi al mondo a diventare consapevole che esiste un’altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che non è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici. Ma il risultato della preghiera, che, pur nella diversità di religioni, esprime una relazione con un potere supremo che sorpassa le nostre capacità umane da sole.
Al mese di ottobre sono legate altre parole scolpite nella storia. È il 4 ottobre del 1965 e nel giorno della festa di San Francesco d’Assisi si svolge la visita di Paolo VI alle Nazioni Unite. Risuona il grido del Pontefice: “non più la guerra, non più la guerra”. Cadano le armi e si costruisca la pace totale, auspica Papa Montini.
Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve ottenere!
La giornata odierna si incrocia con un altro snodo della storia, quello della crisi dei missili di Cuba. È il 25 ottobre del 1962 e si eleva il grido per la pace di Papa Giovanni XXIII. Il radiomessaggio del Pontefice viene trasmesso dalla Radio Vaticana in un momento in cui sembra già raggiunto il culmine della contrapposizione tra statunitensi e sovietici. Il mondo è sull’orlo del terzo conflitto mondiale. “Noi supplichiamo tutti i governanti – afferma Papa Roncalli – a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace”.
Signore, ascolta la supplica del tuo servo, la supplica dei tuoi servi, che temono il tuo nome. Questa antica preghiera biblica sale oggi alle nostre labbra tremanti dal profondo del nostro cuore ammutolito e afflitto. Mentre si apre il Concilio Vaticano II, nella gioia e nella speranza di tutti gli uomini di buona volontà, ecco che nubi minacciose oscurano nuovamente l’orizzonte internazionale e seminano la paura in milioni di famiglie. La Chiesa – e noi lo affermavamo accogliendo le ottantasei missioni straordinarie presenti all’apertura del Concilio – la Chiesa non ha nel cuore che la pace e la fraternità tra gli uomini, e lavora, affinché questi obbiettivi si realizzino. Noi ricordiamo a questo proposito i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere. E aggiungiamo: Con la mano sulla coscienza, che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: pace! pace!…
Quella solenne implorazione è una supplica a tutti i governanti a non restare sordi “al grido dell’umanità”. Da Papa Roncalli giunge anche la benedizione a tutti gli artigiani della pace, a tutti coloro che con cuore sincero lavorano per il vero bene degli uomini.
Anche oggi il mondo è assetato di pace. I dati riferiti al 2024 sono drammatici. In base ad un rapporto diffuso recentemente dall’organizzazione umanitaria Coopi, sono almeno 61 i conflitti attivi, 233.000 le persone uccise in episodi di violenza armata e più di 123 milioni quelle costrette a fuggire. Anche nel 2025 il quadro è tragico. La famiglia umana non si può rassegnare alla logica dell’odio, agli orrori della guerra. Proprio la pace è invocata da Papa Leone XIV fin dai primi istanti del suo Pontificato. Nel primo saluto, lo scorso 8 maggio, auspica che sia “disarmata e disarmante”.
La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.
Queste parole, pronunciate da Leone XIV subito dopo l’elezione al soglio di Pietro, si dilatano fino ad oggi, fino a questo mese di ottobre. E abbracciano anche il futuro perchè la pace è un dono di cui l’uomo ha bisogno sempre, in tutti i tempi. È un grido da accogliere nel cuore per diventare autentici artigiani di pace.
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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – In occasione del Giubileo dei rom, sinti e camminanti ripercorriamo gli incontri dei Pontefici con questi fratelli che sono nel cuore della Chiesa. Il primo è quello del 1965 con Paolo VI
I poveri, gli afflitti, gli scartati. È tra questi fratelli, considerati ai margini della società e tra i bassifondi della famiglia umana, che la Chiesa trova le vette del suo senso evangelico, dell’amore cristiano. Quello del vicario di Cristo è uno sguardo pieno d’amore per tutti i suoi figli, soprattutto per coloro che vengono esclusi, che sentono ogni giorno il peso del pregiudizio. I rom vivono questa realtà, spesso confinati in periferie geografiche ed esistenziali. Papa Paolo VI è il primo Pontefice ad incontrarli. Le sue parole sono quelle di un padre. Li definisce “pellegrini perpetui, esuli volontari, profughi sempre in cammino, viandanti senza riposo”. È il 26 settembre del 1965, il giorno del suo compleanno. Quello storico incontro si svolge in un clima di profonda commozione.
Il popolo radunato nel campo internazionale degli zingari a Pomezia abbraccia il vescovo di Roma. Molti di quei pellegrini indossano costumi sgargianti. “Si tratta di nomadi, gitani, zingari di diverse stirpi, nazioni e provenienze – si legge nell’edizione del quotidiano “L’Osservatore Romano” con la cronaca di quella memorabile giornata – tutti affratellati dal vincolo della fede”. Sono presenti oltre 3000 rom, arrivati da varie regioni dell’Europa e del mondo. All’offertorio vengono presentati al Papa vari doni, tra cui un ostensorio a forma di croce con un’aureola di filo spinato a ricordo dei gitani morti nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
Nell’omelia Paolo VI porge innanzitutto il suo saluto a questo popolo: “A voi, che guardate il mondo con diffidenza, e con diffidenza siete da tutti guardati; a voi, che avete voluto essere forestieri sempre e dappertutto, isolati, estranei, sospinti fuori di ogni cerchio sociale; a voi, che da secoli siete in marcia, e ancora non avete fissato dove arrivare, dove rimanere!”. Ciò che davvero conta, sottolinea Papa Montini, è una “scoperta differente”.
Voi scoprite di non essere fuori, ma dentro un’altra società; una società visibile, ma spirituale; umana, ma religiosa; questa società, voi lo sapete, si chiama la Chiesa. Voi oggi, come forse non mai, scoprite la Chiesa. Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al cento, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa; siete nel cuore della Chiesa, perché siete poveri e bisognosi di assistenza, di istruzione, di aiuto; la Chiesa ama i poveri, i sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati. E’ qui, nella Chiesa, che voi vi accorgete d’essere non solo soci, colleghi, amici, ma fratelli; e non solo fra voi e con noi, che oggi come fratelli vi accogliamo, ma, per un certo verso, quello cristiano, fratelli con tutti gli uomini.
L’incontro di Paolo Vi con il popolo rom si colloca in un tempo denso per la Chiesa. Mancano poche settimane alla chiusura del Concilio ecumenico Vaticano II, che ha esortato i vescovi ad avere “un particolare interessamento per quei fedeli che, a motivo delle loro condizioni di vita, non possono godere dell’ordinario ministero dei parroci o sono privi di qualsiasi assistenza”. Fra questi fedeli ci sono anche “i nomadi”. Il risultato di quello storico incontro è il sigillo di una fratellanza senza esclusioni: tutti fanno parte della Chiesa, del popolo di Dio.
Nel 2011 l’incontro dei rappresentanti di diverse etnie di zingari e rom con Benedetto XVI si riannoda a quello del 1965 con Paolo VI. Il Pontefice abbraccia oltre duemila zingari giunti da tutta Europa nel 150.mo della nascita e nel 75.mo del martirio del beato gitano Ceferino Giménez Malla. Ripercorrendo le tappe della complessa e dolorosa storia del popolo gitano, che non ha mai “aspirato a dominare altre genti”, ma ha “considerato idealmente l’intero Continente” europeo come la “propria casa”, Benedetto XVI ripete con affetto quanto espresso da Papa Montini: “Voi siete nella Chiesa! Siete un’amata porzione del Popolo di Dio pellegrinante e ci ricordate che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura”. E ricorda la sua visita al campo di concentramento di Auschwitz – Birkenau, il 28 maggio del 2006. In quell’occasione il Pontefice tedesco ha pregato per le vittime della persecuzione e si è inchinato di fronte alla lapide in lingua romanes. Nel 2011, incontrando diverse etnie di zingari, le parole di Benedetto XVI uniscono quelle tragiche pagine di storia con cammini di speranza.
La coscienza europea non può dimenticare tanto dolore! Mai più il vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo! Da parte vostra, ricercate sempre la giustizia, la legalità, la riconciliazione e sforzatevi di non essere mai causa della sofferenza altrui! Oggi, grazie a Dio, la situazione sta cambiando: nuove opportunità si aprono davanti a voi, mentre state acquistando nuova consapevolezza. Nel tempo avete creato una cultura dalle espressioni significative, come la musica e il canto, che hanno arricchito l’Europa. Molte etnie non sono più nomadi, ma cercano stabilità con nuove aspettative di fronte alla vita. La Chiesa cammina con voi e vi invita a vivere secondo le impegnative esigenze del Vangelo confidando nella forza di Cristo, verso un futuro migliore.
L’11 giugno del 2011 nell’Aula Paolo VI colori e danze su ritmi gitani si alternano a momenti di commozione autentica per le testimonianze di alcuni zingari. Quella di uno studente, nato e cresciuto in un campo a Roma, è una voce che chiede rispetto, dignità: “Lo so che ci sono dei rom che sbagliano, che si comportano male, ma la responsabilità è sempre personale e la colpa non è mai di un’etnia o di un popolo. Quando penso al futuro, penso a città e paesi dove ci sia posto anche per noi, a pieno titolo, come cittadini come tutti gli altri, non come un popolo da isolare e di cui avere paura”. La testimonianza successiva è quella di una donna zingara austriaca sopravvissuta ai campi di sterminio di Auschwitz e Bergen-Belsen, dove fu deportata all’età di 9 anni: “Auschwitz: tutto lì è rimasto com’era; ci sono anche gli uomini, che sono rimasti com’erano. Noi siamo i fiori di questo mondo e siamo calpestati, maltrattati e uccisi”. Una suora zingara nata in Slovacchia racconta poi la sua storia. Quando era adolescente conobbe un sacerdote e un gruppo di giovani cristiani, che iniziò a frequentare di nascosto dal regime. “Spero – afferma davanti al Papa – che il Vangelo e l’amore di Gesù raggiungano presto molti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle gitane che non lo conoscono ancora”.
Papa Francesco incontra in più occasioni il popolo gitano. Sono circa 7 mila quelli presenti in Aula Paolo VI con i loro ritmi e le loro danze il 26 ottobre del 2015. Il Pontefice sottolinea che “è possibile costruire una convivenza pacifica, in cui le diverse culture e tradizioni custodiscono i rispettivi valori”.
Non vogliamo più assistere a tragedie familiari in cui i bambini muoiono di freddo o tra le fiamme, o diventano oggetti in mano a persone depravate, i giovani e le donne sono coinvolti nel traffico di droga o di esseri umani. E questo perché spesso cadiamo nell’indifferenza e nell’incapacità di accettare costumi e modi di vita diversi da noi. Vorrei che anche per il vostro popolo si desse inizio a una nuova storia, a una rinnovata storia. Che si volti pagina! È arrivato il tempo di sradicare pregiudizi secolari, preconcetti e reciproche diffidenze che spesso sono alla base della discriminazione, del razzismo e della xenofobia.
Dopo la preghiera del Padre nostro intonato in lingua romanes, Papa Francesco rinnova, cinquant’anni dopo Paolo VI, l’incoronazione della statua di Maria regina degli zingari. Sullo sfondo riecheggiano le note dell’Ave Maria cantata da un gitano francese. Al termine, il Pontefice pronuncia l’atto di affidamento dei gitani alla Vergine Maria.
Oltre a quello del 2015, un altro incontro di Francesco con il popolo rom e sinti si tiene il 9 maggio del 2019. Papa Bergoglio sceglie la Sala Regia, cuore nobile del Palazzo Apostolico, dove riceve il Corpo diplomatico, per accogliere in un posto d’onore, cinquecento rappresentanti di varie etnie e pregare con loro e per loro. “Non siete cittadini di seconda classe”, dice Francesco a quella porzione del popolo di Dio nella Sala Regia: “i veri cittadini di seconda classe – spiega il Pontefice – sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare. Sempre con l’aggettivo buttano fuori, scartano, e vivono scartando”.
Uno degli eventi di questo Anno Santo è il Giubileo dei rom, in programma nella giornata del 18 ottobre e scandito dal tema: “La speranza è itinerante, mio padre e mia madre erano aramei erranti” (cfr. Dt 26,5). In questa giornata, nell’Aula Paolo VI, è previsto un momento di preghiera per professare la profonda fede dei popoli rom, sinti e camminanti. E, soprattutto, è un’occasione per incontrare, ancora una volta, il successore di Pietro. Domenica 19 ottobre, il giorno successivo all’abbraccio con Leone XIV è in programma un momento di preghiera nel Santuario della Madonna del Divino Amore nei pressi della Chiesa a cielo aperto dedicata al Beato Ceferino Giménez Malla. È conosciuto come “el Pelé”, il primo gitano martire della fede. È stato fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola ed è stato gettato in una fossa comune per aver difeso un prete con il suo Rosario. La sua testimonianza è un modello per un popolo, per la famiglia umana, per la Chiesa.
L'articolo L’abbraccio di Pietro ai gitani, i Papi e il popolo rom proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – È passata una settimana dalla pubblicazione della prima esortazione apostolica di Leone XIV, incentrata sull’amore verso i bisognosi. Su questa cura per gli ultimi, che ha segnato il cammino della Chiesa sin dagli albori, rileggiamo e riascoltiamo alcune riflessioni dei Pontefici nel Novecento e in questo primo scorcio del terzo millennio.
“Nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo”. È il nucleo centrale dell’esortazione apostolica “Dilexi te” (“Ti ho amato”), pubblicata il 9 ottobre del 2025, nell’Anno Santo della speranza. Papa Leone XIV esorta i cristiani “a percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri”. Il Pontefice ricorda che Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri. Il primo documento magisteriale di Leone XIV raccoglie questo progetto, questa eredità.
È un patrimonio, quello dell’amore preferenziale per i poveri, che si salda sin dalle origini con la storia del cristianesimo. “Fin dai primi secoli – si legge nell’esortazione apostolica – i Padri della Chiesa riconoscevano nei poveri una via privilegiata di accesso a Dio”. Per Sant’Agostino, “il povero non è solo una persona da aiutare, ma la presenza sacramentale del Signore”. Seguendo questo lungo solco, che si intreccia con i passi della Chiesa nel mondo, le opere di carità si intersecano ogni giorno con una miniera di insegnamenti sui poveri. Volgendo in particolare lo sguardo al ventesimo secolo e a questo nostro tempo, le parole dei Pontefici sui poveri si mescolano con sfide, insidie, speranze. In questa pagina sono riportate alcune di queste riflessioni, tutte unite dallo stesso sguardo. Tutte legate allo stesso amore che conduce fino al primo apostolo Pietro, fino a Gesù.
Il XX secolo è segnato da profonde trasformazioni, già in parte delineate dai radicali cambiamenti avviati nei decenni precedenti. Leone XIII, con l’enciclica Rerum Novarum del 1891, affronta la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale. Papa Pecci si sofferma sulle condizioni di crescente disagio, in particolare, delle classi lavoratrici. In questo disomogeneo tessuto sociale, osserva il Pontefice, si accumula “la ricchezza in poche mani” ed è “largamente estesa la povertà”. “Ai poveri – scrive Leone XIII – la Chiesa insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di lavoro”.
L’espansione della povertà, nel Novecento, è resa ancora più drammatica dallo scoppio dei conflitti mondiali. Mentre il mondo è dilaniato dalla guerra, Papa Pio XII indica una direttrice. Nel radiomessaggio ai popoli del mondo intero, il 24 dicembre del 1943, invita a volgere lo sguardo verso Gesù Bambino. Agli uomini e alle donne, in quel tempo scossi dalla tragedia del secondo conflitto mondiale, il Pontefice ricorda che Gesù “non ha rifiutato di venire in mezzo alla povertà”.
Egli che già preferì Betlemme a Gerusalemme, la stalla e il presepe al grandioso tempio del Padre suo. Povertà e miseria sono amare, ma diventano dolci se si conserva in sé Iddio, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, e la sua grazia e verità. Egli rimane con voi, finché nel vostro cuore vivono la vostra fede, la vostra speranza, il vostro amore, la vostra obbedienza e devozione.
Nella cornice del Novecento si agitano non solo le forze devastatrici della guerra ma anche lo spetto della disoccupazione, l’aumento delle disuguaglianze. Avanzano poi processi di disintegrazione della famiglia. Lo ricorda Papa Giovanni XXIII nella lettera enciclica Mater et Magistra indicando in particolare una responsabilità: “il dovere di non restare indifferenti di fronte alle comunità politiche i cui membri si dibattono nelle difficoltà dell’indigenza, della miseria e della fame”. Nel radiomessaggio ad un mese dal Concilio ecumenico Vaticano II Papa Roncalli ricorda la missione della Chiesa al servizio dei più bisognosi.
In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri. Ogni offesa e violazione del quinto e del sesto precetto del Decalogo santo: il passar sopra agli impegni che conseguono dal settimo precetto: le miserie della vita sociale che gridano vendetta al cospetto di Dio: tutto deve essere chiaramente richiamato e deplorato. Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui, e di ben vigilare perché l’amministrazione e la distribuzione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II – si legge nell’esortazione apostolica Dilexi te – rappresenta “una tappa fondamentale nel discernimento ecclesiale riguardo ai poveri, alla luce della Rivelazione”. “La Chiesa – sottolinea Papa Paolo VI nell’allocuzione in latino all’inizio della seconda sessione del Concilio – volge gli occhi della sua mente ad alcune categorie di persone”.
Da questo Concilio, donde lo sguardo si apre su tutto il mondo, la Chiesa volge gli occhi della sua mente ad alcune categorie di persone. Guarda cioè ai poveri, ai bisognosi, agli afflitti, a quelli che sono oppressi dalla fame e dal dolore, che sono tenuti in catene: si rivolge dunque in particolare a quella parte dell’umanità che soffre e piange, perché sa che queste persone le appartengono per diritto evangelico, ed è felice di ripetere le medesime parole del Signore: “Venite a me, voi tutti” (Mt 11,28).
“Il povero è rappresentante di Cristo”. Queste parole pronunciate da Paolo VI all’udienza generale dell’11 novembre 1964 trovano ampia eco negli insegnamenti di Giovanni Paolo II che spesso, durante il suo Pontificato, ricorda il rapporto preferenziale della Chiesa con i poveri. A questo tema Papa Wojtyła dedica l’udienza generale del 27 ottobre 1999. Il Pontefice polacco ricorda che tanti discepoli di Gesù, lungo la storia, hanno ricercato “la povertà fino al punto di vendere i propri beni e darli in elemosina”. “La povertà “evangelica – sottolinea Papa Wojtyła – implica sempre un grande amore per i più poveri di questo mondo”. La povertà, aggiunge, è anche una sfida.
Qui non posso non far notare, ancora una volta, che i poveri costituiscono la sfida odierna, soprattutto per i popoli benestanti del nostro pianeta, dove milioni di persone vivono in condizioni disumane e molti muoiono letteralmente di fame. Annunciare Dio Padre a questi fratelli non è possibile senza l’impegno a collaborare in nome di Cristo per la costruzione di una società più giusta.
Sono molteplici le crisi che hanno contraddistinto l’inizio del terzo millennio, colpendo in particolare i più fragili, i poveri. È necessario, scrive Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate – “un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilità politica nazionale e internazionale”. Il Pontefice tedesco esorta a seguire i passi di Dio, quelli del Padre che ama i poveri. È quanto sottolinea all’Angelus del 26 settembre 2010 dedicato, in particolare, alla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro.
“Beati voi poveri – aveva proclamato il Signore ai suoi discepoli – perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20). Ma il messaggio della parabola va oltre: ricorda che, mentre siamo in questo mondo, dobbiamo ascoltare il Signore che ci parla mediante le sacre Scritture e vivere secondo la sua volontà, altrimenti, dopo la morte, sarà troppo tardi per ravvedersi. Dunque, questa parabola ci dice due cose: la prima è che Dio ama i poveri e li solleva dalla loro umiliazione; la seconda è che il nostro destino eterno è condizionato dal nostro atteggiamento, sta a noi seguire la strada che Dio ci ha mostrato per giungere alla vita, e questa strada è l’amore, non inteso come sentimento, ma come servizio agli altri, nella carità di Cristo.
Nell’esortazione apostolica Dilexi te riecheggiano, soprattutto, le parole e il Pontificato di Francesco, scandito anche da una esortazione: quella di tenere gli occhi aperti sulle sofferenze del mondo, sulle infelicità dei poveri, sul popolo degli “scartati”. Nella Messa per la Giornata mondiale dei poveri, il 17 novembre del 2024, il Pontefice argentino pone una domanda rivolta al cuore di ogni uomo:
Io sento la stessa compassione del Signore davanti ai poveri, davanti a coloro che non hanno lavoro, che non hanno da mangiare, che sono emarginati dalla società? E non dobbiamo guardare solo ai grandi problemi della povertà mondiale, ma al poco che tutti possiamo fare ogni giorno con i nostri stili di vita, con l’attenzione e la cura per l’ambiente in cui viviamo, con la ricerca tenace della giustizia, con la condivisione dei nostri beni con chi è più povero, con l’impegno sociale e politico per migliorare la realtà che ci circonda. Potrà sembraci poco cosa, ma il nostro poco sarà come le prime foglie che spuntano sull’albero di fico, il nostro poco sarà un anticipo dell’estate ormai vicina.
L’amore preferenziale della Chiesa per i poveri è una strada che il popolo di Dio è chiamato a percorrere insieme. Leone XIV indica questa strada ai cristiani nella veglia di Pentecoste il 7 giugno 2025. Si deve camminare insieme. “Non più ognuno per sé, ma armonizzando i nostri passi ai passi altrui. Non consumando il mondo con voracità, ma coltivandolo e custodendolo”.
Dio non è solitudine. Dio è “con” in sé stesso – Padre, Figlio e Spirito Santo – ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada – odós – perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino. Siamo un popolo in cammino. Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme. La terra riposerà, la giustizia si affermerà, i poveri gioiranno, la pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini.
L’esortazione apostolica Dilexi te, pubblicata il 9 ottobre, è stata firmata da Leone XIV nel giorno della festa di San Francesco. Proprio la figura del Poverello di Assisi non cessa di essere una fonte di ispirazione. La sua testimonianza, anche oggi, insegna ad amare Dio e, in particolare gli ultimi, senza barriere e remore. Questo amore “è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile”. “L’amore cristiano – si legge nell’esortazione apostolica – supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società”. Con questo amore preferenziale le parole di Gesù, “Io ti ho amato”, toccano realmente la carne sofferente dei poveri. Sono loro, gli afflitti, gli ultimi la via delle Beatitudini.
L'articolo La “Dilexi te” letta con le parole e le voci dei Papi proviene da Amedeo Lomonaco.
Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews – Il segretario di Stato vaticano ha risposto alle domande dei giornalisti sulla situazione in Medio Oriente e in Ucraina prima della cerimonia di conferimento del VI Premio Letterario “Ambasciatori presso la Santa Sede” ad Andrea Angeli per il volume “Fede, ultima speranza. Storie di religiosi in aree di conflitto”
I passi compiuti a Gaza e quelli ancora da fare per porre fine alla guerra in Ucraina. Raggiunto dai giornalisti prima del conferimento del VI Premio Letterario “Ambasciatori presso la Santa Sede” a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha risposto ad alcune domande sui due principali focus dell’attuale scenario internazionale.
Il porporato ha sottolineato che l’accordo per il cessate-il-fuoco a Gaza è stato “soltanto il primo passo molto importante”. Fin dall’inizio dei negoziati si diceva che c’erano “dei punti sui quali mancava l’intesa e adesso “i nodi arrivano al pettine”. “Non dobbiamo perdere la speranza.
Dobbiamo credere – ha aggiunto il cardinale Parolin – che c’è la buona volontà, da parte di tutti, di andare avanti”. Il pensiero del segretario di Stato Vaticano è andato a padre Gabriel Romanelli e ai sacerdoti e alle suore della parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza ai quali è stato assegnato il “Premio Silvestrini” per il dialogo e la pace. Rappresentano per la Chiesa e il mondo, ha osservato il cardinale Parolin “un segno di speranza”: mentre tutti, infatti, cercavano di uscire da Gaza e di mettersi in salvo, i sacerdoti e le religiose della parrocchia “hanno fatto la scelta opposta”. Non solo sono rimasti, “ma hanno voluto tornare”. Padre Romanelli e il provinciale dell’Istituto del Verbo Incarnato erano fuori Gaza e da Betlemme “hanno fatto di tutto per rientrare e condividere la sorte dei loro fedeli”. Hanno dato una grande testimonianza che diventa un insegnamento per tutti. “Anche nelle situazioni più tragiche dove sembra che prevalga l’odio – ha detto il porporato – c’è sempre invece una presenza”. Ed è la presenza cristiana, in questo caso, ”una luce della carità che dà speranza al mondo”.
Il cardinale Parolin si è soffermato anche sul conflitto in Ucraina. La speranza è che il presidente statunitense Trump, dopo il capitolo Gaza, possa impegnarsi maggiormente “a cercare una via di uscita dalla guerra” in Europa. Sono stati fatti tanti tentativi, a partire dall’incontro in Alaska con il presidente Putin. “Finora – ha sottolineato il segretario di Stato vaticano – non hanno dato i risultati sperati”. Gli Stati Uniti, però, hanno ha sempre “un ruolo importante in tutte queste vicende”. Il porporato ha infine risposto ad una domanda sulle parole della ministra italiana Roccella sulle “gite ad Auschwitz”. “In questo luogo – ha detto – non si va in gita, ma per fare memoria di una tragedia umana che ha colpito il popolo di Israele; una tragedia che deve rimanere un monito per tutti, di fronte anche alla crescita dell’antisemitismo, alla quale purtroppo assistiamo. Questi sono punti di memoria che devono essere continuamente richiamati”.
Il segretario di Stato vaticano ha preso poi parte alla cerimonia di conferimento del VI Premio Letterario “Ambasciatori presso la Santa Sede” ad Andrea Angeli per il volume “Fede, ultima speranza. Storie di religiosi in aree di conflitto (Rubbettino). Un libro – ha affermato – che sa “modulare con sapienza parole sofferte, altre trattenute silenziosamente e con fatica nel cuore incerto dinanzi ad alcuni momenti tragici”. Il porporato ha sottolineato che nell’introduzione al libro, a firma del cardinale Camillo Ruini, si ricorda che “Angeli di professione è un addetto stampa ma è lontano dal linguaggio un po’ freddo di molti rappresentanti di questa categoria”. Qui le parole, ha affermato il cardinale Parolin, “hanno il calore del cuore”. Il segretario di Stato vaticano si è soffermato su alcuni capitoli del volume, definito “un caleidoscopio di storie di presenza di religiosi in aree di conflitto”.
Il discorso del cardinale ha ridato forma ad eventi della storia, a momenti drammatici in cui i religiosi non hanno abbandonato le popolazioni locali nei frangenti tragici della guerra. La prima immagine rievocata è l’ultima messa nella cattedrale di San Giuseppe a Baghdad, “due settimane prima di Desert Storm”. La chiesa, come si ricorda nel libro, era “gremita di fedeli, i più con gli occhi gonfi di lacrime, presagendo cosa sarebbe accaduto a breve”. Durante il conflitto del Golfo, iniziato nel marzo del 2002, “quei religiosi incontrati – ha ricordato il cardinale Parolin – restano accanto alla propria gente; la loro scelta non è stata una forma di eroismo al limite dell’audacia, piuttosto una testimonianza della fede che sa che la vita c’è fin quando si custodisce la speranza”. Un’altra immagine presa dalle pagine del libro dal cardinale Parolin, è quella di un sacerdote a Nassirya, in Iraq, padre Mariano, “che aveva piantato, davanti a un tendone di stile arabo dove celebrava la Messa, una croce di legno alta cinque metri”. Altri capitoli, presenti nel libro e ricordati dal segretario di Stato vaticano, si riferiscono al delicato lavoro, nella cornice di Sarajevo scossa dalla guerra, “di costruzione delle relazioni soprattutto con sacerdoti ortodossi serbi, russi o greci”.
Il cardinale Parolin si è infine soffermato sul capitolo che apre il libro di Andrea Angeli. Una pagina di storia meno recente ma ugualmente rilevante. All’indomani del golpe del 1973 in Cile, vescovi e sacerdoti sono impegnati nella difesa dei diritti umani. Il capofila è il vescovo Raul Silva Henriquez che costituisce la “Vicaria de la Solidaridad” che, seppure fosse un organismo cattolico, coinvolgeva anche luterani ed ebrei. Prestava aiuto ai familiari delle vittime delle repressioni. A questo organismo si aggiunge prima la Caritas guidata da un religioso della Garfagnana e poi il Comité Pro Paz guidato dal gesuita Fernando Salas. “Ancora una volta – ha sottolineato il cardinale Parolin – i sacerdoti sono una luce di speranza; fu proprio grazie all’aiuto dei religiosi che l’incaricato d’affari Tommaso de Vergottini, riuscì a mettere in salvo centinaia di persone”. Questo volume di Andrea Angeli, ha concluso il segretario di Stato Vaticano, mostra l’anima della fede cattolica: “portare luce nelle tenere e speranza nella tribolazione”.
Dopo l’intervento del cardinale Parolin sono state rilette altre pagine del libro “Fede, ultima speranza”. L’autore del volume, Andrea Angeli, ha sottolineato che dai sacerdoti si possono imparare tante cose “che non si trovano nè a scuola nè sui libri di testa”. E ha ricordato le testimonianze di religiosi in terre segnate dalla guerra. Padre Giuseppe Moretti, missionario barnabita in Afghanistan, e il cardinale bosniaco Vinko Puljić, ad esempio, “si sono impegnati per portare la pace e sono rimasti vicini al loro popolo”. Davide Dionisi, inviato speciale del Governo italiano per la promozione della libertà religiosa nel mondo, ha ricordato infine altre figure di religiosi impeganti in vari fronti scossi da conflitti. Dionisi ha spiegato che durante gli anni di lavoro come redattore per la Radio Vaticana e l’Osservatore Romano ha incontrato molti sacerdoti che hanno superato limiti e barriere apparentemente insormontabili. Padre Gerard Hammond, ad esempio, ha varcato oltre 50 volte il confine della Corea del Nord per portare aiuti ai malati di tubercolosi. Tutte luci che fanno realmente sperare nella pace attraverso la forza dell’amore cristiano.
L'articolo Gaza, Parolin sull’accordo: dobbiamo credere nella volontà di andare avanti proviene da Amedeo Lomonaco.
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