Podcast n° 8. Metodo e divisione della morale
Il metodo che dobbiamo seguire appare definito, nelle sue grandi linee, dalle riflessioni che abbiamo fatte riguardo alla natura della filosofia morale. Ci basterà perciò riassumerne gli elementi essenziali, riguardanti le parti rispettive dell'esperienza, della ragione e della fede in filosofia morale.
L'esperienza interviene, in filosofia morale, sia al principio che al termine della scienza.
L'esperienza iniziale. La morale, essendo scienza delle regole ideali che dirigono l'uomo verso il suo fine ultimo, non può evidentemente dispensarsi dal ricorrere alla esperienza che ci introduce alla conoscenza dell'uomo. Socrate aveva ragione, da questo punto di vista, di fare del «Conosci te stesso» la base della morale. Ma questa esperienza è di natura metafisica, vale a dire che essa è essenzialmente quella di una ragione applicata al reale concreto per afferrarvi, con il gioco dell'astrazione formale essenze e nature universali e necessarie (in ciò è condizionata, beninteso, dallo studio dei costumi e delle abitudini, delle religioni e del diritto, delle forme sociali e politiche, e in genere di tutte le condizioni di fatto, interne e esterne; della vita morale dell'uomo).
L'esperienza terminale. L'esperienza, in morale, deve ancora ritrovarsi al termine della scienza, perché la morale, essendo per essenza una scienza pratica, è necessariamente volta all'operabile, cioè al concreto. La determinazione dei doveri dell'uomo, come individuo e come membro di una società, non può evidentemente compiersi senza ricorrere alla esperienza, perché i doveri dell'uomo sono in funzione delle condizioni nelle quali si sviluppa la sua attività. Indubbiamente, non spetta alla filosofia morale come sapere filosofico, e ancor meno come sapere naturale, di dirigere immediatamente l'azione. Questa resta tuttavia il suo termine e il suo fine, tanto che le regole ideali enunciate dalla filosofia dovranno sempre comportare un riferimento al concreto, che è il campo dell'accidentale e del contingente. Ogni moralista, anche soltanto filosofo, può eccellere nella sua scienza solo se è largamente attento, come alle realtà intelligibili, così pure alle contingenze dell'ordine morale, individuale e sociale.
La morale, quale che sia l'ufficio dell'esperienza nella sua costituzione, è tuttavia subordinata alla metafisica, perché i suoi princìpi non sono dell'ordine empirico, né i concetti di cui essa fa uso (nozioni del bene e del male, della giustizia e del diritto, dei doveri e delle leggi, delle virtù morali, ecc.) sono di natura empiriologica, per quanto astratti dall'esperienza e orientati verso il concreto.
Per gli elementi o i materiali che essa mette in opera, la filosofia morale è metafisica anche a titolo di saggezza, cioè in quanto essa mira a sistematizzare l'insieme dei doveri e dei diritti riallacciandoli ai fini universali della moralità con legami necessari. Questo, che è il piano delle «ragioni d'essere», è metafisica per eccellenza.
Queste semplici osservazioni sarebbero sufficienti a dimostrare che non può esserci una morale indipendente dalla metafisica. Con questa espressione «morale indipendente» si è voluto, di fatto, soprattutto rilevare che la morale dovrebbe escludere ogni riferimento a Dio, legislatore e rimuneratore supremo. Dimostreremo in seguito che una morale così concepita è impotente a giustificare il carattere normativo assoluto che caratterizza la morale (e che è imposto dalla coscienza morale). Vediamo anche, tuttavia, che in un senso in certo modo ancora più immediato, non vi è morale indipendente dalla metafisica, perché senza metafisica, è impossibile definire che cosa è l'uomo, e quale è il fine dell'uomo, e in che cosa consistono il bene e il male morali. La scienza morale diviene allora un sistema di ricette più o meno ingegnose (lasciate del resto alla libera scelta di ognuno) per trarre il miglior partito, almeno presumibile, da una esistenza priva...