Quand’ecco Gli presentarono un paralitico giacente nel letto
Sebbene siamo solo in ottobre, e quindi l’Avvento è ancora un po’ lontano, la liturgia inizia già oggi a volgere la nostra mente verso ciò che non dovrebbe mai essere troppo lontano dal pensiero di un cristiano: il ritorno di Nostro Signore nella gloria. San Paolo dice ai Corinzi che la grazia che hanno ricevuto attraverso il battesimo e la cresima dà loro il potere, tra le altre cose, di attendere la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e di essere trovati innocenti nel giorno della Sua venuta. Altrove, nella stessa lettera, dice loro che passa la scena di questo mondo. Se questo era vero nel I secolo, quanto più lo è oggi, per noi, che siamo quasi venti secoli più vicini alla fine. Anche l’Introito e il Graduale della Messa ci ricordano quel grande giorno: O Signore – dice l’Introito –, dà pace a coloro che sperano in Te, e i Tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del Tuo servo e del popolo Tuo Israele. Mi rallegrai per ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore. Il Graduale lo ripete: Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore. L’ultimo giorno, quando Cristo verrà di nuovo, la Chiesa gioirà, perché avrà terminato il suo tempo di prova in questo mondo, ed entrerà nella casa del Signore, cioè in Paradiso.
Ma perché il Signore tarda a dare questa gioia al Suo popolo fedele? Perché sono passati già quasi venti secoli, durante i quali la Chiesa ha avuto così tanto da soffrire? San Pietro ce ne ha dato il motivo nella sua seconda Epistola: Il Signore non ritarda nell’adempiere la Sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il ritorno di Cristo nella gloria è “ritardato”, per usare un’espressione umana, perché Dio sta ancora dando all’umanità il tempo di pentirsi. C’è un numero stabilito di eletti da raggiungere, un numero che solo Dio conosce e, finché non sarà raggiunto, i giorni di questo mondo devono continuare. E finché il mondo dura, tutti hanno la possibilità di rivolgersi a Dio ed essere salvati.
Dico che tutti sulla terra hanno la possibilità di essere salvati: e questo è vero dal punto di vista di Dio, il Quale, come ci dice il libro della Sapienza, non odia nulla di ciò che ha fatto. Eppure, da un altro punto di vista, ci sono molte persone che al momento, per quanto sta in loro, non hanno la possibilità di salvarsi. Possiamo anche dire che l’umanità, considerata nel suo insieme, è come il paralitico del Vangelo, che giace impotente sul suo letto. O che un gran numero di uomini ha altrettanto poco potere di compiere atti di fede, speranza e amore, atti che possono portarli in Paradiso, quanto ne aveva quel paralitico per alzarsi e camminare. Non è in potere della mera natura umana compiere questi atti salvifici. La Colletta della Messa di oggi ce lo ricorda: tibi sine te placere non possumus, “Senza di Te, non possiamo piacerTi”.
Ma quale atteggiamento dobbiamo avere noi, come cattolici, nei confronti di coloro che si trovano in questa posizione, cioè che sono paralizzati dalla loro mancanza delle tre virtù teologali? Dobbiamo alzare le spalle e dire: “Non c’è niente che possiamo fare a riguardo; l’hanno voluto loro e ora si arrangino”? Certo che no: il nostro modello sono i quattro uomini che hanno portato il loro amico paralizzato a Gesù, su una barella. Uno degli altri Vangeli mostra la loro determinazione e ingegnosità: non essendo in grado di farsi strada tra la folla che era in piedi intorno alla porta della casa dove si trovava Gesù, questi quattro uomini tolsero le tegole dal tetto e calarono giù il loro amico in quel modo. San Matteo descrive la risposta di Nostro Signore: Veduta la loro fede, Gesù disse al paralitico: Figlio, confida: ti sono perdonati i tuoi peccati. Si noti che non dice “Veduta la sua fede”, ma veduta la loro fede. Cristo assolve il giovane dai suoi peccati non tanto a causa...