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Il Seicento ha visto attive due straordinarie pittrici, di eccezionale talento, che riuscirono anche a conquistare un certo successo nonostante l’avversione sociale, ancora fortissima a quei tempi, per le donne che si dedicavano alla pittura. Fede Galizia e Artemisia Gentileschi.
Fede Galizia
La prima, importante pittrice del XVII secolo fu la milanese Fede Galizia (1578-1630), contemporanea e quasi coetanea di Caravaggio (che non possiamo escludere conobbe), figlia del miniaturista trentino Nunzio Galizia. Si formò presso la bottega paterna, avviandosi all’arte della miniatura e, com’era consuetudine all’epoca, trascorse la maggior parte della sua vita tra quelle mura. È indubbio che la pratica incisoria e quella miniaturistica, apprese dal padre, influenzarono il suo stile. Ebbe, tuttavia, una fortunata carriera autonoma come pittrice di nature morte, genere in cui eccelse, e che per certi versi precorse, ma che all’epoca era considerato minore. Delle 63 opere riconosciute del suo catalogo, 44 sono proprio nature morte.
Alcuni suoi dipinti, per diretto interessamento dell’Arcimboldi, raggiunsero la corte praghese di Rodolfo II, che mostrò di apprezzare particolarmente il talento di Galizia.
Il grande critico Roberto Longhi definì queste sue nature morte «attente, ma come contristate», ossia esattissime ma sempre velate di malinconia. Effettivamente, le nature morte della Galizia sono caratterizzate da un forte senso di rarefazione atmosferica e di sospensione temporale. Hanno, inoltre, una sorta di impostazione seriale: gli oggetti sono visti quasi sempre frontalmente, contro un fondo scuro; frutti e fiori (in genere pesche, pere, mele, ciliegie e gelsomini) sono presentati con uno spiccato gusto geometrico della forma.
Nel suo legittimo tentativo di imporsi come artista di primo livello, Fede si cimentò, talvolta, anche con la ritrattistica e la pittura sacra, dimostrando, pure in tali circostanze, un vero talento e una tecnica sicura.
Nel Ritratto di Paolo Morigia, storico e gesuita, mostrato seduto al suo scrittoio, Fede raffigura l’uomo concentrandosi sui dettagli più minuti, alla maniera della pittura fiamminga contemporanea, e dando prova di una capacità di analisi lenticolare. Prodigioso è il dettaglio degli occhiali tenuti in mano dall’uomo, che riflettono le finestre e l’ambiente circostante. Anche il volto dello studioso è intensamente espressivo, dimostrando che la Galizia studiò con attenzione sia la resa delle fisionomie sia i “moti dell’anima”, così come insegnato da Leonardo da Vinci, indiscusso modello di riferimento per tutta la pittura lombarda.
Nel 1596, quando aveva solo diciotto anni, Fede dipinse la sua Giuditta con la testa di Oloferne, capolavoro di una vita orgogliosamente firmato. Opera, questa, in cui Galizia scelse di stemperare l’effetto drammatico dell’episodio biblico, concentrandosi sulla resa dell’elaborata acconciatura, dei gioielli e delle vesti, di cui riprodusse, con virtuosismo, i ricami e le ricche decorazioni.
Secondo una condivisibile tradizione, l’autrice offrì il proprio volto alla rappresentazione dell’eroina. Era consuetudine delle pittrici, infatti, sia autoritrarsi sia ritrarsi nei personaggi storici o mitologici rappresentati: un modo, questo, per autopromuoversi e anche per rivendicare la propria credibilità e la propria autonomia rispetto a un mondo maschile spesso (se non sempre) loro ostile.
Di questo fortunato capolavoro esistono, in tutto, tre versioni sicuramente autografe, a dimostrazione della sua fortuna: una conservata presso il Ringling Museum of Art, Sarasota, una seconda a Roma, presso la Galleria Borghese del 1601 e una terza a Milano, collezione privata, del 1620.
Galizia non si sposò mai, per potersi dedicare totalmente alla pittura. Morì durante la terribile epidemia di peste del 1630,