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Febbraio, 1888. Vincent Van Gogh (1853-1890) lasciò Parigi, dove aveva vissuto per più di un anno con il fratello Theo. Nella capitale francese, aveva potuto frequentare gli impressionisti e soprattutto gli artisti della nuova generazione: Gauguin, Lautrec, Seurat, Bernard. Aveva maturato un particolarissimo linguaggio artistico, sviluppato una propria concezione di arte, elaborato una tecnica personale, ispirandosi a quella impressionista e neoimpressionista ma snaturandone gli intenti originari.
Parigi, tuttavia, non faceva per lui. Troppo caotica, troppo frenetica, la metropoli francese lo disorientava. Almeno quanto lui disorientava chi gli stava accanto. Mite, generalmente schivo, poco propenso alla chiacchiera, Van Gogh diventava un fiume in piena quando parlava d’arte. Era coraggioso, perché sfidava convenzioni, accademie, tradizioni, amici e nemici, senza mettere nel conto il prezzo che avrebbe dovuto pagare per le sue scelte. Acutissimo nei suoi giudizi, profondo nelle riflessioni, aveva deciso di fare della pittura il proprio riscatto, la propria terapia, la propria ragione di vita. Tanto, troppo. Tutto, nella vita di Vincent, avveniva all’insegna dell’eccesso, sicché l’artista passava sempre e comunque per un uomo bizzarro e imbarazzante.
Possiamo dirlo: Van Gogh fu davvero un uomo difficile, febbrile, angosciato e come tale distruttivo, per sé stesso e per gli altri. Un infelice che, suo malgrado, procurava infelicità. Eppure, quanto amore c’era dentro di lui: quanto amore per gli altri, per la vita, per il mondo, per l’arte. Un amore bruciante, che lo avrebbe infatti bruciato. «Se si ha del fuoco nelle vene e un’anima non si possono nascondere, ed è meglio bruciarsi che soffocare. Perché quel che è dentro di noi deve venir fuori».
Immedesimarsi nella natura
Scelse dunque di stabilirsi ad Arles, Vincent, in Provenza. Dopo i primi mesi, all’inizio di maggio, prese in affitto l’ala destra di una casa di quattro stanze in Place Lamartine, la cosiddetta “Casa gialla”, dove immaginò di ospitare pittori amici e di fondare una comunità di artisti.
I colori forti del Mediterraneo lo incantarono ed egli volle riversarli in tutte le opere prodotte in questo periodo: Veduta di Arles con iris in primo piano, Ritratto del postino Roulin, Il caffè di notte, La camera da letto, i Girasoli, solo per citarne alcune. I suoi paesaggi arlesiani sono così vigorosi, pulsanti, vitali: l’oro splendente del grano, l’azzurro intenso del cielo, il rosso vivo dei fiori, il giallo pallido delle case sono come le singole voci di un coro polifonico, come gli strumenti di un’orchestra, creano insieme una melodia articolata e piena di sfumature.
Non sembrano nemmeno paesaggi, a dire il vero. Non sono, in fondo, dei semplici paesaggi. Van Gogh, come osservò già nel 1891 lo scrittore francese Octave Mirbeau, «non si era immedesimato nella natura, aveva immedesimato in sé stesso la natura; l’aveva obbligata a piegarsi, a modellarsi secondo le forme del proprio pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, addirittura a subire le sue deformazioni».
La pittura di Van Gogh non è arte d’impressione ma d’espressione, è un’arte che non vuole esprimere la verità apparente delle cose ma la loro sostanza più profonda. Lo scrisse l’artista medesimo a suo fratello Theo: «invece di cercare di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo più arbitrario per esprimermi con intensità».
Eccole qui, le parole chiave per capire la pittura di Van Gogh: arbitrio, espressione, intensità. L’artista moderno è uno spirito libero e Vincent fu un antesignano della modernità. Egli lasciò che il suo ardore e la sua inquietudine gli guidassero la mano sulla tela, deformò la realtà guardandola attraverso la lente della sua agitazione interiore; attraverso il coraggio dell’arbitrio, Van Gogh fece cadere la legge della riproduzione naturalistica.