Associazione Kalyanamitta: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo

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Associazione Kalyanamitta: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo episodes

  • Ep. 98 Samanera Jayamangalo su Māgha Pūjā e il Sangha
    Nella giornata del 27 febbraio 2021, luna piena di Māgha Pūjā, festa del Sangha monastico, il  gruppo di meditazione di Terrapura è stato benedetto dalla presenza di Samanera Jayamangalo, monaco del Monastero Santacittarama, che ci ha dato degli insegnamenti di Dharma e ha guidato la presa dei Tre Gioielli e i Cinque Precetti.
    Possiamo qui ascoltare le sue riflessioni sul Sangha.
    Riflessioni di Dharma registrate nel gruppo di meditazione di Terrapura il 27 febbraio 2021.
    5 min
  • Ep. 97 Riflessioni su Māgha Pūjā, festa del Sangha monastico
    Durante la luna piena del terzo mese lunare (secondo il calendario buddhista), quest’anno capitata il 26 febbraio, si è tenuta la Māgha Pūjā, considerata la festa del Sangha monastico.
    Riporto questo bel testo di Phra Payutto ripreso dalla pagina Facebook degli Amici del Santacittarama – Monastero Buddhista Theravādin:
    «Celebrata per la prima volta [in Thailandia] circa un secolo fa durante il regno di Re Rama IV, è osservata per commemorare la Grande Assemblea dei discepoli del Buddha il nono mese dopo l’Illuminazione, in occasione della quale il Buddha espose l’Insegnamento Fondamentale o l’essenza del Buddhismo, noto come ovāda-pātimokkha. L’Assemblea fu contrassegnata da quattro eventi, e cioè:* i 1250 monaci che formavano l’assemblea erano tutti Arahant (Venerabili, Perfetti) e avevano realizzato le sei conoscenze superiori; * tutti loro erano stati direttamente ordinati dal Buddha; * si riunirono tutti, contemporaneamente e spontaneamente, senza che fosse data istruzione o richiesta;* era un giorno di luna piena (quello del mese di Māgha).» (Phra Payutto, Visions of the Dhamma)
    L’ovāda-pātimokkha, che si trova nel Dhammapada ai versi 183-185, è ancora oggi cantato nei templi e monasteri, allo scopo di ricordare ai praticanti in modo sintetico gli elementi essenziali della disciplina:
    [183] Non fare il male, coltivare il benepurificare il cuore: questo è l’insegnamento dei Buddha.[184] La paziente sopportazione è suprema ascesi,il Nibbana è supremo, così dicono i Buddha.Chi danneggia qualcuno non è un rinunciante,non è asceta chi maltratta l’altro.[185] Non disprezzo, non violenza, rinuncia in linea con la Disciplina,moderazione nel cibo, dimorare nella solitudine,impegno nella meditazione: questo è l’insegnamento dei Buddha.Dhammapada, versi 183-185
    Nel podcast potrete trovare delle riflessioni su Māgha Pūjā e la continuità degli insegnamenti del Buddha.
    Il sutta citato nelle riflessioni è il Dîghanaka Sutta, MN 74 (anche in inglese nella traduzione di Thanissaro Bhikkhu), dove si racconta il momento dell’illuminazione completa del grande monaco Sariputta.
    Riflessioni di Dharma su Māgha Pūjā registrate nel gruppo di meditazione di Terrapura il 27 febbraio 2021.
    Foto di Sadaham Yathra da Pexels
    16 min
  • Ep. 96 Meditazione sul respiro e sulla pazienza
    Questa meditazione sul respiro e sulla pazienza è un’esplorazione di come la principale pratica meditazione, quella dell’osservazione del respiro, possa fornirci intuizioni profonde su molti aspetti dalla nostra vita.
    In questa meditazione si sviluppa l’osservazione con calma concentrata, attenta, sul processo del respiro. Si può portare l’attenzione su dove riusciamo a percepire meglio l’entrata e l’uscita dell’aria: potrebbe essere l’ingresso delle narici, il collo, l’alzarsi e abbassarsi del torace o dell’addome, ma potremmo anche sentirlo in tutto il corpo, al centro della testa, nella postura della schiena che viene influenzata dalla respirazione.
    Curiosità
    La meditazione sul respiro è un inno alla curiosità: com’è questo respiro? E’ lungo, è corto? E’ comodo, è scomodo? E’ come il precedente, è cambiato? Dove sento questo respiro? E’ un vero e proprio addestramento all’osservazione: si scopre che ogni respiro è fatto a sé, è unico − una volta andato via non ci sarà mai più proprio quel respiro, si scopre come ogni respiro impatta su tutto il corpo e anche sulla mente. E’ anche un addestramento alla curiosità: se impariamo ad essere curiosi osservando una cosa così scontata come il respiro, che ci accompagna da tutta la vita, quanto potremo mettere in pratica questa acutezza, questa capacità di penetrare, sul resto degli eventi della nostra vita?
    In questo modo la meditazione sul respiro e sulla pazienza diventa palestra per sviluppare l’organo della curiosità!
    Pazienza
    Ma perché serve la pazienza per sviluppare la curiosità? Durante l’osservazione del respiro capiterà innumerevoli volte di distrarci, seguendo un pensiero, un ricordo, una preoccupazione, o anche un dolore fisico, un fastidio, un prurito. Quando questo accade, possiamo con gentilezza e, appunto, pazienza riportare l’attenzione sul respiro.
    La pazienza è quindi onestà: essere capaci di osservare quando ci distraiamo.
    Questo riportarci indietro alla pratica è però soltanto un primo passo: potremo anche osservare in quel momento se è sorta in noi il fastidio, la rabbia per esserci distratti. La meditazione diventa così la via per sviluppare la gentilezza e la compassione, come ci insegna Pema Chödrön in un insegnamento sulla pazienza come risposta alla raggia e all’aggressione:
    Possiamo reprimere la rabbia e l’aggressività o agire, peggiorando le cose per noi stessi e per gli altri. Oppure possiamo praticare la pazienza: aspettare, sperimentare la rabbia e indagare la sua natura.Pema Chödrön, dal sito di Lion’s Roar
    31 min
  • Ep. 95 Neuroscienza della meditazione, percezione del dolore
    Ogni mese il gruppo di meditazione di Terrapura offre un incontro con un monaco, una monaca o un insegnante di Dharma; questo mese abbiamo avuto con noi il Prof. Antonino Raffone, luminare e professore di Mindfulness alla Facoltà di Medicina e Psicologia di Roma “Sapienza” nonché direttore del Master di secondo livello in “Mindfulness: pratica, clinica e neuroscienze” e del corso di alta formazione “Compassione: pratiche, applicazioni e neuroscienze” (altre informazioni sul post di invito).
    Il tema che è stato trattato è quello della neuroscienza della meditazione, declinato in modo particolare sulla percezione del dolore, a partire dal Sutta del Buddha sulla seconda freccia, il Sallatha Sutta.
    Si può vedere qui o sul nostro canale YouTube il video dell’incontro con il Prof. Raffone e la risposta alle domande
    La doppia freccia del dolore
    Il Sutta della seconda freccia insegna come chi non è addestrato al dolore aggiunga spesso la sofferenza, mentre chi è addestrato proverà il dolore fisico senza aggiungere ulteriore sofferenza. Si potrebbe dire che il dolore è inevitabile, mentre la sofferenza è opzionale! Leggiamo direttamente il testo del Sutta:
    “Quando una persona ordinaria senza istruzione prova una sensazione dolorosa, si lamenta, è triste, si percuote il petto e si angoscia. Perchè prova due dolori, quello fisico e mentale. E’ come se si tirasse una freccia ad un uomo, e dopo, ancora un’altra, così proverebbe il dolore di due frecce. Allo stesso modo, quando si prova una sensazione dolorosa, la persona ordinaria senza istruzione si lamenta, è triste, si percuote il petto e si angoscia. Prova due dolori, quello fisico e quello mentale.[…]“Invece, il discepolo istruito dalle nobili persone, quando prova una sensazione di dolore, non si lamenta e non si percuote il petto, né si spaventa. Prova un dolore fisico, non mentale. Come se si tirasse una sola freccia ad un uomo, e non due. Allo stesso modo, quando prova delle sensazione dolorose, il discepolo istruito dalle nobili persone non si lamenta e non si percuote il petto, né si spaventa. Prova un dolore fisico, non mentale.Sallatha Sutta, SN 36.6
    Neuroscienza della meditazione
    Come il Prof. Raffone ci spiega, questa visione del Buddha è stata riscontrata anche nella moderna medicina, per cui il dolore non è più una esperienza inevitabile
    1 hr 20 min
  • Ep. 94 Riflessioni di Dharma sui rischi della pratica spirituale
    Che rischi ci sono nella pratica spirituale? E come possiamo affrontarli? E’ proprio questo il tema di questo podcast. La pratica spirituale è ben lungi dall’essere simile a quello che spesso viene mostrato a livello mediatico: uomini e donne bellissimi che in una posizione particolare meditano pronti a progredire inevitabilmente verso il meglio, possibilmente in tempi molto rapidi, così da raggiungere le vette in poche settimane!
    Spesso la pratica spirituale (e la meditazione) viene presentata in modo da pensare che sia tutto semplice e, soprattutto, con risultati molto veloci. Ma non è sempre così
    La realtà è però assai diversa. La pratica non è un processo lineare, in realtà non c’è nemmeno nulla da raggiungere, perché quello che dobbiamo raggiungere lo siamo già. Siamo già pronti per vivere in pace, per unificare mente e corpo, per espandere il cuore, addirittura siamo già pronti per l’illuminazione! Il problema è che gli schemi mentali che abbiamo imparato e la ridotta consapevolezza ci forzano a ripetere più e più volte comportamenti poco salutari che ci allontanano dalla quiete interiore, dalla pace stabile, dal dimorare nello stato di senza morte.
    Ma vediamo quali sono i più importanti rischi della vita spirituale.
    Rischi della pratica spirituale
    Naturalmente quando parliamo di difficoltà dobbiamo partire dai tre veleni: attaccamento, l’avversione e l’odio, l’ignoranza. Questi si compongono in numerose “ricette”, alcune delle quali sono chiamate i Cinque Impedimenti (o nivarana, in lingua pali), definiti dal Buddha in un brevissimo insegnamento, il Nivarana Sutta ma discussi in innumerevoli altri sutta. Vediamo in una lista quali sono:
    CINQUE IMPEDIMENTI (NIVARANA)
    Piaceri sensualiMalevolenza, sentimenti ostiliPigrizia e torporeAgitazione e preoccupazioneDubbio
    Ognuno di essi è considerato un ostacolo alla pratica. Un magnifico libro di Ajahn Thiradhammo è disponibile per il download su Forest Sangha, dal titolo “Working with the Five Hindrances“, che li tratta uno per uno, indicandone gli effetti e mostrando le strategie e meditazioni per superarli.
    In questo podcast abbiamo trattato però più in particolare situazioni tipiche che si presentano, divise in tre categorie: pratica sbilanciata, rinascita o v
    31 min
  • Ep. 93 Meditazione sul suono del silenzio e chi siamo
    Questa meditazione sul suono del silenzio e chi siamo continua quella sul proprio nome, continuando ad investigare il senso di identità, la costruzione del sé che alla prova della ragione e dell’intuizione diretta si dimostra così fallace.
    Samatha
    Le meditazioni nell’ambito del buddhismo rientrano tradizionalmente in due grandi categorie, quelle di calma e concentrazione e quelle di osservazione profonda. Non sono in realtà distinte, per poter osservare in profondità è necessario che la mente sia calma, e la sola calma non ci porterà, di per sé, a sviluppare la saggezza necessaria. Le possiamo considerare, come diceva Ajahn Chah, il palmo e il dorso della mano, intimamente legate.
    Questa meditazione inizia proprio con una parte di samatha, in cui l’oggetto di meditazione non è il respiro ma il suono che possiamo ascoltare tra le nostre orecchie quando c’è silenzio, quel fischio o ronzio continuo che normalmente viene coperto dagli altri suoni. Ajahn Sumedho lo ha chiamato “il suono del silenzio” perché è nel silenzio che si manifesta e anche perché ci può condurre al silenzio interiore. E’ una pratica alternativa a quella dell’osservazione del respiro, senz’altro da sviluppare. Per approfondire questa meditazione è possibile leggere il libro di Ajahn Amaro “L’Ascolto Interiore”, disponibile in ebook sul sito del Monastero Santacittarama.
    Vipassana
    Una volta che abbiamo raggiunto una certa calma mentale, possiamo aprire la meditazione all’investigazione. Una forma importante di meditazione aperta, di osservazione profonda – chiamata vipassanā in lingua pali, è quella di lasciar cadere una domanda nel silenzio e aprire il cuore all’ascolto delle risposte che ne emergono. Senza scendere nel verbale, senza creare una storia, provando ad ascoltare quello che arriva dal nostro mondo interno. Nella meditazione sul suono del silenzio e il nostro nome ci siamo chiesti che qualità ha il nostro nome, semplicemente pronunciandolo. Questa volta andiamo ancora più a fondo.
    Meditazione su chi siamo
    Possiamo chiederci: “Chi sono io?”. Se ci sembra troppo personale, possiamo anche semplicemente chiederci “Chi sono?”. Proviamo così ad aprirci alla risposta. Se entriamo nella mente discorsiva, rispondendoci con un lungo ragionamento o con delle etichette, proviamo a scendere ancora più in profondità, fino a toccare cosa davvero siamo.
    E’ una meditazione che richiede pazienza, da provare molte volte. Può avere però l’effetto di farci scendere in profondità, toccando una calma e una serenità piena di significato.
    La meditazione sul suono del silenzio e chi siamo
    Troviamo una posizione comoda e stabile, con la schiena erattaIniziamo portando l’attenzione sul suono del silenzio, il suono acuto che si ascolta rivolgendo l’attenzione all’udito mentre siamo in silenzio.Ascoltiamone le qualità: se è stabile, se cambia…Pronunciamo quindi inter
    31 min

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Nel podcast dell'Associazione Kalyanamitta (una volta "Terrapura"), proponiamo meditazioni guidate nella tradizione buddhista e in quella laica della mindfulness e riflessioni e insegnamenti del Dharma Buddhista, adatti a principianti ed esperti.

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