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  • OPEN FARDELLIANA 10. SALA TORRE ARSA – Archivio del Senato di Trapani

    La biblioteca Fardelliana custodisce un ricco patrimonio di memorie: l’Archivio del Senato di Trapani, ossia l’archivio storico dell’amministrazione cittadina dal XVI secolo sino al 1818.

    La giunta comunale di Trapani, con delibera del 20 marzo 1917, ne stabilì il deposito qui in Fardelliana “perché vi fosse custodito e tenuto a disposizione degli studiosi” e da allora questo patrimonio documentario costituisce una fonte insostituibile per gli studi sulla storia della città.

    Il fondo presenta una sostanziale continuità degli atti, in quanto le strutture amministrative locali rimasero inalterate in Sicilia dal tempo dei sovrani normanno-svevi fino alla riforma amministrativa borbonica del 1816-1817. Le città isolane erano distinte in città demaniali, terrae e casali. Le prime erano le realtà più importanti dal punto di vista economico e demografico, le seconde si distinguevano dai casali perché avevano il castello e la piazza o loggia, dove si riuniva il consiglio generale del Comune e si svolgevano i piccoli negozi. Nel 1589 alla Universitas di Trapani, fino ad allora definita terra, fu concesso il privilegio di chiamarsi Civitas.

    Le carte conservate raccontano la storia dell’evoluzione dei rapporti tra la città e la monarchia, attraverso le varie dominazioni succedutesi nell’isola. Consuetudini e privilegi concessi dai sovrani, corrispondenza, atti, memoriali, carte notarili, mandati, insieme con tantissime curiosità, come una numerazione delle case di Trapani, risalente al 1748, che costituisce una vera propria radiografia del tessuto urbano della città alla metà del XVIII secolo, con l’indicazione toponomastica dei quartieri, delle cosiddette “isole”, e con i nomi dei proprietari degli immobili. 

    I documenti ci parlano delle corporazioni artigiane, della marina grande dei naviganti e di quella piccola, dei pescatori, dei prezzi dei prodotti alimentari nelle varie epoche, di episodi minori della cronaca e della politica. Dalle antiche carte riaffiora il ritratto di una Trapani operosa, con il suo vivace porto pieno di imbarcazioni di ogni tipo, punto di convergenza delle rotte mercantili dalla Spagna al Nordafrica, incrocio di storie e di culture al centro del Mediterraneo, importante punto di scambio delle ricchezze tradizionali della città, il sale, il tonno, il corallo.


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  • OPEN FARDELLIANA 9. SALA TORRE ARSA – STATUA ANTONIO SCONTRINO – Descrizione Fondo Musicale e carteggio

    La Fardelliana possiede un fondo musicale costituito da circa 200 records di musica manoscritta e a stampa del periodo compreso tra Ottocento e Novecento, che racconta la storia della musica italiana e internazionale e offre un quadro esauriente della tradizione musicale della nostra città, con i suoi compositori, musicisti e quanti, pur non essendo trapanesi, hanno avuto contatti con la cultura locale.

    Uno dei musicisti e compositori più importanti di Trapani fu Antonio Scontrino cui è intitolato il Conservatorio cittadino.  Siamo nel maggio del 1919 quando il maestro Scontrino, con testamento olografo (conservato nell’archivio della biblioteca), lascia buona parte della sua produzione musicale alla città che gli ha dato i natali e per cui nutre un profondo affetto. Il fondo musicale Scontrino costituisce la parte più cospicua del patrimonio musicale della Fardellliana.

    Conosciamo meglio questo illustre musicista, raffigurato nel mezzobusto in gesso bronzato che lo scultore trapanese Giuseppe Cafiero, nel 1933, volle destinare alla Fardelliana per ricordarne degnamente il nome e la figura.

    Antonio Scontrino nacque a Trapani nel 1850, virtuoso del contrabbasso, fu autore di importanti musiche per il suo strumento e si affermò come compositore anche a livello europeo. Iniziò a suonare in tenera età, su impulso del padre, Studiò composizione al conservatorio di Palermo e perfezionò poi la sua formazione alla scuola reale di Monaco. Insegnò contrappunto e composizione prima a Palermo e successivamente all’istituto musicale della città di Firenze, dove – poco prima della morte – ricevette l’incarico di direttore.

    La sua fantasia compositiva diede vita a bizzarrie, ghiribizzi, melodie, canti, romanze ma anche opere liriche più impegnative. Tra quest’ultime: Matelda, melodramma in 4 atti e la Cortigiana che debuttò al Dal Verme di Milano nel 1896 con un indiscusso successo sia di pubblico che di critica.

    Tra i suoi lavori di maggiore successo ci sono anche 5 quartetti per archi. Grazie al Quartetto n. 1, eseguito per la prima volta a Firenze dal rinomato “Quartetto Fiorentino”, si fece ascoltare anche da Gabriele D’Annunzio che decise di commissionargli le musiche di scena per la “Francesca da Rimini” interpretata dalla grande Eleonora Duse.

    Ispirato dal mare di Trapani, Scontrino compose la Sinfonia Marinaresca nella quale riesce a descrivere, con la magia delle note, la calma del mare, la sua profondità sconfinata, il suo misterioso gorgoglio, il dolce lambire delle onde, le brezze fresche che arrivano da regioni ignote. Per la città di Trapani compose anche una Marcia Trionfale, in occasione dell’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II.

    A testimonianza del credito a livello internazionale di cui godeva il musicista trapanese, nel 1914 Richard Strauss diresse al Königliches Opernhaus di Berlino la sua Sinfonia Romantica.

    Il Fondo Scontrino conserva documenti, appunti, locandine, articoli di critica su stampa nazionale ed estera e una raccolta di lettere di grande interesse, sia per le notizie biografico-critiche che per gli autografi di eccezione di illustri personaggi dell’arte, della letteratura, della scienza e della politica come: Verdi, Strauss, D’Annunzio, Pirandello, Verga, Capuana, Nunzio Nasi, Eleonora Duse.


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  • OPEN FARDELLIANA 8. TORRE ARSA - Samuel Butler e genesi del manoscritto

    Tra le opere custodite in Fardelliana c’è un manoscritto che contiene una teoria affascinante sull’origine dell’Odissea e sull’identità del suo autore. Si tratta del  manoscritto originale de ”L’autrice dell’Odissea” (The Authoress of Odyssey), redatto nel  XIX secolo dallo scrittore inglese Samuel Butler. Il manoscritto autografo si compone di due volumi e il testo è corredato da foto scattate dallo stesso autore.

    Chi era Butler e come mai la sua opera è custodita nella nostra biblioteca?

    Samuel Butler, figlio di un pastore anglicano, nasce nel 1835 in un piccolissimo villaggio dell’Inghilterra centrale. Cresciuto nel clima culturale della Londra vittoriana, di cui non condivide le regole e il perbenismo apparente, destinato anch’egli ad una carriera ecclesiastica, si ribella e si allontana dalla famiglia per seguire le sue passioni. Butler è un uomo piuttosto eccentrico e controcorrente. Innamorato della cultura greca e del mondo antico segue le orme del suo eroe preferito, Odisseo, e nel 1892 lo ritroviamo a Trapani, che elegge a sua seconda patria, dove sviluppa la sua teoria sulla genesi dell’Odissea. 

    Lo scrittore inglese, studiando il testo greco originale dell’Odissea, si rende conto che nelle sue parole si nascondono alcuni indizi riguardo la possibile identità dell’autore. In particolare si convince che lo sguardo che animava il poema fosse uno sguardo femminile e non uno sguardo maschile. La sensibilità, la preminenza dei sentimenti sulle azioni, le diverse figure femminili – tutte importanti e protagoniste – che accompagnano Odisseo nel suo viaggio portano il nostro autore a una conclusione sconvolgente: Omero era una donna! 

    Questa teoria era inaccettabile per i suoi contemporanei. Come era possibile che una donna di quell’epoca avesse sviluppato una simile abilità narrativa? Proprio Trapani è la chiave delle argomentazioni di Butler.

    Secondo Butler, chi scrive qualcosa e fa una descrizione topografica, in genere tende ad ispirarsi a dei luoghi reali a lui ben noti. Butler è convinto che le descrizioni omeriche di Itaca (patria di Ulisse) e dei suoi dintorni non corrispondano alle isole Ioniche, come sostiene la maggior parte delle teorie dell’epoca, e si mette alla ricerca di una corrispondenza più precisa tra le descrizioni di Omero e la topografia reale. Guidato anche dall’idea che l’episodio della nave feace tramutata da Poseidone in pietra avesse il suo fondamento nell’esistenza reale di uno scoglio di forma allungata presente all’imboccatura di un porto. Giunto a Trapani trova la conferma che sperava: a Trapani sorgeva Scheria, la penisola falcata proiettata sul mare, situata tra due porti, con l’alta montagna vicina e con uno scoglio affiorante sul mare somigliante al profilo di un’imbarcazione (la nave feace tramutata in pietra da Poseidone, colpevole di aver riportato a casa Ulisse). Butler identifica inoltre Marettimo con Itaca, Pantelleria con Ogigia (l’isola di Calipso), Ustica con l’isola di Eolo e localizza nel Monte Erice la sede dei Ciclopi.

    Scheria, la patria dei leggendari feaci governati dai sovrani Alcinoo e Arete, è l’ultima tappa del lungo viaggio di Ulisse prima del ritorno definitivo ad Itaca. Qui Nausicaa, la figlia del re, trova il naufrago Ulisse e affascinata dal racconto delle sue incredibili avventure, si innamora perdutamente di lui. Secondo Butler se Omero si dilunga così tanto nel descrivere la favolosa corte di Alcinoo significa che Scheria gli è molto familiare. Questo lo conduce ad una ipotesi intrigante: Omero si cela sotto le spoglie della bellissima principessa Nausicaa. 

    Nel 1903, dopo la morte di Butler, il suo amico e collaboratore Henry Festing Jones venne a Trapani e consegnò nelle mani del sindaco della città il manoscritto originale di “The Authoress of Odyssey”, dando compimento all’ultimo desiderio di Butler e cioè che la sua opera fosse per sempre conservata proprio a Trapani, luogo della sua genesi. Alla Biblioteca Fardelliana venne affidato il compito di accogliere, custodire e tramandare alle generazioni future la sua opera.

    E se Omero fosse davvero una giovane poetessa trapanese? A noi piace crederlo e a voi?

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  • OPEN FARDELLIANA 6. SALA LETTURA - Le colonne arabe

    Le due colonne con iscrizioni in caratteri cufici, il tipo più antico di scrittura araba, presenti nella sala di lettura intitolata al fondatore Giovan Battista Fardella, sono databili al secolo XI. Insieme con una terza colonna e alcune lapidi custodite al Museo Pepoli, sono tra le poche tracce dell’antica Itràbinis, la Trapani araba. Vennero ritrovate scavando le fondamenta della vicina chiesa di San Rocco nel 1574. Rimasero conservate nel chiostro del convento di San Rocco sino al 1830 e poi, munite di basi e capitelli del XVI secolo, trasferite qui in Fardelliana. I fusti, costituiti da monoliti in marmo, furono certamente ricavati da antiche colonne di età romana.

    Le iscrizioni vennero tradotte dal celebre arabista Michele Amari nel 1875, costituiscono entrambe un affidamento ad Allah, Dio clemente e misericordioso.

    Gli storici ipotizzano che le tre colonne provenissero dal sito di un’antica moschea araba, di cui però non abbiamo tracce documentarie. Ma basta sfiorarle, con la loro presenza millenaria, per entrare in contatto con la storia affascinante di una città multiculturale, ricca di stratificazioni storiche, incrocio di genti e di popoli, bianca colomba protesa sul mare, che la circonda da ogni lato, come la descrisse il grande geografo arabo Al-Idrisi, che viaggiò attraverso la Sicilia su incarico di Re Ruggero nella metà del XII secolo, col suo porto tranquillo e senza risacca, dall’intenso movimento marittimo anche nella stagione invernale per la mitezza del suo clima. Città ricca dall’economia vivace, incastonata tra l’azzurro del mare e del cielo, alle falde del monte Erice, in cui per secoli hanno convissuto pacificamente pescatori, commercianti, artigiani di popolazioni diverse.


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  • OPEN FARDELLIANA 5. SALA LETTURA – Busto Giambattista Fardella

    Finalmente ci conosciamo di persona.

    Sono proprio io, Giambattista Fardella! 

    Come vi ho già raccontato amavo l’arte e la cultura ma non desideravo tenere solo per me la bellezza che andavo conoscendo nei libri o nelle opere degli artisti, perciò ho donato il mio patrimonio alla Biblioteca Fardelliana. Ma non basta: ho promosso in città la nascita di un Liceo, di una scuola di Nautica, di un Istituto per l’istruzione delle fanciulle, ho voluto la costruzione del Lazzaretto per la cura degli infermi di colera e malattie contagiose. E, ahimè, anch’io sono rimasto vittima del colera che aveva colpito Napoli nel 1836. Ai miei tempi la medicina non aveva ancora gli strumenti per debellare questa terribile malattia, purtroppo. E dopo aver fatto tanto bene alla mia città, il mio corpo venne sepolto tra le tante vittime del morbo nel cimitero dei colerici, senza una tomba che mi ricordasse.

    Ma in fondo il modo migliore per ricordarmi è entrare in questo luogo, immergervi anche voi nel profumo delle pagine dei libri, respirare il sapere. Guardate in alto: “In libris Humanitas”, ecco la mia eredità che non morirà mai.

    Sono nato a Trapani il 29 luglio 1762 da Vincenzo Fardella Bluvier, marchese di Torrearsa e da Teodora Fardella Tipa. Già ad 8 anni mio padre mi inviò a Napoli per intraprendere la carriera militare e a 18 anni divenni tenente di cavalleria. Ho partecipato a numerose battaglie contro le truppe napoleoniche guadagnando sul campo il grado di colonnello di cavalleria. Dopo aver sedato a Messina nel 1830 i moti carbonari, sono stato nominato Ministro e Segretario di Stato borbonico della Guerra e della Marina.

    Ho sempre portato nel cuore la mia Trapani, definita città fidelissima e invictissima, titolo acquisito per la resistenza opposta ai nemici dei sovrani spagnoli e borbonici. Questo busto marmoreo, a mia imperitura memoria, è stato inaugurato il 17 dicembre 1831.

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  • OPEN FARDELLIANA 7. SALA TORRE ARSA - Il patrimonio e le rarità bibliografiche

    Eccoci nella “Sala Torre Arsa”, qui avrò il piacere di raccontarvi dei tesori custoditi dalla Biblioteca Fardelliana: pergamene, preziosi manoscritti, incunaboli, cinquecentine, seicentine, settecentine; ma anche giornali e riviste d’epoca, carteggi di illustri personaggi trapanesi e pregevoli stampe antiche.

    I primi testi scritti e redatti in forma di libro tramandatici dall’antichità sono i manoscritti o codici. Questi libri sono oggetti unici, scritti a mano da copisti e impreziositi da miniature. La Biblioteca ne custodisce ben 446.

    La maggior parte di essi proviene dalle disciolte corporazioni religiose e tra questi spiccano cinque Chorali databili intorno alla seconda metà del XVI secolo e provenienti dalla Chiesa di San Domenico di Trapani. 

    Il Chorale più bello è l’Antifonario Officina propria tempòrum, restaurato nel 2020. Si tratta di un manoscritto di grosso formato realizzato in pergamena, un materiale scrittorio molto prezioso e resistente, ricavato dalla pelle di animale. Prima dell’arrivo in Europa della carta, tutti i manoscritti erano su pergamena. L’Antifonario è un libro che raccoglie tutti i canti della liturgia delle Ore, preghiera ufficiale della Chiesa Cattolica. Questo libro liturgico veniva poggiato su un leggio davanti al coro, ed era a disposizione del Cantore, il frate che conduceva la parte di liturgia che prevedeva appunto la preghiera tramite il canto gregoriano. Un particolare che impreziosisce il manoscritto è la presenza di bellissime lettere miniate tra cui una “R” in oro e altre in rosso e azzurro. Tra queste spicca per bellezza e per significato una “P” che presenta un galeone a gonfie vele bianche con una bandiera rossa distinta da una croce bianca su ciascuno dei due alberi. La lettera nasce da un ramo di corallo e presenta un mascherone al curvilineo superiore di destra. Un vero e proprio affresco che sembra far riferimento alla nostra città, terra di mare e di corallo.

    Tra i codici miniati più importanti, per bellezza e pregio artistico, sono da ricordare due Libri d’Ore, databili tra il XIV e il XV secolo. Si tratta di libri di preghiere da recitare durante le ore della giornata. Sono piccoli capolavori, vere e proprie opere d’arte, spesso offerte come dono di nozze e appartenenti a una ristretta élite.

    Un rarissimo manoscritto custodito in Fardelliana è un’opera in lingua ebraica, “La Luce dell’intelletto” di Abū l-’Āfiya, scrittore e mistico spagnolo del XIII secolo. In esso sono racchiusi gli insegnamenti della cabala, misteriosa disciplina che tramanda dottrine esoteriche e mistiche.

    Continuando il nostro viaggio, arriviamo ad un momento rivoluzionario nella storia dell’umanità. Siamo in Germania nella metà del ‘400 quando Johannes Gutenberg, un giovane orafo inventò la stampa a caratteri mobili trovando così un modo per rendere più veloce ed economica la produzione dei libri e facilitarne la diffusione. I libri stampati con la nuova tecnica tra il 1455 e il 1500 sono chiamati incunaboli, dal latino umanistico incunabulum, che rimanda al termine “culla”, a indicare i primi prodotti della stampa che conservano ancora elementi tipici del manoscritto, spesso infatti questi primi libri a stampa continuavano ad essere decorati a mano con miniature e disegni. Io ho donato i miei incunaboli alla Fardelliana che ne possiede oggi 125, di vario contenuto. Un esemplare molto prezioso è la Historia naturalis di Plinio il Vecchio stampato a Venezia da Nicolas Jenson nel 1472.

    Un’altra tappa del nostro viaggio nel tempo ci porta a Venezia alla fine del XV secolo quando Aldo Manuzio, nella sua bottega tipografica, rivoluzionò il modo di realizzare i libri rendendoli maneggevoli, con caratteri eleganti, corredati da frontespizio e da indice, simili a quelli che oggi ci troviamo tra le mani. Il formato piccolo dei libri, l’invenzione del corsivo e l’utilizzo della punteggiatura rese i testi più fruibili e comprensibili e dal quel momento leggere divenne anche un piacere a cui dedicarsi nel silenzio dell’intimità. Anche in Fardelliana possiamo trovare testi stampati da questo celebre tipografo, recanti la sua marca: la celebre ancora con delfino.  Le edizioni a stampa del XVI secolo possedute dalla biblioteca sono circa 700. 

    Una preziosissima cinquecentina è la Divina Commedia di Dante Alighieri con il commento di Cristoforo Landino e Alessandro Vellutello, stampata a Venezia nel 1578. Altra bellissima cinquecentina è l’edizione del 1577 dell’opera di Giovanni Mario Verdizzotti Cento favole morali, in cui vengono riportate tutte le più belle favole di autori greci, latini e di scrittori in lingua volgare, donata proprio da me.

    In Fardelliana si conserva anche una preziosa e cospicua raccolta di stampe ed incisioni antiche. Tra queste ricordiamo le opere dell’illustre architetto e incisore veneziano del ‘700 Giovanni Battista Piranesi, stampate in Francia tra il 1836 e il 1839, e donate alla città dal politico trapanese Nunzio Nasi. Si tratta di 1180 acqueforti tra cui anche delle bellissime vedute di Roma, ancora intatte e splendide, raccolte in 20 volumi.

    Ma il nostro viaggio nel patrimonio della Fardelliana vi riserverà altre sorprese.


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  • OPEN FARDELLIANA 4. INGRESSO SALA LETTURA – Fondazione della biblioteca Fardelliana (lapidi che ricordano le diverse donazioni e stemma della Fardelliana)

    Eccomi sono di nuovo io, il generale Fardella. Prima di fare il vostro ingresso nella sala lettura, a me intitolata, vorrei parlarvi di coloro che, come me, hanno contribuito con generosità e impegno alla nascita e alla crescita della biblioteca, il cui ricordo viene tramandato dalle iscrizioni delle lapidi murate nelle pareti di fronte a voi.

    Nel 1826, a seguito dello scioglimento della Compagnia dei Bianchi, i nobili confrati cedettero il piano superiore del Palazzo, sede della Confraternita, al Comune di Trapani con il vincolo di utilizzare i locali per allocarvi una biblioteca aperta al pubblico.

    Venuto a conoscenza dell’intenzione di istituire la prima biblioteca pubblica in città, spinto dal desiderio di condividere il mio amore per libri e le opere d’arte, come ricorderete, decisi di donare alla comunità la mia raccolta di volumi antichi e di gran pregio, e la mia collezione di tele e dipinti e decisi, inoltre, di offrire una retta annuale per il mantenimento della biblioteca.

    Il 21 aprile del 1830 venne solennemente inaugurata la Biblioteca Comunale del Capovalle di Trapani che venne intitolata Fardelliana in onore al gesto di generosità da me compiuto. Poco dopo la biblioteca comunale venne unificata alla biblioteca provinciale, istituita nel 1825, ma mai aperta al pubblico. La biblioteca Fardelliana divenne in tal modo “Comunale e Provinciale”. Nel volgere di pochi anni essa arricchì il proprio patrimonio librario, sia attraverso i doni provenienti da altri nobili trapanesi (come la baronessa Franca Milo che donò la sua collezione privata di 349 volumi), sia attraverso l’acquisto di preziosi incunaboli ed edizioni del Cinquecento da parte del Comune. Successivamente, dopo la soppressione degli ordini monastici, vennero destinate alla biblioteca le opere provenienti da diversi conventi presenti sul territorio. tra cui preziosi corali. Nel 1877 venne incorporata alla Fardelliana la biblioteca circolante, creata da Giuseppe Polizzi che diresse la biblioteca dal 1872 al 1880, il quale riuscì nella difficile impresa, vista l’epoca, di promuovere la lettura tra i ceti meno abbienti.

    Anche i miei discendenti continuarono a sostenere questa preziosa istituzione. Infatti, il mio pronipote, Giovanni Battista Fardella, già Sindaco della città, con testamento olografo, istituì un legato in favore della Fardelliana e, affinché l’Ente potesse accettare il lascito da parte di un privato, nel 1889 la biblioteca venne eretta in Ente Morale.

    Ancora oggi numerose persone (i miei concittadini e non solo) continuano ad arricchire e animare questo luogo dove il sapere si conserva, si tramanda, si rende disponibile a tutti.

    Entriamo adesso nella sala principale del palazzo, Sala Fardella, che accoglie ogni giorno decine di studenti, ricercatori e lettori. Volgendo lo sguardo verso il portone che divide la Sala Fardella dalla Sala Torre Arsa, potrete scorgere l’immagine di una civetta rivolta con la testa in maestà, immagine a voi già familiare, dal momento che vi ha guidato lungo il percorso. La civetta, simbolo di saggezza, è presente nello stemma ancora oggi adoperato dalla Fardelliana, derivato dall’antico stemma dell’Accademia della Civetta, una delle più importanti accademie letterarie fiorite a Trapani nel XVII secolo e che ebbe la sua sede proprio nel palazzo San Giacomo.

    Dopo esserci guardati attorno, percorriamo il salone fino in fondo.


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  • OPEN FARDELLIANA 3. ATRIO, DAVANTI SCALA PRINCIPALE DEL PALAZZO – Compagnia dei bianchi, stemmi nobiliari e lapide pesca miracolosa

    Dopo essere stata sconsacrata, la Chiesa di San Giacomo divenne sede, nel 1624, della Compagnia della Carità di S. Croce, detta dei Bianchi, per via del saio in tela bianco che i confratelli indossavano durante le diverse funzioni. L’abito veniva stretto alla vita da un cordoncino di filo bianco, da cui pendeva una coroncina di dieci palline d’avorio o di legno chiaro, completavano l’abbigliamento un cappello di feltro bianco, guanti e scarpe naturalmente di colore bianco (emblema della purezza d’animo dei confratelli).

    La confraternita fu fondata il 2 aprile del 1555, sotto il viceré Giovanni de Vega, con fini caritatevoli e umanitari, ma assunse anche un carattere elitario, infatti per esservi ammessi, oltre ad avere fama di uomini virtuosi, bisognava essere aristocratici di nascita con non meno di 200 anni di nobiltà.

    Numerose famiglie nobili trapanesi diedero origine a tale istituzione.

    Si narra che la nascita della Compagnia risalga ad un particolare episodio. Alcuni nobili videro abbandonato in strada il corpo di una vecchia, defunta da qualche tempo, di cui nessuno si era preso cura. Mossi da pietà, essi la presero in spalla dandole poi cristiana sepoltura. In seguito si assunsero l’oneroso compito di seppellire degnamente, secondo i precetti della Chiesa, tutti i cadaveri dei miserabili e degli emarginati, che non appartenevano ad alcun ceto, né avevano famiglia.

    Altro compito di cui si incaricarono fu quello di dare assistenza spirituale ai condannati a morte. Inoltre si impegnarono anche a vigilare affinché tutti i loro concittadini vivessero in buona armonia e a metter pace tra le famiglie in disaccordo.

    La Compagnia entrò lentamente in declino e si sciolse definitivamente nel 1826.

    Come potrete osservare, a testimonianza della sua storia è possibile trovare oggi diversi stemmi nobiliari, che, murati, ornano lo scalone principale del palazzo.

    Avrete sicuramente osservato diverse lapidi. Esse ricordano alcuni importanti avvenimenti della città. Nell’atrio che porta alla scala principale, sulla destra vedete murata una lapide marmorea di grandi dimensioni che ricorda una pesca miracolosa di corallo, avvenuta a Trapani nel 1673, con dedica a Santa Lucia.

    Nella città di Trapani, il culto di Santa Lucia è sempre stato collegato al mondo del mare. Nel trecento i pescatori del quartiere Palazzo, oggi quartiere San Francesco, fecero costruire una chiesa dedicata alla Santa (dove è stata ritrovata la lapide). Nel secolo successivo la corporazione dei pescatori si dedicò principalmente alla pesca del corallo.

    In Fardelliana è possibile ammirare solo una parte della lapide originaria, ossia quella con testo epigrafico che, come una carta di navigazione lungo la costa trapanese, fornisce il luogo di ritrovamento del banco corallifero. La parte figurata, invece, è conservata al Museo Pepoli e raffigura tre torri con al centro una croce, un ramo di corallo e una barchetta con due marinai.

    Proseguite lungo le scale e fermatevi in cima, prima di accedere a quella che oggi è la sala lettura, per un’altra tappa del nostro percorso.


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  • OPEN FARDELLIANA 2. ANDRONE DEL PALAZZO - Storia della Chiesa di San Giacomo e Cavalieri di San Giacomo

    La storia di questo palazzo ha inizio alla fine del tredicesimo secolo, in un periodo storico in cui il porto di Trapani era uno dei più importanti del Mediterraneo, ove gettavano l’ancora molte navi che veleggiavano verso il Levante. Era l’epoca delle crociate. Trapani era luogo ideale di sosta per le navi dirette in Terra Santa. Un gruppo di cavalieri provenienti da Santiago di Compostela in Spagna, durante il viaggio per la conquista del Santo Sepolcro, decise di fermarsi nel quartiere Casalicchio, il più antico della città (oggi quartiere San Pietro) e costruire la loro dimora in cui riunirsi e reclutare nuovi affiliati.

    Conosciamo meglio questi cavalieri. Si tratta degli appartenenti all’ordine di Santiago, fondato nel XII secolo in Spagna, con origine militare, divenuto dopo qualche anno un ordine religioso.

    Giunti a Trapani, i Cavalieri di San Giacomo, oltre alla loro dimora, tra il 1285 e il 1286, costruirono una chiesa sottostante dedicandola a San Giacomo Maggiore, loro protettore. La Chiesa di San Giacomo, con due cancellate, si apriva con un portico a due arcate scandito da colonne marmoree con capitelli corinzi che, come potete notare, è rimasto lo stesso. La chiesa era ad un'unica navata con un altare centrale adornato da lastre di marmo rosso policromo, altare che oggi potete ammirare murato nella parete destra dell’androne del palazzo. Esso è adornato da uno stemma gentilizio e presenta una nicchia centrale decorata da un’enorme conchiglia realizzata in gesso, incastonata tra due colonne. La conchiglia è ricorrente nell’iconografia dell’apostolo San Giacomo Maggiore. Infatti, era consuetudine cucire una conchiglia sul mantello o sul cappello del pellegrino, come testimonianza dell’avvenuto pellegrinaggio alla tomba dell’apostolo di Gesù. Conchiglia che i pellegrini utilizzavano lungo tutto il percorso non solo per sfamarsi ma anche per dissetarsi usando le grandi valve per raccogliere l’acqua da bere. Ancora oggi essa è il simbolo del cammino di Santiago.

    La sua presenza nell’altare fa presumere che nella nicchia centrale fosse allocata la statua in marmo di San Giacomo Maggiore, opera del 1522 dello scultore palermitano Antonello Gagini, uno dei più grandi scultori del Rinascimento italiano. Oggi è possibile ammirare la statua al Museo Regionale Pepoli.

    Nel corso dei secoli il palazzo che ospitava la chiesa di San Giacomo ha subito diverse modifiche. Se vi spostate in modo da osservare il prospetto, noterete l’aspetto manieristico-barocco della facciata settecentesca. Nel 1747, infatti, essa venne restaurata dall’architetto Giovanni Biagio Amico, il più celebre degli architetti trapanesi, a cui si devono molte pregevoli costruzioni a Trapani. A lui venne affidato anche il compito di sistemare il maestoso scalone in pietra trapanese che subì successivamente vari rifacimenti, sia nell’ Ottocento che ai primi del Novecento ed ancora nel 1967, quando la biblioteca fu ristrutturata completamente con la sostituzione delle originali scansie di legno con l’odierna scaffalatura in metallo e arricchita di nuovi locali. In cima all’edificio è possibile scorgere due statue di stucco di figura colossale che sostenevano una croce, simbolo dei successivi ospiti del palazzo San Giacomo: i confrati della Compagnia di Carità della S. Croce.

    Rientriamo e proseguiamo fino ad arrivare ai piedi del grande scalone.


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