Matteo Trentin ha la voce compiaciuta quando parla di se stesso dandosi del “vecchio”. Sorride e dice che ormai le stagioni non le conta più, «una volta arrivato a 10 sono già tante».
Lo abbiamo raggiunto appena prima della partenza per il Belgio dove comincerà la sua ennesima stagione delle Classiche. «La preparazione è andata bene, sono pronto. Ormai a questa età non dico che non si sentono più le emozioni di una volta all’indomani di una nuova Campagna del Nord, ma è come se ormai ci ho fatto l’abitudine. Quello che cambia sono i concorrenti, alcuni smettono e altri nuovi arrivano. Ma le Classiche sono abbastanza prevedibili per come si svolgono, l’unica variante è quella meteorologica».
Trentin è immerso completamente nel ciclismo professionistico da molti anni e assieme a lui è cambiato totalmente. «Basta vedere l’alimentazione. Quando ho cominciato bastavano 30 grammi di carboidrati all’ora. E l’era dei panini? Finita. Al massimo mi concedo un toast sul pullman dopo la gara. In corsa non si assumono più queste cose, ma prodotti che non so quanto possano fare bene al fisico. Tuttavia, nell’alimentazione così come in tutti gli altri ambiti in cui il ciclismo è cambiato, il processo è stato graduale e mi ha dato la possibilità di adattarmi ogni volta senza sentire cambiamenti netti. L’unica cosa che mi risparmierei ora rispetto a quando sono diventato professionista sono i ritiri. Ho una moglie, due figli e abito a Monaco che è perfetto per allenarsi. Non ho bisogno di stare settimane e settimane in Spagna, me ne basta una».
Un altro aspetto che è cambiato sotto gli occhi di Trentin è l’abbassarsi dell’età in cui si diventa professionisti vincenti. «Credo che negli anni passati si sia fatto un grosso errore che è quello di trovare a tutti i costi il nuovo Pogacar e così abbiamo perso molti talenti. Se uno è pronto fisicamente non significa che lo sia anche mentalmente. La vita del professionista richiede tanto perché lo puoi fare da casa tua, ma questo significa che devi curarti tu dell’allenamento, dell’alimentazione, del riposo, di andare in aeroporto per raggiungere le gare. Tante cose che fanno la differenza».
Un tema che invece - purtroppo - non ha avuto grossi cambiamenti rispetto a qualche anno fa, è quello della sicurezza. «La situazione è cambiata rispetto ad anni fa, ma si continuano a fare gli stessi errori stupidi come all’Andalucia di qualche giorno fa con un dosso a 50 metri dal traguardo. Mi sembra una causa persa. Cosa si può fare? Ormai non si arriverà più a un punto. Chi deve cambiare? Gli organizzatori? Sì, ma anche i corridori con i loro direttori sportivi perché a volte si rischia quando non c’è assolutamente la necessità. E poi si tira in mezzo il tema delle radioline, di cui secondo me se ne parla solo per nascondersi da quelli che sono i problemi veri».
Con Matteo Trentin, nel corso del nuovo episodio del nostro podcast Una Voce in Fuga, abbiamo toccato moltissimi argomenti. Per ascoltarli tutti, cliccate play!