CentoParole

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By Gruppo Corriere del TicinoArtsBooks
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CentoParole episodes

  • Alexei Navalny, l'uomo che fa paura a Putin anche da morto
    Un libro fantasma; una tragica e attualissima lezione di storia contemporanea; un manifesto del coraggio umano e politico. Non tacete! Discorsi sulla libertà in Russia, il piccolo volume che contiene la traduzione italiana dei quattro interventi pronunciati in Tribunale da Aleksej Navalny tra il 18 gennaio e il 20 febbraio 2021, è un po’ ciascuna di queste cose. Vale davvero la pena di leggerlo, anche se è praticamente impossibile trovarlo.
    Sì, perché Non Tacete! è un libro clandestino, rimasto in commercio, sugli scaffali delle librerie e negli store online, soltanto per 11 giorni. Uscito il 22 aprile di due anni fa, venne infatti ritirato dalla vendita su indicazione dell’editore Garzanti meno di due settimane dopo, il 3 maggio. Allora qualcuno gridò al complotto, ipotizzò addirittura un intervento del Cremlino e chiamò a raccolta in difesa della libertà di stampa. Ma dietro alla richiesta di riconsegnare le copie c’era soltanto un problema irrisolto di diritti e un pasticcio con il copyright. L’accordo verbale in base al quale era partita l’edizione italiana – accordo stipulato tra la milanese Garzanti e la bavarese Droemer Knaur, casa editrice che nell’agosto del 2021 aveva pubblicato per prima i testi di Navalny con il titolo Schweigt nicht! Reden vor Gericht – non era stato perfezionato.
    Nessun mistero, quindi. Ciò detto, i quattro discorsi di Navalny restano, resistono. Sono un documento in qualche modo accessibile e, soprattutto, una lettura impressionante, alla luce in particolare di quanto è accaduto dopo.
    Buon ascolto.
    10 min
  • La rivalsa degli ultimi nella Milano «cattiva» di Alessandro Robecchi e di Carlo Montessori
    Emerso dalla fantasia di Alessandro Robecchi, Carlo Monterossi è giunto con Pesci Piccoli al decimo capitolo di una fortunatissima sequenza di romanzi, sempre pubblicata da Sellerio nella collana della Memoria e da un paio d’anni approdata anche su Prime con una serie interpretata, tra gli altri, da Fabrizio Bentivoglio.
    «In una città come Milano, la più spietata d’Italia, le differenze tra ricchi e poveri si stanno facendo incolmabili - ha detto in un’intervista alla Stampa Robecchi - Basta sbagliare una fermata di metro e ti ritrovi in un altro mondo. La narrazione di Milano come è fatta oggi non mi piace per niente perché dimentica che non solo gli sbandati, i marginali, ma anche le persone come Teresa, con un lavoro precario e un ex marito che non paga gli alimenti, non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Io la vedo, la gente che fatica, se ne parla troppo poco, volevo dare loro una voce».
    In questo romanzo molto più che in quelli precedenti, i contorni del giallo si sovrappongono alla denuncia politica. Buon ascolto!
    11 min
  • L'autobiografia di Renato Pozzetto, è proprio vero che la vita l'è bela
    Malinconico senza essere nostalgico. Divertente. E per lunghi tratti surreale, in linea con il registro comico che ne ha caratterizzato gran parte della carriera di attore e di autore. L’autobiografia di Renato Pozzetto, uscita qualche giorno fa per Rizzoli, è un libro sorprendente, a partire dal titolo: Ne uccide più la gola che la sciarpa. Una storia. Lunga decine di anni e scandita in capitoli brevi, talvolta slegati tra loro, ciascuno dedicato al ricordo di un singolo episodio, di un singolo incontro.
    «È stato come ascoltare qualcosa che mi raccontava un’altra persona per la prima volta – ha spiegato Pozzetto in un’intervista al Corriere della Sera – Ho sorriso, mi sono emozionato, ho riscoperto qualcosa che si era perduto nella memoria. E ho cercato di essere onesto nel descrivere le storie preziose della mia vita».
    Un memoir intimo che, incrociando le esistenze di personaggi famosi, quando non famosissimi, diventa ovviamente storia generale: storia del Paese, storia di costume, storia di un mondo in buona parte, purtroppo, scomparso. Buon ascolto!
    11 min
  • Quando Elton John rimase in mutande: i 60 anni di storia dell'Ariston
    Martedì prossimo si rinnova la liturgia laica della quale nessun italiano e ben pochi ticinesi possono fare a meno. Comincia il Festival di Sanremo, giunto quest’anno all’edizione numero 74.Potrebbe sembrare strano, ma il Festival non è mai stato argomento libresco. A parte qualche storia, anche di stampo accademico, il tempio della canzone vive soprattutto di immagini e suoni. Se paragonate all’intensità del fenomeno Sanremo, le pagine scritte che celebrano la manifestazione sono davvero poche, spesso legate ai ricordi dei singoli protagonisti o a critiche sociali e mediatiche, quasi sempre non troppo benevole.Ecco perché è da salutare positivamente la scelta dell’editore Salani di pubblicare un libro che racconta la storia del Teatro Ariston, da 47 anni la casa del Festival o, come dice l’autore, Walter Vacchino, che ne ha fatto anche il titolo del volume, Ariston. La scatola magica di Sanremo. Buon ascolto.
    13 min
  • Ghetto, la storia di una parola che fa paura
    Ogni anno, con l’approssimarsi del 27 gennaio – anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta nel 1945 per mano dell’Armata rossa – in tutto il mondo si pubblicano centinaia di lavori e saggi il cui obiettivo è celebrare il Giorno della memoria, ricorrenza istituita nel novembre 2005 a New York dall’Assemblea generale dell’ONU per mai dimenticare la Shoah. Tra i tanti libri degni di nota, ne ho scelto uno scritto dall’americano Daniel B. Schwartz: Ghetto. Storia di una parola, uscito nel 2019 per la Harvard University Press e adesso tradotto in italiano dall’editore milanese Hoepli. Come ricorda Adriano Prosperi nell’introduzione al volume, «l’esercizio primario dello studioso di storia dev’essere cogliere l’esatto significato delle parole che legge». E «ricostruire il viaggio» anche soltanto di una singola parola non è mai «una banale curiosità erudita». Soprattutto quando questa parola ha inciso con il fuoco la carne viva di milioni di persone innocenti.Buon ascolto.
    11 min
  • Guccini e Macchiavelli, un giallo per capire la storia dell'Italia di oggi
    Il romanzo giallo, dice Francesco Guccini, «è un contenitore che può essere riempito in mille modi». E le vicende storiche aiutano la narrazione, le danno polpa: spesso, guardando indietro, si racconta il presente». Il cantautore modenese festeggia nel 2024 i 35 anni di attività scrittoria. Il suo primo libro, Croniche epafàniche, uscì infatti nel 1989 per Feltrinelli e fu subito chiaro a tutti la capacità dell’autore di tornare alleradici della propria storia attraverso il recupero delle parlate dialettali e delle vicende di un mondo forse superato dagli eventi ma resistente nella memoria.Al 1997, invece, risale Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti, edito da Mondadori, il primo giallo firmato da Guccini insieme con Loriano Macchiavelli, probabilmente il più grande autore italiano di genere, lo scrittore che ha reinventato il noir proiettando nella Bologna della contestazione un personaggio unico qual è il sergente Sarti Antonio. Con Macaronì i due amici e sodali emiliani diedero vita voce e corpo al maresciallo dei carabinieri campano Benedetto Santovito, la cui esistenza letteraria si è poi dipanata in altri quattro romanzi e in vari racconti.Nel 2011, sempre dalla fantasia della coppia Guccini-Macchiavelli ha preso il volo il “Poiana”, Marco Gherardini, ispettore della Forestale più a proprio agio con la natura e gli animali che con gli uomini e chiamato, suo malgrado, in tre romanzi e in un racconto, a muoversi sui crinali degli Appennini indossando i panni dell’investigatore.Ai tanti e fedeli lettori in attesa di reincontrare Santovito o Gherardini, Guccini e Macchiavelli - con un colpo di scena inatteso ma dall’esito felicissimo - hanno invece regalato un volto nuovo: quello di Penelope Rocchi, detta Lope, giornalista 25enne chiamata a raccontare la Bologna (e l’Italia) dei primi anni Settanta. L’esperimento narrativo voluto dal cantautore e dallo scrittore emiliani ha trovato forma in Vola Golondrina, uscito alcune settimane fa per Giunti. Avrete sicuramente capito che io sono uno di quei tanti e fedeli lettori ai quali accennavo prima, motivo per cui forse il mio giudizio potrebbe non essere del tutto sereno e obiettivo. Può darsi, lo ammetto. Ma se c’è un libro che in questo momento può aiutare a capire l’Italia molto più di tante analisi sociologiche e politiche, bene quel libro è proprio Vola Golondrina.Buon ascolto!
    11 min
  • Siamo tutti un po’ maiali, anche se nessuno è disposto ad ammetterlo
    Il filosofo austriaco Thomas Macho è stato per oltre 20 anni professore di Storia culturale all’Università Humboldt di Berlino, ha insegnato negli atenei di Tel Aviv e di Dresda e, dal 2016, dirige il Centro internazionale di ricerca per gli studi culturali dell’Università di Vienna.Dalla prima metà degli anni ’80, da prima cioè che questa espressione venisse coniata, Macho si occupa di «Animal studies» e, in particolare, del rapporto uomo-animale. Una delle tesi che attraversano molti suoi lavori è che «per ricostruire come uomini diversi, appartenenti a epoche e culture differenti, hanno interpretato l’umano, bisogna guardare innanzitutto al modo in cui essi hanno trattato, descritto, rappresentato, cacciato, sacrificato gli animali».La storia dell’umano e la storia degli animali vanno insomma raccontate assieme, sostiene Macho, poiché sono «la storia di una convivenza che, come ogni altra, è stata segnata da conflitti e riconciliazioni».Tra questi animali-simbolo, uno in particolare è probabilmente più importante di altri: il maiale. Che, con la sua presenza – a volte discreta, a volte inquietante – attraversa tutta la storia della cultura umana, e non soltanto quella occidentale.«I maiali - scrive Macho - popolano una regione immensa del nostro immaginario, fatta di miti, fiabe, leggende, poesie, romanzi, immagini, film, progetti artistici e spettacoli teatrali, giù giù fino ai manifesti pubblicitari, alle stoviglie, ai giocattoli e a ogni sorta di oggetti». Con ogni probabilità, non esiste alcun animale che abbia suscitato e portato a espressione sentimenti, sensazioni, orizzonti simbolici e concettuali così diversi – dalla sessualità alla gola, dalla sporcizia all’innocenza, dal pericolo alla comicità, dalla fortuna alla repulsione – come il maiale.Perché ciò accade, si chiede il filosofo austriaco? La risposta è sorprendente, e potrebbe non piacere a qualcuno: «I maiali - dice Macho - sono troppo simili e insieme troppo diversi da noi […]. Sono un ottimo esempio di quello che Freud chiamava il perturbante, quel non so che di sinistro che si annida nelle pieghe dell’esistenza quotidiana e che tendiamo a rimuovere, celare, dissimulare».I maiali siamo noi. E dal rapporto instaurato con questo animale-specchio è possibile comprendere molto del nostro modo di essere.La storia narrata da Macho nel suo libro, intitolato semplicemente Il maiale e pubblicato da Marsilio, inizia 8 mila anni fa, con la domesticazione dei suini, tra i primi animali a essere allevati dalle popolazioni che abbandonavano il nomadismo privilegiando le pratiche agricoltura e la vita stanziale. I più antichi resti ossei ascrivibili a suini domestici sono stati ritrovati in Cina, negli insediamenti della cosiddetta cultura di Cishan, nello Hebei meridionale. Non è un caso, forse, che in Estremo Oriente il maiale sia sempre stato una «bestia di tutto rispetto». E che per gli astrologi cinesi, «nascere nell’anno del maiale» significhi «venire al mondo armati di tolleranza, fiducia, moralità e nobiltà d’animo» (per inciso: stiamo per uscire dall’anno della tigre; il 22 gennaio prossimo inizierà l’anno del coniglio, mentre per i nuovi nati nell’anno del maiale bisognerà aspettare il 23 gennaio 2031). Buon ascolto!
    11 min
  • Dalla lupara alla tastiera: come e perché le mafie si sono insediate nel Dark web
    Nonostante le cose siano cambiate da molto tempo, sono troppe le persone tuttora abituate a pensare le mafie e i mafiosi secondo stereotipi totalmente inadatti a raffigurare la realtà. Lontanissima dai cliché che la volevano soggetta ai capricci e alle scelte anche irrazionali di ignoranti ma spietati padrini, «la criminalità mafiosa contemporanea» è invece sempre di più «profondamente influenzata dalle dinamiche della globalizzazione e dall'evoluzione delle tecnologie». Vive il suo tempo. E in qualche caso lo domina, anche e soprattutto attraverso strumenti all'avanguardia: i sofisticati prodotti della rivoluzione informatica. «Le mafie nell'era moderna preferiscono le tastiere alle pistole», anche perché la Rete ha spalancato le porte di infinite possibilità d'azione», facilitando «alle organizzazioni criminali» la connessione delle loro attività con il cybercrime.
    Alcuni studiosi, tra cui Antonio Nicaso e Greta Nasi, sono tra gli autori di un prezioso volume che sistetizza anni di ricerca sui processi di mutazione informatica messi in atto dalle mafie, e in particolare dalla 'ndrangheta calabrese, in relazione alle proprie attività illegali e criminali. In questa puntata di CentoParole il nostro Dario Campione ci parla di The Dark-Web Side of Mafia. Appalti, crypto e cybercrime. Le mafie adesso: più invisibili e potenti pubblicato dall'editore milanese Zolfo.
    10 min
  • Auguri da CentoParole: che sia un 2024 pieno di pensieri inutili, di pensieri liberi
    In questi giorni, La Nave di Teseo ha ripubblicato, a distanza di dieci anni dalla prima uscita per i tipi di Bompiani, L’utilità dell’inutile, il volume con cui Nuccio Ordine conquistò l’affetto e la stima dei lettori di tutta Europa. Un titolo eloquente e un libro necessario, che George Steiner definì «un piccolo capolavoro», esattamente quel tipo di saggio che va «incontro al bisogno di dare senso alla nostra cultura».Ordinario di Letteratura italiana, tra i maggiori studiosi - forse il maggiore - di Giordano Bruno, a giugno di quest’anno purtroppo Ordine se n’è andato, a 64 anni, per un improvviso malore. Ma il suo libro sull’indispensabilità dell’inutile ovviamente resta, e con esso rimane intatto il messaggio che l’intellettuale calabrese ha lanciato con il suo «manifesto sulla bellezza del sapere e sulla bellezza della vita».«Considero utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori», diceva Ordine. E leggere è una delle attività irrinunciabili in questo senso. D’altronde, se non in un podcast che parla di libri, dove si dovrebbe difendere e sostenere la lettura, quella vera, quella che non si limita a pochi istanti sul telefonino, ma si sofferma a lungo sulle parole?«Non è facile - scriveva Nuccio Ordine - capire, nel nostro mondo dominato dall’homo oeconomicus, l’utilità dell’inutile e, soprattutto, l’inutilità dell’utile», vale a dire «quanti beni di consumo non necessari ci vengono venduti come indispensabili».Ecco allora germogliare «La feconda inutilità della letteratura». Troppo spesso, sottolineava Ordine, «Non abbiamo coscienza» del fatto che «la letteratura e i saperi umanistici, […] la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità, di uguaglianza, di diritto alla critica, di tolleranza, di solidarietà, di bene comune, possono trovare un vigoroso sviluppo».Buon ascolto!
    10 min
  • 800 anni e non li dimostra: storia e mito del presepe
    Oggi vi racconto il libro di Marino Niola ed Elisabetta Moro Il presepe. Una storia sorprendente, pubblicato da Il Mulino. Ma vi parlo anche della lettera apostolica Admirabile signum che papa Francesco ha scritto nel 2019 per spiegare il senso e il significato assunti oggi dal presepe. Dobbiamo al biografo di san Francesco d’Assisi, Tommaso da Celano, la descrizione del primo presepe della storia, allestito nella notte di Natale del 1223: ottocento anni fa. Il santo dei poveri, di ritorno da Roma dove il 29 novembre di quello stesso anno aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della Regola dei frati minori, si fermò a Greccio, nella Valle Reatina. Dopo il viaggio in Terra Santa, le grotte di Greccio ricordarono a san Francesco, in modo particolare, il paesaggio di Betlemme. «Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, anche dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo in cui si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia».Le fonti francescane del XIII secolo raccontano nei particolari che cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».Appena l’ebbe ascoltato, l’uomo iniziò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare la scena. Arrivato, Francesco trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. E nella mangiatoia, che in latino si dice praesepium, davanti alla gente accorsa a osservare da vicino questa insolita sacra rappresentazione, fu celebrata una messa.In quella notte, a Greccio, non c’erano statuine: il primo presepe fu realizzato e vissuto dai presenti. «San Francesco - ha scritto il papa 4 anni fa nell’esortazione apostolica Admirabile signum dedicata proprio al presepe - iniziò con la semplicità quel segno che permane fino ai nostri giorni come una genuina forma della bellezza della fede. […] Stupore e meraviglia sono i due sentimenti che emozionano tutti, piccoli e grandi, davanti al presepe, che è come un Vangelo vivo che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta è che esso parli alla vita».Ha ragione, Bergoglio. Con il presepe, il mistero dell’incarnazione diventa familiare, alla portata di tutti. È come avere davanti agli occhi «Un vangelo domestico». E in fondo «è stata questa doppia natura, alta e popolare, straordinaria e ordinaria, spirituale e materiale, a fare la fortuna secolare del presepe». Al presepe, alla sua storia e ai suoi molti significati hanno dedicato un bel libro, pubblicato lo scorso anno da Il Mulino, gli antropologi napoletani Marino Niola ed Elisabetta Moro. Buon ascolto!
    10 min

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«CentoParole» è un podcast del Corriere del Ticino, scritto e realizzato da Dario Campione. Non sappiamo mai cosa leggere, eppure abbiamo le librerie piene, il kindle senza memoria disponibile. Ecco…