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Quanto ci condiziona la paura di quello che penseranno gli altri? Partendo dalle dichiarazioni di Antonio Tajani sulle donne e sulla lunghezza delle gonne, in questo episodio parlo del giudizio nella vita di tutti i giorni: quanto spesso giudichiamo le persone per il corpo, i vestiti, i tatuaggi o le scelte che fanno, e quanto capita anche a me.
Come pedagogista, rifletto su quello che bambini e ragazzi imparano ascoltando il modo in cui noi adulti parliamo degli altri, sul legame tra giudizio e autostima e sulla paura del giudizio che accompagna tanti adolescenti e giovani adulti. Parlo anche di educazione affettiva e di cosa conta in una relazione.
Trovi indicazioni concrete per genitori e insegnanti: come accorgersi dei propri giudizi, come riparare dopo un commento sbagliato, cosa fare quando un bambino giudica un compagno e come accompagnarlo quando racconta di essere stato preso in giro.
Che cosa significa dire «ti amo» a un bambino?
Usiamo la parola amore per raccontare relazioni molto diverse: amiamo il nostro compagno o la nostra compagna, i nostri genitori, i nostri nipoti, i nostri figli. La parola è la stessa, ma il legame e il significato che assume cambiano.
In questo episodio parto proprio da qui per riflettere, dal punto di vista pedagogico, su che cosa significa amare un bambino e su come quell’amore prende forma nella relazione quotidiana.
Parliamo di affetto, autonomia, limiti, aspettative, conflitti e del modo in cui bambini e ragazzi costruiscono la propria idea dell’amore anche osservando noi adulti: come comunichiamo, come reagiamo quando siamo arrabbiati, come affrontiamo un disaccordo e come trattiamo le persone che non ci piacciono.
Perché le parole hanno un peso, ma l’educazione affettiva passa anche da ciò che i bambini vivono e osservano ogni giorno.
Se vuoi approfondire questi temi, nella descrizione trovi anche il mio percorso online Educazione Emozionale in Famiglia.
https://esmerise.com/educazioneemozionale/pages/infamiglia
Sono appena tornata dal viaggio di nozze con Stefano, tra Kirghizistan e Istanbul, e alcune scene continuano a farmi pensare al mio lavoro di pedagogista.
In Kirghizistan ho visto dei bambini giocare su cumuli di terra e mi sono chiesta quanto spazio lasciamo ai nostri figli per inventare un gioco, annoiarsi e trovare qualcosa da fare senza che siamo noi a organizzare ogni momento. A Istanbul, invece, mi sono soffermata sui piccoli gesti di cura verso le persone e gli animali che incontravamo.
In questo episodio vi racconto il nostro viaggio e parliamo di gioco libero, richieste continue, valore delle cose e di ciò che i bambini imparano osservando come noi adulti ci comportiamo con gli altri. Non conosco la vita dei bambini che ho incontrato in Kirghizistan, ma quello che ho visto mi ha aiutata a guardare con occhi nuovi alcune abitudini delle nostre famiglie.
Una sberla, uno schiaffo, uno scappellotto… possiamo cambiare la parola, ma il gesto rimane lo stesso. Se colpiamo un adulto lo chiamiamo violenza, mentre quando accade con un bambino molte persone continuano a parlare di educazione.
In questo episodio rifletto sulla differenza tra paura e rispetto, sulla frase «Siamo cresciuti bene lo stesso» e su quello che può accadere quando un genitore, stanco e arrabbiato, perde il controllo. Parlo anche di responsabilità, scuse, riparazione e degli strumenti che possiamo utilizzare per fermare un comportamento senza usare le mani.
Non è un episodio contro i genitori, perché ogni genitore fa quello che può con gli strumenti che ha. È una riflessione che ci aiuta a chiamare le cose con il proprio nome e a scegliere con maggiore consapevolezza che cosa vogliamo trasmettere ai bambini di oggi.
I genitori di oggi vengono criticati continuamente: sono troppo buoni, ascoltano troppo i figli, hanno paura di dire di no e, con l’educazione rispettosa, starebbero crescendo bambini fragili e incapaci di affrontare le frustrazioni.
Nel mio lavoro di pedagogista incontro, invece, tantissimi genitori che leggono, si informano, chiedono aiuto e provano a interrompere modalità educative che li hanno feriti durante l’infanzia. Genitori che desiderano mettere regole senza umiliare, accompagnare le emozioni senza accettare qualsiasi comportamento ed educare senza ricorrere a urla, minacce o violenza.
In questo episodio parliamo della differenza tra educazione rispettosa e permissività, del valore dei limiti, della paura di sbagliare e di un cambiamento educativo i cui risultati completi potremo osservare soltanto quando i bambini di oggi saranno diventati adulti.
Perché riconoscere le emozioni, chiedere aiuto e affrontare un conflitto senza aggredire non sono segnali di fragilità, ma competenze che si costruiscono nel tempo.
Settembre per molti di noi assomiglia all’inizio di un nuovo anno. Ricomincia la scuola, riprende il lavoro, tornano gli orari, gli impegni, le attività e insieme arrivano aspettative, buoni propositi e, qualche volta, anche un po’ di ansia.
In questo episodio parliamo di come accompagnare bambini e ragazzi nelle prime settimane di scuola, senza pretendere che ritmi, routine e autonomia tornino immediatamente come prima.
Parliamo di emozioni legate al rientro, di organizzazione, compiti, relazioni, aspettative degli adulti e di quei segnali che possono raccontarci che un bambino o un ragazzo sta facendo più fatica.
Ma parliamo anche di noi adulti, perché settembre chiede un nuovo equilibrio anche a noi e non sarà tutto perfetto dal primo giorno.
Se in questo periodo vostro figlio o vostra figlia sta vivendo con particolare fatica la ripresa della scuola, potete scrivermi. Ho iniziato anche percorsi dedicati ai ragazzi della scuola secondaria per lavorare su organizzazione, metodo di studio, emozioni e autostima.
Buon ascolto.
Un bambino ha bisogno di sapere che cosa può aspettarsi dagli adulti che si prendono cura di lui, soprattutto quando sbaglia, si arrabbia, piange oppure attraversa una crisi emotiva.
Quando le reazioni dell’adulto cambiano continuamente e si passa dagli abbracci alle urla, dalle parole d’amore alle minacce o agli schiaffi, il bambino cresce nell’incertezza e comincia a controllare l’umore di chi ha davanti.
In questo episodio parliamo di prevedibilità educativa, regole chiare, routine, conseguenze coerenti e riparazione. Perché i bambini non hanno bisogno di adulti performanti, sempre calmi e impeccabili; hanno bisogno di figure educative consapevoli, coerenti e capaci di farli sentire al sicuro anche nei momenti più difficili.
Ansia prima di una verifica, paura del giudizio, rabbia difficile da gestire, litigi con i compagni e la sensazione di non essere mai abbastanza: durante l’anno scolastico molti genitori mi contattano quando queste difficoltà sono già diventate pesanti per i loro figli.
In questo episodio parliamo dell’importanza di accompagnare bambini e preadolescenti prima dell’inizio della scuola, aiutandoli a riconoscere ciò che provano, affrontare le situazioni più difficili e costruire maggiore fiducia nelle proprie risorse.
Prepararsi a settembre può significare iniziare l’anno con strumenti concreti per gestire emozioni, relazioni e momenti di tensione con più consapevolezza.
Alla fine dell’episodio vi racconto anche i percorsi intensivi di educazione emozionale che ho organizzato per la scuola primaria e secondaria, presso il mio studio pedagogico a Cividate al Piano.
Viviamo in una società che ci vuole sempre felici, forti, soddisfatti e possibilmente perfetti, ma tristezza, paura, rabbia e vulnerabilità fanno parte della nostra vita e non scompaiono soltanto perché cerchiamo di evitarle.
In questo episodio parlo della nostra continua fuga dalle emozioni difficili, della pressione a mostrare che va sempre tutto bene e del kintsugi, l’arte giapponese che ricompone con l’oro gli oggetti rotti lasciandone visibili le crepe.
Educazione emozionale non significa imparare a essere sempre sereni, ma riconoscere ciò che sentiamo, ascoltarlo e attraversarlo, senza pensare che una giornata difficile o una ferita ci rendano sbagliati. Perché le nostre crepe fanno parte della nostra storia, ma non sono tutto ciò che siamo.
Ogni anno trascorro due settimane in vacanza con mia nonna. Ha 90 anni e stare con lei significa condividere momenti belli, ma anche occuparmi di tante cose quotidiane, rispettare i suoi tempi, aiutarla, accompagnarla e prendermi cura di lei.
In questo episodio parto dalla nostra esperienza per parlare del rapporto con i nonni e con le persone anziane, del tempo che passa, della paura di perderle, dei ricordi che costruiamo insieme e di quanto sia importante continuare a farle sentire cercate, ascoltate, coinvolte e amate.
Parlo anche di educazione emozionale, perché i bambini osservano il modo in cui trattiamo gli anziani molto più di quanto immaginiamo, e imparano da noi cosa significa avere cura delle relazioni.
Un episodio molto personale, nato da una domanda che continuo a farmi ogni anno: quante volte rimandiamo pensando che ci sarà sempre un’altra occasione?
Se ascoltandolo ti verrà in mente una persona che ami, forse questo è un buon momento per chiamarla.
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