
Sign up to save your podcasts
Or


Venerdì 16 ottobre è uscito “Off the road we go!” (Voodoo Rhythm Records), l’album numero 10 dei Monsters, paladini svizzeri (assieme al Reverendo Beat-Man) di un garage punk intriso di trash rock’n’roll e rockabilly diventato marchio di fabbrica conosciuto in tutto il mondo.
Non c’è titolo migliore per riassumere la filosofia di un concetto (e di una band) che, quest’anno, celebrano il quarantesimo compleanno.
Aprire questo scrigno significa andare alla fonte dell’underground e della controcultura bernese e svizzera, quella che porta ancora i segni di una contestazione giovanile che, negli anni 80, rivendicando libertà e spazio per la cultura indipendente, squarciò il conservatorismo elvetico portando alla luce una nuova era espressiva, fatta di luoghi (come la Reithalle) e di persone che ancora oggi sono punti riferimento culturali.
Siamo stati a Berna, al quartiere generale di Voodoo Rhythm Records, per incontrare il Reverendo Beat-Man, in mezzo a scaffali pieni di vinile e cd che ancora oggi entusiasmano gli appassionati e conquistano nuove generazioni. Dopo una tazza di te e dei pasticcini gentilmente offerti dal Reverendo, la chiacchierata è partita proprio dall’inizio, dalla sua prima chitarra.
Nel gergo audio-tecnico il “threshold” è il livello oltre il quale un dispositivo o un processo comincia ad agire. Nella vita delle persone è la “soglia”, quella parentesi esistenziale dopo la quale inizia una nuova vita.
Léa Martinez ha intitolato “Threshold” il suo primo EP, uscito l’anno scorso con Humus Records ma che abbiamo avuto il piacere di riascoltare dal vivo durante la passata edizione di Label Suisse a Losanna. È stata una ghiotta occasione per fare quattro chiacchiere con questa cantautrice de La Chaux-De-Fonds che è anche fotografa, tatuatrice, illustratrice e tecnica delle luci.
“Threshold” raccoglie le prime composizioni di Léa Martinez, tutti brani scritti tra i suoi 18 e i 25 anni. È quella la soglia del titolo: un periodo delicato che funge da passaggio dalla vita adolescenziale a quella adulta; una fase che, per Léa, è stata dura e caratterizzata da paure profonde, proprio nel momento in cui si è dovuta confrontare con le responsabilità e con i dubbi del mondo dei grandi, e con la sensazione che la terra le scivolasse via da sotto i piedi.
Musica come rifugio, per ritrovare forza nella tristezza, lasciando che essa scorra e ci avvolga, perché, come dice Léa Martinez, “è importante non fuggire da essa, ma imparare a digerirla”. Liberando una montagna di emozioni accumulate, Léa, con l’aiuto dell’amico e produttore Kevin Galland, ha creato una raccolta di sei canzoni indie folk autunnali ed evocative, velate di malinconia.
Crescere è un mestiere impegnativo. Non perché lo fai per tutta la vita, ma perché nel breve passaggio su questa terra, l’immagine che vediamo riflessa allo specchio, dovrebbe sempre essere lo sparti acque tra ciò che eravamo ieri e ciò che saremo domani o, meglio ancora, ciò che scegliamo di essere di domani; perché mettere in discussione il proprio vissuto è fondamentale per affrontare il futuro con consapevolezza.
L’EP “Ragazzo da parete” (di Arma, prodotto da Spada OG) mette al centro lo specchio in cui il rapper bellinzonese ha osservato (prima di affrontarlo e di declinarlo in versi) il suo passaggio dall’adolescenza alla prima vita adulta, un modo “per cercare di superare la conflittualità che dirigiamo verso la nostra gioventù”.
È un disco sorprendente che funge da portale verso un fulcro creativo che pone Bellinzona al centro della mappa svizzero italiana dell’hip-hop. Arma e Spada OG sono, insieme, una delle voci musicali de La Cloud, crew e fucina di idee nata nella capitale nel 2019 e attiva nella produzione musicale e grafica. Una famiglia che si allarga.
Da una chiacchierata pensata (inizialmente) per far luce luce su un EP di cinque canzoni, è emerso un quadro ben più ampio, un puntatone che contiene la storia e le visioni di due creativi preparati, ludici e affamati di conoscenza.
Ikan Hyu hanno messo l’amicizia al centro del nuovo album “Withdrawal Symptoms” (Mouthwatering Records).
Il duo di Zurigo e Winterthur celebra dieci anni di musica fatta insieme, certo, c’è anche un’evoluzione artistica e sonora, ma la condivisione creativa è un confronto costante, in mezzo al quale c’è il punto d’incontro per cui vale la pena lottare.
Ci sono paesaggi emotivi complessi dentro “Withdrawal Symptoms”. Hannah Bissegger e Anisa Djodjoatmojo cantano di “distanza e vicinanza”, del liberarsi da schemi di pensiero compulsivi e del senso d’appartenenza. Facendolo, portano l’esperienza del duo ancora più lontana, affinando una tecnica che, vista dal vivo oggi, è impressionante.
Impressiona perché le Ikan Hyu, pur essendo in due (Anisa suona il basso e la chitarra, Hanna si destreggia tra synth, rullante e drum-pads come un polipo) offrono una performance di grande impatto.
C’è la musica, ci sono le belle canzoni, c’è il talento nella scrittura e una sensibilità melodica al servizio di un suono che alterna potenza e intimità, e in cui fanno capolino anche una Theremin e il suono degli uccellini registrati sul campo.
Dal vivo, Ikan Hyu indossando anche teste di pesci luminescenti (il loro nome indonesiano è quello dello squalo), le copertine sono fatte da Hannah, ci sono pesci volanti, razze, polpi e lumache di mare… perché l’oceano è sì luogo d’ispirazione, ma anche d’introspezione, di immersione negli abissi di sé stessi per vedere cosa c’è sotto la nostra superifice.
La creatività è libertà. La libertà è qualcosa da condividere. Noi la condividiamo con voi. Sandra Romano ha incontrato le Ikan Hyu a Zurigo e la chiacchierata è partita dai sintomi del titolo, quelli dell’astinenza. Da che cosa?
Il 4 settembre 2026 è uscito “All Messed Up” (Flight 13 Records), il secondo album di Taranja Wu.
Figura intrigante e sfuggente dell’underground punk elettronico svizzero, la musicista basilese Taranja Wu ci invita, tre anni dopo “Dance with Taranja Wu” (Ikarus Records) ad abbracciare l’oscurità e a lasciare “che ci divori l’anima”.
Attraverso l’ascolto delle sue dodici canzoni, “All Messed Up” di Taranja Wu appare come un saliscendi ritmico ed emotivo. La tensione di una personale visione rock’n’roll graffiante e industriale filtrata attraverso chitarre, synth e drum-machines, si alterna ad atmosfere dilatate e voci sussurrate che sembrano risalire dalle profondità per stuzzicarti il subconscio.
Nella sua nuova resa dei conti musicale, Taranja Wu spinge in avanti usando la voce per diffondere slogan taglienti più che melodie, una seduzione diabolica e surreale percepibile su tutto l’arco di questa raccolta di “collisioni controllate, folli, ipnotiche e inquietanti” capaci di conquistarti e spingerti a restare.
Noi siamo rimasti. E questa è l’intervista di Sandra Romano.
Crescere, vivere e creare tra due culture. È una delle questioni affrontate da 7EMA nell’album d’esordio “Hassan”.
7EMA è l’alter-ego dell’artista svizzero di origini belghe e algerine Marwan Hemma, un musicista classico convertitosi alla musica elettronica araba.
Il suo album, “Hassan”, ha il candore di una palla di neve nella sabbia; si apre e si chiude con la purezza e la potenza della chitarra classica e della sua voce nuda e cruda, per ribadire le proprie origini accademiche, ma contiene una personale interpretazione elettronica di quanto assorbito durante la ricerca e la riscoperta delle proprie radici culturali e musicali.
La musica elettro-araba contenuta nell’album “Hassan” è stata prodotta da Marwan in camera sua a Berna, ma è stata ispirata e composta tra Algeri e una residenza creativa nell’oasi di Tighmert, in Marocco, in mezzo ai suoni, alle percussioni e ai racconti della tribù Azouafit.
È il frutto di un’immersione nella cultura Hassaniya. Il titolo “Hassan” si riferisce anche al nome del giovane percussionista Hassan Ouaiour, un talento straordinario conosciuto durante la sua permanenza di Marocco e con cui continua a suonare.
Marwan Hemma, creativo dall’animo gentile che cita nella sua musica anche lo scrittore algerino Kateb Yacine, usa l’auto-tune per parlare delle comunità e della loro forza, nel Maghreb come in Europa, ma anche dell’esilio e dell’amore.
Ascoltare “Hassan” di 7EMA è come vivere una serata che diventa qualcos’altro, che inizia tranquilla e finisce in un bagno di sudore. E in mezzo si balla, si ride, si piange e si ricorda.
C’è una super iperattività alla base della necessità di Kety Fusco di reinventarsi e di realizzare ogni idea che nasce nel suo cervello sempre in funzione. È il fuoco dentro, è l’energia che le permette di esistere e di resistere.
Venerdì 30, sabato 31 ottobre e domenica 1 novembre (con la cerimonia di chiusura, un “brunch” e il set della ticinese DJ Toshka) va in scena (per la prima volta a Bellinzona, al Teatro Sociale) il Floating Notes Festival, una manifestazione, un “movimento” che alza il coefficiente underground e alternativo delle proposte culturali nella Svizzera italiana.
La notizia dell’arrivo nella capitale del “padre” della techno di Detroit, Jeff Mills, ha acceso l’entusiasmo e la corsa ai biglietti. Mills porta in esclusiva svizzera a Bellinzona il “Cinemix Metropolis”, reinterpretando la colonna sonora del capolavoro di Fritz Lang del 1927. Il dj, produttore e compositore americano è il ciliegione sulla torta di un evento che prevede anche la partecipazione di Chassol. Il pianista francese (“main act” della serata di sabato) presenterà, sempre in esclusiva svizzera, il nuovo album e progetto “Funny how?” (2026 Créature) in cui si mescolano musica contemporanea e “Stand up comedy” americana.
Il Floating Notes Festival, quest’anno in veste più che mai multimediale con un edizione ricca di interazioni tra musica e immagini in movimento, mette davanti sempre e comunque la scena alternativa e sperimentale svizzera (che si prenderà il palco nella giornata di sabato) con un occhio attento anche alle produzioni della Svizzera italiana.
Oltre alla violoncellista Sara Oswald (VD), all’arpista Julie Campiche (GE) e al chitarrista Manuel Troller (LU), sul palco del Teatro Sociale saliranno anche la cantautrice ticinese Nadine Carina con l’ultimo album “The Blue Hour” (2026 A Tree In A Field Records) e l’artista elettronico bellinzonese Davide Botta, con la presentazione in anteprima del nuovo concept “Cosmonauta”.
Nella prima edizione “bellinzonese”, il Floating Notes Festival inaugura anche il Floating Hub, offrendo delle occasioni di incontro e confronto tra artisti, professionisti del settore e addetti a lavori, aperte al pubblico. Ci saranno anche gli afterparty al Folk Bar con i DJ Sets di Denis Longhi, direttore artistico del festival Jazz:Re:Found di Cella Monte (I)
Abbiamo avuto il piacere di incontrare la madre biologica del Floating Notes Festival, l’arpista Kety Fusco e il co-direttore artistico Michele Pennetta.
Visto con gli occhi e ascoltato con le orecchie del presente, l’album del 2023 di Yet Not Yokai, “Wir Sind Da”, appare come uno spartiacque tra il prima e il dopo di questo trio psy-rock che abbiamo già ospitato nelle Confederation Music Sessions.
Se “Wir Sind Da” era nato in co-produzione con Timo Keller ed era uscito con la label romanda Humus Records, il secondo “Endlich Senden”, oltre a essere stato pubblicato con la label di Thomas Seidmann “Fuzztronaut Records”, è un esperimento DIY totale, risultato di un periodo di grave malattia del musicista lucernese e di cambiamenti importanti nella vita del batterista Samuel Birrer e del bassista Simon Pfister, entrambi diventati papà nel frattempo.
“Endlich Senden” è stato costruito sulla riduzione. Contiene alcuni elementi nuovi, come le percussioni e il flauto, ma è meno cerebrale (nel senso della sperimentazione) e più diretto, è più un disco “di canzoni” che offrono, facendo dentro e fuori dall’oscurità, un bouquet sonico teso e psichedelico. È uno spaccato di vita, uno sguardo critico sul mondo, quello di un gruppo di musicisti legati da un’amicizia inossidabile e da una collaborazione creativa ventennale.
Ho avuto il piacere di ritrovare il musicista a cantautore Thomas Seidmann.
Quando vivere diventa una rappresentazione della vita attraverso un display, quando comunicare si riduce a commentare un post o dove l’esperienza è un contenuto social, a morire lentamente sono il dialogo, l’empatia e la capacità d’ascoltare e capire l’altro.
Alla base di “Resonanzas” (R-Tunes), il nuovo progetto di Astrid Alexandre, c’è l’osservazione del “rumore” con cui le persone esprimono le proprie opinioni. In questo disco di concetto, la risonanza, l’eco che un suono genera nello spazio esteriore e interiore, prende il sopravvento sul volume e diventa luogo d’ispirazione per incontri, testi, immagini e voci sconosciute.
In un viaggio concettuale di dieci canzoni, Astrid Alexandre (cantante e polistrumentista romancia con radici belghe) ascolta e segue le tracce delle storie, delle parole e delle prospettive di persone che hanno scritto, suonato o danzato ispirate, a loro volta, dalla sua musica.
È una rete in cui la creatività risuona e comunica, un ping-pong intimo e creativo di causa-effetto, come se tutto fosse collegato e si alimentasse a vicenda: idee musicali nate da conversazioni, testi teatrali, libri o frasi scritte trovate in giro: basta ascoltare, senza replicare, ma lasciando spazio alla percezione affinché risuoni in te, finché qualcosa di nuovo nasce.
La potenza di “Resonanzas” sta nel suo essere silenzioso, delicato ed evocativo. Notturno.
Abbiamo avuto il piacere di ritrovare (una super impegnata) Astrid Alexandre, otto anni dopo la sua ultima partecipazione a Confederation Music.
From the publisher's feed
Ah... è svizzero? Quante volte vi siete stupiti scoprendo che quella particolare canzone che tanto vi piace è svizzera?
All'ombra del grande mercato e del circo mass-mediatico internazionale,…
Confederation Music è una finestra aperta sulla variegata e frizzante scena musicale elvetica.
Potrete ascoltare parole e suoni di chi ha scelto di fare il musicista nel nostro paese, o di quegli Svizzeri che fanno musica all'estero, ma anche di chi, arrivando da fuori, ha fatto della Confederazione il proprio campo base musicale!