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  • La cina è responsabile del coronavirus e dovrebbe pagare i danni
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6086

    LA CINA E' RESPONSABILE DEL CORONAVIRUS E DOVREBBE PAGARNE I DANNI di ANTONIO SOCCI
    Il 25 marzo al G7 Trump aveva proposto di chiamare il coronavirus "Virus di Wuhan", per sottolinearne l'origine cinese e per stigmatizzare il comportamento di quel regime. Gli altri stati hanno sdegnosamente rifiutato la proposta.
    A parte la Casa Bianca, nessuno - fra i governanti occidentali e le autorità sanitarie o religiose - ha osato puntare il dito sul regime cinese per le sue gravi responsabilità nell'epidemia che sta sconvolgendo il mondo. Tutti timidi con Pechino o servili e sottomessi. [...]
    Tuttavia nei giorni scorsi almeno una voce libera si è finalmente alzata per dire la verità su questa pandemia che sta facendo migliaia di morti e sta rovinandoci, distruggendo le nostre economie.
    È la voce del card. Charles Bo. [...] L'arcivescovo di Yangon, nel Myanmar, in questa dichiarazione pubblicata col titolo "Il regime cinese e la sua colpevolezza morale sul contagio globale" - ricorda anzitutto le migliaia di vittime che il Covid 19 sta facendo nel mondo.
    Il prelato quindi cita la ricerca dell'Università di Southampton, in Gran Bretagna, secondo la quale, se la Cina fosse stata corretta, cioè se - invece di reprimere chi già aveva scoperto l'epidemia - avesse agito tre settimane prima rispetto a quando agì (il 23 gennaio), il numero di casi totali di Covid 19 si sarebbe potuto ridurre del 95 per cento. Ma anche solo agendo una settimana prima la pandemia sarebbe stata ridotta del 66 per cento.
    Con questo ritardo - dice il porporato - si è "scatenato un contagio globale che ha ucciso migliaia di persone".

    LA BOMBA BIOLOGICA DEGLI 11 GIORNI DI WUHAN
    Anche "Il Sole 24 ore" cita questa ricerca e, in un articolo intitolato "Coronavirus, gli 11 giorni di Wuhan che avrebbero potuto salvarci dalla pandemia", ricostruisce quelle vicende: l'epidemia era già stata scoperta a dicembre e le voci che ne parlavano furono fatte tacere e bisogna arrivare al 9 gennaio per riconoscere la prima vittima ufficiale di coronavirus. Nei giorni successivi, quando il virus già faceva il suo orrendo lavoro, "la Cina sceglie la strada del negazionismo", con "l'intero Paese" che si prepara alle feste del capodanno e le autorità di Wuhan che il 18 gennaio "invitano i cittadini al banchetto di Capodanno, con decine di migliaia di persone... Una bomba biologica a pensarci adesso". Così "Il Sole".
    Il card. Bo spiega che in tanti paesi poveri come il suo è impossibile "applicare le misure di 'distanziamento sociale' attuate da molti paesi" e non ci sono strutture sanitarie all'altezza.
    Mentre "rileviamo il danno arrecato a tante vite umane nel mondo intero, dobbiamo chiederci chi è il responsabile? Ovviamente si possono criticare le autorità ovunque" afferma il cardinale, "molti governi sono accusati di non aver preparato i loro paesi quando hanno visto il dilagare del coronavirus a Wuhan. Ma c'è un governo che ha la responsabilità primaria, per quello che ha fatto e per quello che non è riuscito a fare, ed è il regime del Partito comunista cinese di Pechino. Vorrei essere chiaro: è il Partito comunista cinese ad essere responsabile" sottolinea il prelato "non il popolo cinese. I cinesi sono stati le prime vittime di questo virus e sono state a lungo le principali vittime del loro regime repressivo. Ma sono la repressione, le bugie e la corruzione del Partito comunista cinese a essere responsabili".

    IL REGIME È RESPONSABILE, MENTRE IL POPOLO È LA VITTIMA
    Il prelato è circostanziato, ricorda che il regime, invece di proteggere il popolo dall'epidemia, "ha messo a tacere" chi per primo ha capito che c'era un nuovo virus "come il dottor Li Wenliang dell'ospedale centrale di Wuhan" che lanciò l'allarme già il 30 dicembre. E pure due giovani giornalisti della città. Poi ricorda altri arresti.
    Il cardinale ricorda gli altri errori del regime "dopo che la verità era diventata di dominio pubblico" (per esempio "il Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie è stato ignorato da Pechino per oltre un mese").
    Le statistiche ufficiali delle vittime - afferma il porporato - "minimizzano" ancora la portata dell'epidemia: "bugie e propaganda hanno messo in pericolo milioni di vite in tutto il mondo". Tutto questo non è casuale. Il card. Bo ricorda "la repressione della libertà di espressione in Cina", la feroce violazione dei diritti umani e la campagna persecutoria contro la religione con "la distruzione di migliaia di chiese".
    La sua conclusione è netta: "con la sua gestione disumana e irresponsabile del coronavirus, il Partito comunista cinese ha dimostrato ciò che molti pensavano in precedenza: che è una minaccia per il mondo... questo regime è responsabile, attraverso la sua negligenza e repressione criminale, della pandemia che oggi dilaga nelle nostre strade".
    Quindi "il regime cinese guidato dal potente XI e dal Partito comunista cinese - non dal suo popolo - deve a noi tutte le scuse e il risarcimento per la devastazione che ha causato. Come minimo dovrebbe cancellare i debiti di altri paesi, per coprire il costo di Covid-19".
    Il cardinale cita, fra l'altro, il giurista James Kraska il quale "nell'ultimo numero di War on Rocks afferma che la Cina è legalmente responsabile di COVID 19" e i danni potrebbero essere quantificati in molti miliardi.
    Danni del comunismo.
    7 min
  • Post Coronavirus: Sanità tutta pubblica? Lo stato è il problema, non la soluzione
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6087

    POST CORONAVIRUS: SANITA' TUTTA PUBBLICA? LO STATO E' IL PROBLEMA, NON LA SOLUZIONE di STEFANO FONTANA
    In occasione della presente epidemia da coronavirus si levano alcune voci per chiedere che la sanità torni totalmente in mano allo Stato. Mi sembra che le motivazioni principali, legate alla contingenza in corso, siano le seguenti: le regioni non sono esenti da abusi ed errori, c'è una esigenza di uguaglianza su tutto il territorio nazionale, quando sorgono delle emergenze occorre coordinare le risposte e solo lo Stato lo può fare.
    A mio parere, sia il buon senso sia i principi della Dottrina sociale della Chiesa non supportano questa proposta. Anzi, chiedono di rivedere la sanità in modo veramente sussidiario.

    1) IL BUON SENSO
    Cominciamo dal buon senso e consideriamo l'atteggiamento del governo in questo periodo. Fughe di notizie allarmanti prima degli annunci ufficiali, stanziamento di fondi ai comuni che altro non sono che anticipazioni, difficoltà a mettere in sicurezza gli operatori sanitari, cinque versioni diverse di autocertificazione per gli spostamenti, inconsistenza dell'azione di governo sul versante dell'Unione europea, lo sportello dell'INPS che non funzione, la modulistica INPS che non è stata rinnovata rispetto a quella esistente con difficoltà enorme per chiedere le provvidenze previste, i tribunali che non rispondono anche se, pur bloccate le attività esterne, il personale dovrebbe esserci e lavorare, incertezze e incompetenze ai massimi livelli nella gestione della scuola, inadeguatezza della protezione civile a questo tipo di minaccia, messaggi contrastanti tra le fonti pubbliche di informazione, sospensione delle garanzie costituzionali, tentativi di sfruttare la situazione per pubblicità politica ... e l'elenco potrebbe continuare. Senza contare i tagli al reparto sanità dei governi degli ultimi dieci anni.
    Il buon senso vede che le principali risorse contro l'epidemia sono venute in sede locale e dalla spontanea mobilitazione delle forze sociali. Medici e infermieri che operano a proprio rischio, famiglie che si sono assunte molti oneri nelle difficoltà, sinergia tra pubblico e privato, contributi economici facoltosi, discreta operatività dei comuni. Quando si va sul piccolo, sul gestibile, sul partecipabile... allora si vedono risposte concrete, quando ci si allontana e ci si colloca al centro, ossia a distanza, si riscontra la confusione. E pensare che la presidenza del Consiglio ha oltre tremila dipendenti e che in questo periodo è stato nominato un Commissario straordinario e uno stuolo di consiglieri ma la burocrazie e l'incrostazione dei percorsi hanno ancora la meglio. Gli aiuti tardano a venire, non si sa ancora come finanziarli, l'accesso agli stessi è complicato, si parla di una cassa integrazione europea che nessuno sa cosa sia. Con ciò non si vuole difendere il sistema attuale della sanità regionale che, come testimoniano i conti drammaticamente in rosso di alcune regioni, non sempre dà buon esempio. Ma il ritorno al centralismo no.

    2) LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
    La Dottrina sociale della Chiesa è per una risposta al problema della sanità coordinata ma articolata, come ad ogni altro problema sociale. Coordinata rispetto al bene comune, articolata perché la giustizia consiste nel dare a ciascuno il suo, sia in termini di benefici ottenuti sia in termini di possibilità di operare e partecipare. Il bene comune è articolato a diversi livelli e non si dà solo al livello statale. Ciò esige che anche gli attori e le regole si collochino a diversi livelli di assunzione di responsabilità morale prima che civica. Lo Stato centralista è deresponsabilizzante. Anche una regione lo può diventare, ma se l'articolazione sussidiaria viene impostata bene e se la responsabilità è distribuita le cose vanno meglio.
    Possiamo tornare ora alle tre motivazioni principali di chi vorrebbe restituire la sanità completamente allo Stato. La prima era: le regioni non sono esenti da abusi ed errori: è vero, ma questo avviene quando esse copiano il centralismo statale e lo ripropongono sul territorio. La soluzione allora non è di tornare al centralismo statale ma di articolare ulteriormente le competenze sul territorio. La seconda era: c'è una esigenza di uguaglianza su tutto il territorio nazionale: ma l'uguaglianza non è la giustizia. Certamente la dignità delle persone è uguale e esiste qualcosa di dovuto all'uomo in quanto uomo come dice la Centesimus annus, ma la giustizia, che pure tiene conto di questo, consiste nel dare a ciascuno il suo, contrariamente all'egualitarismo, il che chiama in causa la responsabilità e la responsabilità non è uguale in tutti. La terza dice: quando sorgono delle emergenze occorre coordinare le risposte. Ma il coordinamento delle risposte è una cosa e la loro esecuzione responsabile è un'altra. Magari ci fosse chi coordina e chi fa, spesso purtroppo chi coordina anche fa. Pensare di accentrare il coordinamento e anche l'esecuzione non è cosa buona.
    7 min
  • Coronavirus: ora basta vogliamo le messe!!!
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6078

    CORONAVIRUS: ORA BASTA, RIVOGLIAMO LE MESSE!!! di COSTANZA MIRIANO
    Visto che nessuno può fare previsioni sul futuro, ma che da nessuna parte si vocifera certo di una imminente riapertura totale, bisogna cominciare a ragionare su come convivere con questa situazione per un tempo abbastanza lungo. Dobbiamo prepararci a qualsiasi evenienza e dunque riaprire la questione delle funzioni religiose sospese. Non possiamo pensare di stare senza messa fino all'estate o addirittura fino all'autunno, esattamente come non stiamo pensando di stare senza spesa, benché il supermercato sia un posto ben più insidioso delle chiese vuote.
    Ma la questione dobbiamo sollevarla noi credenti: è evidente che il tema della fede non è più di rilevanza pubblica. Lo Stato ci riconosce solo formalmente, ma nella realtà - se le cose rimangono così - possiamo dire che lo spirito del Concordato è finito ed è stato tradito ampiamente, se si vietano le messe e non si riconosce la frequenza dei sacramenti come una necessità primaria, come il cibo, l'informazione (edicole aperte), il fumo (tabaccai idem). So bene che il Concordato non può essere denunciato da un gruppo di fedeli, seppur nutrito, e che la cosa porrebbe moltissimi problemi giuridici, nonché la questione dell'8 per mille; lo so, ma non è l'aspetto giuridico che mi interessa, bensì la missione profetica che la Chiesa deve continuare ad avere. In un momento in cui tutti parlano continuamente e solo di virus e contagi e mascherine e antivirali e numeri e precauzioni, la Chiesa deve aiutarci a guardare più in alto, a leggere questo che stiamo vivendo come un richiamo e una grazia, il promemoria del totalmente Altro che reclama a sé i nostri cuori impauriti. Ma se la Chiesa chiude e si ritira, se prende le stesse precauzioni di un'associazione qualunque, come può aiutare chi ha paura a trovare un senso di eternità a quello che succede?

    VOGLIAMO LA MESSA PERCHÉ NE ABBIAMO BISOGNO
    Allora noi, esigua minoranza che riteniamo la partecipazione ai sacramenti essenziale almeno quanto l'accesso ai supermercati, dovremmo affermare, insieme ai tantissimi sacerdoti (praticamente tutti quelli che conosco) che non è minimamente pensabile che il popolo dei cattolici sia lasciato totalmente senza messa fino all'estate (veramente da qualche parte leggo che non è neppure scontato che l'estate spazzerà via tutto), mentre le altre necessità evidentemente inferiori continuano a essere soddisfatte.
    Io non voglio davvero giudicare nessuno, né il Governo, né i pastori, che nell'emergenza hanno ritenuto opportuno correre i minori rischi possibili. All'inizio non si capivano bene le dimensioni del problema, i tempi, le misure da prendere. Comprendo chi spinto dall'emergenza e dalla necessità ha scelto di obbedire alla decisione della sospensione delle messe, non solo senza protestare, ma addirittura aggiungendo talora la chiusura dei luoghi di culto, che in tante parti di Italia continuano a essere inaccessibili.
    Però adesso dobbiamo prendere le misure con questa situazione. Si è trovato il modo di regolamentare tutto, si trovi un modo anche per le messe. Ma dobbiamo essere noi cattolici, e prima di tutto i nostri pastori, a pretenderlo, non aspettare che sia il Governo a concederlo. I pastori devono pretenderlo, e risponderne davanti a Dio, quindi avendo cura della salute fisica dei fedeli, che saranno certo pronti a prendere almeno le stesse precauzioni che seguono disciplinatamente per andare a fare la spesa.
    E' chiaro che al fondo di tutto c'è una questione di fede, che è ormai compresa da pochissimi. Di sicuro non dalle istituzioni, che riconoscono alla Chiesa solo il diritto di continuare a fare carità per il corpo, come è giusto che sia. Anzi, le attività sono aumentate. Ci sono mense aperte, con maggiori distanziamenti, ci sono distribuzioni di cibo e vestiti. Anche quelli sono a rischio assembramento. L'unico motivo per cui non si riconosce la stessa rilevanza alla messa risiede nel fatto che le nostre autorità, evidentemente, non riconoscono la nostra fede: pensano che per dare un panino ci si può organizzare con guanti e mascherine e distanze, ma per dare il corpo di Cristo non vale la pena sbattersi troppo.
    Che la autorità civili la pensino così non mi sconvolge, è evidente da ogni singola legge. Ma noi che sappiamo che la fede è un incontro con una persona dobbiamo annunciarlo, anche chiedendo che questo incontro ci venga consentito, come ci è permesso andare a comprare il pane. I nostri pastori lo pretendano!

    LA SCIENZA CONCORDA CON LA FEDE
    Premetto che ho parlato con diversi medici cattolici in primissima linea sul fronte del Covid. Quelli delle città più colpite. Non solo sono d'accordo sul fatto che sia assolutamente possibile trovare un modo per far riprendere le messe aperte al popolo, ma anzi sono forse quelli che ne hanno più bisogno. Combattono in modo estenuante dalla mattina alla sera, guardano in faccia la morte tutti i giorni, come si può lasciarli senza eucaristia?
    Si trovino soluzioni. Ce ne sono infinite: a prenotazione, con il numerino (se sei fuori un giorno almeno ti prenoti per il successivo), con delle liste, dei turni, messe più brevi e senza omelia, più frequenti, all'aperto. Si mettano nastri sulle panche per indicare i posti. La vorrei vedere, tra l'altro, la gente che si contende il privilegio, sarebbe proprio una bella sorpresa. (A parte alla messa delle palme che essendo quella col gadget in regalo è la più affollata dell'anno).
    Le occasioni di contagio sono molte di meno che al supermercato, perché non devi toccare niente, non ti porti a casa niente, non metti nei pensili roba con il cartone o la plastica su cui forse ha tossito qualcuno con il virus. Il sacerdote può indossare la mascherina nell'unico momento in cui ci si avvicina - sempre a più di un metro - a lui. Si può pulire le mani con l'amuchina prima della comunione.
    Insomma, non si può trattare la messa come il cinema o il teatro. Non è uno spettacolo a cui puoi assistere anche fra sei mesi, è il centro della vita del cristiano, e la fretta che c'è stata nel sospenderla può essere comprensibile solo nel momento della paura e della concitazione, mentre è imperdonabile adesso che si deve imparare a convivere col virus. Non si può trattenere il fiato a oltranza e la messa per noi è il respiro.
    I medici potrebbero dare indicazioni: magari vieterebbero l'accesso agli over 65 (e già nella mia parrocchia certi giorni rimarremmo in tre, se va bene), agli immunodepressi, a chi vive con qualche categoria a rischio. Poi però coerentemente bisognerebbe impedire anche l'accesso ai supermercati agli over 65, organizzare la consegna a casa obbligatoria, perché è inutile che mi vieti la messa alla vecchina che poi va tra le corsie dello scatolame ben più strette delle nostre chiese da 800 posti sempre vuote.

    LA CHIESA DEVE ANNUNCIARE LA SALVEZZA OFFERTA DA CRISTO
    Adesso tutti hanno capito bene le regole, e se è vero che le forze dell'ordine dicono che un 3% delle persone che fermano non sono in regola, significa che il 97% del nostro popolo allergico alle regole questa volta le sta rispettando. Mi aspetto che tra i frequentatori delle chiese la percentuale salga ulteriormente, ma comunque anche un 3% sarebbe gestibile: in ogni parrocchia ci sono dei laici che potrebbero collaborare con una sorta di servizio di sicurezza.
    La Chiesa così annuncerebbe in modo visibile e chiaro che la vera guarigione è quella che Cristo è venuto a portarci, la guarigione dal peccato originale grazie al suo sacrificio, quello che si consuma durante ogni messa, che ci fa diventare suoi contemporanei. È un incontro insostituibile e irrinunciabile: che non lo sappiano al Viminale ci sta, che lo dimentichiamo noi, no.
    Vi prego, astenetevi dal farmi la predica sull'obbedienza (non mi pare un valore spirituale l'obbedienza alle leggi civili, alla quale siamo tutti tenuti, ma è tutto un altro piano, quello) e anche sul fatto che Dio parla lo stesso, nelle nostre case, mentre serviamo e amiamo i familiari (se vado a messa ho comunque altre 23 ore e trenta per stare nella mia realtà), nelle nostre preghiere solitarie. Lo so che Dio parla e agisce, e sono certa che sta facendo miracoli nelle vite di ciascuno, so che si serve anche di questa strana storia. Ma pensare che le preghiere da soli possano sostituire l'azione liturgica è una sorta di devozionismo, contrario e opposto, quindi complementare all'idea tutta sociale di una Chiesa che siccome dà i pacchi viveri sta facendo tutto quello che deve. È lo stesso problema: pensare che non abbiamo bisogno di Dio e della Chiesa per essere guariti dal peccato originale, pensare che possiamo essere buoni da soli.
    Proprio in questo momento in cui la morte, la grande rimossa, è al centro della scena pubblica, è il momento di annunciare che solo uno ha il potere sulla morte, solo lui ci parla di vita, e per sempre. Ma ne ha il potere grazie al suo sacrificio, che ci ha detto di "fare in memoria di lui". Ora che molti sono terrorizzati parliamo dell'unico che può dirci "non temete". Ora che pregano anche gli insospettabili, permettiamo loro di ascoltare parole buone in chiesa. [...]
    11 min
  • La paura da coronavirus sarà usata per la svolta totalitaria
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6077

    LA PAURA DA CORONAVIRUS SARA' USATA PER LA SVOLTA TOTALITARIA di ANTONIO SOCCI
    Il problema è l'uso politico della paura. Perché oggi, padrona incontrastata della scena pubblica e dei sentimenti privati, è la paura della pandemia, del contagio, di questo nemico invisibile e feroce che si può nascondere dovunque e d'improvviso può assalirti e condannarti in poche ore a una morte atroce, solo come un cane.
    Una paura di tutto un popolo (e di quasi tutto il mondo) come mai si era vista serpeggiare fra la gente. Ma, attenzione, c'è un'operazione politica in corso in Italia che fa leva proprio su questa ansia collettiva.
    La tentazione del potere di usare la paura c'è sempre stata, come spiegava anni fa Zygmunt Bauman: "Di sicuro la costante sensazione di allerta incide sull'idea di cittadinanza nonché sui compiti ad essa legati che finiscono per essere liquidati o rimodellati. La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all'argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E i richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione".
    Queste parole di Bauman fanno pensare all'Italia oggi alle prese con l'epidemia da coronavirus.

    ADDIO POPOLO SOVRANO
    Ieri un insigne giurista, Claudio Zucchelli (fino a pochi mesi fa Presidente della Sezione Normativa del Consiglio di Stato), in un suo intervento, giudicava "molto dubbia" la "costituzionalità" dei Dpcm e del le ordinanze emanate a causa del Covid19, "avendo essi limitato diritti fondamentali costituzionali".
    Infatti si può incidere su quei diritti "in caso di emergenza... purché le limitazioni scaturiscano dal rispetto delle forme cioè della sovranità popolare" che si esprime nel Parlamento.
    È vero che - dopo molte critiche in questo senso - "il governo ha presentato al Parlamento un decreto legge (n. 19 del 2020) con il quale ha creduto di aggiustare la situazione. In realtà" spiega Zucchelli "nulla è cambiato, perché il Dl enumera e descrive tutte le misure restrittive già contenute nei precedenti Dpcm, ma non le adotta, delegandole al Presidente. È questi che decide sulla esistenza o no dello stato di eccezione, non il Parlamento. Ma chi ha il potere di decidere lo stato di eccezione e sospendere il diritto, possiede la sovranità, e dunque la sovranità si sposta dal popolo al Presidente".
    Zucchelli spiega: "Questa è la violazione avvenuta in questa contingenza perché sono stati accentrati nelle mani del governo il potere normativo e quello esecutivo. Situazione dalla quale metteva in guardia Montesquieu. Il drammatico dubbio è quindi che con il pretesto della emergenza, si tenti di cambiare il volto stesso della democrazia occidentale, andando verso una democrazia autoritaria, ossimoro che cela una nuova forma di Stato autoritario".
    Proprio per la paura dilagante in queste settimane tutto un popolo ha accettato senza la minima obiezione qualcosa che sarebbe stato impensabile fino a pochi giorni fa: la forte limitazione della nostra libertà personale, la rinuncia ai nostri legami sociali e addirittura la prospettiva prossima del baratro economico.
    Il paese vive questa generale condizione di paralisi come ipnotizzato. Senza ancora rendersi conto precisamente di cosa sta accadendo.

    LA TATTICA DI CONTE
    Ma perché Conte ha deciso quella forzatura? La via naturale sarebbe stato un serio dibattito parlamentare con il coinvolgimento di tutte le forze politiche nel governo per avere l'unità del Paese e renderlo più forte in questa battaglia terribile.
    Ma questo avrebbe significato rimettere in gioco il centrodestra (che è maggioranza nel paese) e Salvini (che Conte detesta) e probabilmente avrebbe portato pure all'accantonamento di Conte.
    Perciò l'attuale premier - che sta a Palazzo Chigi senza legittimazione popolare - con i suoi strateghi ha scelto la via opposta, intravedendo in questa emergenza nazionale la grande occasione per darsi un'immagine da leader.
    Ha dunque varato una sorprendente operazione politica. Si è preso un ruolo esorbitante invadendo tv e altri media e diventando l'unico attore sulla scena, non avendo voluto neanche nominare un Bertolaso per l'emergenza (pure il consiglio dei ministri è evaporato). È diventato un uomo solo al comando e si è proposto come il Grande Rassicuratore della gente impaurita dall'epidemia.
    Gli errori fatti da lui e dal suo governo da fine gennaio, quando è scattato l'allarme, nella gestione dell'emergenza, sono davvero grandi (da quelli sulla Lombardia, alle preziose settimane di febbraio perse senza far nulla, dalla mancanza di attrezzature di protezione, perfino negli ospedali, fino alla carenza di cure a domicilio per i positivi).
    Ma paradossalmente e inspiegabilmente tutto questo non sembra suscitare (ancora) indignazione. Perché fra la gente la ragione critica è oggi totalmente soffocata dalla paura. Infatti - nonostante questi errori - nei sondaggi pare che il consenso attorno a Conte e questo governo - al momento - sia cresciuto.
    Perché? E perché l'opposizione - che ha cercato di dare il suo contributo critico evidenziando gli errori del governo, viene - a quanto - pare penalizzata?
    Lo ha spiegato bene Marco Gervasoni nel suo pamphlet, "Coronavirus: fine della globalizzazione" (con Corrado Ocone): "Quando c'è la paura - e l'epidemia è uno dei fattori che più la scatena - l'essere umano è pronto a rinunciare a tutto, pur di salvare la vita. Quando l'uomo ha paura ha bisogno sì di un capo. Ma di un capo che lo rassicuri, non che crei ulteriore paura o ansia... quando l'uomo ha paura di morire si affida a chi può dargli maggiore certezze. Per questo inevitabilmente, sul breve periodo (che però non sappiamo quanto potrà essere lungo) la crisi mondiale favorirà chi al potere già ci sta".
    Il bisogno collettivo di rassicurazione si vede bene nel successo del più sciocco slogan del secolo: "andrà tutto bene". Si contano i morti a migliaia ogni giorno, ma la gente ha bisogno di qualcuno che - come ai bambini - ripeta: non preoccuparti, andrà tutto bene. Contro ogni evidenza, perché questo non è il momento della razionalità.
    Conte si è inserito in questa ondata di paura, per rispondere a tale bisogno di rassicurazione, come unica autorità in campo [...] e lo ha fatto ostentando appunto paterna protezione. Così è cresciuto in popolarità.
    Il suo progetto politico punta al Quirinale.

    DIRETTORIO
    Ma è difficile che un governicchio così debole e minoritario possa superare l'enorme scoglio rappresentato dal crollo della nostra economia(a fine aprile arriveranno i primi dati e saranno terrificanti).
    Di fronte a quella situazione drammatica s'imporrebbe la necessità di un governo di unità nazionale, che fosse largamente maggioritario in parlamento e nel Paese, ma sicuramente si accamperanno le solite scuse: "non si può fare una crisi di governo in questa situazione di emergenza e tanto meno si possono fare le elezioni".
    Allora potrebbe saltar fuori dal cilindro l'idea di un direttorio di illuminati che affiancherebbero il premier per "salvare" il Paese dal tracollo totale.
    Nei giorni scorsi una falsa notizia attribuita all'Ansa (che ha subito fatto denuncia), parlava di colloqui fra le alte istituzioni su una "task force per la ricostruzione" e si facevano i soliti nomi di Draghi, di Cassese e di Amato.
    "Notizia falsa, ma in fondo verosimile", ha commentato Lettera43. Chi l'ha fabbricata potrebbe aver orecchiato idee che circolano nell'aria. Qualcuno sospetta che alcuni di quei nomi siano stati fatti per essere "bruciati".
    Se si percorresse quella via sarebbe una sorta di commissariamento della Repubblica che forse passerebbe in modo indolore fra la gente attanagliata dalla paura e - anche - dal dramma economico. La paura e l'emergenza permettono tante cose.
    In fondo le prove generali sono appena state fatte in questi giorni. Il rischio, come scrive Zucchelli, è che "con il pretesto della emergenza, si tenti di cambiare il volto stesso della democrazia occidentale, andando verso una democrazia autoritaria".
    10 min
  • Coronavirus e modello cinese: la tecnologia permette il controllo totale di ogni cittadino
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6079

    CORONAVIRUS E MODELLO CINESE: LA TECNOLOGIA PERMETTE IL CONTROLLO TOTALE DI OGNI SINGOLO CITTADINO di LEONE GROTTI
    Un'occasione così il regime cinese non poteva lasciarsela scappare e infatti l'ha colta al volo. Grazie all'epidemia di coronavirus, con la scusa di combattere un'ondata di ritorno dei contagi, il governo ha imposto un nuovo e ulteriore strumento per la sorveglianza di massa della popolazione. Grazie alla tecnologia, agli smartphone e alle app ora in Cina la repressione potrà diventare addirittura preventiva.

    IL CODICE SANITARIO TRAMITE WECHAT E ALIPAY
    Il "sistema Qr code sanitario" è stato sperimentato a partire dall'11 febbraio nella città di Hangzhou, esteso inizialmente a tre province (Zhejiang, Sichuan e Hainan più la municipalità da 180 milioni di abitanti di Chongqing) e ora a tutto il paese. Il sistema è molto semplice e funziona attraverso le due app più popolari di tutta la Cina: WeChat e Alipay. La prima è l'equivalente di Whatsapp creata del gigante Tencent, ma molto più avanzata e con decine di funzionalità; la seconda è stata sviluppata da Alibaba, la compagnia di e-commerce più grande al mondo, e permette di pagare qualsiasi cosa in Cina.
    Entrambe le app forniscono un codice sanitario: verde, giallo o rosso. Il primo stabilisce che sei sano, il secondo che potresti essere stato a contatto con un malato di coronavirus e che dovresti dunque restare in autoisolamento per sicurezza, mentre il terzo sancisce che sei malato e che devi restare in quarantena. Nessuno sa con quale criterio vengano assegnati i codici ogni giorno, ma il sistema chiede di inserire il numero della carta di identità, notizie sui sintomi come febbre o tosse, sulla propria cartella clinica (comprese le malattie passate), dettagli sugli spostamenti delle ultime due settimane e delle persone con cui si è venuto in contatto.

    SENZA CODICE VERDE NON SI PUÒ FARE NULLA
    A Wuhan, epicentro dell'epidemia, come anche a Pechino, Tianjin, Shanghai, Chongqing e tutte le città cinesi più importanti, un codice verde è indispensabile per salire sulla metro, prendere il treno o l'aereo, entrare in banca, al supermercato, nei bar, nei ristoranti, in ufficio, a scuola o addirittura per entrare in alcuni quartieri delle città. Chi ha un codice verde è libero, chi non ce l'ha, anche se non ritiene di essere malato o un pericolo per la salute altrui, non può fare letteralmente nulla.
    Ancora non è chiaro a quali sanzioni va incontro chi viola il regolamento (uscendo ad esempio di casa con un codice rosso o giallo, oppure inserendo informazioni errate sul proprio stato di salute) ma le autorità hanno già annunciato che chiunque non rispetterà l'ordine delle app «sarà punito severamente». In particolare, il governo della provincia dell'Heilongjiang, nel nord-est del paese, ha dichiarato che chiunque violi le regole o fornisca informazioni sbagliate sarà «penalizzato in modo tale da subire un pesante impatto nella vita personale e lavorativa futura».

    900 MILIONI DI CINESI CONTROLLATI DAL CODICE
    Uno dei metodi per punire le persone potrebbe essere quello di abbassare il punteggio personale attraverso il "sistema di informazione sulla reputazione personale", il più colossale tentativo mai messo in atto da un governo per controllare, valutare e sanzionare di conseguenza il comportamento dei cittadini e delle imprese. Attraverso le telecamere e il riconoscimento facciale, infatti, ogni comportamento illecito (dal passaggio con il rosso a un ritardo nel pagamento del mutuo), viene segnato e conteggiato. Chi ha un punteggio basso non può più comprare biglietti del treno e dell'aereo, accendere mutui, aprire un conto in banca o accedere a lavori statali. Nel 2018 a 17,46 milioni di cinesi giudicati «inaffidabili» è stato impedito di acquistare biglietti aerei, mentre a 5,47 milioni di prendere il treno ad alta velocità. Inoltre, 3,59 milioni di imprese non hanno potuto candidarsi per appalti o chiedere credito alle banche.
    Secondo i dati rilasciati da Tencent, già 900 milioni di cinesi hanno attivato la funzione del codice sanitario su WeChat, Alibaba invece non ha ancora diffuso i dati. Nelle ultime settimane, l'utilizzo dell'app è stato integrato rispetto all'inizio: a Wuhan, ad esempio, prima di salire sulla metro bisogna scannerizzare il codice del vagone. In questo modo, se mai uno di quelli che è salito avrà un codice rosso, anche tutte le persone che alla stessa ora hanno scannerizzato lo stesso codice si ritroveranno perlomeno un codice giallo e non potranno uscire di casa. Senza neanche sapere perché.

    LA REPRESSIONE DIVENTA PREVENTIVA
    Su internet negli ultimi giorni si sono moltiplicate le lamentele di persone che sostengono di aver ricevuto un codice giallo o rosso senza motivo, per errore. Purtroppo non ci sono numeri verdi da chiamare e con i quali lamentarsi: che siano veramente sani o malati, fino a quando non avranno un codice verde non potranno mettere piede fuori di casa.
    Il governo ha spiegato che la tecnologia è indispensabile per arginare il ritorno dell'epidemia, ma è evidente che il codice sanitario è un'arma potentissima nelle mani di un regime che è già in grado di sorvegliare le città e sanzionare i comportamenti delle persone con la censura e attraverso telecamere onnipresenti a ogni angolo di strada. Per la prima volta il governo potrà, attraverso le app, impedire a chiunque perfino di comprare da mangiare o di muoversi con i mezzi pubblici. Per farlo non avrà bisogno di assoldare qualcuno per controllare la persone, basterà far apparire sui loro telefoni un codice rosso. Così la repressione diventa addirittura preventiva: un livello mai raggiunto prima da nessun regime al mondo.

    Nota di BastaBugie: ben 22 anni fa il film distopico dal titolo "Gattaca" prevedeva un futuro prossimo in cui grazie ai controlli della genetica lo Stato poteva decidere chi promuovere socialmente e chi svantaggiare. Oggi in Cina quel film è diventato realtà: con la scusa della salute del cittadino, lo Stato lo controlla e decide cosa può fare e cosa no.
    Per informazioni e varie clip del film Gattaca clicca qui, mentre qui sotto trovi il trailer dell'imperdibile film. Da vedere, rivedere e consigliare ai figli e agli amici.
    9 min
  • Niente sarà più come prima del Coronavirus
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6075

    NIENTE SARA' PIU' COME PRIMA DEL CORONAVIRUS di MONS. GIAMPAOLO CREPALDI
    L'epidemia connessa con la diffusione del "COVID-19" ha un forte impatto su molti aspetti della convivenza tra gli uomini e per questo richiede anche un'analisi dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Il contagio è prima di tutto un evento di tipo sanitario e già questo lo collega direttamente con il fine del bene comune. La salute ne fa certamente parte.
    Nel contempo pone il problema del rapporto tra l'uomo e la natura e ci invita a superare il naturalismo oggi molto diffuso e dimentico che, senza il governo dell'uomo, la natura produce anche disastri e che una natura solo buona e originariamente incontaminata non esiste. Poi pone il problema della partecipazione al bene comune e della solidarietà, invitando ad affrontare in base al principio di sussidiarietà i diversi apporti che i soggetti politici e sociali possono dare alla soluzione di questo grave problema e alla ricostruzione della normalità quando fosse passato. È emerso con evidenza che tali apporti devono essere articolati, convergenti e coordinati. Il finanziamento della sanità, problema che il coronavirus fa emergere con grande evidenza, è un problema morale centrale nel perseguimento del bene comune.
    Urgono riflessioni sia sulle finalità del sistema sanitario, sia sulla sua gestione e sull'utilizzo delle risorse, dato che un confronto con il recente passato fa registrare una notevole riduzione del finanziamento per le strutture sanitarie. Connessi con il problema sanitario ci sono poi le questioni dell'economia e della pace sociale, dato che l'epidemia mette in pericolo la funzionalità delle filiere produttive ed economiche e il loro blocco, se continuato nel tempo, produrrà fallimenti, disoccupazione, povertà, disagio e conflitto sociale.
    Il mondo del lavoro sarà soggetto a forti rivolgimenti, saranno necessarie nuove forme di sostegno e solidarietà e occorrerà fare delle scelte drastiche. La questione economica rimanda a quella del credito e a quella monetaria e, quindi, ai rapporti dell'Italia con l'Unione Europea da cui dipendono nel nostro Paese le decisioni ultime in questi due settori. Ciò, a sua volta, ripropone la questione della sovranità nazionale e della globalizzazione, facendo emergere la necessità di rivedere la globalizzazione intesa come una macchina sistemica globalista, la quale può anche essere molto vulnerabile proprio a motivo della sua rigida e artificiale interrelazione interna per cui, colpito un punto nevralgico, si producono danni sistemici complessivi e difficilmente recuperabili. Destituiti di sovranità i livelli sociali inferiori, tutti ne saranno travolti. D'altro canto, il coronavirus ha anche messo in evidenza le "chiusure" degli Stati, incapaci di collaborare veramente anche se membri di istituzioni sovranazionali di appartenenza. Infine, l'epidemia ha posto il problema del rapporto del bene comune con la religione cattolica e quello del rapporto tra Stato e Chiesa. La sospensione delle messe e la chiusura delle chiese sono solo alcuni aspetti di questo problema.
    Così ci sembra essere il quadro complesso dei problemi investiti dall'epidemia da coronavirus. Si tratta di argomenti che interpellano la Dottrina sociale della Chiesa per cui il nostro Osservatorio si sente chiamato ad offrire qualche riflessione, sollecitando altri contributi in questa direzione. L'enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, scritta nel 2009 al tempo di un'altra crisi, affermava che "La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità" (n. 21).

    1) LA FINE DEL NATURALISMO IDEOLOGICO
    Le società erano e sono attraversate da varie forme ideologiche di naturalismo che l'esperienza di questa epidemia potrebbe correggere. L'esaltazione di una natura pura e originariamente incontaminata di cui l'uomo sarebbe l'inquinatore non teneva e, a maggior ragione, non tiene ora. L'idea di una Madre Terra dotata originariamente di un suo equilibrio armonico con il cui spirito l'uomo dovrebbe connettersi per ritrovare il giusto rapporto con le cose e con se stesso è una sciocchezza che questa esperienza potrebbe dissolvere. La natura deve essere governata dall'uomo e le nuove ideologie panteiste (e non solo) postmoderne sono ideologie disumane. La natura, nel senso naturalistico del termine, produce anche disequilibri e malattie e per questo deve essere umanizzata. Non è l'uomo a doversi naturalizzare, ma la natura a dover essere umanizzata.
    La rivelazione ci insegna che il creato è affidato alla cura e al governo dell'uomo in vista del fine ultimo che è Dio. L'uomo ha il diritto, perché ha il dovere, di gestire la creazione materiale, governandola e traendo da essa quanto necessario e utile per il bene comune. Il creato è affidato da Dio all'uomo, al suo intervento secondo ragione e alla sua capacità di dominio sapiente. È l'uomo il regolatore del creato, non viceversa.

    2) I DUE SIGNIFICATI DEL TERMINE "SALUS"
    Il termine "Salus" significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L'attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Le minacce alla salute del corpo inducono cambiamenti negli atteggiamenti, nel modo di pensare, nei valori da perseguire. Essi mettono alla prova il sistema morale di riferimento dell'intera società. Esigono comportamenti eticamente validi, denunciano atteggiamenti egoistici, disinteressati, indifferenti, di sfruttamento. Evidenziano forme di eroismo nella comune lotta al contagio e, nello stesso tempo, forme di sciacallaggio di chi approfitta della situazione.
    La lotta al contagio richiede un ricompattamento morale della società in ordine a comportamenti sani, solidali, rispettosi, forse più importante del ricompattamento delle risorse. La sfida alla salute fisica si pone quindi in rapporto con la sfida alla salute morale. Serve un profondo ripensamento delle derive immorali della nostra società, a tutti i livelli. Spesso le disgrazie naturali non sono del tutto naturali, ma hanno alle spalle atteggiamenti moralmente disordinati dell'uomo. Non è ancora definitivamente chiarita l'origine del "COVID-19" e anche esso potrebbe dimostrarsi non di origine naturale. Ma anche ammessa la sua origine puramente naturale, il suo impatto sociale chiama in causa l'etica comunitaria. La risposta non è e non sarà solo scientifico-tecnica, ma dovrà essere anche morale. Dopo la tecnica, la grave contingenza del coronavirus dovrebbe far rivivere su nuove solide basi la morale pubblica.

    3) LA PARTECIPAZIONE AL BENE COMUNE
    Si richiede una partecipazione etica perché in causa c'è il bene comune. L'epidemia da coronavirus contraddice tutti coloro che hanno sostenuto che il bene comune come fine morale non esiste. Se così fosse, per cosa si impegnerebbero tutte le persone che, dentro e fuori le istituzioni, si danno da fare e lottano? A quale impegno sarebbero chiamati i cittadini con le ordinanze restrittive se non ad un impegno morale per il bene comune? Su quale base si dice che alcuni comportamenti in questo momento sono "doverosi"? Chi negava l'esistenza del bene comune o chi affidava il suo conseguimento solo a delle tecniche, ma non all'impegno morale per il bene, oggi è contraddetto dai fatti. È il bene comune a dirci che quello della salute è un bene che tutti dobbiamo promuovere. È il bene comune a dirci che la parola Salus ha due significati.
    Questa esperienza del coronavirus sarà fatta lievitare al punto da approfondire e allargare questo concetto del bene comune? Mentre si lotta per salvare la vita di tante persone, gli interventi di aborto procurato non cessano, né cessano le vendite delle pillole abortive, né cessano le pratiche eutanasiche, né cessano i sacrifici di embrioni umani e tante altre pratiche contro la vita e la famiglia. Se si riscopre il bene comune e la necessità di una corale partecipazione in suo favore nel campo della lotta all'epidemia, si dovrebbe avere il coraggio intellettivo e della volontà di estendere il concetto fino a là dove naturalmente deve essere esteso.

    4) LA SUSSIDIARIETÀ NELLA LOTTA PER LA SALUTE
    La mobilitazione in atto contro la diffusione del coronavirus ha visto la partecipazione di molti livelli talvolta coordinati talvolta meno. Ci sono dei compiti diversi che ognuno ha svolto secondo la sua responsabilità. Una volta superata la tempesta questo permetterà di rivedere qualcosa che nella filiera sussidiaria non abbia funzionato a dovere e di riscoprire il principio importante della sussidiarietà per applicarlo meglio e applicarlo in ogni campo esso possa essere applicato. Una esperienza in modo particolare deve essere valorizzata: la sussidiarietà deve essere "per" e non come difesa "da": deve essere per il bene comune e, quindi, deve avere un fondamento etico e non solo politico o funzionalistico. Un fondamento etico fondato sull'ordine naturale e finalistico della vita sociale. L'occasione è propizia per abbandonare le visioni convenzionali dei valori e dei fini sociali.
    Un punto importante messo ora in evidenza dall'emergenza coronavirus è il ruolo sussidiario del credito. Il blocco di ampi settori dell'economia per garantire maggiore sicurezza sanitaria e diminuire la diffusione del virus mettono in crisi economica, soprattutto di liquidità, le imprese e le famiglie. Se la crisi dovesse durare a lungo si prospetta una crisi della circolarità di produzione e consumo, con lo spettro della disoccupazione. Davanti a questi bisogni il ruolo del credito può essere fondamentale e il sistema finanziario potrebbe riscattarsi da tante e riprovevoli...
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  • La direttrice del pronto soccorso di Wuhan: " Denuncia il Coronavirus a dicembre, ma sono stata zittita e punita"
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6063

    LA DIRETTRICE DEL PRONTO SOCCORSO DI WUHAN: ''DENUNCIAI IL CORONAVIRUS A DICEMBRE, MA SONO STATA ZITTITA E PUNITA'' di LEONE GROTTI
    Se il Partito comunista cinese avesse ascoltato Ai Fen a dicembre, forse ora l'epidemia di coronavirus non sarebbe così diffusa. Invece l'hanno criticata, zittita e le hanno intimato di «non diffondere voci». Così tutto è degenerato con rapidità impressionante. La direttrice del pronto soccorso dell'ospedale Centrale di Wuhan ha rilasciato martedì un'intervista esplosiva al magazine cinese Renwu, che ora le autorità stanno cercando in ogni modo di censurare. «Se avessi saputo che cosa sarebbe successo, me ne sarei infischiata dei rimproveri da parte dei miei superiori», ha dichiarato. «Ne avrei fottutamente parlato a chiunque e dovunque».
    Il 30 dicembre, dopo settimane passate a visitare decine di malati affetti da una strana influenza resistente alle normali cure, Ai ha ricevuto dal laboratorio i risultati delle analisi fatte su un paziente. Nel rapporto c'era scritto "Sars coronavirus". Ai sudò freddo e avvisò subito il responsabile del reparto di pneumologia, che non fece nulla. Poi cerchiò il risultato, fece una foto al rapporto e la inviò ad altri otto colleghi in diversi ospedali di Wuhan.
    La stessa notte, Ai ricevette un messaggio dal suo ospedale che le intimava di non diffondere informazioni intorno alla malattia misteriosa «per evitare il panico». Due giorni dopo, il capo del comitato di Partito interno all'ospedale la rimproverò per aver «diffuso voci e messo in pericolo la stabilità» e le vietò di diffondere messaggi o immagini relative al virus. «Mi fece sentire come se fossi io a rovinare il futuro di Wuhan. Mi stava punendo solo per aver fatto il mio lavoro. Ma come potevo non dire niente a nessuno davanti a un nuovo virus così pericoloso? Io avevo solo seguito il mio istinto di medico. Se solo potessi tornare indietro, lo direi a tutti: i miei colleghi non sarebbero morti».

    NO ALLE MASCHERINE
    Ai Fen, proprio come Li Wenliang (morto il 6 febbraio per aver contratto il virus dopo aver denunciato l'epidemia, senza che le autorità lo ascoltassero), obbedì alle autorità ma chiese almeno il permesso di vestire maschere e camici protettivi. Il capo dell'ospedale le rispose di no, perché questo avrebbe potuto allarmare la popolazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quattro colleghi di Ai dell'ospedale, compreso Li, sono morti e molti altri si sono ammalati.
    «Sempre più pazienti arrivavano al pronto soccorso mentre il raggio dell'infezione si allargava», continua Ai nell'intervista. «Era evidente che il virus poteva essere trasmesso dalle persone». Il 21 gennaio, nota il Guardian, quando le autorità cinesi hanno confermato il pericolo per il nuovo virus, al pronto soccorso dell'ospedale Centrale di Wuhan arrivavano già oltre 1.500 pazienti al giorno, contro una media usuale di neanche 500.
    La direttrice del pronto soccorso ricorda il caso di un uomo che guardava fisso nel vuoto mentre un medico gli consegnava il certificato di morte del suo figlio 32enne, quando ancora non si computavano i registri delle vittime del coronavirus. O quello di un padre così malato che non riusciva neanche a scendere dall'automobile. Quando Ai gli si fece incontro per aiutarlo, lui le morì davanti. La dottoressa ha raccontato tutte queste esperienze senza preoccuparsi delle possibili ripercussioni, ma da due giorni, cioè da quando l'intervista è stata pubblicata in Cina, nessuno ha più sue notizie.

    EDUCHIAMO WUHAN A RINGRAZIARE IL PARTITO
    Se il regime comunista, invece che punire Ai, Li e altri sette medici, avesse dato loro retta forse avrebbe evitato la morte di migliaia di persone. Ma era troppo impegnato a difendere la propria immagine e a non compromettere la riunione provinciale del Partito a Wuhan (7-17 gennaio). Avrebbe almeno potuto ringraziare i medici che hanno affrontato la crisi in prima linea, mentre i vertici del Partito comunista se ne stavano comodamente al riparo a Pechino (il segretario generale e presidente Xi Jinping si è fatto vedere per la prima volta martedì dopo un mese e mezzo).
    Invece no, nessun ringraziamento. Anzi, il segretario del Partito di Wuhan, Wang Zhonglin, ha lanciato un'inedita campagna per «educare la popolazione a mostrare gratitudine verso il Partito comunista». Cioè lo stesso Partito che, elogiato in Italia da tanti ammiratori, ha causato la diffusione dell'epidemia in Cina, silenziando per oltre un mese e mezzo tutti coloro che hanno cercato di avvertire la popolazione del rischio che correva.
    La campagna di «educazione alla gratitudine», che ha fatto infuriare i cittadini di Wuhan - tanto che il segretario provinciale del Partito, Ying Yong, è dovuto intervenire a mettere una pezza definendoli «eroi» -, è in questi giorni accompagnata da una seconda campagna di propaganda. Quella finalizzata a mettere in dubbio che il coronavirus di Wuhan sia un virus "cinese". Il primo a suonare lo spartito scritto da Pechino è stato l'ambasciatore cinese in Sud Africa, Lin Songtian: «Studi di scienziati di tutto il mondo confermano che ancora non si conosce l'origine del Covid19. L'Oms ripete che bisogna evitare qualunque stigmatizzazione» nei confronti della Cina. Zhang Ping, console generale della Cina a Los Angeles, ha aggiunto in un editoriale sul Los Angeles Times: «Nell'era della globalizzazione virus come questo ci insegnano che le epidemie non hanno confini. Contro la Cina ci sono attacchi ideologici e razzisti». La battaglia del regime contro la realtà procede a passo spedito.
    7 min
  • Con il coronavirus la libertà è in pericolo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6068

    CON IL CORONAVIRUS LA LIBERTA' E' IN PERICOLO di Paolo Gulisano
    Nelle narrazioni che circolano sui media e sui social, la strategia con cui l'Italia sta affrontando l'epidemia di SARS Covid-19 è la migliore possibile, un modello ovviamente invidiato e ammirato come tutto il resto del Made in Italy. Evidentemente si tratta di una delle forme di training autogeno messe in atto nel Paese, dai flash mob sui balconi ai video con canti patriottici che inondano whatsapp.
    Un bagno di sano realismo viene invece da un articolo apparso ieri sul New York Times, a firma di Jason Horowitz, esperto di affari italiani. L'analisi di Horowitz è lucida e impietosa. L'Italia ha commesso una serie di terribili errori strategici nella modalità di affrontare l'epidemia. L'Italia è il Paese in Europa dove l'epidemia si è di gran lunga più diffusa, e questo dovrebbe fare riflettere. Dove il numero di morti ha addirittura superato quello della Cina, che ha un numero di abitanti 25 volte superiore. E' evidente che qualcosa non ha funzionato.
    Per certi versi si potrebbe dire che l'Italia sta diventando sì un modello per gli altri Paesi, ma come esempio di come non si debba procedere. In primo luogo, come avevamo fatto già notare un mese fa, al deflagrare dell'epidemia, l'Italia è arrivata impreparata al conflitto, come spesso è accaduto nella sua storia. Molto è stato detto ma molto resterebbe ancora da dire sulla insufficienza di posti letto, in particolare di terapia intensiva, sugli esigui organici medici ed infermieristici, persino sulla scarsità di approvvigionamenti di materiale di prevenzione. Insomma, in termini bellici, è come se il Governo avesse mandato allo sbaraglio i suoi soldati e ufficiali, come quando nella Prima Guerra Mondiale i generali mandavano i reparti al massacro fuori dalle trincee. [...]

    MANCATI CONTROLLI E SUCCESSIVA MILITARIZZAZIONE DEL PAESE
    Il tutto è stato poi ulteriormente complicato e peggiorato dalle scelte del Governo Conte. Horowitz punta il dito sull'attendismo, sulle incertezze di azione, sulla scarsa comprensione del fenomeno, sui mancati controlli sui rientri dalla Cina, motivati dall'intento di non apparire razzisti, di non fare regali alle forze politiche di opposizione.
    Se l'esperienza italiana ha qualcosa da insegnare, fa notare Horowitz, è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente. In Italia non è avvenuto. Si è guardato sì al modello draconiano cinese, che ha funzionato (se ha funzionato) perché applicato da una delle più terribili dittature del pianeta, ma lo si è applicato in modo confuso e rabberciato. Lo si è applicato in mezzo alle contraddizioni che venivano dai leader stessi del principale partito di Governo, con la ormai tristemente celebre gita-aperitivo a Milano di Zingaretti mentre i contagi da Covid avevano già raggiunto i 400 casi e i decessi superavano la decina.
    Intanto il virus si era da tempo diffuso, silenziosamente, a causa della mancanza di controlli sugli arrivi dalla Cina. Ormai sappiamo che ben prima del celebre caso uno di Codogno il virus era già attivo da settimane in Italia, trasmesso da persone asintomatiche e spesso scambiato per un'influenza stagionale. Si è diffuso in Lombardia, la regione italiana con le più forti relazioni commerciali con la Cina.

    CHIUDERE LA BOCCA ALL'ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ
    Nei suoi tentativi di interrompere il contagio, adottati uno per volta, isolando prima le città, poi le regioni, quindi chiudendo il Paese in un blocco intenzionalmente permeabile l'Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del virus. Ora ci troviamo con dei provvedimenti restrittivi che sono pari se non superiori a quelli della Cina, mentre la curva epidemica continua inesorabilmente a salire. [...]
    La tragedia che l'Italia sta vivendo rappresenta un monito per gli altri Paesi europei e per gli Stati Uniti, dove il virus sta arrivando con la stessa velocità.
    Molti Paesi hanno già attuato campagne di informazione e di sensibilizzazione della popolazione, hanno provveduto ad approvvigionarsi di materiali di protezione, stanno potenziando gli ospedali, stanno cercando di attuare misure di contenimento del contagio senza ricorre ad eccessive limitazioni delle libertà.
    Compresa la libertà di pensare e di ragionare: l'ultima pensata di Conte sarebbe infatti quella di chiudere la bocca all'Istituto Superiore di Sanità, colpevole agli occhi del Premier di avere sottolineato che una percentuale molto significativa delle vittime andrebbe classificata come "morti con Covid" e non morti per Covid. Una distinzione epidemiologicamente importante, perché ci dice che per molte di queste persone l'infezione virale è stata una sorta di colpo di grazia in una situazione clinica già compromessa da altre patologie.
    Conte non vuole questo tipo di comunicazione, perché oggi è funzionale alla sua strategia che la gente abbia il terrore della malattia, per non uscire da casa, che è la sua unica arma attualmente a disposizione per la prevenzione di nuovi casi.

    Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Senza la libertà non c'è neanche tutela della vita" fa notare che nei commenti dei politici e degli opinionisti così come nelle reazioni della gente, c'è la percezione che quella contro il coronavirus sia una guerra che giustifica la sospensione delle libertà. È un vecchio dibattito che ha visto impegnati molti filosofi, ma la realtà ci dice che quando il potere toglie la libertà non garantisce nemmeno la sicurezza e la vita.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 marzo 2020:
    Ormai è sulle bocche di tutti: "siamo in guerra!". Si vive quella del coronavirus come la situazione di eccezione di cui si sono occupati i principali teorici della politica, primo fra tutti Carl Schmitt. Secondo lui la sovranità politica consiste nel decidere del caso di eccezione, come nel caso di una guerra dove l'opposizione amico/nemico raggiunge il suo proprio livello politico. L'eccezione si configura tale quando, data la sua urgenza, per fronteggiarla bisogna azzerare tutte le norme, le prassi e le garanzie. Quando vengono meno la norma e il diritto, allora il potere manifesta pienamente se stesso: decide al di fuori del diritto ma la sua decisione ha valore giuridico. Di più: per Schmitt il potere non consiste solo nel decidere davanti allo stato di eccezione, ma anche nel decidere quando ci sia uno stato di eccezione. Senza un potere così inteso, la società viene travolta dalla guerra civile che, secondo Schmitt, è il male peggiore di ogni male.
    Non so se Schmitt sarebbe d'accordo a considerare la pandemia in corso come situazione di eccezione paragonabile alla guerra. La gente che dice "siamo in guerra!" la pensa però così, pur non essendo Carl Schmitt. Vengono sospese le norme e le libertà personali in molti ambiti, crescono i poteri esecutivi su quelli legislativi, aumentano i Decreti del Presidente del Consiglio, il Parlamento è in quarantena, spesso la Costituzione non viene rispettata, si attuano soprusi senza nessuna protesta come nel caso della sospensione della messa a Cerveteri, si invita a non usare i contanti per motivi sanitari e intanto si controlla l'uso del denaro.
    La percezione della gente è di una situazione di eccezione, un caso estremo con il relativo scontro tra sicurezza e libertà. La vecchia dicotomia di Thomas Hobbes torna di attualità, con la sua sottostante visione pessimistica dell'uomo: l'umanità prova paura davanti a se stessa e solo il potere come decisione la può salvare.
    Ernst Jünger, nel suo Trattato del ribelle, metteva in luce il pericolo di una organizzazione capillare della sanità da parte del sistema politico, al quale contrapponeva il valore della libertà: "Le fabbriche della salute, con medici assunti e mal retribuiti, le cui cure sono assoggettate al controllo burocratico, sono sospette: da un giorno all'altro - e non soltanto in caso di guerra - potrebbero assumere un volto inquietante". Ipotizzando l'estensione del potere oltre la sanità, "non è impossibile che proprio da tali schedari ordinati in modo esemplare - egli diceva - escano i documenti che serviranno a internarci, a castrarci o a liquidarci".
    Il caso di eccezione chiama in causa la decisione del potere come ultima istanza, ma essendo che al potere spetta anche decidere quando si verifica il caso di eccezione, questo potrà essere individuato domani in un'altra emergenza e domani l'altro in un'altra ancora. Alla fine, per dirla ancora con Jünger, "nessuno di noi può sapere oggi se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale".
    Se Jünger teme il sovranismo davanti alla situazione di eccezione, altri sottolineano le difficoltà della democrazia parlamentare a far fronte alle emergenze. Per Donoso Cortes quella borghese è una "classe che discute" (clase discutidora), che ritiene che la società umana sia un grande club, che la verità nasca da sola attraverso la votazione e che, alla richiesta di scegliere tra Cristo e Barabba, risponderebbe istituendo una commissione per esaminare la faccenda. Contro il decisionismo del potere di Schmitt, la democrazia liberale è attendista e irrisoluta: incapace di fronteggiare l'eccezione.
    Queste reminiscenze libresche - fatti i debiti aggiornamenti - ci aiutano a capire i valori in gioco oggi in tempo di coronavirus: siamo disposti a rinunciare alla libertà per avere la sicurezza? Vogliamo sottometterci ad un dispotismo decisionista per avere salva la vita?
    La sospensione della libertà per la decisione di un potere sovrano davanti ad una situazione di eccezione non è accettabile: chi infatti può dire quando si sia veramente in questa situazione?
    13 min
  • Nove consigli per vivere cristianamente in famiglia ai tempi del coronavirus
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6059

    NOVE CONSIGLI PER VIVERE CRISTIANAMENTE IN FAMIGLIA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS di ANDREA FAURO
    Ormai la speranza che la reclusione in casa per via del Coronavirus duri pochi giorni va via via scemando; molti genitori si sono ritrovati di punto in bianco a riorganizzare le giornate dei propri figli e a domandarsi su come poter tenerli impegnati in maniera costruttiva.
    Mi permetto di dare alcuni spunti a quei genitori che avranno la voglia di leggerli; spunti che ovviamente vanno ricalibrati in base all'età, al sesso, al carattere e ai bisogni contingenti dei propri figli.
    San Giovanni Bosco soleva avere un certo timore quando vedeva avvicinarsi la fine della scuola e l'inizio delle vacanze estive che non aveva paura di definire come "la vendemmia del diavolo", proprio perché era un tempo che rischiava di essere trascorso male dai giovani che il buon Dio gli aveva affidato.
    Per analogia possiamo paragonarlo alla situazione presente, in cui se è vero che si fa di tutto per ricordare ai nostri ragazzi che non stanno in vacanza (e lo testimoniano anche i compiti o le video conferenze da parte dei professori in questi giorni), è anche vero che il tempo a disposizione è notevolmente aumentato per via della brutale interruzione della nostra vita di tutti i giorni.
    Ricordiamoci (e ricordiamo ai nostri ragazzi) che il fine dell'uomo è conoscere, amare e servire Dio: questa enorme quantità di tempo che abbiamo a disposizione va quindi organizzata e pianificata di modo tale che possa aiutarci nella nostra santificazione personale, non per l'ozio e la dissipazione; ogni nostra azione deve infatti essere fatta per amor di Dio e per la Sua maggior gloria.

    CONSIGLIO N° 1: STACCARE LA SPINA
    Salvo i leciti motivi dovuti alla scuola, sarebbe bene moderare (se non eliminare del tutto) l'utilizzo di Tv, tablet, smartphone, videogiochi, ecc. sia per i rischi connessi al loro utilizzo sia per via della mentalità liberale e anticristiana che trasmettono molti film e giochi su consolle, per non parlare dei programmi spazzatura in TV e la carica ansiogena divulgata specialmente in questi giorni.
    Ovviamente non basta vietare la tecnologia... occorre anche dare valide alternative: libero spazio quindi a giochi di società da fare in famiglia, sport compatibilmente con gli spazi a disposizione, lettura di buoni libri che narrino la vita di eroi o di santi (belli e appassionanti sono i racconti De Wohl; altri autori consigliati sono Guareschi, Chesterton, Tolkien, Belloc, Benson) per dare ai ragazzi modelli da imitare veri, concreti, che appaghino la loro sete di grandezza... non Superman, Fedez o Jovanotti.
    Se capita si approfitti "cum grano salis" anche della visione di buoni film (abbastanza rari ma ce ne sono: The Passion di Mel Gibson, Cristiada di Dean Wright, [...] Undici settembre 1683 di Renzo Martinelli… ma anche film più leggeri come la Trilogia del Signore degli Anelli e Lo Hobbit di Peter Jackson o il Don Camillo interpretato da Fernandel.
    Poi la pratica (o scoperta) di qualche hobby come suonare uno strumento, dipingere, scrivere, disegnare, collezionare e catalogare oggetti ecc.

    CONSIGLIO N° 2 AVERE UNA VITA REGOLARE
    La saggezza popolare insegna: "Presto a letto e presto alzato fanno l'uomo ricco, sano e assennato."
    Con la momentanea sospensione della scuola e degli impegni della vita di tutti i giorni, è facile perdere la cognizione del tempo e lasciarsi andare.
    Occorre quindi - anche in tempo di reclusione in casa - abituare i ragazzi a mantenere orari fissi nell'andare a letto e nello svegliarsi la mattina, ma anche il rispetto di doveri minimi come il riordino della stanza e il rifacimento del letto; molta cura poi dovrà essere data alla fedeltà alla preghiera e alle buone abitudini circa la vita spirituale. Ovviamente nessuna raccomandazione varrà mai quanto il buon esempio dei genitori; si approfitti quindi di questo tempo per pregare in famiglia!

    CONSIGLIO N° 3: RIMANERE UNITI A DIO
    Solo rimanendo vincolati al Sommo Bene ci si può santificare: le preghiere del mattino e della sera, la recita del Santo Rosario, così come le preghiere prima e dopo i pasti sono essenziali per ogni cristiano. Ovviamente tutto ciò che può essere fatto in aggiunta (meditazione, devozioni particolari, ecc.) sono benvenute.

    CONSIGLIO N° 4: CHI LAVORA, DIO GLI DONA
    Questi giorni non passino nella noia e nell'ozio! Educhiamo i ragazzi alla bellezza del lavoro fatto con cura, per amor di Dio e del prossimo. La vita in famiglia offre tante piccole e grandi occasioni per mettersi al servizio di qualcuno facendo piccoli lavoretti commisurati al sesso e all'età, quindi spazio alla fantasia e alle necessità: falciare il prato, imbiancare una parete, stendere i panni, pulizia della casa, riparare un lavandino, lavare i piatti, cucinare, rammendare dei pantaloni, lavare la macchina...

    CONSIGLIO N° 5: ARIA APERTA
    Che sia lo stare in terrazza o in un balcone in mezzo a piante e fiori coltivati con cura, che sia il breve tratto di strada che ci è ancora concesso di fare per andare a fare la spesa, o il bel giardinetto di casa, non lesiniamo l'idea di far stare il più possibile i nostri ragazzi a contatto con la natura... la stessa natura che essendo stata creata ci rimanda al suo Creatore.

    CONSIGLIO N° 6: BEATI I MISERICORDIOSI
    Molti nonni e in genere molti anziani e malati, in questo periodo di clausura forzata sono soli. In questa epoca di individualismo, sensibilizziamo i ragazzi a rendere loro qualche servizio andando in farmacia, portando loro la spesa, scrivendo loro delle lettere o anche semplicemente tenendo loro compagnia con una telefonata. Si facciano raccontare qualcosa della loro vita, della loro gioventù, dei sacrifici fatti e delle belle cose vissute... sarà un'occasione per i nostri ragazzi per imparare tante cose interessanti.

    CONSIGLIO N° 7: AVVICINARSI A GESÙ MENTRE MOLTI LO ABBANDONANO
    Al momento, pare che sia ancora possibile poter andare in chiesa a pregare. Bene... finché si potrà si colga l'occasione per farlo e si inviti i ragazzi a fare altrettanto, tenendo compagnia al Re dei re presente in corpo, sangue, anima e divinità nel Tabernacolo; esponendo le loro necessità, quelle dei propri cari, dei moribondi, della Chiesa e della nostra povera Italia.

    CONSIGLIO N° 8: COLTIVARE VERE AMICIZIE
    In un tempo in cui la società si allontana sempre più da Dio è sempre più difficile trovare vere amicizie in cui ci si aiuta l'un l'altro a farsi santi, quindi anche se per il momento i nostri ragazzi sono privati della compagnia di buoni amici, non si dimentichino di loro e di pregare per le loro necessità, di contattarli in occasione del Santo Onomastico, del compleanno o anche per semplice cordialità.

    CONSIGLIO N° 9: RIFLESSIONE SULL'EDUCAZIONE PARENTALE
    Questo tempo può essere sfruttato dai genitori anche per pensare seriamente al bene dell'anima dei propri figli attraverso un'educazione cattolica. [...]
    Si può anche approfittare di questo tempo per ingegnarsi su come iniziare un progetto di istruzione parentale cattolica da soli o con altri genitori. [...]
    Quindi... spazio alla riflessione, alla preghiera e al coraggio!

    Nota di BastaBugie: per approfondire l'importanza e la possibilità di fare insegnamento parentale visto che la responsabilità dell'educazione è dei genitori (e della Chiesa) e non dello Stato, si possono leggere gli articoli del dossier di BastaBugie sul tema dell'educazione parentale.
    11 min
  • Le commoventi storie dei santi privati della messa (non a causa del coronavirus)
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6061

    LE COMMOVENTI STORIE DEI SANTI PRIVATI DELLA MESSA (NON A CAUSA DEL CORONAVIRUS)
    Con le diocesi di tutto il mondo che annullano le messe pubbliche per le settimane a venire, molti cattolici si sentono già "affamati" per la mancanza dell'Eucaristia. Mentre il mondo sta combattendo una pandemia globale, sembra che la Messa sia più necessaria che mai. Ma se le Messe pubbliche vengono annullate, quelle private continuano e il corpo di Cristo è in grado di elargire le grazie da quelle Messe, specialmente quando facciamo una comunione spirituale.
    Tuttavia, come possiamo noi, che dipendiamo dai Sacramenti, sopravvivere a questa crisi quando non possiamo partecipare alla Santa Messa? Bene, ci sono molti santi (e altri milioni di cristiani) che hanno avuto esperienze simili, mesi e anni di sopravvivenza senza i Sacramenti. Guardare a loro può rafforzarci nella perseveranza.

    STORIA DEI CRISTIANI GIAPPONESI E COREANI
    Sebbene non canonizzati, migliaia e migliaia di cristiani giapponesi hanno vissuto senza sacerdoti per quasi 250 anni. Hanno battezzato i loro figli in segreto, tramandando la fede in lezioni sussurrate, pregando davanti alle immagini della Madonna col Bambino che erano mascherate per apparire come immagini buddiste. Nel 1858 il Giappone riammise infine i missionari, che trovarono 10.000 cristiani nascosti ad attenderli. Immaginate di essere cresciuti con la quasi certezza che nella vostra vita non avreste mai potuto partecipare alla Messa, conoscendo l'Eucaristia solo perché una volta la nonna della vostra nonna è andata a Messa. Tutto ciò mette in un'altra prospettiva l'allontanamento sociale a cui siamo costretti.
    I santi del XIX secolo in Corea erano in una situazione simile. Dopo che il Vangelo fu predicato per la prima volta dal Servo di Dio Yi Beok e dai suoi compagni nel 1784, la Chiesa fu gestita interamente da laici fino al 1795. Quando arrivò, Padre James Zhou Wen-Mo scoprì 4.000 cattolici, di cui solo uno aveva visto un prete. Wen-Mo è stato l'unico sacerdote in tutta la Corea per sei anni, fino al suo martirio. Per i successivi 36 anni, non vi furono più messe in Corea fino a quando un piccolo gruppo di sacerdoti francesi arrivò nel 1836 e furono tutti uccisi due anni dopo.
    Sant'Isacco Jogues (1607-1646) [vedi foto in alto, N.d.BB] si era preparato per la tortura e il martirio quando si recò in Nord America per evangelizzare i nativi americani. Ma come sacerdote, non si sarebbe aspettato di essere privato dell'Eucaristia, fino a quando le sue mani non furono martoriate dai suoi rapitori. All'epoca, un prete a cui mancavano il pollice o l'indice non era in grado di celebrare la messa, quindi dal momento della sua ferita fino a quando (dopo essere sfuggito ai suoi rapitori) ritornò in Francia, 17 mesi dopo, Padre Jogues non fu in grado di confessare, di celebrare la Messa, o persino di partecipare alla Messa. Gli fu data una dispensa speciale e gli fu permesso di celebrare di nuovo la Messa, nonostante lo stato delle sue mani, e chiese il permesso di tornare in America dopo il suo recupero. Fu ucciso non molto tempo dopo il suo ritorno, ma il suo assassino in seguito si pentì e fu battezzato con il nome di "Isaac Jogues".

    GESÙ, NON VOGLIO MORIRE SENZA DI TE
    Victoire Rasoamanarivo (1848-1894) era una nobildonna malgascia e convertita al cattolicesimo. Considerata una leader della Chiesa, quando i francesi furono espulsi dal Madagascar nel 1883, i sacerdoti in partenza lasciarono la cura della Chiesa nelle sue mani, insieme a Padre Raphael Rafiringa, un fratello religioso malgascio. Per quasi tre anni, Victoire e Raffaello guidarono i 21.000 cattolici laici del Madagascar, riunendoli ogni domenica per la preghiera comunitaria, anche se non c'erano sacerdoti per celebrare la Messa. Victoire spiegò: «Metto davanti alla mia mente i missionari che dicono la Messa e mentalmente partecipo a tutte le messe che si dicono in tutto il mondo». Tre anni dopo, una vivace comunità affamata di Eucaristia ha dato il bentornato ai loro sacerdoti, tutti molto più grati per la Messa di quanto non fossero stati prima dei loro tre anni senza di essa.
    San Marco Ji TianXiang (1834-1900) era un drogato di oppio. Poiché il suo sacerdote non capiva la natura della dipendenza, disse a TianXiang che non poteva essere assolto fino a quando non avesse sconfitto la sua dipendenza, il che significava che non poteva neppure ricevere la comunione. Per 30 anni, TianXiang ha continuato a praticare la fede mentre gli venivano negati i Sacramenti. Non è mai riuscito a purificarsi, ma è morto martire ed è stato canonizzato santo non solo per il suo martirio, ma per i suoi decenni di tentativi di seguire Gesù anche in assenza dei Sacramenti.
    Padre Laurentia Herasymiv (1911-1952), come innumerevoli altri cattolici nei campi di concentramento nazisti o gulag sovietici, trascorse gli ultimi mesi della sua vita senza i Sacramenti e nella quasi certezza che non avrebbe avuto opportunità per il viatico o una confessione finale. Arrestato per aver rifiutato di abbandonare la Chiesa cattolica ucraina per l'Ortodossia, fu inviato in Siberia, dove morì a causa di tutto ciò che aveva sofferto per mano dei comunisti. Mentre giaceva morendo, implorò l'Eucaristia, chiamando nel suo delirio: «Gesù, non voglio morire senza di te!».

    Titolo originale: Santi che hanno dovuto vivere senza l'Eucaristia
    Fonte: Sito del Timone, 19 marzo 2020
    Pubblicato su BastaBugie n. 657
    8 min

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