Il testo analizza le radici della mitologia umana distinguendo tra le culture di cacciatori e quelle di agricoltori, con un focus particolare sul ruolo del sciamano. Mentre nelle società agricole predomina il sacerdote che gestisce riti collettivi e calendari rigidi, il cacciatore si affida alla visione individuale e al potere personale ottenuto attraverso l’ascesi in solitudine. Attraverso miti come quello degli Apache Jicarilla, l'autore illustra il conflitto storico in cui l'ordine sacerdotale, più stabile e organizzato, finisce per assorbire e limitare l'impeto selvaggio e imprevedibile dello sciamanesimo. Viene approfondita la figura dell’eroe ingannatore (trickster), un archetipo universale che incarna il disordine ma agisce anche come portatore di civiltà e del fuoco. Le esperienze sciamaniche di morte e rinascita sono interpretate come fenomeni psicologici che trascendono i confini geografici, collegando tradizioni distanti come quelle artiche, australiane e americane. In ultima analisi, il testo suggerisce che queste narrazioni riflettano una tensione eterna tra l'identità sociale e la ricerca spirituale del singolo individuo.