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Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.
Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.
Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.
Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.
Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).
Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.
Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.
Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.
Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.
Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).
Lo so, ogni anno aumenta il numero di vini “selezionati” come migliori bevute dei 12 mesi precedenti, ma il problema è che ci sono davvero tantissime buone cose là fuori. A volte si tratta solo di avere la fortuna di incappare nella bottiglia giusta al momento giusto, altre invece dipende dalla laicità di porsi in modo aperto verso vini considerati minori, infine bisogna – credo – anche sapersi confrontare con alcuni mostri sacri senza troppi timori reverenziali. Ci sono poi delle “doppiette”, due vini di un’azienda o lo steso vino selezionato lo scorso anno e bevuto con gli stessi risultati nel 2018, due Barolo ma anche due Albana! Ovviamente è una classifica del tutto personale, divisa quest’anno solo per categorie (spumanti, bianchi, rosati, rossi e… vini dolci) proprio per premiare una specialità – quella dei vini dolci appunto – che in Italia ha delle eccellenze incontrastate le quali tuttavia non sposano il successo commerciale. A completamento della scheda ho inserito anche il mio consiglio finale tra Bere o Tenere che chi mi segue su Vivino conosce bene. Ancora una volta la presenza a Collisioni in quel di Barolo ha facilitato, e inflazionato forse, il lavoro di compilazione di questa speciale classifica, così come gli assaggi di Opera Wine a Verona, ma molti altri arrivano dalle esperienze più diverse, dai corsi per sommelier e le degustazioni della Fisar alle bottiglie portate dagli amici, dai vini offerti dai fratelli enologi fino a quelli inviati dalle aziende che hanno creduto in Enoagricola per l’esperienza delle Degustazioni Partecipate (che riprenderanno a brevissimo). Insomma c’è davvero di tutto, dai vini sotto ai 10 euro a quelli abbondantemente sopra i 100, perciò buona lettura e… buone bevute nel 2019!
Ruggisce davvero, e non per il consueto (e a volte triste) leone sullo stemma del casato ma per uno dei vini più azzeccati che produce. Parliamo di Guidi 1929, azienda che alla soglia dei 90 anni di vita vanta nella gamma – oltre ai grandi classici toscani, dalla Vernaccia di San Gimignano ai diversi Chianti – il “Ruggente”, un Sangiovese al 100% che fa parte della fermentazione in legno. Qualcosa di originale, diverso ma allo stesso tempo in equilibrio con il resto della produzione. Il classico cavallino che fa le bizze in un branco di cavalli di prestigio, rompe gli schemi ma stimola l’intero gruppo. Ho fatto conoscenza con questo vino nella seconda, almeno a livello ufficiale, Degustazione Partecipata organizzata dal “panel” di esperti di Enoagricola Blog. Pur avendo infatti assaggiato diverse ottime cose di questa cantina, soprattutto per la Vernaccia, mi mancava proprio il Ruggente. Di seguito, come sempre, una breve scheda dell’azienda e poi le note di degustazione.
L’azienda porta il nome della famiglia che l’ha fondata e che la porta avanti fin dal 1929, appunto, quasi 90 anni e 4 generazioni impegnate nel settore vitivinicolo toscano. Rimane dunque una azienda familiare dalle forti tradizioni, anche se molto vocata all’estero. Avio, l’attuale “boss” è colui che controlla tutte le attività imprimendo personalmente quella garanzia che ormai i clienti ricercano nei vini Guidi 1929. A supportarlo sono i figli Giacomo, che si occupa della produzione dai filari alle botti, e Nicola, al quale spetta la responsabilità commerciale e creativa. Il concetto di tradizione, di rispetto dei canoni tramandati dalle pratiche contadine, è al centro dell’idea di qualità dell’azienda. Pur con un proprio stile, rappresentato da vini originali e da idee creative emozionanti, come l’etichetta con finestra della Vernaccia di San Gimignano che lascia intravedere, sul reto della bottiglia, il tipico skyline della cittadina delle torri.
Enoagricola: Fabio Ciarla
Luca: sommelier Fisar esperto
Federica: sommelier Fisar esperto
Leonardo: sommelier e relatore Fisar
Sabrina: sommelier Fisar
Maurizio: sommelier Fisar
Simona: corsista Fisar
Vernaccia di San Gimignano D.O.C.G. 2017
Aurea Vernaccia di San Gimignano D.O.C.G. Riserva 2015
Ruggente Sangiovese Toscano I.G.T. 2017
Chianti D.O.C.G. 2017
Chianti Colli Senesi DOCG 2016
Chianti Classico D.O.C.G. 2016
Chianti D.O.C.G. Riserva 2015
Vernaccia di San Gimignano D.O.C.G. 2017
Vino dai profumi intensi ed equilibrati tra le note floreali e fruttate, bella la presenza di un tocco minerale molto piacevole. In bocca l’acidità è netta e c’è un finale di mandorla notevole.
Enoagricola: 89/100
Luca: 88
Federica: 88
Leonardo: 90
Sabrina: 92
Maurizio: 88
Simona: 90
Aurea Vernaccia di San Gimignano D.O.C.G. Riserva 2015
L’affinamento in legno si sente ancora evidente al naso, probabilmente si armonizzerà nei prossimi mesi. Al palato è di ottimo corpo, con una bella acidità e la nota ammandorlata finale che rimane co
“Vieni, ti porto a vedere i nostri vigneti di Moscato”. Arrivando a Terracina, non prima di aver fatto un rifornimento di mozzarelle e ricotte di bufala al caseificio Macchiusi, tutto mi aspettavo tranne che lasciare la costa e la pianura per inerpicarmi sulle montagne.
E invece Andrea Pandolfo, che con il padre Gabriele è l’anima di Cantina Sant’Andrea, mi fa salire sulla sua macchina e comincia a salire. San Silvano è la valle storica dei vigneti di Terracina, si affaccia sul mare ma in realtà si incunea tra ripidi costoni rocciosi dei Monti Ausoni, sembra di essere nell’interno della Sardegna e invece siamo a 60 chilometri da Roma. Questa è l’area storica della viticoltura terracinese, della quale San Silvano è protettore, ed è quella che ha dato i natali alla città. “Terracina è stata costruita con il Moscato – ci dice Andrea tra una curva e l’altra – prima soprattutto come uva da mensa ma non avrebbe comunque retto l’urto di varietà come il Kyoho cinese, noi qui al massimo potevamo produrre 140 quintali per ettaro loro lì ne fanno 400 (la Cina è tra l’altro il primo produttore al mondo di uva – ndr). Si tratta di una varietà appartenente alla famiglia del Moscato Giallo ma piuttosto ostica, vuole un terreno ricco ma molto asciutto. Poco più di 20 anni fa rischiavamo l’estinzione, nel 1997 c’erano in produzione solo 40 ettari e il trend era negativo, oggi siamo a 65 ettari, quindi una crescita del 20%”. Mentre le case diventano meno frequenti, salendo notiamo come ci siano anche tanti ulivi in quest’area. Ci ricordiamo che in fondo siamo a due passi dai Lepini e da paesi famosi per la produzione olivicola, Itri e Sonnino ad esempio, e proprio la varietà “Itrana” è quella scelta dai Pandolfo per accompagnare la produzione di vino con dell’ottimo olio monocultivar, per quanto anche in questo caso la sfida non sia facile a livello produttivo, con grandi sbalzi di anno in anno.
Ma come si è arrivati a risollevare le sorti del Moscato di Terracina? Con lo sviluppo della DOC, ed è un successo più unico che raro in quanto spesso le denominazioni i problemi li hanno causati invece di risolverli. “Nel 1997 abbiamo dato vita ad una cooperativa di produttori, eravamo 50 circa, proprio allo scopo di tutelare il Moscato. L’iter per l’istituzione della DOC è stato lungo ed è iniziato nel 1996, finalmente dopo 11 anni, nel 2007, è nata la DOC(Terracina o Moscato di Terracina – ndr) che comprende oltre al territorio di Terracina anche quello di Monte San Biagio e Sonnino. Avendo dalla nostra la forza dei numeri, rappresentavamo oltre il 90% dell’uva moscato prodotta, siamo riusciti a fare un disciplinare solo orientato alla qualità, tutta la filiera rimane in zona e cerchiamo di crescere secondo la domanda, senza forzature”. Oggi Andrea è il presidente della Cooperativa, che rimane associazione di produttori di uve che poi consegnano alla Sant’Andrea appunto, ma altre realtà si sono affacciate sul mercato con il Moscato, come le cantine Villa Gianna e Valle Marina. Certo con i loro 12 ettari complessivi i Pandolfo rappresentano i principali produttori, alla frazione de La Fiora altri proprietari hanno 2 ettari e sono considerati grandi produttori, insomma parliamo comunque di numeri piccoli ma molto ben articolati.
Nel frattempo abbiamo finito l’ascesa e ci troviamo su un pianoro in cui spuntano vigne a destra e sinistra, si vede qualche casa in lontananza e una grande roccia verso la quale ci dirigiamo. Siamo a Campo Soriano, un altipiano a 400 metri
Tempo stimato di lettura: 5.10
Tempo di ascolto del podcast: 5.35
Francesco Rosso è il nome di una giovane azienda, con un antico legame con la viticoltura, che da alcuni anni si dedica alla produzione di vini da uve autoctone. Sul loro sito, www.francescorosso.org, troverete le informazioni di base e diversi video, come è nello stile delle persone che mandano avanti l’azienda, dirette e senza fronzoli. I vini, invece, dimostrano complessità anche nelle versioni più semplici, tutti ben fatti e apprezzabili, con diverse gradazioni in funzione anche dell’esperienza dei degustatori.
L’area del Roero, considerata semi-arida, si presenta ormai sempre di più non come un “Langhe” di serie B ma come un territorio con le sue specifiche eccellenze. In particolare il suolo, di origine marina, pur essendo scarso di sostanza organica è particolarmente ricco di sali minerali. Un mix che dà vita a una serie di grandi vini, come dimostrato dalla batteria messa a disposizione dalla Francesco Rosso al panel “degustazioni partecipate” di Enoagricola.
Enoagricola: Fabio Ciarla
Luca: sommelier Fisar esperto
Federica: sommelier Fisar esperto
Sabrina: sommelier Fisar
Maurizio: sommelier Fisar
Simona: corsista Fisar
Daniele: appassionato
Roero Arneis Docg “Ca ‘d Dreja” 2016
Nebbiolo d’Alba Superiore Doc “Bastianetto” 2015
Nebbiolo d’Alba Doc 2014
Roero Docg “‘nciarmà” 2014
Barbera d’Alba Doc “Cichin” 2010
Langhe Doc Arneis Passito 2015
Roero Arneis Docg “Ca ‘d Dreja” 2016
Bel naso di frutta, pera e pesca a polpa gialla. Al palato l’acidità è buona ma non spiccata, segno di un ammorbidimento legato all’affinamento in bottiglia, non lunghissima in fin di bocca.
Enoagricola: 87/100
Luca: 85
Federica: 83
Sabrina: 83
Maurizio: 83
Simona: 85
Daniele: Buono
Nebbiolo d’Alba Superiore Doc “Bastianetto” 2015
Al naso emerge ancora il legno dell’affinamento, poi si sente la frutta e alcune note erbacee
Un ministro, mi pare, li aveva definiti bamboccioni. Non c’è che dire, molti giovani in Italia stentano a prendere il volo, ma diciamoci la verità, la colpa non è solo della nostra cultura familiare. Molti sono i vincoli e gli ostacoli che circondano i nostri giovani, un mondo del lavoro spesso statico e quasi sempre poco meritocratico, basato perlopiù su posizioni di rendita.
Insomma l’Italia non è il Paese delle opportunità per i giovani ma… c’è un “ma” che emerge forte dalla ristorazione, dove tantissimi sono i casi di giovani e giovanissimi italiani in posti di responsabilità a casa nostra e all’estero. Basta leggere qua e là per trovare figure come quella di Vincenzo Donatiello, arrivato nel 2013 a soli 28 anni al Piazza Duomo di Enrico Crippa ad Alba (3 Stelle Michelin) come sommelier e ora responsabile sia della cantina sia della sala, ma anche quella di Maria Rosa Tartaglione, che da un piccolo paesino del Molise è arrivata ad essere Senior Sommelier al Marea di New York (2 stelle Michelin). Persone che ho avuto la fortuna di incontrare grazie al Progetto Vino di Collisioni, un appuntamento fisso che anche quest’anno mi ha regalato esperienze indimenticabili e la conferma che, nella ristorazione, davvero i giovani possono fare la differenza e crearsi un futuro su misura.
La prima conferma è arrivata alla Locanda del Pilone (1 stella Michelin), ristorante sulle colline di Alba creato dalla famiglia Boroli. Qui abbiamo terminato una delle intense giornate di degustazione di Collisioni 2018, edizione del decennale. Una cena splendida, sia per la bellezza delle sale sia per la bontà del cibo, arricchita dal racconto di Achille Boroli che con orgoglio ha sottolineato come lo staff di sala e di cucina avesse in media 30 anni. A fine serata ho chiesto di conoscere tutta la brigata, a cominciare dallo chef Federico Gallo (appena sopra i 30), il sous chef Luca Bendinelli, la direttrice di sala Sofia Brunelli, il sommelier Marco Loddo (che alza la media essendo il più anziano con i suoi 34 o 35 anni, non ricordo) per finire con il commis di sala Enrico Amadio (che invece la media la abbassa parecchio essendo poco più che ventenne). Un gruppo affiatato, professionale, sicuramente all’altezza della stella Michelin e forse capace anche di qualcosa di più. Ma i successi non arrivano dal nulla, neanche e soprattutto in questo campo. Mi fermo a chiacchierare con lo chef Federico Gallo, che mi racconta il suo percorso, iniziato quando era giovanissimo. Una voglia di conoscere e crescere che lo ha portato per quattro anni al ristorante La Parolina di Iside De Cesare, due anni al Villa Crespi di Antonino Cannavacciuolo ma anche all’estero, con un’esperienza importante in Messico nell’11° ristorante del mondo e negli Stati Uniti. A leggerlo a ritroso può sembrare un percorso facile ma pensatelo all’andata, quando da ventenne Federico ha preso la sua valigia ed è partito, sicuramente non per andare a dirigere una cucina ma magari, all’inizio, a lavare piatti, a guardare per imparare. Ecco, in questa ottica non dev’essere stato facile, quindi attenzione a pensare che solo perché si è giovani si ha diritto ad un’occasione. Non è questo il senso della storia. Anche se poi, magari, l’occas
“Era per noi un buco nero, passavamo ma senza fermarci. Abbiamo aspettato tanto, ma volevamo entrare dalla porta principale”. Le parole sono di Lamberto Frescobaldi, Presidente dell’omonimo gruppo, e il “buco nero” era il Chianti Classico, per certi versi l’unico territorio storico toscano nel quale l’azienda non era presente fino, appunto, ad oggi.
Il battesimo della Tenuta Perano situata principalmente nel Comune di Gaiole in Chianti, 250 ettari totali di cui 52 di vigne atte a produrre Chianti Classico appunto, è avvenuto lo scorso 10 aprile a Milano, nell’affascinante Museo della Scienza, con tutti i vertici aziendali. “La scelta di Milano – ha detto Giovanni Geddes da Filicaja, AD del Gruppo Frescobaldi – è legata al particolare momento che sta vivendo questa città, è infatti il simbolo di un nuovo Rinascimento dell’Italia, come Firenze lo fu nel 400”.
La storia della Tenuta Perano tuttavia non è delle più lineari, l’acquisto finale è arrivato con un’asta e dopo circa tre anni di conduzione in affitto, rinnovati di anno in anno. Un percorso a ostacoli, che deriva da una proprietà, quella precedente, che ha avuto diversi problemi legali pur avendo dotato l’azienda di tutte le migliori tecnologie in campo e in cantina. L’arrivo di Frescobaldi in Chianti Classico passa dunque da qui, pur essendo state queste vigne già “attenzionate” in passato: “La prima volta andò a Perano mio padre, – ha raccontato Lamberto Frescobaldi– erano gli anni Ottanta e all’epoca la tenuta era parte di una proprietà più grande della famiglia Strozzi e comprendeva anche Castello di Meleto, non era per noi in quel momento. Nel 1992 tornammo a vederla, ma era un momento difficile e non se ne fece nulla, nel 2008 altro approccio ma con una richiesta economica esagerata. Alla fine ci siamo decisi a investire, con molti timori, prendendola in affitto nel 2014 con contratti annuali, arrivando poi all’acquisto definitivo all’asta negli ultimi mesi. Ci crediamo così tanto che per Tenuta Perano sarà il primo vino ad avere in etichetta lo stemma di famiglia e vi produrremo solo Chianti Classico”.
A complicare le cose, se non bastassero le vicissitudini finanziarie e legali, ci si era messo in passato anche il fattore altitudine, come ha spiegato l’enologo di casa Frescobaldi Niccolò D’Afflitto: “Sono cresciuto nel Chianti Classico, dal 1991 sono in Frescobaldi e da allora avremo visitato 20 o 30 aziende per approdare in questo magnifico territorio ma alla fine in ognuna c’era qualcosa che non andava, spesso a livello pedoclimatico. Anche Perano non mi convinceva del tutto, siamo a 500 metri sul livello del mare e pensavo fosse troppo alto con la conseguenza di avere dei Sangiovese troppo esili, ma non avevo considerato l’effetto anfiteatro”. L’anfiteatro è la disposizione delle vigne della Tenuta, un palcoscenico naturale che riesce quindi a stemperare l’altitudine con una grande luminosità e una certa concentrazione del calore. Un Chianti Classico che unisce quindi la finezza olfattiva dell’alta collina e la struttura dovuta alla perfetta maturazione delle uve, coltivate su terreni con buon contenuto in scheletro e forti pendenze.
A Milano sono state presentate le prime due etichette dell’azienda, Tenuta Perano Chianti Classico 2015 e Tenuta Perano Chianti Classico Riserva 2015, visto che l’annata 2014 non era ancora all’altezza di essere imbottigliata. I vini sono disponibili sul mercato da aprile 2018 mentre ne
Basta chiacchiere, in Italia – che pure è il terzo Paese produttore – il consumo di vini rosati è stabile o in calo, mentre in tutti gli altri mercati sta salendo e spesso con percentuali a doppia cifra. La motivazione? Quella mia personale è legata all’ignoranza, ovvero al fatto che siamo un Paese che beve per etichette e per luoghi comuni. Mentre ci accapigliamo sui lieviti selezionati o selvaggi, solforosa sì o no, non ci accorgiamo che il mondo del vino, quello concreto, sta facendo passi da gigante su macro-temi a noi sconosciuti, altro che naturale. In Italia deve crescere, e molto, una cultura vera del vino, quella che ricerca i grandi vini e non i vini grandi (cito, in questo, un recente articolo di Carlo Macchi su Winesurf), che spinge un ristoratore o enotecario a dire al cliente: Che vino gradisce: bianco, rosso o rosato?
Per innalzare la consapevolezza del valore dei vini rosati italiani, e studiare strategie comuni, si sono messi insieme i Consorzi di tutela del Bardolino Chiaretto, Valtènesi Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel del Monte e Salice Salentino. Da nord a sud, passando per il centro Italia, con un’idea semplice ma forte: rosati da vitigni autoctoni in territori con tradizioni documentate. Non so voi ma a me non pare poco, anzi mi sembra molto di più di quanto possono offrire tutti i nostri concorrenti ad esclusione forse dei francesi (dove pure la produzione più importante è concentrata in una singola area, per quanto vasta). A raccontare questa nuova avventura, e a guidare una degustazione quanto mai interessante, è stato chiamato uno dei massimi esperti, nonché tifoso, dei rosati italiani, ovvero Angelo Peretti, patron (tra l’altro) di The Internet Gourmet. Il patto tra i Consorzi è stato siglato il 14 aprile a Bardolino e a Vinitaly è stata organizzata la prima uscita pubblica con un ciclo di degustazioni aperte al pubblico. Un movimento che raccoglie in tutto meno di 18 milioni di bottiglie, nulla in confronto ai 200 milioni della Francia (tra Provenza, Languedoc, Cotes du Rhone). D’altronde il mercato transalpino vede al 34% la quota di consumatori di vini rosati sul totale, contro lo scarno 6% di casa nostra. Un problema, senza dubbio, al quale però il patto firmato dai Consorzi vuole cercare di porre rimedio.
“Non siamo quelli del ‘rosato perché va di moda’ – ha detto Alessandro Luzzago, presidente del Consorzio Valtènesi alla prima di queste degustazioni – siamo quelli dove il rosato si fa da sempre, con tradizioni e uve specifiche”.
E andiamo a conoscerle queste uve, cominciando dal nord. Nel Chiaretto di Bardolino, ovvero sponda veronese del Garda, abbiamo la Corvina veronese; nel Chiaretto Valtènesi, sponda bresciana del Garda, interviene il Groppello; il Cerasuolo d’Abruzzo, unica Doc “rosata” italiana, è ovviamente frutto di Montepulciano; scendendo in Puglia troviamo nella parte nord della regione il Castel Del Monte, che sfrutta le potenzialità del Bombino Nero; infine il Salice Salentino, unica Docg “rosata” d’Italia, dove a farla da padrone è il Negroamaro. Tutti vini di carattere, diversi tra loro per profili aromatici e struttura ma tutti molto godibili. Ci sarebbero poi da approfondire le diverse tecniche di produzione, i suoli e tanto altro ma sarebbe troppo lungo qui. Vi lascio però qualche nota di degustazione e un piccolo riepilogo sulle tipologie, ma soprattutto vi invito a scegliere sempre di più e consapevolmente vini rosati italiani di qualità. Magari facendovi consigliare da Angelo Peretti dalle pagine di The Internet Gourmet…
BARDOLINO
Bardolino Chiaretto Doc 2017 – Poggio delle Grazie
Bardolino Chiaretto Doc Heaven Scent 2016 – Vigneti Villabella<
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