
Sign up to save your podcasts
Or


Che ci si trovi di fronte alla storia del vino italiano siamo tutti d’accordo, il Frascati tuttavia è simile a un nobile decaduto che non riesce a redimersi definitivamente da un passato ingombrante seppur prezioso. Un tempo, quello moderno, che vede invece questo territorio crescere, anche quantitativamente per fortuna, ma soprattutto qualitativamente, con tanti produttori che stanno riprendendo in mano la vocazione vitivinicola dell’area. Non si contano ormai, di anno in anno, gli abbassamenti di rese per ettaro imposti dal Consorzio, così come importante è la possibilità introdotta dal 2011 di produrre un Frascati al 100% Malvasia del Lazio (il disciplinare ora parla di 70% “minimo” di Malvasia del Lazio e/o comune). Certo siamo nella “possibilità” a livello legislativo, ma è comunque un segnale importante. Intanto i produttori sfruttano i terreni e la costante ventilazione, che dal mare giunge poi fino verso la valle del Sacco, giocando sulle varie altitudini dell’area, che parte dai 25 metri slm per arrivare a oltre 600.
Per comprendere dove sta andando il Frascati, il Consorzio di Tutela organizza quelli che potremmo chiamare “panel test” con gruppi di operatori ed esperti. Ho avuto l’onore di promuoverne uno, coinvolgendo sommeliere giornalisti, per una degustazione alla cieca di 36 campioni tra Frascati Doc, Frascati Superiore Docg (e alcune Riserve) e Cannellino Docg. Perché alla cieca? Una scelta del Consorzio che ho subito condiviso, perché nonostante tutto alcuni nomi potevano condizionare e, soprattutto, perché ad emergere doveva essere il territorio, i suoi caratteri ricorrenti, la qualità media. E il risultato è stato raggiunto, con assaggi interessanti in una batteria nel complesso buona. Piacevole lo spumante così come alcuni dei Cannellino (4 in totale) degustati, questi ultimi però afflitti dalla variabilità in fatto di residui zuccherini e concentrazioni, tra vini Amabili e altri decisamente più simili a Passiti. Basti pensare che in commercio ci sono Cannellino in bottiglia da 500 ml, stile passito appunto, e altri in normali bottiglie da 750 ml.
Detto questo passiamo ai Frascati, con qualche sorpresa tra nomi noti e nuove conoscenze, visto che ovviamente a fine degustazione si sono scoperte le carte, anzi le bottiglie. Considerando che ho rapporti di collaborazione con una delle aziende degustate, eviterò di parlarvi dei vini di questa realtà (che, per amor di cronaca, non ho “riconosciuto” in fase di degustazione e che comunque non si erano piazzati male) passando ai punteggi più alti di ogni tipologia.
Per il Frascati Doc 2016 (quindi, volendo, anche un po’ in là con le tempistiche di consumo classiche) bello e vivo il “Villa Simone” dell’azienda omonima, un vero Frascati a mio parere, con tutta la sapidità e l’acidità che si richiede. Pur considerando che di solito vengono bevuti qualche mese prima, comunque questi vini mi sono sembrati quelli meno in forma, sui quali forse è bene lavorare per allungare comunque un minimo la data di “scadenza”.
Nella batteria dei Frascati Superiore Docg 2016 vetta condivisa tra quello di Cantine Conte Zandotti e il “Philein” di Agricoltura Capodarco, entrambi molto espressivi, capaci di essere bevibili ma anche complessi allo stesso tempo. Questa tipologia, nell’insieme, ha restituito una media di valutazione maggiore, segno che è effettivamente ancora nel pieno delle propri
Benvenuto davvero ad un millesimo che si farà ricordare, parliamo del Brunello di Montalcino Docg 2013, presentato ufficialmente con l’evento “Benvenuto Brunello 2018” che ha chiuso la settimana delle Anteprimetoscane nei giorni 16-18 febbraio. Un’annata a detta di tutti molto interessante, che saprà esprimersi bene anche quanto a longevità, con punte qualitative assolute. Interessante anche la Riserva 2012, sebbene in una fase forse poco espressiva (insomma, non bevetela ora ma aspettate qualche anno), e il Rosso di Montalcino 2016, le altre due anteprime ufficiali degustate insieme a colleghi italiani e internazionali nel bellissimo chiostro di Sant’Agostino. Un totale di 135 aziende, presenti anche con le varie “Vigne” o “Selezione”, alcuni Moscadello e Sant’Antimo (le altre Doc di Montalcino) per centinaia e centinaia di bottiglie, gestite sapientemente dai sommelier AIS nel giorno dedicato alla stampa senza la presenza dei produttori. Un momento più unico che raro per apprezzare con attenzione i vari vini, ma anche uno sforzo notevole del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino e dell’ufficio stampa che voglio assolutamente ringraziare (insieme ai produttori ovviamente).
Prima di passare alle considerazioni su annata e produttori, vanno però chiariti alcuni aspetti importanti. Il primo è che in una sola giornata è impossibile, per tempi e per capacità fisica, riuscire ad assaggiare tutto, per chi come me non aveva la fortuna di rimanere due giorni è stato indispensabile quindi fare una selezione. Cosa che ho cercato di fare, sia tra produttori sia tra prodotti (concentrandomi su annata 2013 e riserva 2012) non rinunciando ovviamente ad assaggiare qualcosa di nuovo, con relative belle sorprese. Il secondo aspetto da chiarire è personale, ovvero la presenza in degustazione di due aziende che hanno come enologo consulente mio fratello Valentino, motivo per il quale pur non avendo io rapporti con le stesse (anzi, in un caso non ho mai neanche incontrato il produttore) preferisco non inserirle nella mia personale classifica pubblica, sebbene abbia avuto la sensazione che entrambe lo meritassero.
Brunello di Montalcino 2013
Definita un’annata molto classica restituisce in effetti un vino espressivo e ricco ma sempre nell’ambito dell’originalità. Un grande rosso, imponente ma non pesante, con le varie sfumature del territorio a rappresentarlo. Perché è ora di cominciare a definire bene e ufficialmente anche la zonazione di Montalcino, tante sono le differenze tra i suoli, le esposizioni e le altimetrie dell’areale produttivo. Frutti rossi ma anche sentori di cipria, fiori in alcuni casi, dominano la parte olfattiva mentre in bocca la forza rimane contenuta da un corpo e un’acidità sempre in equilibrio
Brunello di Montalcino Riserva 2012
Ci è sembrata in una fase di stallo rispetto al Brunello, probabilmente più longeva – come è prevedibile – al momento non sembra esprimersi al meglio, con tannini a volte graffianti e spesso troppo presenti. Quello che sembra un problema sul momento, però, dovrebbe essere un vantaggio più avanti seguendo quell’andamento sinusoidale del vino che vive di momenti di alti e bassi durante l’affinamento. D’altronde non è un caso che alcuni produttori si stiano autolimitando nella messa in commercio delle riserve, andando oltre i 6 anni dalla vendemmia.
Rosso di Montalcino 2016
Non un fratello minore del Brunello ma un altro vino, e questa annata ce lo restituisce proprio così: fresco,
“Ho mangiato acido citrico e non sono morto. E non era in un vino ma su un piatto!”
Per spiegare i vini “naturali” a chi ne fa una bandiera e una moda basta ragionare su un fatto, realmente accaduto al sottoscritto, alcune settimane fa.
Ristorante stellato, menu ambizioso e ricco di suggestioni nella presentazione e negli accostamenti, esperienza molto interessante fino al dolce… Qui c’è il tocco di magia, qualcosa che non avrei mai potuto immaginare e che mi ha aperto gli occhi sul vero senso del “vino naturale”.
Gli ingredienti erano questi: crema a base di carbone vegetale, polipodio (un tipo di liquirizia), caffè in polvere, lime, limone grattugiato e… acido citrico!
Ebbene sì, il tocco davvero originale era l’acido citrico, uno di quei “coadiuvanti” che i produttori artigianali, naturali ecc. che si sentono fighi dicono di non usare perché loro il vino lo fanno con l’uva e basta (e vorrebbero le etichette parlanti). Però qui, in un menu degustazione da 90 euro (senza i vini) allora sì, non solo nessuno dice nulla ma piace pure. Eccovi spiegati i vini “naturali”, post chiuso e direi definitivo.
Va bene, andiamo oltre la battuta e argomentiamo un pochettino le idee personali. L’acido citrico è naturalmente contenuto nell’uva e quindi lo si ritrova nel vino (come nel limone), eppure c’è chi lo manderebbe sotto la definizione di “kimika in cantina”, una cosa brutta e cattiva. In realtà per me che, ripeto sempre, in mezzo all’acido citrico e a quello tartarico – nonché metabisolfito di potassio e poi rame e zolfo ecc. – ci sono cresciuto, la cosa non mi spaventa affatto. Anzi, non era la prima volta che lo assaggiavo, per quanto l’ho usato più spesso per togliere dalle mani le macchie di uva rossa alla fine di una giornata di vendemmia.
Il punto, ovviamente, non è che fosse su un piatto di un ristorante stellato, che non nomino non perché non abbia mangiato bene – anzi – ma perché non è il centro del mio ragionamento, ma su come cambi l’atteggiamento verso un tema in funzione del contesto nel quale lo si incontra.
Nelle etichette a confronto tra i vini convenzionali e quelli naturali l’acido citrico è il primo “ingrediente” citato insieme a molti altri. Eppure, ripeto, non trovo la stessa rigidità del vino in cucina, dove anzi più si inseriscono chimica e tecnologia e più, apparentemente, si eleva la qualità dei piatti. Mi pare un controsenso bello e buono, che chiamerei gli sponsor del naturale dell’ultima ora a risolvere in qualche modo.
Fermo restando che il problema principale dei vini naturali rimane per me uno e uno solo: qual è il protocollo riconosciuto e chi certifica che questo venga rispettato?
Mi dispiace ma sono razionale fino all’estremo e se non si accetta che, per il vivere comune, esistono sempre regole riconosciute e rispettate (come il Biologico per fortuna), allora vale tutto e il contrario di tutto.
Ci sarebbe poi da parlare di economia, di rispetto di quegli insignificanti parametri tra entrate e uscite di un’azienda (perché una cantina è comunque un’attività commerciale e non fa beneficienza o poesia di solito) che non permetterebbero di sacrificare il lavoro di un anno in virtù di una stagione particolarmente sfigata. Se non licenziando qualcuno o non pagando i fornitori ovviamente. L’educazione del consumatore poi, ovvero il “bisogna far capire all’appassionato che se in questa annata piovosa e fredda il vino ha alcuni difetti organolettici è giusto che si beva così”, mi fa venire i brividi…
Mi devo fidare del produttore? No grazie. E proprio la storia del vino italiano insegna che non può bastare questo.
ENGLISH version
Sul manuale di istruzioni che ci hanno fornito è scritto separato “Ampelo Contest” ma credo si possa farne una sola parola: Ampelocontest. Si tratta del gioco inventato dalla famiglia Vaira con la consulenza di una grande studiosa come la professoressa Anna Schneider, per spiegare qualcosa di più delle Langhe e del Barolo agli ospiti del Progetto Vino di Collisioni 2017.
TEMA: riconoscere i diversi vitigni in pianta e, successivamente, i vini da essi prodotti in una degustazione alla cieca (ok, la degustazione c’entra fino ad un certo punto con l’ampelografia ma d’altronde a noi piace bere vino, mica mangiare foglie…)
SVOLGIMENTO: ci si vede tutti in cima al Bricco delle Viole e dopo aver ripreso i sensi, persi a causa della vista mozzafiato che si gode da lassù, ecco arrivare una sorridente professoressa Schneider che con l’aiuto di Isidoro Vaira ci spiega e ci mostra le varie tipologie di foglie e grappoli (siamo a luglio) raccolti in vigna. Nebbiolo nelle sue tre versioni (Lampia, Michet, Rosé), poi Dolcetto e Barbera, ma anche Sauvignon e altri. Parola a Francesca Vaira che ci spiega le regole della gara, ci mostra la mappa che seguiremo per raggiungere le viti da riconoscere, adeguatamente segnalate, forma le squadre e assegna i capo-squadra. A noi tocca Isidoro, Isi per gli amici.
Bottiglie di acqua fresche prese, chi vuole si infila le scarpe comode messe a disposizione dai Vaira (e forse avrei dovuto farlo anche io visto che indossavo sneakers messe la prima volta quella mattina!) e poi… via, si va in vigna.
Finalmente!
Non dovrei essere io a dirlo ma la nostra squadra era decisamente la più forte e unita, abbiamo seguito con attenzione le spiegazioni (chi più chi meno in realtà) e soprattutto Isi è un capo-squadra perfetto e con la nostra stessa voglia di vincere. Il risultato finale infatti ci darà ragione, nel senso che sulla parte ampelografica siamo risultati primi, peccato che poi alla degustazione non sia andata altrettanto bene. D’altronde i vincitori finali avevano in squadra un fuoriclasse come Rocco Lettieri che ci ha stracciato riconoscendo nelle diverse bottiglie degustate alla cieca i differenti vitigni e, soprattutto, che erano tutte della stessa annata. Poco male, l’onore è salvo, anche se avevo già preparato il mio commento in inglese per festeggiare il primo posto: “It wasn’t easy, but we had Isi!”.
Finita la cronaca vi racconto quello che ho imparato da questo pomeriggio, e dalla serata, trascorsa in casa Vaira. Innanzitutto che eravamo “a casa”, perché la famiglia Vaira (all’arrivo ci aspettavano Aldo e Milena, i genitori di Isi e Francesca, mentre il più grande dei tre fratelli, Giuseppe, era fuori Italia per lavoro) considera quelle vigne e il lavoro che vi si svolge come qualcosa di familiare, anche se le dimensioni dell’azienda prevedono necessariamente aiuti esterni. Ma l’aria che si respira è quella, che si tratti della professoressa Schneider o dei ragazzi che danno una mano in vigna, per non parlare di chi ha “affidato” loro la vigna. Il riferimento è alla cantina “Luigi Baudana”, una realtà importante per Barolo e quella che altrove si chiamerebbe una recente “acquisizione” dell’azienda G.D. Vajra. Ecco, Luigi Baudana era con noi a cena quella sera, elogiato per il lavoro fatto e invitato a parlare da Aldo Vaira che, appunto, sente soprattutto la responsabilità di
Quest’anno ho deciso di riprendere la buona abitudine di scrivere la classifica dei migliori assaggi dei 12 mesi appena trascorsi. Nel 2016 mi limitai a farli comparire nel video-racconto con cui conclusi i lavori per quell’anno, ma tutto sommato era una modalità troppo limitante. Anche perché un minimo di cose vanno dette, a cominciare dalla distinzione che ho cominciato a fare. Ovvero che esiste quella che chiamo “Università della Terza Età”, si tratta in sostanza dei vini da grande invecchiamento, quindi quasi sempre annate non in commercio. Poi esistono i “Giovani e forti”, vini bevuti più o meno nella loro fase giovanile, pronti o ancora immaturi in alcuni casi, ma comunque in commercio. Infine, quest’anno, ho voluto dare spazio anche a due aziende singole nel loro complesso, entrambe espressione delle Langhe e forse ce ne sarebbe voluta anche una terza. È una piccola scommessa, nel senso che forse ce ne sarebbero molte altre da premiare (così come per i vini d’altronde), ma spero utile a scoprire come spesso dietro a ogni singola etichetta c’è un lavoro complesso e strategico di grande ampiezza.
Insomma, buona lettura e buon 2018!
Verdicchio Dei Castelli Di Jesi Doc Classico Riserva “Vigna Novali” 1994 – Moncaro (Marche)
Che il Verdicchio sa invecchiare non è una novità, ma addirittura superare i venti anni donando ancora intensità ed equilibrio…
Chianti Classico Docg Riserva 1995 – Carpineto (Toscana)
Al Vinitaly, offerto da Antonio Zaccheo jr al termine di una bella chiacchierata conclusa a parlare della fondazione della Carpineto, dei ricordi di mio padre e di suo padre… Anche qui, un “semplice” Chianti di più di 20 anni davvero stupefacente per integrità e freschezza.
Brunello di Montalcino Docg 1997 – Tenuta di Sesta (Toscana)
Perfetto, ancora fresco e dal colore corretto, elegante e piacevole. Uno dei migliori Brunello mai bevuti. Se questo è il Brunello di Tenuta di Sesta, che appena uscito è molto fresco e conviviale, allora bisogna fare scorta delle annate in vendita.
Barolo Docg Riserva Ravera “Vigna Elena” 2004 – Elvio Cogno (Piemonte)
Furtta fresca al naso, ciligia nera soprattutto, per una beva molto fresca e piacevole. Un Barolo preciso, ancora giovane, davvero molto buono.
Amarone della Valpolicella Docg “Campo dei Gigli” 2011 – Tenuta Sant’Antonio (Veneto)
Un Amarone in equilibrio tra frutto (e tante spezie), corpo e acidità. Da bere e ribere, anche grazie ad un rapporto qualità-prezzo notevole.
Patriarca Refosco Friuli-Aquileia DOC 2013 – Ca’Tullio (Friuli)
Vino molto lungo, un Refosco davvero importante con note di tabac
“L’anno millenovecentoquarantasette il giorno tredici del mese di giugno, sono comparsi i signori agricoltori…”, questa è la frase che potete trovare sulle etichette della Cincinnato di Cori e con queste parole inizia l’atto costitutivo della stessa, che in questi ultimi giorni del 2017 si avvia a concludere dunque i festeggiamenti per i 70 anni di vita. Ne è passata di acqua sotto i ponti, anzi di vino nelle vasche da quel giorno, e mai come ora Cincinnato sembra essere in grande sviluppo, con tanti progetti in fase di definizione. Il tutto in un clima di incredibile cordialità e solidità, come ha dimostrato il recente rinnovo del Consiglio Direttivo che ha premiato gli attuali amministratori, confermando la voglia di continuità con quanto fatto finora.
D’altronde i numeri, la riconoscibilità e gli attestati di stima sono tutti a favore del lavoro svolto fino ad oggi. Il progetto, chiaro e senza passi indietro, di puntare sui vitigni autoctoni ha reso la cooperativa di Cori un esempio unico che in molti vorrebbero copiare. Solo nell’ultimo anno la crescita di produzione ha superato il 10%, con un milione circa di bottiglie prodotte. Ma non finisce qui la voglia di sviluppo di Cincinnato, che ha già in bottiglia dal 2015 la novità di prodotto per il prossimo Vinitaly, ovvero il Metodo Classico da uve bellone in purezza, che affiancherà il già noto e apprezzato metodo charmat. Un ulteriore passo in avanti, o in alto se preferite, sulla strada che porta la realtà corese a primeggiare in ricerca e qualità.
L’aumento di produzione, siamo a circa 550 ettari coltivati distribuiti su 130 soci, ha seguito anche l’ampliamento della rete commerciale, estesa ormai su 19 Paesi in tutto il Mondo. I primi quattro per quantità sono Giappone, Stati Uniti, Olanda e Canada mentre i nuovi mercati aperti quest’anno sono Lituania e Lussemburgo.
Ma non va sottovalutata la crescita in termini di riconoscibilità, in questo senso il progetto sviluppato negli ultimi venti anni sta portando tutti i suoi frutti, i consumatori conoscono Cincinnato e ri-conoscono la sua capacità di offrire vini dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Una connessione resa in modo grafico anche dal rinnovo dell’immagine aziendale, con le nuove etichette e le nuove bottiglie, che hanno fatto fare davvero un balzo alla cooperativa. Infine gli attestati di stima e di qualità, se da una parte è stata premiata anche l’accoglienza con l’agriturismo in via Stoza (Cori), dall’altra sono arrivati nell’ultimo anno anche punteggi e giudizi importanti da oltre oceano. In particolare le recensioni di Vinous (Galloni – D’Agata) e Jancis Robinson, ovvero due tra le realtà più famose e influenti della critica vinicola internazionale.
Il futuro di Cincinnato? Sicuramente roseo viste le premesse, ma anche più biologico secondo alcune anticipazioni sui prossimi progetti della Cooperativa, che continua a stupire per concretezza e a confermare come quei 10 “signori agricoltori” che la fondarono tutto sommato ci avevano visto lungo…
PS: In foto il brindisi per i 70 anni nell’agriturismo di via Stoza
ENGLISH version
Il Giacchè era il vitigno a bacca rossa della tradizione dei vignaioli di Cerveteri, l’uva per fare il vino migliore, che stava quasi scomparendo fino a una decina di anni fa, soppiantata da varietà internazionali più facilmente apprezzabili sul mercato. Ho specificato che “era” quell’uva per due motivi, innanzitutto perché i recenti studi del DNA hanno confermato che non si tratta di un vitigno nuovo ma, in realtà, del più noto Lambrusco Maestri. L’altro motivo è che l’azienda Casale Cento Corvi, che dal 2003 produce un vino a cui ha dato questo nome, ha registrato il marchio “Giacchè” assicurandosi di poterlo usare in esclusiva.
La cronaca della presentazione di una verticale storica di Giacchè la trovate sul Corriere del Vino, mentre su BigHunter potete leggere una prima recensione del vino in commercio, ma a questo punto il problema è: quale nome daranno i produttori di vino di Cerveteri nel caso volessero risollevare le sorti dell’uva tradizionalmente più importante dell’area.
Come detto, per Casale Cento Corvi tutto sommato è facile, continueranno a produrre il vino Giacchèscrivendo eventualmente sulla retroetichetta che si tratta di Lambrusco Maestri. Gli altri sono ormai a un bivio, produrre semplicemente Lambrusco Maestri e comunicarlo come tale oppure trovare un qualsiasi nome di fantasia – purché non si tratti di Giacchè – specificando sempre in retroetichetta che si tratta di Lambrusco Maestri. In ogni caso dovranno abbandonare comunque ogni collegamento con la tradizione dei loro padri e nonni. Il problema non è di poco conto, infatti credo sia ben difficile imporre sul mercato un “Lambrusco” del Lazio, seppure molto diverso dai cugini emiliani, mentre sarebbe stato forse più semplice poter riunire tutti i produttori sotto un marchio comune, tradizionale, unico e originale come “Giacchè”. L’enorme e apprezzatissimo sforzo di Casale Cento Corvi per recuperare il vitigno e dargli una nuova vita, finanziando anche la ricerca e faticando per trovare la giusta via tra coltivazione e vinificazione, rischia di interrompersi a metà. Soprattutto se, non potendo chiamare i loro vini con il nome storico di Giacchè, altri produttori dovessero decidere di non produrne affatto. Ad essere a rischio sarebbe l’identificazione di Giacchè con Cerveteri, ovvero uno degli obiettivi citati da Costantino Collacciani come primari per la Casale Cento Corvi, ma lo stesso vitigno, che non potrebbe reggersi su un solo produttore per poter essere definito come espressione del territorio nel suo complesso.
E sarebbe un gran peccato perché dalla verticale cui abbiamo partecipato, al netto delle grandi capacità e delle sperimentazioni messe in atto negli ultimi lustri da Casale Cento Corvi, il vitigno mostra grandi potenzialità. Un Lambrusco del tutto diverso dalle sue versioni spumanti emiliane, strutturato e dall’intensità unica, capace di invecchiare mantenendo sempre una forte impronta territoriale.
Ecco qualche nota di degustazione dalla verticale tenutasi nella meravigliosa Necropoli Etrusca della Banditaccia, sito Unesco di Cerveteri.
Giacchè 2005
Ancora definito speriment
Chi segue Enoagricola su Facebook avrà notato la foto postata domenica scorsa con questo commento: “Oggi #BereBene 2018 del Gambero Rosso, tanti buoni vini e poca stampa (almeno a occhio): eventi coincidenti o scarso interesse?”.
Ero allo Sheraton Hotel di Roma per la presentazione di BereBene 2018, la guida agli ottimi vini italiani sotto i 13 euro edita dal Gambero Rosso. Va bene, il confronto con i Tre Bicchieri non è possibile farlo, e forse c’erano una serie di eventi coincidenti che era meglio evitare (Mercato Fivi a Piacenza, Vins Extremes ad Aosta, ViVite a Milano e il Giro d’Italia a Rieti), ma l’impressione di evento di serie B anche per la stampa era evidente. Ma perché? Voglio dire, i vini considerati top di gamma sono prodotti spesso in numeri ridotti e consumati in occasioni rare ed eventuali. Le etichette di BereBene invece sono quelle da tutti i giorni, umane nei costi e immediate nella piacevolezza (quasi sempre), il più delle volte rintracciabili con facilità vicino casa. Certo, tutto questo ne fa qualcosa di poco “cool”, sono rari i selfie con una bottiglia di vino magari buonissimo che però costa solo una decina di euro. Invece andare all’evento modaiolo e fotografarsi con l’etichetta da centinaia di euro (di vini magari assaggiati solo alle fiere) quello sì che richiama like e invidie. Bene, cresciamo per favore?
Sono quelli di BereBene (ma esistono anche altre selezioni simili per fortuna) i consumi che l’Italia e tutto il vecchio mondo del vino deve rilanciare, su questo segmento è opportuno lavorare in casa puntando invece più sull’estero per i prodotti a maggior valore aggiunto. Questi vini quotidiani, “vinini” per alcuni (ma in senso positivo), sono la nostra grande ricchezza in fatto di originalità, pervasività ed economia locale. Se li distruggiamo perderemo anche i classici, i vini top. Soprattutto avremo perso le nostre radici…
Per concludere, ai banchi di BereBene c’erano tanti ottimi vini e per fortuna molti produttori, sicuramente più che in occasione dei Tre Bicchieri, molto disponibili a raccontarsi e a raccontare le proprie vigne. Unico neo, ancora una volta, il sistema di accesso alla sala, in pratica chi vuole evita tranquillamente di pagare. Grave in questo caso ma ancora di più ai Tre Bicchieri, quando si poteva entrare appunto gratis e sentirsi ancora più fichi oppure pagando 60 euro facendo gli onesti ma sentendosi un po’… fregati.
ENGLISH version
Meglio dirlo subito, in questi giorni ho letto il non breve intervento di Frank Merenda “Melegatti può essere salvata mentre distrugge il suo brand?” e ne sono rimasto colpito, sto vivendo infatti simili sensazioni per esperienze diciamo personali, quindi ammetto che in parte “ci sono dentro” e potrei essere leggermente prevenuto verso i rinnovamenti troppo drastici e privi di collegamenti con il passato.
Fatte le premesse torniamo all’oggetto di questo intervento, ovvero alla presentazione del “nuovo” Asti. Nuovo il prodotto, visto che si aggiunge la versione Secco che ha fatto storcere il naso a più di qualcuno (in particolare per l’hashtag #AstiSeccoDocg). Ma nuovo sarà anche il positioning se così si dice, ovvero il posizionamento di immagine e di mercato. Da realizzare, eccoci al dunque, con “un progetto strategico per il riposizionamento di tutta la denominazione, in Italia e all’estero” avviato dal Consorzio per la Tutela dell’Asti e presentato a Roma, nella avveniristica Lanterna Fuksas, lo scorso martedì 21 novembre. Nel comunicato ufficiale si legge: “Alla base di questo lavoro, le attività all’insegna della filosofia ‘rural glam’ che, come l’ASTI, fonde l’autenticità di una terra unica con il fascino dell’eleganza, della sensualità e della seduzione. Lo storytelling (ideato dall’agenzia HUB09) punta proprio sul profumo, sul fascino dei paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato riconosciuti patrimonio mondiale dell’UNESCO e sul concetto di convivialità. La stessa narrazione affonda le radici nel territorio e da questo riparte per rilanciare le occasioni di consumo”.
Solo a me nella presentazione di una realtà vitivinicola suonano fuori luogo, se non proprio artefatte, messe tutte insieme parole come: rural glam, storytelling, filosofia, sensualità, Unesco, seduzione ecc.? Mettiamoci in più il fatto che si tratta di un territorio ricco di tradizioni centenarie, magari in crisi è vero ma non solo per la mancanza di attrattività per i giovani, e la sensazione pruriginosa aumenta. Qualcosa di molto simile, ma speriamo con effetti diversi, rispetto al “marketing non convenzionale” di cui parla Merenda.
Il colpo finale è arrivato dalla presentazione stessa, dove un cronista teutonico ha calato la mannaia sullo spot presentato al pubblico, incentrato a suo dire sulle figure festose di alcuni “ragazzini” (testuale) con una impostazione che poteva dare fastidio a tutti gli altri consumatori. Ora, senza arrivare a critiche così nette sul contenuto, preferisco fermarmi al contenitore. Ovvero, in una presentazione di un nuovo prodotto da parte di un Consorzio di Tutela, ha davvero senso proiettare quello che è, a tutti gli effetti, il “backstage” del set fotografico nel quale sono state realizzate le fotografie per le campagne pubblicitarie? No perché sicuramente si tratta di una mossa molto “ggiovane” ma, per chi si occupa di vino, molto più interessante è stato assaggiare i vini, discutere dei metodi di spumantizzazione e soprattutto del posizionamento di mercato del nuovo prodotto. Così come divertente e, forse, più in linea, è stato l’intermezzo di Alessandro Scorsone che, pur in un contesto ludico e leggero, ha condotto i presenti alla degustazione prima degli acini di moscato bianco conservati dall’ultima vendemmia e poi del mosto da essi ricavato.
Insomma, per rimanere in tema di giovani, Asti Secco, Dolce e Moscato d’Asti: bene ma non benissimo!
ENGLISH version
I Trabocchi, il Pecorino, D’Annunzio, la Ventricina, il Montepulciano e poi il mare, i monasteri medievali e l’arte del Novecento. In Abruzzo c’è tutto questo, ma come spiegarlo? Come collegarlo? Ci vorrebbero degli itinerari, dei percorsi… Ecco, facciamo i PERCORSI!
Dev’essere nata così l’idea del nuovo progetto di marketing territoriale del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, presentato lunedì 16 ottobre al Convento Michetti di Francavilla al Mare dal presidente Valentino Di Campli e dalla consigliera Valentina Di Camillo, che l’ha pensato e ne ha seguito la realizzazione. La novità principale è quella di aver messo in piedi a tempo di record (meno di un anno) una piattaforma online collegata ad una Appe a una mappa cartacea, rendendo la fruizione dei turisti facile e intuitiva. Si può individuare un percorso, tra i primi 10 già pronti, inquadrare un QR code ed entrare fisicamente nell’itinerario, con il navigatore dello smartphone che ci guiderà nelle varie tappe grazie alla geolocalizzazione. Sul sito sarà possibile godere di un’anteprima dei vari luoghi, divisi per cultura, arte, natura ed enogastronomia, lasciando poi alle preferenze del visitatore la scelta di fare tutte le tappe o solo alcune, di rimanere sulla strada segnata o perdersi nella ricca offerta abruzzese.
I Percorsi dovrebbero essere, secondo l’idea dei promotori, soprattutto dei punti di partenza, delle agevolazioni per il turista che non sa da dove cominciare per visitare una regione che in mezz’ora di macchina passa dalle piste da sci al mare. Ovviamente, essendo il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo il promotore, molto importanti sono i collegamenti con le oltre 200 aziende vitivinicole della regione. Cantine che hanno risposto con favore ad un’idea certamente innovativa, che pone la Regione tra le prime a livello nazionale e che, supportando i Percorsi, si apre di fatto ad un turismo di ampia portata. L’obiettivo infatti non è quello di intercettare i turisti enogastronomici e offrire loro un’esperienza in più, al contrario si vuole portare il turista culturale o naturalistico a scoprire anche il patrimonio enogastronomico e viceversa. Non un’attrazione “in più” insomma, quanto uno scambio, un’osmosi tra segmenti turistici diversi a beneficio di tutti. Il prossimo passo, oltre all’aggiunta di altri percorsi, è quello di aprirsi al turismo slow, ovvero a quanti si spostano in bici o a piedi.
From the publisher's feed