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Servirà un libro che tracci la storia moderna del vino nel nostro Paese? La mia risposta è decisamente sì, mi sembra infatti molto utile poter fruire di un volume sufficientemente completo eppure scorrevole, con tanti spunti di approfondimento e alcuni focus sui personaggi che questa storia l’hanno fatta.
Il volume “Storia Moderna del Vino Italiano” di Walter Filiputti edito da Skira rappresenta proprio questo, un compendio ragionato di come l’Italia sia riuscita a crescere e modificare il proprio approccio con il vino negli ultimi 50 anni. Perché, purtroppo, il primo dato di fatto è proprio questo, siamo in netto ritardo rispetto ai nostri cugini d’oltralpe e solo accettando questo punto di partenza, a parere mio, si possono immaginare strategie utili ad “aggredire” l’immagine dei vini francesi. Se, infatti, possiamo sicuramente vantare produzioni qualitativamente paragonabili a quelle transalpine, non possiamo neanche paragonare né la qualità diffusa in alcune aree né il prezzo medio delle rispettive etichette.
Viene facile a Filiputti citare i personaggi più importanti del mondo del vino italiano, sono quelli già famosi e vanno da Antinori a Frescobaldi, da Tachis a Veronelli, da Incisa della Rocchetta a Boncompagni Ludovisi (per fare dei nomi). Nessuno può contestarli e nessuno che voglia parlare di vino italiano deve dimenticarsene. Un lavoro di questo tipo non può andare molto oltre questi punti fissi, anche perché in molti casi quelli che sono venuti dopo hanno solo emulato le gesta dei padri. Ma ci sono poi i cenni sulla ricerca, sull’importanza degli autoctoni e sulle fiere imperdibili, ci sono Simonit e Sirch come la Fondazione Edmund Mach, per finire con l’importanza della cucina italiana nel mondo e dei sommelier quali “intellettuali del vino”.
Il libro è suddiviso in tre parti: Rinascimento del vino italiano; Il vino italiano. L’innovazione; La geografia del vino italiano. Nella prima il capitolo fondamentale è dedicato a “gli uomini che hanno cambiato la storia” e sono quelli che abbiamo già citato, nella seconda invece l’impegno più importante è sui divulgatori e sui ricercatori mentre, nella terza, ampio spazio è dedicato a quelle realtà produttive che – suddivise per decenni e per territori – rappresentano in qualche modo “le eccellenze del vino italiano dagli anni sessanta ad oggi”.
Solo due le critiche che, nel mio piccolo, mi sento di muovere al prezioso volume di Filiputti. La prima sarebbe una formalità ma, forse, la dice lunga su un aspetto cruciale. Più che di storia “moderna” infatti, verrebbe da parlare di storia “contemporanea” visto che si parte dagli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Il problema, forse, è quanto si diceva all’inizio, ovvero il ritardo dell’Italia (rispetto alla Francia) nel settore dei grandi vini. Insomma parlare di storia moderna potrebbe essere impreciso ma in effetti spinge a crederci più anziani di quel che siamo e, come si sa, nel vino saper invecchiare è un fattore positivo. Il secondo neo è magari frutto di una sensazione personale, ora lungi da me l’idea di intaccare l’importanza della realtà vitivinicola forse più grande e conosciuta d’Italia ma, ecco, ho trovato il libro leggermente “Antinori-centrico”. Al di là della scelta, necessariamente schematica, di individuare nella nascita del Tignanello il punto di svolta di tutta l’enologia nazionale, ho notato una piccola imprecisione, per esempio nell’evoluzione del brand “Fiorano”, e a parer mio una sproporzione rispetto ai vini piemontesi. Se, infatti, il Rinascimento in questo volume è individuato negli anni sessanta e settanta, è bene ricordare che con i grandi Barolo si va molto indietro rispetto a quei decenni, senza contare che l’area è quella ad oggi più avanti con la zonazione (altro fondamentale tratto distintivo dei grandi vini, sul quale l’Italia è ancora al passo).
Un libro comunque da leggere, sottolineare, a tratti da mandare a memoria, per il quale ringraziare
SkyWine, la manifestazione enogastronomica più importante e partecipata della provincia di Latina (ma potremmo dire di tutta l’area sud del Lazio) nel 2017 ha raddoppiato, con un primo appuntamento a Terracinadenominato “La riscoperta degli autoctoni” andato in scena dal 13 al 15 maggio, e un secondo previsto nel borgo di Fossanova dall’8 al 10 luglio dedicato a “Bianchi e Bollicine”. In entrambi i casi Enoagricola è il blog ufficiale dell’evento, con una partnership che va avanti ormai da anni e una partecipazione personale all’evento che copre quasi tutte le edizioni!
Quest’anno la manifestazione, incentrata sempre sulle degustazioni di produzioni locali ma anche del resto d’Italia e estere, prevede anche degli approfondimenti su temi specifici e una giornata dedicata agli operatori. A Terracina protagonisti i vitigni autoctoni, con relazioni tecniche ma di ampia fruibilità su Bellone, Nero Buono, Abbuoto e altri, tenuti da enologi e produttori. Ma non è mancato ovviamente lo spazio food con i cooking show e il concorso “Filo Master Chef” tra gli alunni dell’istituto “A. Filosi” di Terracina, una gara emozionante e di altissimo livello vista la giovane età dei partecipanti. Come sempre varie le location nelle quali erano distribuiti i banchi e le attrazioni: Palazzo della Bonifica, Palazzo Comunale e Palazzo del Vescovado. Una annotazione speciale va fatta per le fantastiche specialità portate in assaggio, e in vendita (per fortuna), da “Le Fils du Povre” di Cabourg, città francese gemellata con Terracina. Salami e salsicce, ma soprattutto formaggi di alta qualità, vini e Calvados di grande invecchiamento, un tocco di classe davvero azzeccato e di grande godimento.
Tra pochi giorni a Fossanova protagonisti, come accennato, saranno i vini spumanti con degustazioni di Prosecco, Franciacorta, Champagne, Trento e “bollicine” del territorio. Gli approfondimenti saranno dedicati espressamente alla tecnica, una delle pratiche enologiche più difficili, e quindi alle differenze tra i metodi Charmat-Martinotti e Classico per esempio. La giornata per gli operatori sarà il lunedì, 10 luglio in questo caso, e prevede dalle 11 alle 17 l’incontro tra ristoratori, enotecari, distributori con i produttori nell’Auditorium – Infermeria dei Conversi.
Che dire, ci vediamo a Fossanova!
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Sky Wine & Food 2016 a Sermoneta, primo giorno da record
“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…”.
I quattro amici di cui vi parlo io (non Gino Paoli nella canzone) si chiamano Luigi Rubino, Pierangelo Argentieri, Teo Titi e Giuseppe Danese. Siamo a Brindisi e si tratta di quattro imprenditori impegnati su diversi fronti – vino il primo, turismo il secondo, vela il terzo e motonautica il quarto – che hanno deciso di passare dalle chiacchiere ai fatti, fondando il Consorzio Discovery e avviando una serie di manifestazioni di ampio respiro con l’obiettivo di rilanciare la loro città e inserirla nei flussi turistici che contano.
Il primo appuntamento “misto” realizzato dai quattro è stato Vinibus Terrae, che ha animato la città dal 2 al 6 giugno. Evento misto in quanto dedicato al vino e alla vela d’altura, facendo da lancio alla storica regata Brindisi-Corfù (7-9 giugno), giunta alla 32esima edizione e organizzata proprio da Teo Titi. A pensare la parte vinicola è stato ovviamente Luigi Rubino, fondatore delle Tenute Rubino, che è riuscito a portare all’appuntamento di inizio giugno nomi importanti della critica enologica come Othmar Kiem, responsabile per l’Italia della rivista in lingua tedesca Falstaff; Filippo Bartolotta, collaboratore di Decanter; il fondatore del portale Vinoway, Davide Gangi, e per finire uno degli chef più famosi d’Italia, Gianfranco Vissani.
Vinibus Terrae, cos’è – Nome evocativo e bellissimo, manifestazione mista con un’area “Food and wine experience” aperta la sera per gli appassionati sul lungomare Regina Margherita, tre degustazioni tecniche nell’ex Convento di Santa Chiara, un convegno istituzionale a Palazzo Granafei Nervegna e una serata di gala nel foyer del teatro Verdi denominata “Il Salotto del Vino”.
Vinibus Terrae, i vini – Per le degustazioni tecniche organizzate in collaborazione con AIS Puglia e guidate da Giuseppe Baldassarre insieme agli ospiti citati sopra, i quattro amici hanno coinvolto un gruppo di giornalisti di settore (tra cui il sottoscritto) guidati da Marco Sabellico, direttore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Un’esperienza interessante, che ci ha accompagnato alla scoperta dei vari territori del vino della Puglia, concentrando l’attenzione sui vitigni autoctoni, anche quelli meno conosciuti.
Ecco qualche riflessione sui singoli vitigni:
Negroamaro – Rosati e rossi di grande spessore, difficile sbagliare con questa uva se si lavora bene in vigna e in cantina. I vini che abbiamo assaggiato hanno messo in mostra tanto corpo, profili olfattivi anche molto complessi, un equilibrio in alcuni casi sorprendente, seguito da una lunga persistenza. Due gli assaggi consigliati: il rosato tradizionale Salento IGP Negroamaro Rosato “Diciotto Fanali” 2014 di Apollonio e il Salice Salentino DOC Riserva “Vigna delle Monache” 2012 della Cantina Cooperativa Sampietrana(ottimo rapporto qualità/prezzo).
Primitivo – Per quantità è il primo vitigno rosso vinificato in Puglia, seguito da vicino dal Negroamaro. I vini da uve Primitivo sono forse i più pugliesi, nel senso che hanno questa anima specifica che li rende distinguibili al primo assaggio. Coinvolgono per rotondità e calore, da gestire con attenzione per non vedere debordare la dolcezza al naso ma soprattutto in bocca. Due gli assaggi consigliati, da due territori diversi: Primitivo di Manduria DOC “Es” 2015 di Gianfranco Fino e Gioia del Colle DOC 2013 “Polvanera 17” di Cantine Polvanera.
Nero di Troia – Forse il vitigno meno “pugliese” tra quelli a bacca rossa, a volte mette in
Ho lasciato decantare un po’ le sensazioni, sono passati circa due mesi dal Vinitaly e credo di poter mettere su un foglio (e su un Podcast) gli assaggi più interessanti fatti in un’edizione, quella del 2017, ricca di spunti e soddisfazioni personali.
Tenuta I Fauri
Valentina Di Camillo e suo fratello Luigi sono una ventata d’aria nuova e innovativa per l’Abruzzo, per le modalità comunicative e per la voglia di imporre un’idea di qualità assoluta da dedicare doverosamente in particolare al Montepulciano. E poi per la scommessa di mettere in mostra la capacità di affinare che ha un’uva attualmente modaiola, ma molto interessante, come il Pecorino.
La Colombarda
Pagadebit, Albana e Sangiovese di Romagna, tutti in purezza e solo in acciaio per dare un’idea quanto più precisa possibile di questi vitigni autoctoni in cerca di un degno posizionamento sul mercato. L’azienda è giovane, siamo alla terza produzione effettiva per quanto la tenuta sia ottocentesca, ma parte con ottime prospettive. I vini sono puliti e netti nelle loro sensazioni, piacevole il Pagadebit 2015, molto interessante l’Albana 2015 con un buon corpo e sentori complessi, così come il Sangiovese in rosato “Rosalaura” 2015, fresco e sapido, e in rosso (2015), ottimo per l’abbinamento gastronomico.
Fratelli Muratori
Ancora innovazione e ancora propulsione al femminile, Michela Muratori è un turbine di idee e freschezza. Nel packaging così come nelle scelte di produzione, se pensiamo che il loro progetto Simbiotico è attivo su tutte e tre le tenute di proprietà (Villa Crespia, Rubbia al Colle, Oppida Aminea). Ma cosa si intende per Simbiotico? “Da più di 17 anni ‘nutriamo’ le nostre vigne di diversità microbiologica (funghi e batteri) e oggi abbiamo vigne che crescono più vigorose, più sane e anche più resistenti alle malattie. Simbiotico significa ridurre l’uso di prodotti di sintesi, ma anche evocare un rapporto positivo e cosciente con la natura.” Qualcosa di diverso sia dal biologico, per quanto le vigne siano in conversione, sia dal biodinamico. Ma intanto arrivano i premi, con il Simbiotico di Rubbia al Colle 2013 (Toscana IGT Sangiovese) premiato nella sezione Wine Without Walls al 5 Star Wines 2017 di Vinitaly, e scorrono le bottiglie celesti del Millè di Villa Crespia (Franciacorta Millesimato con 30 mesi in acciaio sulle fecce fini prima di andare in bottiglia per la seconda fermentazione, 100% Chardonnay) così come quelle gialle del “Giallo” di Oppida Aminea contenenti in solo vetro “colorato” un Campania IGT (Fiano, Greco, Coda di Volpe).
Tedeschi Wines
Sabrina Tedeschi è a capo delle Famiglie dell’Amarone dell’Arte e rappresenta quindi anche un’idea precisa di questo vino. Con la linea La Fabriseria, prima uscita 1983 e da allora solo 8 vendemmie messe in commercio, la famiglia Tedeschi tocca il vertice di questa idea. La Riserva 2011 ha sempre i sentori fruttati maturi che ci si aspettano da un Amarone, entra rotonda al palato ma poi esplode nel corpo e nell’acidità rendendo l’assaggio complesso ma non stancante, elegante e potente insomma.
Accordini Igino
Dal 1800 in Valpolicella, in particolare con il cru Le Bessole, la Accordini Igino propone la tradizione dell’Amarone ma anche alcune sperimentazioni di tutto rispetto. Come la Corvina in purezza “Le Bessole – Corvina Veronese IGT 2011” (anche se sulla scheda è previsto un 10% di Corvinone), dal naso speziato e leggermente austero, con beva morbida ma arricchita da buona acidità. Ripasso e Amarone sono ovviamente il focus principale dell’azienda, che a
“Vedi? Quello sono io, avrò avuto 14 anni…” e mi indica un ragazzo sulla foto, quasi di spalle, con una folta capigliatura. Sarà che oggi, a più di trenta di anni da quella foto, Concezio Marulli di capelli sulla testa ne ha pochi e molto corti ma davvero faccio fatica a riconoscerlo. Eppure in quegli scatti dei primissimi imbottigliamenti dell’azienda Ciccio Zaccagnini, realtà vitivinicola tra le più importanti e famose d’Abruzzo, c’è l’inizio di una storia d’amore e di professionalità davvero rara.
Oggi Concezio è l’uomo di fiducia della proprietà, ma anche l’enologo dell’azienda, con meriti acquisiti sul campo e tramite studi, pubblicazioni sulle riviste scientifiche, nonché brevetti di macchinari pensati e progettati secondo la sua idea di qualità. Ho avuto la fortuna di conoscerlo anni fa, quando mi occupavo della comunicazione di Nomacorc (azienda leader nelle chiusure alternative per vino). Allora stava studiando l’alternativa, come ogni bravo professionista non si ferma alla superficie e vuole provare. Ha studiato, testato e seguito nel dettaglio gli approfondimenti scientifici e in cantina, fino a diventare un vero fan di queste chiusure. Ma è solo un esempio, come gli altri che ho potuto apprezzare nella visita in azienda di qualche mese fa. Una telefonata e dopo un’ora ero in azienda, sicuramente un po’ di fortuna per una giornata calma ma la sua disponibilità ha fatto la differenza. Prima in vigna e poi in cantina, sfilando tra un’opera d’arte e l’altra. Poter conoscere da dentro un’azienda come quella di Ciccio Zaccagnini è sicuramente un regalo notevole per ogni appassionato di vino.
Mentre sfogliamo le riviste con le foto degli inizi vedo finalmente, dopo averlo sentito nominare tante volte durante il giro, Joseph Beuys. Un genio premonitore, un artista affascinante che ha segnato la scelta di unire arte e vino a casa Zaccagnini. Lo vedo nelle foto del 13 maggio 1984 quando, proprio nella primissima struttura dell’azienda vinicola di Bolognano, presentava al mondo il suo progetto “Difesa della natura”. Un tedesco, di fama mondiale e dalla storia personale misteriosa, che scelse queste terre vicino Pescara e un’azienda appena nata per parlare di ecologia e bellezza, temi tutt’altro che di moda in quegli anni.
“Bois, si pronuncia b-o-i-s! Ci abbiamo messo anni per memorizzarlo ma alla fine ci siamo riusciti”. È Marcello Zaccagnini a parlare, sta uscendo e ci ha visto intenti a spulciare quei vecchi giornali. Un saluto veloce, sa che sono in buone mani.
Difficile sintetizzare le tante informazioni che Concezio mi ha regalato in qualche ora, dalla descrizione di tutte le opere d’arte presenti in vigna e in cantina, alle specifiche tecniche dei terreni e dei macchinari di cantina.
Cominciamo con l’idea di sostenibilità, realizzata anche con un bosco che – sul posto – va a compensare le emissioni di anidride carbonica dell’azienda. “Vedi, ci sono le querce, simbolo di forza, il rosmarino, simbolo di saggezza, e la lavanda, simbolo di pulizia”.
Poi la ricerca in vigna: “Qui c’è sempre vento, quindi siamo abbastanza protetti da elementi che possono fare grandi danni come la grandine e la tignola. Ma cerchiamo di gestire al meglio anche la prevenzione, su tutta la proprietà è installato un sistema di rilevazione (che poi vedrò nel dettaglio sugli schermi del laboratorio in cantina – ndr) che ci permette di procedere con l’irrigazione di sostegno, per esempio, o di andare in protezione e trattare la vigna solo quando è realmente necessario. I nostri sensori sono inseriti nel terreno a 10, 30, 50 e 80 centimetri di profondità, così da restituire in modo preciso la situazione<
Si è appena concluso un Vinitaly che ha soddisfatto buona parte delle aziende partecipanti, con le critiche un po’ meno in evidenza e un rinnovato ottimismo tra gli stand.
Questa edizione mi ha visto spesso all’interno del padiglione dell’Emilia Romagna* e ho potuto finalmente addentrarmi in uno dei territori che avevo voglia di conoscere meglio. Perché si fa presto a dire piadina e Lambusco, un po’ meno facile è conoscere dal vivo un piatto straordinario come pisarei e fasò e bere un’Albana di Romagna come si deve. Ecco, talmente un’altra cosa che punto sull’Emilia Romagna come una delle zone vinicole italiane “top” dei prossimi anni. E vi do anche le prime 5 ragioni che mi ci hanno fatto pensare. Voglio però capire se vi convincono, se non vi convincono o, magari, se avete anche la sesta, settima, decima ragione da aggiungere…
Di segnali come questi ce ne vorrebbero almeno uno al mese, sì perché la nascita di una nuova cantina in un territorio come quello laziale è una bella sfida. Il Lazio è una delle regioni che ha visto negli ultimi anni espiantare più vigneti di qualsiasi altra regione, eppure c’è qualcuno che ci crede ancora. Ma la storia della cantina Sant’Eufemia è importante anche per un altro motivo, ovvero per il “ritorno” alle origini di un’azienda che ha costruito il suo successo sulla coltivazione di kiwi. Siamo a Cisterna di Latina, forse la zona più vocata a livello mondiale per l’actinidia, qui e nei dintorni da 20 anni non si fa che togliere vigneti e mettere kiwi appunto. Di tutti i tipi, compresi i pregiati “Sungold” della Zespri che sono in effetti una delle eccellenze prodotte dalla Sant’Eufemia. Parliamo dunque di “cantina” perché si tratta di un’integrazione di una realtà agricola già esistente e attiva in particolare nella produzione di kiwi (ma anche di olio extravergine di oliva). La famiglia Capitani, Domenico è il capofamiglia ma sua figlia Alessandra è la responsabile della sfida vitivinicola, gestisce tre corpi fondiari per un totale di 250 ettari suddivisi in 150 coltivati ad actinidia, altri ad oliveto e 34 ettari, la novità, dedicati ai nuovi vigneti nella tenuta Valle Abate. Un “ritorno alle origini” come ha sottolineato Alessandra, che ha raccontato nella presentazione dello scorso 29 marzo come suo nonno fosse un vignaiolo e lavorasse proprio quelle terre. Un ritorno alla vigna che non può non far piacere a chi conosce la storia del luogo e ama il vino. Un gesto altamente simbolico oltre che concretamente valido per la ripresa del settore vitivinicolo laziale.
Ma, appunto, andiamo sul concreto. Trentaquattro sono gli ettari per ora dedicati alla vigna, tutti già piantati anche se la prima produzione è relativa solo ad alcune parcelle e, anzi, nei progetti originari non doveva essere già in bottiglia. Ma poi l’enologo Paolo Peira, al quale Alessandra Capitani si è affidata per la parte tecnica, si è accorto che i tre vini in lavorazione potevano rappresentare comunque l’inizio della storia di Sant’Eufemia. Sono stati presentati quindi il “29” da uve di Malvasia del Lazio, “Ultimo colle” da uve Bellone e, infine, il “Fiammingo” da uve Merlot. Tutti vinificati in purezza e in regime biologico rappresentano ciascuno un simbolo per l’azienda, se il 29 infatti è il giorno di nascita delle due figlie di Alessandro Capitani, l’ultimo colle sta a ricordare come i lievi pendii della zona sono proprio l’ultima altura dei Castelli Romani prima dell’inizio della pianura pontina, infine i Fiammingo erano i proprietari storici del fondo dove sta nascendo questa nuova azienda in zona “17 Rubbie”. Nomi evocativi e packaging senza fronzoli, per un progetto che prevede anche la costruzione di una cantina dove affrontare tutte le lavorazioni delle uve (al momento effettuate in trasferta presso la vicina cantina La Luna del casale) la cui progettazione, affidata agli architetti Giammatteo e Belardini, prevede tre piani complessivi con terrazza panoramica, materiali naturali e impatto minimo dal punto di vista delle linee.
Per quanto riguarda la sfida vitivinicola in senso stretto Peira ha presentato il progetto di sviluppo dei vigneti spiegando la scelta si inserire autoctoni e internazionali quasi senza soluzione di continuità, viste le grandi potenzialità del territorio. Bellone e Malvasia quindi, ma anche Greco di Tufo, Vermentino e Viognier per le uve bianche mentre per quelle a bacca rossa oltre al Merlot sono stati piantati anche Cabernet Sauvignon e Franc, Petit Verdot, Syrah, Pinot Nero e Tempranillo. “Una famiglia che sa rischiare – ha detto Peira – perché per avere idee nuove bisogna prima saper abbandonare quelle vecchie. Soprattutto ci siamo subito intesi sul concetto di qualità, che in vigna prevede una rigida politica di limitazione delle rese. La famiglia Capitani, venendo dal mondo del kiwi che ha reg
Che le bollicine siano ormai sulla bocca di tutti, di chi ne parla e soprattutto chi le beve, è cosa nota. Normale quindi che anche nel Lazio se ne racconti, d’altronde intorno a Roma esiste una tradizione spumantistica legata alla cosiddetta “Romanella” (purtroppo al momento assai poco invidiabile).
Per inserire questo tema nel dibattito, e presentare in anteprima una nuova etichetta, la cooperativa Gotto d’Oro di Marino ha organizzato un incontro aperto al pubblico venerdì 17 marzo. Presente anche l’assessore all’Agricoltura della Regione Lazio, Carlo Hausmann, che ha aperto i lavori insieme al Presidente della cooperativa, una delle poche ancora in piedi nel territorio laziale, Luigi Caporicci.
Nel Salotto del Vino si sono susseguiti gli interventi di Paolo Peira, enologo consulente del Gotto d’Oro, che ha tracciato le linee guida dell’andamento dell’enologia del futuro; di Maurizio Taglioni, giornalista, che ha fatto un’analisi accurata del mercato dei vini spumanti e frizzanti in Italia e all’estero; del sottoscritto, che ha invece analizzato i contesti e le occasioni di consumo dei vini spumanti; infine del CREA Viticoltura Enologia di Velletri che, con gli interventi di Massimo Morassut e Noemi Bevilacqua, ha tracciato le linee guida per lo sviluppo tecnico in vigna e in cantina di vini frizzanti di qualità. Ne è emerso un quadro altamente interessante per il Lazio, che ha a disposizione ambiti produttivi molto interessanti per la spumantizzazione, anche nella sua versione più semplice e immediata. Allo stesso tempo invece il mercato continua a chiedere questo tipo di prodotti, in Italia e all’estero. Anzi, la moda vera e propria rappresentata dal Prosecco (che ho sintetizzato graficamente con le magliette Ironic), può e sta già facendo da traino per esperienze diverse ma nello stesso campo. Pensiamo all’Asti Secco, all’Acqui Secco e, per rimanere in zona, all’Orvieto, che sta inserendo nel disciplinare della DOC anche la versione spumante. Il focus marinese ha fatto sì che anche i produttori presenti, purtroppo davvero pochi rispetto all’importanza dell’incontro, potessero trarre spunti interessanti su cosa, come e quando sviluppare in vigna. Una visione lungimirante è infatti alla base della redditività di una qualsiasi azienda, a maggior ragione di una realtà agricola che ha normalmente tempi di organizzazione e produzione più lunghi di qualsiasi altra in virtù della “naturalità” della sua materia prima.
Lungimiranza che ha spinto la Gotto d’Oro a pensare una nuova linea di prodotti denominata “Vinea Domini”, composta da sei etichette (tutte monovitigno) di vini fermi, più una settima dedicata a un vino passito. Notevole la veste grafica, chiaramente indicativa di una produzione di alta qualità, e interessante la scelta dei vitigni: Sauvignon Blanc, Chardonnay, Viognier per i bianchi; Syrah, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon per i rossi; Vermentino per il passito. “Ci siamo ispirati alle prime parole di Papa Benedetto XVI – ha detto il presidente Caporicci – quando, appena eletto, ha detto che era solo un umile servitore nella vigna del Signore, Vinea Domini appunto”.
La serata si è conclusa con la degustazione della nuova annata del Marino DOC 2016 e appunto del Viognier Vinea Domini 2016, di seguito le note di degustazione.
Marino DOC Superiore 2016
Viognier Vi
Prima il progetto sulla carbon footprint poi, in soli due anni, un’idea di sostenibilità ambientale a tutto tondo tramite una piattaforma utilizzabile dai piccoli come dalle grandi aziende. Il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano è ormai all’avanguardia sul tema del rispetto dell’Ambiente, e anche l’Anteprima delle nuove annate, appena conclusa, ha dato modo di conoscere questo innovativo impegno. In realtà una delle prime uscite pubbliche il Consorzio l’ha fatta a “Vino è” , evento nazionale FISAR tenutosi a novembre 2016 alla Stazione Leopolda di Firenze. Quel giorno al convegno “La sostenibilità nella filiera vitivinicola” sono intervenuti il direttore del Consorzio Paolo Solini, il sindaco di Montepulciano Andrea Rossi, il prof. Umberto Di Matteo del Dipartimento Ingegneria della Sostenibilità dell’Università Guglielmo Marconi e Stefano Biagiotti di Qualità e Sviluppo Rurale. Proprio su quel palco, dove ero presente in qualità di moderatore dell’incontro, sono emerse le linee guida di un’idea che affonda le sue radici indietro nel tempo almeno di 10 anni, quando un’azienda privata di Montepulciano (la Salcheto) iniziò un percorso di conversione green che la portò ad essere una tra le prime cantine “off grid” d’Italia.
Il progetto di sostenibilità che vuole promuovere il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, denominato evocativamente “SOSTE-NOBIL-ETÀ”, è qualcosa di comprensivo. Si cerca cioè di comprendere nelle linee guida l’intera filiera produttiva e non più uno o alcuni suoi momenti. In termini tecnici, secondo la spiegazione di Stefano Biagiotti, si cerca di lavorare su tutti gli indicatori della sostenibilità: dalla carbon footprint al lavoro e alla sua valenza sociale, passando per l’economia e la biodiversità. Ma non è solo questa la novità assoluta di quello che sta avvenendo a Montepulciano, altrettanto importante è infatti il coinvolgimento di tutta l’area in una scelta che possa portare benefici estesi. Una logica di distretto applicata innanzitutto al vino ma che, come confermato dal sindaco Andrea Rossi, potrebbe facilmente essere estesa anche al resto delle produzioni dell’area.
Con questo impegno sostenibile, ovviamente, il Consorzio mira anche a fare operazioni di mercato come ha chiarito il direttore Solini. Il marketing di una filiera “sostenibile” diventa uno scommessa interessante, soprattutto se si riuscirà – come da intenti dichiarati – ad arrivare ad una certificazione in etichetta dei prodotti realizzati con questi accorgimenti. Intanto il Consorzio del Vino Nobile si rafforza grazie agli oltre 4 mila operatori che hanno affollato l’Anteprima 2017, riservata ad un’annata difficile ma non tragica come si poteva pensare della 2014, insieme a 40 buyer internazionali del progetto Buy Wine. Per gli amanti delle stelle diciamo che ne sono state assegnate 4 alla Riserva 2013 e tre all’annata 2014, con molte sorprese. Una Denominazione che continua a produrre intorno ai 10 milioni di bottiglie l’anno, nel 2016 sono state 7 milioni quelle di Vino Nobile e 2,5 milioni quelle di Rosso di Montepulciano. A completare il clima positivo il fatto che la città e il Consorzio si siano finalmente riappropriati della Fortezza, degno spazio per eventi così importanti.
Con l’Abbuoto in purezza dell’azienda Monti Cecubi torniamo a parlare di un territorio famoso nell’antichità ma dimenticato negli ultimi secoli. Il Vino Cecubo era, insieme al Falerno, il vino più importante dell’epoca romana. Entrambi erano prodotti in un’ampia e ondulata fascia di terra a cavallo tra Lazio e Campania, lungo l’antico tracciato della via Appia. Qui, in mezzo a colline e boschi tra Itri e Sperlonga, nasce l’azienda creata da Marciano Schettino sull’onda di una grande passione, che sta diventando occasione di rinascita per un’area in parte depressa.
La tenuta conta oggi circa 150 ettari complessivi, di cui 20 a vigneto e 6 a uliveto oltre a boschi e sodi, ma continua ad espandersi. Nella cantina, in fase di ampliamento, si fanno vini interessanti come il Thymos, il Dracontion, l’Amyclano, il Vinum Caecubum (ovviamente) e – ultimo nato appunto – l’Abbuoto, dall’omonimo vitigno autoctono a bacca rossa. Per presentare la nuova etichetta Monti Cecubi ha organizzato una festa d’inverno a metà dicembre, accogliendo tanti amici. Un momento di gioia che testimonia come l’azienda stia diventando un punto di riferimento economico e culturale per una zona in cerca di un’identità, stretta com’è tra l’economia turistica della costa e le difficoltà dell’agricoltura mista ad allevamento dei rilievi interni. Insomma qui non solo è stato reinventato il Cecubo, ma è diventato anche fonte di speranza. La strada è tracciata e non è escluso che altri la battano, con produzioni simili e comunque collegate alla tradizione antica del luogo e dei vitigni autoctoni. Intanto però è proprio Monti Cecubi ad aver bisogno di affermarsi, lo merita la qualità delle etichette prodotte e le scelte culturali che la sostengono.
L’Abbuoto, ad esempio, rappresenta molto di più di una nuova etichetta. Si tratta del debutto di un’idea affascinante quanto difficile da perseguire. Innanzitutto perché parliamo di un vitigno autoctono poco utilizzato e con grandi limiti di coltivazione, ma l’azienda sa anche di andarsi a scontrare con una storia di grande prestigio. Sembra che proprio l’Abbuoto costituisse uno dei vitigni più importanti del famoso Vino Cecubo di epoca romana, e le testimonianze non finiscono qui. A recuperarle, svestendo i panni del tecnico per indossare quelli del topo di biblioteca, è stata la giovane enologa dell’azienda Chiara Fabietti di Velletri. È stata lei a mettere in fila le prime citazioni del vitigno Abbuoto in epoca moderna rintracciando una descrizione del vitigno nel “Traité general de viticulture: ampélographie” del 1909 a cura degli agronomi francesi Pierre Viala e Victor Vermorel. Del 1934 è invece la descrizione della storica rivista “L’ortofrutticoltura Italiana” in un articolo a cura di Gaetano Serao mentre nel 1964 compariva una scheda ampelografica, redatta dal Ministero dell’Agricoltura e Delle Foreste all’interno del volume “Principali vitigni da vino coltivati in Italia” (di V. Prosperi, A. Pirovano e B. Bruni). In quest’ultimo caso, opzione non così rara vista l’importanza del centro di ricerca castellano, per la catalogazione del vitigno era stato utilizzato un clone della collezione ampelografica della Cantina Sperimentale di Velletri. Dei giorni nostri è l’inserimento dell’Abbuoto da parte della Regione Lazio nella pubblicazione dell’A.R.S.I.A.L. “Varietà Locali Tutelate” ovvero “Risorse genetiche sotto tutela” (2000). Ma com’è questo vino da uve Abbuoto? Non male, assolutamente non male. L’annata presentata è la 2015, prodotta in regime biologico nella contrada San Raffaele a Fondi (storicamente territorio di elezione per questa uva), in sole 7000 bottiglie rispetto ai due ettari di coltivazione. Abbiamo degustato un rosso di medio corpo molto elegante al naso, con un’entrata vivace in bocca e una bella spina acida, probabilmente in grado di migliorare l’impronta tannica con qualche mese di
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