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Siamo del secondo capitolo del racconto di un solo pomeriggio, ma evidentemente molto interessante, passato a Collisioni nell’enoteca di Barolo insieme ad Antonio Galloni e Ian D’Agata. Due personaggi del vino di livello internazionale, che però hanno apportato al festival piemontese anche qualcosa di più rispetto all’ambito di riferimento. Non solo vino quindi, per il quale rimando alla puntata precedente, ma anche tanto altro, con una specifica attenzione verso i giovani e le nuove tecnologie, con un insegnamento importante: fallire, almeno una volta nella vita, può essere utile. Vediamo nel dettaglio di cosa parliamo, come per il primo post in corsivo ci saranno i commenti del sottoscritto.
Nelle immagini invece trovate la raccolta di tweet con i quali ho cercato di raccontare in diretta gli altri argomenti trattati da Antonio Galloni sabato 16 luglio a Barolo, dall’abbandono di Wine Advocate alle innovazioni di Vinous, passando per i nuovi progetti che lo vedono in collaborazione da una parte con Ian D’Agata e dall’altra con “MapMan” Alessandro Masnaghetti. Confermando quindi la centralità dell’Italia non solo come produttrice di vini ma anche di buoni contenuti.
Biondelli è una giovane azienda vinicola situata al centro della zona di produzione della Franciacorta, ma non può essere ridotta solo a questo, se non altro per lo spessore dei personaggi che l’hanno creata e vissuta.
Oggi le attività vengono seguite dalla terza generazione insieme alla seconda, ovvero da Joska Biondelli che ha preso le redini della cantina dalle mani del papà Carlottavio e della mamma Mariella. Proprio a Carlottavio si deve il maggior impulso nell’evoluzione vinicola della tenuta Biondelli, ricevuta in eredità dal papà Giuseppe che arrivò in Franciacorta grazie al matrimonio con Clementina dei conti Maggi di Gradella. Amore e Diplomazia cominciano così a fondersi, Giuseppe Biondelli era infatti all’epoca delle nozze un Diplomatico di carriera e aveva girato mezzo mondo negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale. L’amore per la moglie Clementina, che aveva antichi legami con la Franciacorta, lo spinse a trasferirsi a Bornato acquistando la villa e l’annessa proprietà agricola che erano in precedenza state di proprietà dei conti Fè d’Ostiani. Da Console Generale, Giuseppe divenne Ambasciatore d’Italia e fece di Bornato la residenza estiva della propria famiglia, da qui nacque la prima idea di vigneto, che poi trovò massima espressione nell’impegno del figlio Carlottavio. Ma la Diplomazia non era nuova, in realtà, per il territorio e per il castello di Bornato in particolare. Prima dei Biondelli lo storico borgo aveva vissuto un’epoca di splendore grazie proprio ai Fè d’Ostiani, alla fine dell’Ottocento infatti il Conte Alessandro aveva reso nota la residenza in qualità di Senatore del Regno d’Italia e Ministro Plenipotenziario in diversi paesi (Cina, Giappone, Brasile, Belgio e Grecia). Dello stesso livello anche il genero, il Conte Charles Jean Tristan de Montholon Sémonville, Ambasciatore di Francia in Svizzera.
Amore e Diplomazia quindi, ma in una delle zone più vocate per la vitivinicoltura in Italia. Le testimonianze di questa vocazione affondano le radici indietro nei secoli, ma forse la prima davvero specifica per le produzioni attuali di vini spumanti si ritrovano nel “Libellus De Vino Mordaci” (Trattato sul Vino Mordace, ossia mosso e spumante) composto dal medico bresciano Gerolamo Conforti nel 1520. In questo solco della tradizione si inseriscono quindi i Biondelli di seconda e terza generazione, con una produzione limitata ma molto interessante. Una storia decisamente giovane, iniziata nel 1990 con l’adesione di Carlottavio al neonato Consorzio di Franciacorta, per poi arrivare nel 2012 alla produzione dei primi vini firmati Biondelli. Passando per un grande lavoro di ammodernamento dei vigneti, avviati alla conduzione biologica nel 2011, e per l’inaugurazione della nuova cantina, sorta grazie alla ristrutturazione della cinquecentesca cascina Breda all’interno della tenuta nel 2010. Data che segna anche il passaggio delle responsabilità a Joska Biondelli, che da quel momento si occupa a tempo pieno della produzione.
Siamo ormai ai giorni d’oggi, con la produzione di tre etichette, tutte 100% Chardonnay: Biondelli Brut, Biondelli Saten e Biondelli Brut Millesimato “Première Dame”. Quest’ultimo già nei desiderata di diversi critici internazionali come testimoniano i 92 punti sulla guida Gilbert & Gaillard o la medaglia d’oro Champagne & Sparkling Wine World Championships. Noi però ci concentriamo sul Saten, la tipologia che contraddistingue la Franciacorta.
Biondelli Saten
Naso elegante e delicato, si sente la frutta gialla e qualche erba, non mancano note di lievito ma molto leggere. Il perlage è davvero molto persistente a dispetto della tipologia, il corpo c’è ed è ben equilibrato con l’acidità che rende questa etichetta davvero piacevole oltre che interessante. Il finale è lungo e spinge ad un nuovo sorso, sensazione da premiare.
Voto: 7,5
Sai quando parti con un’idea, tipo di andare ad assaggiare i migliori vini rossi d’Italia, e ritorni che alla fine le cose più belle che mandi a memoria sono un Greco di Matera, un Gavi e un Verdicchio? Ecco, parti per picchiare e vieni picchiato duro nelle tue convinzioni. Succede. A Collisioni…
GAVI Riserva DOCG 2014 – La Raia / Degustato venerdì 15 luglio 2016
MATERA GRECO DOP 2015 – Taverna / Degustato sabato 16 luglio 2016
VERDICCHIO – Istituto Marchigiano Tutela Vini / Degustato domenica 17 luglio
Se c’è una cosa che posso dire di aver imparato dalla fortunata esperienza di Collisioni, che spero di ripetere ancora, è sicuramente la modalità di degustazione in un contesto internazionale.
Il panel, sia nella versione classica di Barolo sia in quella “on the road” di Jesi con l’Istituto Marchigiano Tutela Vini, è sempre stato di altissimo livello e con specializzazioni diverse. Dai sommelier agli importatori, compresi tanti giornalisti ed alcuni ristoratori, decine di professionisti provenienti da ogni parte del mondo seduti allo stesso tavolo ad assaggiare e a scoprire vini diversi. Dal bianco fresco da bere entro l’anno e dal costo sotto i dieci euro la bottiglia, fino ai rossi importanti da invecchiamento con un valore economico che sfiora le vette.
Quello che si nota, in tutte le situazioni e qualunque sia il prodotto che questi esperti hanno nel bicchiere, è l’approccio laico e pragmatico. Pochi fronzoli e tanta sostanza, si valuta l’equilibrio, si discute dell’originalità del vino e magari dell’omogeneità della denominazione (spesso le degustazioni sono organizzate per territorio), si ragiona sul posizionamento nel mercato e la fascia di prezzo. I produttori intervengono, si fanno domande sull’affinamento in legno, rese in vigna e tipologia di suolo, ma niente di accessorio. Una svolta per certe classi di appassionati, che puntano a indagare spesso la specifica produttiva sostanzialmente inutile, magari perché forse avrebbero poco da dire sul complesso di quel vino. Ma un cambio di rotta anche per alcuni produttori, soprattutto se abituati a parlare solo di premi delle guide e di storia di famiglia.
Insomma, se proprio vogliamo specificare di cosa stiamo parlando, mai una volta in giornate di degustazioni pienissime ho sentito chiedere che tipo di lieviti venissero usati in cantina. Stessa cosa per la parte più squisitamente degustativa, mai si è andati oltre il descrittore olfattivo principale (quando è stato nominato) mentre si è parlato sempre di equilibrio, eleganza, bevibilità, originalità. Mai e poi mai un esperto ha chiesto se il vino avesse ricevuto premi e da quale guida. Di certo sono diverse le prospettive, non siamo ad un concorso e non si ha neanche tempo di fare una disamina dettagliata dei singoli aspetti di un vino, tuttavia sono convinto che sia proprio l’approccio a essere diverso. Persone che valutano per lavoro e in continuazione centinaia di etichette di tutto il mondo non hanno tempo da perdere con i fronzoli, hanno un’idea del loro mercato di riferimento e vogliono farsi un’idea precisa ma concreta del vino che hanno nel bicchiere.
A questo punto però la domanda che mi faccio è: quelli che ho definito fronzoli, che potrebbe essere la scelta dei lieviti così come i diversi sentori esplicitati nell’approccio del sommelier o l’ultimo premio ricevuto, diventano secondari solo in un contesto del genere o sono realmente argomenti di scarsa importanza? È corretto impostare la comunicazione dei propri vini su temi tecnicamente non di primo piano (e basta dare un’occhiata a molto siti aziendali per farsi un’idea) o non si rischia piuttosto di fare presa solo su una ristretta fascia di appassionati?
Soprattutto credo si possa dare un consiglio ai produttori che si approcciano all’export: andate al sodo! Prima le cose importanti, poi e solo se richiesto si può parlare del resto. Facciamo già abbastanza fatica a presentare i nostri territori, piccoli e molto differenti tra loro, per non parlare dei nostri mille vitigni autoctoni, senza bisogno di complicare ulteriormente le cose. E lascio volutamente in sospeso il discorso delle Denominazioni, avrò modo di riparlarne più avanti quando vi racconterò dell’incontro, sempre a Collisioni in quel di Barolo a luglio, con Antonio Galloni. Che non è andato tanto per il sottile su questo argomento…
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