Il 69% degli americani direbbe sì a obbligare le grandi aziende di Intelligenza Artificiale a cedere metà della proprietà a un fondo pubblico: un dato che stona con decenni di sfiducia verso il governo federale. Il punto non è un amore improvviso per lo Stato, ma un voto “contro” Big Tech, alimentato da un riflesso di sopravvivenza collettiva: licenziamenti nel tech e paura di una tecnologia percepita come ingestibile.
Dentro il disegno di legge S.4825 di Bernie Sanders c’è però un dettaglio che molti commenti ignorano: non è un “sequestro” di azioni esistenti, ma una diluizione tramite nuove quote emesse fino a portare il Tesoro al 50%. Da lì emergono i problemi veri: valutazione discrezionale delle partecipazioni non quotate, una soglia secca a 200 milioni di ricavi che incentiva elusioni, e soprattutto governance: una commissione nominata politicamente che esercita voto e controllo nei CDA, con implicazioni dirette su dati, modelli e limiti del codice.
Il confronto con Alaska (dividendo come “proprietà”), col fondo sovrano norvegese (partecipazioni senza controllo) e con le mosse dei fondi del Golfo apre la domanda finale: se l’AI deriva valore dall’intelligenza collettiva, chi decide il prezzo della nostra conoscenza e chi siede davvero al tavolo?
00:00 Il 69% pro esproprio AI
02:25 Alaska: dividendo, non sussidio
05:03 Sfiducia nello Stato USA
08:02 Polanyi e il doppio movimento
10:35 Licenziamenti e paura dell’AI
15:28 Dentro la legge S.4825
16:44 Non esproprio: diluizione quote
18:24 Valutazione, soglia e controllo
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