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È un tema che si ritrova con una certa regolarità nell’informazione e nei corridoi della diplomazia. L’autodeterminazione dei popoli riaffiora ogni volta che ci sono tensioni ad una frontiera o si manifestano rivendicazioni di realtà secessioniste. Nel diritto internazionale questo principio ha radici storiche molto recenti, e la sua interpretazione ha causato numerosi inconvenienti, tanto che spesso sono organismi giuridici sovranazionali a dover sbrogliare le complesse matasse normative che si sono sviluppate nel tempo.
Anche il conflitto in Ucraina ha prospettive diverse a seconda della lettura della definizione di autodeterminazione. Con gli occhiali di Mosca si interpreta in un modo, a Kiev – e nel resto della comunità internazionale – in un altro, ma nella storicamente, il concetto di autodeterminazione si è sempre confrontato con interessi diversi dalle ragioni di un popolo, dato che i trattati hanno sempre dato la priorità all’inviolabilità e alla difesa delle frontiere.
Con il Prof. Carlo Focarelli, ordinario di diritto internazionale all’Università Roma 3 e autore di “Diritto Internazionale”, edizioni Cedam ed Emmanuel Dalle Mulle, ricercatore associato del centro di ricerca Albert Hirschman sulla democrazia dell’istituto di studi internazionali di Ginevra e ricercatore post dottorale all’Università Complutense di Madrid.
In questa puntata di “Geronimo libri” si fa ritorno ai “Porti” di ChiassoLetteraria. È infatti questo il titolo che gli organizzatori del Festival internazionale di letteratura della città di confine hanno scelto per la 16esima edizione della rassegna, che si è tenuta dall’11 al 15 maggio. Per noi l’occasione di riascoltare due filosofi: Roberto Casati, professore di scienze cognitive all’EHESS di Parigi, autore del pluripremiato “La lezione del freddo” e che da Einaudi ha appena pubblicato “Oceano”, e Renato Giovannoli, attivo nel campo della semiotica della cultura, autore di numerosi e sorprendenti saggi, tra i quali “La farfalla e il Leviatano”, dedicato a Lewis Carroll, “I vortici di Van Gogh” e il fortunato “Jolly Roger: le bandiere dei pirati”, tutti editi da Medusa. Ad allietare l’incontro in musica, dal vivo, Marc Novara alla fisarmonica e Simone Mauri al clarinetto basso.
Invisibile, impalpabile, eppure profondamente incarnata, corporea. Identitaria, perché è il segno della nostra unicità, eppure fondamentalmente relazionale, perché si manifesta per un altro in ascolto. Tutto questo è la voce, da cui tutto comincia. La voce viene prima del linguaggio, e quindi, dal momento che senza il linguaggio non c’è sapere organizzato, la voce sta alla base della nostra cultura. Spesso i filosofi si concentrano sul significato veicolato dalle parole, ma in questo loro mondo “afono” rischiano di perdere di vista la materialità della voce, e l’importanza dell’intonazione, del ritmo, dell’intensità con cui le parole vengono dette. La voce dice ciò che le parole da sole non riescono a dire, perché il loro senso dipende molto da “come” le diciamo, con quale “tono”, e queste proprietà la scrittura non riesce a manifestarle.
Sull’importanza della voce è appena uscito un bel saggio di Federico Albano Leoni, già professore di Filologia germanica e di Glottologia all’Università di Napoli Federico II e di Linguistica generale alla Sapienza Università di Roma. Il volume è edito da Carocci e si intitola: "Voce. Il corpo del linguaggio”. Ne parleremo in questa puntata.
La BBC (British Broadcasting Corporation) fu fondata un secolo fa, nel 1922. È la più antica radio del mondo ancora in attività, sempre saldamente basata sugli stessi tre pilastri: informare, educare, intrattenere. A differenza degli Stati Uniti, dove sin dagli inizi la radio è frutto dell’iniziativa privata e si sostiene grazie alla pubblicità, nel Regno Unito la BBC ha definito l’idea stessa di servizio pubblico, poi adottata anche dagli altri Paesi europei.
La vecchia zia Beeb è il soprannome della BBC nel mondo inglese: una presenza quotidiana, rassicurante ma al tempo stesso autorevole. È una reputazione che si è guadagnata sul campo, al tempo dello sciopero generale del 1926 o durante la Seconda guerra mondiale, quando nel suo sforzo di informare riuscì a sottrarsi alla tentazione della propaganda.
Nel secondo dopoguerra, confrontata con l’avvento della televisione, o la sfida delle radio private, la BBC ha saputo rinnovare la sua offerta e restare al passo coi tempi. Questo importante anniversario tuttavia porta con sé anche qualche preoccupazione: minori risorse, licenziamenti, la concorrenza della rete e dei nuovi media, il minor interesse dei giovani. Ma proprio attingendo al suo passato, sostiene lo storico Matthew Hibberd, la BBC può trovare le risorse per affrontare il suo secondo secolo di vita.
Alessandro Robecchi porta il suo improvvisato detective Carlo Monterossi ad affrontare il nemico più pericoloso: l'amore. L'amore puro – almeno apparentemente – che lega un ragazzo ventenne a una donna con il doppio della sua età.
Nel febbraio del 1932 la marchesa Luisa Casati Stampa, la donna più ricca d’Europa, riceve nella sua residenza fuori Parigi l’avvocato milanese Giuseppe Bassi, che viene ad annunciarle il tracollo della sua fortuna. L’immenso patrimonio della signora è confiscato e nel giro di pochi mesi, otto per la precisione, lei «non avrà una pietra su cui posare il capo». Si snoda da qui l’itinerario tra immediato futuro e passato della marchesa, donna aristocratica, capricciosa, colta, bella, seduttrice, collezionista d’arte e mecenate vissuta tra Milano, Parigi, Venezia e Londra tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. “La divina marchesa” come soleva chiamarla D’Annunzio, spese la propria esistenza per divenire «un’opera d’arte vivente».
Lo sport è una pratica importante del nostro vivere sociale, eppure non ha goduto finora di grande considerazione da parte degli studi antropologici. Forse perché lo si percepisce come legato al corpo, e quindi sconta il pregiudizio di chi lo considera meno nobile rispetto al cosiddetto “intelletto” (come fece un’ampia frangia di pensatori post-sessantottini), o meno nobile anche rispetto alla cosiddetta “anima” (per chi era ancora legato all’antica dicotomia spirito-materia). O ancora perché lo si considera legato a un aspetto ludico, e quindi non abbastanza “serio” della vita.
Eppure, lo sport ha a che vedere con tutti gli ambiti della nostra cultura: dalla politica, all’economia, alla costruzione dell’identità, e su di essi ha molto da dirci.
Ad uno studio antropologico e filosofico dello sport si è dedicato recentemente Bruno Barba, professore di Antropologia all’Università di Genova, nel suo saggio intitolato "Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport", pubblicato dall’editore Einaudi.
Bruno Barba è l’ospite di questa puntata.
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