Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • Signori e signore, si scende!
    Signore e Signori, si scende!
    Una compagnia ferroviaria non può pretendere che i viaggiatori, per fare un biglietto o creare un account, scelgano se essere identificati come Signore o Signora, non trattandosi di informazioni effettivamente necessarie per dare esecuzione al contratto di viaggio.
    È la sintesi della decisione con cui la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha appena risolto la questione pregiudiziale rimessale dal Consiglio di Stato francese, dopo che la CNIL, l’omologa del Garante per la privacy italiano in Francia, aveva respinto la segnalazione di Mousse, un’associazione che contestava la circostanza per cui le ferrovie francesi esigessero questo genere di dati dai viaggiatori, al non dichiarato fine di inviare loro comunicazioni personalizzate al femminile o al maschile.
    Quando accade, il principio di minimizzazione dei dati risulta violato. Questa è la convinzione dei giudici della Corte di Giustizia dell’Unione europea.
    La decisione, prima di toccare i principi, sembra destinata a innescare un piccolo terremoto nei moduli utilizzati online e offline in tutta Europa per milioni di finalità diverse, poiché la prassi seguita dalla compagnia ferroviaria francese è straordinariamente diffusa.
    Ora, chiunque abbia finora reso obbligatoria la compilazione del campo Signore o Signora dovrà rivedere la propria modulistica, rischiando altrimenti di essere richiamato o sanzionato per aver violato le regole europee sulla privacy.
    “La solita privacy rompiscatole” dirà qualcuno, o forse molti lo hanno già detto. Eppure, dietro questa specifica questione – su cui, come sempre, c’è spazio per opinioni diverse, tanto che la Corte di Giustizia dell’Unione europea si è espressa in termini più severi rispetto a quelli del Garante francese – si cela una questione più generale e straordinariamente importante.
    Non c’è dubbio che, soprattutto online, da tempo si chieda alle persone una quantità di dati personali ben superiore a quella necessaria per accedere a determinati servizi, dove il fornitore potrebbe – e forse dovrebbe – accontentarsi del pagamento.
    Gli alibi per queste richieste di dati non strettamente necessari sono vari: dalla cortesia commerciale alla volontà di offrire agli utenti la possibilità di recuperare l’account in caso di smarrimento della password. Tuttavia, la verità è che il valore dei dati personali sul mercato supera spesso il corrispettivo economico del servizio, e pochi sono disposti a rinunciarvi: perché accontentarsi di essere pagati una volta quando si può essere pagati due volte, in denaro e in dati personali?
    Così capita di dover fornire l’indirizzo di residenza per attivare un servizio digitale che non avrà mai una dimensione fisica, o la data di nascita per servizi dove è del tutto irrilevante.
    Questo permette l’accumulo e la stratificazione di enormi quantità di dati che potremmo tranquillamente tenere per noi, senza rinunciare all’accesso al servizio desiderato.
    È così da molto, moltissimo tempo. Ora, però, i giudici della Corte mettono nero su bianco che “necessario” non significa “utile” o “opportuno”, ma “indispensabile per l’esecuzione di un contratto”. Rivolgersi a chi ha appena comprato un biglietto ferroviario con “Gentile Signora” o “Egregio Signore” può essere cortese, ma non è davvero necessario per permettere al viaggiatore di salire sul treno.
    Forse il modo giusto di leggere la decisione dei giudici di Lussemburgo è questo: un invito a riflettere sul principio di minimizzazione dei dati personali. In un’epoca in cui è evidente – o dovrebbe esserlo – che meno privacy significa meno libertà, non c’è motivo di continuare a sprecare dati quando non è davvero necessario.
    Buongiorno, buona settimana e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • La Commissione Europea è finita sul banco degli imputati per violazione delle regole sulla protezione dei dati personali
    A Bruxelles piove, anzi nevica e non sto parlando del meteo, ma della seconda decisione in una manciata di settimane con la quale la Commissione Europea è finita sul banco degli imputati per violazione proprio di quelle regole sulla protezione dei dati personali della quale da anni indiscussa ambasciatrice in tutto il mondo. Paradossi episodici ma pur sempre paradossi. Come se un campione dell'anti-doping venisse trovato positivo al doping, non in occasione di una sola competizione ma di due gare di fila. A mettere nero su bianco l'ultimo inciampo è stato il Tribunale dell'Unione Europea con una sentenza dello scorso 8 gennaio con la quale ha accertato che la Commissione Europea nel 2022 ha trasferito negli Stati Uniti d'America i dati personali, in particolare l'indirizzo IP di un cittadino tedesco, consegnandogli a Meta in occasione dell'accesso del cittadino in questione a un proprio sito internet attraverso il cosiddetto Facebook login e il servizio del social network che consente ai suoi utenti di autenticarsi anche.
    Ma nel 2022 gli Stati Uniti non erano considerati un approdo sicuro per i dati personali, essendo stata annullata nel 2020 la famosa decisione di adeguatezza nota come Privacy Shield e non essendo ancora stata adottata la nuova, quella attualmente in vigore, nota come Privacy Framework. Insomma quei dati non avrebbero dovuto essere trasferiti così tanto a cuor leggero dall'Europa agli Stati Uniti e naturalmente men che meno avrebbe dovuto farlo proprio la Commissione Europea custode e alleggera La fiera delle regole europee sulla privacy, ma non basta, perché secondo i giudici del Tribunale, violando le regole sulla privacy, la Commissione avrebbe anche procurato all'interessato un danno ingiusto che ora dovrà risarcire versando a quest'ultimo 400 euro.
    Una tormenta di neve più che un acquazzone, insomma. Anche perché la sentenza arriva dopo che il mese scorso il Supervisor Europeo per la Privacy aveva ammonito la stessa Commissione Europea per aver illecitamente profilato attraverso X la piattaforma di Elon Musk, milioni di cittadini di 8 paesi europei, allo scopo di far recapitare i loro messaggi capaci di supportare e difendere una propria iniziativa legislativa in materia di contrasto alla pedopornografia online.
    Nobile lo scopo perseguito, ma meno nobile e anzi illeciti i mezzi utilizzati, perché appunto, ancora una volta, in violazione della privacy. Due cartellini gialli di fila Sul campo di calcio l'arbitro solleverebbe il cartellino rosso, ma senza arrivare a tanto forse vale la pena avviare almeno una riflessione su episodi che probabilmente si sbaglierebbe allo stesso modo a sopravvalutare e a sottovalutare, perché appunto sono solo episodi, ma al tempo stesso raccontano di un'evidente difficoltà delle stesse istituzioni europee a rispettare le regole sulla privacy, quelle di casa nostra, quelle europee.
    Tra tanti possibili spunti di riflessione ne propongo uno soltanto Non sarà che le regole in questione pur ispirate a principi senza i quali sarebbe difficile immaginare una tutela efficace della dignità delle persone, e delle nostre
    Democrazie non stiano diventando troppo difficili da rispettare in un contesto tecnologico che, che ci piaccia oppure no, non è più quello che avevamo davanti quando queste regole abbiamo pensato e scritto perché se fosse così, varrebbe la pena correre ai ripari prima di vederle abrogare per desuetudine. Parliamone e frattanto.

    Buona giornata o meglio, good morning privacy!
    4 min
  • Ma artificiale non significa falso
    Rimbalza dal CES di Las Vegas, la più grande fiera dell’elettronica al mondo la notizia che la Sony, in compagnia di una serie di altri colossi del digitale, inizierà marcare digitalmente i contenuti generati con i propri dispositivi così da rendere riconoscibili eventuali manipolazioni successive a colpi di intelligenza artificiale.
    3 min
  • Federal Trade Commission algoritmi e intelligenza artificiale
    La Federal Trade Commission con un post pubblicato nei giorni scorsi sul proprio sito istituzionale ha strigliato le fabbriche – si fa per dire – di algoritmi e servizi di intelligenza artificiale, ricordando loro che proprio perché dati personali sono particolarmente importanti nell’industria dell’AI è essenziale che siano trattati in maniera corretta e trasparente.
    Un richiamo importante e prezioso quello che arriva dalla FTC perché proviene dall’Autorità che negli Stati Uniti d’America, il Paese nel quale è stabilita la parte che pesa di più dell’industria dell’intelligenza artificiale, è, tra l’altro, chiamata a vigilare su privacy e mercati.
    3 min
  • Intelligenza Artificiale e sistemi giudiziari
    Anche le corti ed i tribunali di Inghilterra e del Galles hanno dovuto prendere atto del rapido diffondersi della AI e "correre ai ripari" dettando le indicazioni sull'uso degli algoritmi. Le linee guida però riservano qualche sorpresa.
    4 min
  • Intelligenza artificiale e influencer sintetiche
    Ripartiamo con i nostri caffè del mattino a base di privacy e dintorni con un argomento solo apparentemente leggero.Le influencer sintetiche – ma non dubito che da qualche parte ci siano anche gli influencer sintetici – che iniziano a spopolare online, a macinare denaro – o, meglio, a farne macinare ai loro creatori – e, purtroppo, anche a mietere vittime, sfortunatamente non sintetiche ma in carne ed ossa. È una delle ultime frontiere dell’intelligenza artificiale generativa che consegna più o meno a chiunque la possibilità di dar vita con uno sforzo contenuto e un investimento modestissimo, autentici burattini digitali che sembrano, in tutto e per tutto, persone in carne ed ossa e che proprio come le vere influencer accumulano centinaia di migliaia di follower e sfruttano poi la popolarità acquisita per promuovere ogni genere di prodotti e servizi.
    3 min
  • Latin artificial lovers
    Oggi parliamo di dating online, anime gemelle e algoritmi.
    Pare, infatti, che l’intelligenza artificiale si avvii a conquistare anche gli affari del cuore, dell’attrazione e della passione. Il 20% degli uomini che usano app di dating usa soluzioni di intelligenza artificiale integrate o meno nell’app – ChatGPT Love sarebbe una delle più gettonate – e che il 40% di loro sarebbe pronto a giurare che grazie agli algoritmi il proprio sex appeal e le proprie conquiste sono saliti alle stelle.
    3 min
  • Le truffe del cuore
    La storia, l’ultima di una serie infinita questa volta rimbalza dal Piemonte ed è tanto eguale a tante altre del passato che ci ho pensato su due volte prima di decidere di farne oggetto del nostro caffè. Poi proprio la sua semplicità e il fatto che rientri in un cliché ormai quasi banale mi ha convinto che se episodi del genere continuano a essere così frequenti forse è anche perché se ne parla ancora troppo poco. E quindi eccola la storia che campeggia oggi sulla cronaca locale piemontese. Una donna di Rivoli incontra online un uomo o qualcuno che le si presenta come un uomo. I due iniziano a conversare online, battute, domande, risposte, ammiccamenti. Lei a un certo punto si convince di aver incontrato una persona sulla quale vale la pena scommettere e con la quale vale la pena sbilanciarsi.
    4 min
  • Se l’intelligenza artificiale entra in assicurazione
    Oggi prendiamo il nostro caffè andando negli Negli Stati Uniti e, più precisamente, in Kentucky dove è appena stata proposta la seconda class action contro un’assicurazione medica. Questa volta si tratta della Humana, rea, secondo i ricorrenti di utilizzare algoritmi di intelligenza artificiale che negherebbero agli assicurati la liquidazione di quanto loro spettante. Il problema è tutt’altro che nuovo. Tra le tante possibili applicazioni dell’AI, alcune delle più promettenti, sono, senza alcuna sorpresa, in ambito assicurativo.
    4 min
  • Occhio agli astrologi artificiali
    Questa mattina il caffè lo prendiamo come in tanti, in effetti, lo prendono spesso: in compagnia degli astri. Ma non è il vostro oroscopo che voglio leggervi anche se, probabilmente, facendolo, gli ascolti di questo podcast salirebbero, è proprio il caso di dirlo, alle stelle. Un bell’articolo su The Atlantic di qualche giorno fa ha acceso la mia curiosità su una serie di app di astrologia, teleguidate da sistemi diversamente evoluti di intelligenza artificiale che sembrano aver conquistato la fiducia di milioni di persone in giro per il mondo. Lungi da me l’idea di invitare chicchessia a non credere agli astri. E, però, forse, un invito alla prudenza rispetto all’uso di questo genere di app vale la pena lanciarlo.
    3 min

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…