Good morning privacy!

Good morning privacy!

By Guido ScorzaNews
Download on the App Store

Good morning privacy! episodes

  • Basta con la rivolta contro la regolamentazione
    Ieri ho provato a scriverlo senza troppi giri di parole sulle pagine di Milano Finanza e oggi ve lo racconto con il caffè del mattino.
    A me questa storia dei tanti, troppi che si ribellano e incitano alla ribellione contro la regolamementazione nel settore tecnologico comincia davvero a preoccupare.
    Il grido dei rivoltosi, rimbalzato anche dall’AI Summit di Parigi, è, più o meno, sempre lo stesso: le regole frenano l’innovazione tecnologica che rappresenta la più straordinaria delle leve disponibili per sollevare l’economia globale.
    È una rivolta che parte dai colletti bianchi, dalle elite, dai Governi delle economie più sviluppate e che ospitano i giganti della tecnologia.
    E, però, è una rivolta che, a prescindere dalle sue origini altolocate, ha una presa straordinaria anche sulla gente comune, sulle masse, su chi fa fatica a arrivare alla fine del mese, perché, naturalmente, se si racconta che le cose potrebbero andar meglio se si regolamentasse di meno, se si lasciasse correre di più il progresso tecnologico, se ci si sottraesse al rischio di vedersi sistematicamente sorpassare nella corsa globale verso il futuro da economie e industrie di Paesi che – almeno nella narrativa che serpeggia tra i rivoltosi – regolamentano di meno e innovano di più, è facile trovare consensi, sostenitori e manifestanti in ogni settore della società.
    Proprio per questo è una rivolta pericolosa che andrebbe sedata sul nascere.
    Perché la causa è sbagliata, la narrativa fuorviante e ipocrita, le conseguenze drammatiche.
    “Il progresso tecnologico è come un’ascia nelle mani di un criminale patologico!”.
    Non sono le parole di un luddista ma quelle di Albert Einstein, uno scienziato con pochi eguali nella storia dell’umanità.
    Solo le regole possono sfilare quell’ascia dalle mani di quel criminale e trasformare uno strumento di offesa in uno strumento di vero progresso.
    E il vero progresso, il solo che dovremmo abituarci a considerare innovazione, è quello del quale parlava Henry Ford quando diceva che “c'è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.
    Niente di più lontano rispetto a quello che sta accadendo, con i vantaggi delle nuove tecnologie asserviti all’interesse economico e politico di pochissimi, grazie a inedite concentrazioni di potere tecno-finanziario.
    Ecco le regole servono anche a questo: a garantire la distribuzione dei vantaggi tecnologici, a scongiurare il rischio che si rafforzino oligopoli tecno-commerciali capaci di rendere interi mercati ormai incontendibili, annientando la libertà di concorrenza, con effetti insostenibili per miliardi di utenti e consumatori in tutto il mondo.
    Ma le regole servono anche per evitare che si creino alleanze invincibili tra l’industria tecnologica e il potere politico.
    Perché quando questo avviene – e sta avvenendo tanto rapidamente che nelle fila dei rivoltosi dell’anti-regolamentazione digitale militano i più grandi oligopolisti tecnologici e i leader di alcune superpotenze – è la stessa idea di una società democratica a essere minacciata.
    Ecco altro che ribellarci alle regole, dovremmo, credo, iniziare a ribellarci a chi quelle regole non le vuole.
    Poi che sia urgente e necessario, oggi più di sempre, un ripensamento profondo sul modo di scrivere le regole, sui tempi dei processi regolamentari ormai incompatibili con quelli dell’innovazione tecnologica, sull’esigenza di debellare l’ipertrofia normativa degli ultimi decenni è indiscutibilmente vero ma è una questione diversa che non andrebbe strumentalizzata, come fanno i rivoltosi, per raggiungere obiettivi politici e commerciali egemoni.
    Buona giornata e, naturalmente, goodmorning privacy!
    4 min
  • 123456 è la nostra password preferita!
    NordPass, come ogni anno da sei anni, ha pubblicato il suo rapporto sulle password più utilizzate dell’anno, il 2024, in questo caso.
    Leggerlo, ormai, è diventato noioso.
    La password più usata al mondo è 123456.
    E l’Italia non si sottrae alla regola.
    In sei anni, è salita sul gradino più alto del podio cinque volte.
    E l’unica volta che non ci è salita è perché lo ha lasciato a “password”.
    Nella classifica mondiale il secondo e il terzo posto toccano a 123456789 e 12345678.
    Qualcuno deve essersi convinto che le password più sono lunghe e più sono sicure e, quindi, ha pensato di aggiungere due o tre numeri.
    Che siano in sequenza è un dettaglio.
    Ma in Italia siamo originali, si sa.
    Al secondo posto, quindi, invece che 123456789 che si classifica solo terza, c’è “cambiami”, un’indicazione preziosa, ma una pessima scelta come password.
    NordPass ci tiene a ricordare che il tempo medio impiegato da un aggressore per indovinare le password sul podio nella classifica italiana come in quella mondiale è un secondo.
    Tra le prime dieci password più utilizzate nel nostro Paese, subito sotto quelle sul podio, francesco, password e juventus, scritte tutto in minuscolo.
    Se si scorre la classifica, sotto le prime dieci, non si trovano, comunque, capolavori di creatività e originalità: alessandro, giuseppe, ciaociao, andrea e un romantico amore mio.
    Il romanticismo, peraltro, è premiato perché secondo i ricercatori della NordPass, per indovinarla, un aggressore ci metterebbe in media tre ore.
    Per finire, vale la pena ricordare che sono le stesse password che campeggiano nella parte alta della classifica da dieci anni.
    La sintesi è semplice e breve: per quanto ci si sforzi di continuare a ricordare in ogni dove che le password, ormai, sono letteralmente la chiave di accesso alla nostra esistenza, che devono essere più lunghe e complicate, tendenzialmente di una ventina di carattere con lettere maiuscole, minuscole e caratteri speciali, che vano cambiate spesso e non usate eguali per più servizi, tutto sembra incredibilmente inutile.
    Siamo pigri o, forse, non ci siamo ancora convinti che se qualcuno si impossessa delle nostre password si impossessa della nostra vita.
    3 min
  • Se ti dimentichi di usarci, non ci paghi
    Quante volte ci capita di abbonarci a un servizio o di scaricare un’app mossi da una qualche urgenza, usarla per qualche ora o per qualche giorno e poi dimenticarcene completamente?
    Non so a voi ma a me, forse per colpa della curiosità, capita spesso.
    E, naturalmente, finisce che pago per mesi, se non per anni, per un servizio che non uso.
    Contrattualmente ineccepibile ma eticamente ingiusto.
    Certo, prima di tutto sciocco da parte mia.
    Ma questa è un’altra storia.
    Forse proprio per questo mi ha colpito la notizia della nuova politica commerciale applicata da Kagi, un motore di ricerca alternativo ai più famosi e a pagamento.
    Si chiama “fair pricing”.
    E la società l’ha spiegata così sul proprio sito internet: "Abbiamo implementato questa funzionalità per il semplice motivo di essere gentili con i nostri utenti. Sappiamo che alcuni dimenticano di usare Kagi anche per mesi o non averne bisogno, quindi quando vi capita, da oggi, potete stare tranquilli: non vi addebiteremo alcun costo".
    Decisamente un modo onesto di far business online.
    Ci sarebbe da augurarsi – anche se, forse, è solo una romantica illusione – che la scelta di Kagi sia di ispirazione per tanti altri fornitori di servizi digitali e app.
    E, forse, numeri del fenomeno alla mano – quelli che io non ho e, per la verità, non ho neppure cercato preparando il caffè di oggi – sarebbe interessante che qualche associazione di utenti e consumatori promuovesse una bella e sana campagna per richiedere almeno alle aziende che guadagnano di più dal non uso dei loro servizi da parte di utenti pure paganti di seguire l’esempio di Kagi e scegliere la strada del fair pricing.

    A volte i sogni si avverano e il momento migliore per sognare e all’inizio di un nuovo giorno anche se, questa volta, sarà l’amaro del caffè, ma ho il sospetto che non andrà così.
    Ma sognare non costa niente, fair pricing o no!

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    3 min
  • Non usare l’AI per scrivere il CV. Parola di chi la produce!
    “Per favore... non utilizzare assistenti AI, mentre incoraggiamo le persone a usare sistemi di intelligenza artificiale una volta assunte per aiutarle a lavorare più velocemente e in modo più efficace, vi preghiamo di non usare assistenti di intelligenza artificiale durante il processo di candidatura perché vogliamo capire il vostro interesse personale a lavorare per la nostra società senza mediazione tramite un sistema di intelligenza artificiale e vogliamo anche valutare le vostre capacità di comunicazione non assistite da intelligenza artificiale".
    Chi indovina chi pubblica un’avvertenza di questo genere in cima alla pagina web dedicata alla selezione del personale oggi vince il caffè.
    Posso darvi un aiutino: non è un soggetto pubblico, non è un’università, non è un’associazione di attivisti dell’anti-tecnologia!
    Poi se non ci arrivate da soli, ve lo dico: è Anthropic uno dei giganti globali dell’intelligenza artificiale, una società che vende servizi basati sull’intelligenza artificiale per supportare qualsiasi genere di funzione aziendale, inclusa quella delle risorse umane proprio nell’attività di selezione artificialmente intelligente del personale.
    Una circostanza che, in effetti, fa un po' sorridere.
    Anche se, guai a negarlo, la richiesta – peraltro formulata in termini straordinariamente cortesi – è assolutamente condivisibile.
    E però la questione esiste perché con il moltiplicarsi dei sistemi di intelligenza artificiale applicati alle selezione del personale, inesorabilmente si moltiplicano anche le soluzioni di intelligenza artificiale capaci di supportare il candidato nel prendere in giro gli algoritmi di selezione.
    Intelligenza artificiale contro intelligenza artificiale, realtà dissimulata contro valutatori non umani, macchine contro macchine.
    Difficile capire chi ci guadagna in tutto questo, a parte, probabilmente, proprio le fabbriche di intelligenza artificiale che, però, poi, quando si tratta di scegliere i migliori da assumere sembrano spaventate dall’idea di sbagliare per colpa della maschera artificiale che molti candidati potrebbero indossare facendosi scrivere i curricula e le risposte alle domande anche motivazionali proprio da algoritmi di intelligenza artificiale.
    Usate l’intelligenza artificiale ma solo dopo esservi fatti assumere senza, insomma è la raccomandazione di Anthropic che, confesso, non sono certo di condividere.
    Mi sembra ci sia una punta di ipocrisia.
    Ma forse non è così.
    Il caffè del mattino, però, serve anche a accendere riflessioni di questo genere e, magari, a convincersi prima di sera dell’opposto di ciò che si è pensato al risveglio.

    Buona giornata e naturalmente good morning privacy!
    3 min
  • Il porno sbarca sull’Iphone (in Europa)
    Che il porno sia pioniere del web è circostanza nota da tempo.
    E la storia appena rimbalzata dalle colonne di Mashable e The Verge, due testate online specializzate in tecnologia e dintorni lo conferma.
    Da ieri, attraverso uno store alternativo all’Apple Store del quale non faccio il nome per non fargli pubblicità, comunque uno di quelli nati grazie al Digital Market Act che ha imposto a Apple e agli altri padroni dei grandi ecosistemi digitali di aprirsi alla concorrenza, c’è un’app per l’accesso a contenuti pornografici installabile sugli Iphone di tutti gli utenti europei.
    Una rivoluzione che in casa Apple non piace affatto.
    "Siamo profondamente preoccupati per i rischi per la sicurezza che le app porno hardcore di questo tipo creano per gli utenti dell'UE, in particolare i bambini.
    Questa app e altre simili mineranno la fiducia dei consumatori e la confidenza nel nostro ecosistema, per il quale abbiamo lavorato per più di un decennio per renderlo il migliore al mondo.
    Contrariamente alle false dichiarazioni rilasciate dallo sviluppatore del marketplace, certamente non approviamo questa app e non la offriremmo mai nel nostro App Store.
    La verità è che siamo tenuti dalla Commissione Europea a consentirne la distribuzione da parte di operatori di marketplace come x ed y – evito per il momento di fare i nomi - che potrebbero non condividere le nostre preoccupazioni per la sicurezza degli utenti", ha detto Apple in una dichiarazione a The Verge.
    Questione complicata, anzi, complicatissima.
    Apple, naturalmente, ha facile gioco nel rivendersela pro domo sua come un preoccupante effetto collaterale delle nuove regole europee sui mercati digitali.
    E non c’è dubbio che, nel caso di specie, l’Apple store è stato, sin qui, uno dei pochi luoghi dell’ecosistema digitale nel quale i minori erano al riparo almeno dal porno.
    Poi che non fossero al riparo – così come altrove - da una serie di fenomeni forse persino più preoccupanti del porno è un’altra storia.
    Ora lo sbarco di un’app pornografica sugli Iphone, attraverso uno store alternativo che esiste grazie alle nuove regole, fa decisamente gioco alla casa di Cupertino.
    Guai, però, a negare che, appunto, si tratta di un effetto collaterale delle nuove regole che, allo stesso tempo, aprono la strada o, meglio, i mercati a tante altre e diverse imprese digitali.
    Il porno, come è sempre accaduto nella storia di Internet e dintorni, arriva per primo e rischia di farci pentire di una scelta che, invece, ha una sua logica e una sua ragion d’essere importanti.
    E, allora, che fare?
    La risposta, in realtà, comincia a diventare monotona: bisogna riuscire a implementare in fretta soluzioni solide e equilibrate di age verification capaci di tenere i bambini fuori da app, piattaforme e servizi non adatti alla loro età benché disponibili online come negli store di applicazioni.
    Farlo è possibile e volere e potere.
    Lo vogliamo? Lo vogliono i decisori pubblici, ma lo vogliono per davvero e non solo per proteggere i bambini dal porno ma da una serie infinite di ben più serie insidie digitali?
    In attesa di una risposta, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Fatto l’algoritmo, trovato l’inganno
    Si dice spesso che gli algoritmi sono le leggi di questo secolo.
    Nessuna sorpresa, dunque, se l’antico brocardo secondo il quale “fatta la legge, trovato l’inganno”, possa efficacemente essere parafrasato in un più moderno “fatto l’algoritmo, trovato l’inganno”.
    A confermarlo una storia che rimbalza da YouTube dove una Youtuber, stanca di perdere visualizzazioni per colpa di una quantità enorme di video generati artificialmente e pubblicati online all’unico scopo di raccogliere views e denari ha deciso di dichiarare guerra a chi li genera.
    La soluzione che ha elaborato per scendere in campo è ingegnosa e sembra funzionare.
    Tenuto conto che i suoi concorrenti per generare i video usano largamente gli script dei sottotitoli che lei – così come milioni di youtuber in carne ed ossa – inserisce nei propri contenuti ha, semplicemente, deciso di avvelenare questi script.
    Per farlo vi inserisce dei contenuti privi di senso, invisibili agli occhi umani – e che quindi non disturbano il suo pubblico – ma visibili dagli algoritmi e capaci di mandarli in panne.
    Certo la soluzione, lo racconta lei stessa, non è efficace al 100% perché esistono rimedi attraverso i quali gli algoritmi possono evitare di cadere nel tranello ma pare sufficiente a suggerire ai più di desistere facendo risultare la partita difficile da vincere.
    L’iniziativa di F4mi come si fa chiamare la YouTuber protagonista di questa originale battaglia da Davide contro Golia, peraltro, si inserisce nell’ambito di un autentico movimento di resistenza che va diffondendosi sul web contro i crawler delle grandi fabbriche di intelligenza artificiale che continuano a fare razzia di ogni genere di contenuto talvolta persino ignorando i comandi con i quali i gestori dei siti rappresentano la volontà di passare oltre e tenere giù le mani da dati, informazioni e contenuti pubblicati online.
    Una partita quella in corso da seguire con il fiato sospeso.
    Al contempo l’idea di F4mi fa sorgere un sospetto.
    E se la stessa tecnica di avvelenamento dei pozzi di approvvigionamento dei modelli algoritmici fosse adottata anche da chi rende disponibili dati, informazioni e contenuti utilizzati dagli algoritmi per risolvere problemi – con tutto il rispetto per la generazione di contenuti destinati a raccogliere visualizzazioni su YouTube – più seri?
    Non c’è il rischio che questi avvelenamenti a monte producano disastrose decisioni algoritmiche a valle?
    E, in ogni caso, non varrebbe la pena affrontare e risolvere una volta per tutte la questione?
    Possibile che debbano essere mercato e industria a decidere se sia normale e sostenibile, nella dimensione della concorrenza e in quella della democrazia, che pochi trasformino in asset tecno-commerciali dati, informazioni e contenuti di miliardi di persone?
    A questa idea proprio non convince.
    Ma, naturalmente, parliamone.
    Frattanto buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Lo smartphone per aprire le vetrine della farmacia
    È la solita storia con le cose di una certa innovazione tecnologica: la comodità ha un prezzo che, talvolta, è salato.
    CSV, una delle più celebri catene di farmacie al mondo ha da poco annunciato che intende rendere disponibile ai clienti, attraverso la propria app, un servizio che consentirà loro di aprire le vetrine presenti nei punti vendita senza più bisogno di chiamare l’addetto e attenderne l’arrivo.
    L’idea è di disarmante semplicità: aprire la vetrina di un negozio con la stessa facilità con la quale si sblocca un monopattino elettrico.
    E, però, c’è il solito ma.
    Il conto da pagare in termini di privacy sembra salato.
    Per poter fruire di questa nuova funzionalità, infatti, i clienti delle farmacie CSV dovranno iscriversi al programma fedeltà della società il che, inesorabilmente, significa condividere con quest’ultima una montagna di dati personali e, anzi, considerato che stiamo parlando di una catena di farmacie, dati personalissimi, quelli che nel GDPR si chiamano dati particolari perché capaci di raccontare di più di una persona.
    In questo caso quei dati sono capaci di mettere a nudo le patologie di cui una persona soffre o della quale soffrono i suoi cari per i quali acquista questo o quel farmaco.
    Insomma, come, ormai, accade sempre più di frequente davanti a quelle vetrine si consumeranno degli autentici baratti: chi vuole sfruttare la comodità di aprire una vetrina con lo smartphone, deve accettare di mettere a nudo tanto di sé.
    Poi, naturalmente, ci sarà anche chi obietterà che dovrebbe comunque farlo davanti all’addetto alla farmacia e che, quindi, preferisce farlo davanti all’applicazione di CSV.
    E, però, anche se, magari, nella dimensione emotiva la riflessione è comprensibile, l’impatto della consegna, tendenzialmente per sempre, di una quantità tanto preziosa di dati personali, in digitale, ai sistemi ormai artificialmente intelligenti, di una catena di farmacie è di diversi ordini di grandezza superiore rispetto all’imbarazzo di doversi confrontare con l’addetto alla farmacia.
    I dati acquisiti dall’app, infatti, sono destinati a essere conservati, stratificati, analizzati, processati e incrociati con migliaia di altri dati e, per questa via, trasformati in informazione e conoscenza capaci di raccontare tanto, tantissimo di più di ciascuno di noi.
    Insomma, il trucco c’è e si vede pure e il prezzo della comodità rischia di essere davvero salato.
    CSV, per ora, sta sperimentando la soluzione in tre soli punti vendita e c’è, forse, da sperare che, lungo la strada, torni sui suoi passi e rinunci all’idea di far pagare così tanto la comodità.
    La comodità tecnologica va bene ma a condizione poi di lasciar gli utenti liberi di scegliere, per davvero, se aderire o meno al programma fedeltà.
    Come sempre buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Stop DeepSeek
    Perché abbiamo ordinato il blocco di DeepSeek

    La notizia ormai è nota e ha già fatto il giro del mondo.
    Abbiamo ordinato, in via d’urgenza, a DeepSeek, l’emula cinese di ChatGPT, di interrompere ogni trattamento di dati personali relativo agli interessati italiani e abbiamo contestualmente aperto un’istruttoria.
    Alla base della decisione la risposta con la quale le società che gestiscono il servizio hanno riscontrato la nostra richiesta di chiarimenti di qualche giorno fa riferendo di non operare in Italia, non avere intenzione di operarvi e non ritenere applicabile la disciplina europea sulla protezione dei dati personali.
    Troppo per non intervenire.
    Sia perché il servizio è certamente stato disponibile in Italia e lo è ancora almeno nella versione web, pur non essendo più disponibile l’app negli store di Apple e Google, sia perché le regole europee sulla privacy non possono non applicarsi a chi ha raccolto sistematicamente dati personali anche nel nostro Paese e li ha trattati per consentire al proprio servizio di generare contenuti, tra l’altro, partendo proprio da questi dati.
    In un mondo che corre così tanto veloce e nel quale il tempo per assumere decisioni anche importanti è sempre di meno, non ci si può mai dire sicuri della bontà di una decisione e, talvolta, inesorabilmente, si sbaglia.
    E, però, proprio come a suo tempo accaduto – sebbene tra critiche anche feroci di taluno – nel caso ChatGPT, ancora una volta abbiamo ritenuto che non si potesse lasciar correre, non si potesse lasciar passare il principio che esistano isole dalle quali o nelle quali proporre nuovi servizi digitali e tecnologici travolgendo o, più semplicemente, ignorando, diritti e libertà.
    Il punto esattamente come in occasione dell’intervento d’urgenza su ChatGPT non è frenare l’innovazione ma orientare l’innovazione nella sola direzione nella quale dovrebbe correre ovvero quella di massimizzare il benessere collettivo e non si può massimizzare il benessere collettivo ignorando diritti e libertà a cominciare dalla privacy oggi più importante di sempre.
    Riusciremo nell’impresa?
    Onestamente non lo so.
    Da soli certamente no.
    Ma se ciascuno fa la sua parte, io credo che l’obiettivo sia raggiungibile.
    Dopodiché il nostro dovere è provarci, a prescindere dal risultato.

    Come sempre buona giornata e good morning, oggi più di sempre, privacy!
    --------
    Why We Ordered the Block of DeepSeek

    The news is now widely known and has already made headlines around the world.
    We have urgently ordered DeepSeek, the Chinese counterpart of ChatGPT, to cease all processing of personal data related to individuals in Italy and have simultaneously launched an investigation.
    This decision is based on the response we received from the companies managing the service, following our recent request for clarification. They stated that they do not operate in Italy, have no intention of doing so, and do not consider European data protection regulations applicable to them.That was more than enough reason to intervene.First, because the service has certainly been available in Italy and remains accessible—at least via its web version—even though its app is no longer available on Apple and Google stores. Second, because European privacy regulations must apply to any entity that has systematically collected personal data, including from our country, and processed it to enable its service to generate content, drawing directly from this data.In a world moving at such a fast pace, where there is increasingly less time to make critical decisions, one can never be entirely certain of their correctness. And sometimes, inevitably, mistakes are made.However, just as we did—despite harsh criticism from some—when we took action against ChatGPT, once again, we believe that inaction was not an option. We could not allow the idea to take root that there are "islands" from which or within which new digital and technological services can be offered while disregarding—or outright ignoring—rights and freedoms.As with our urgent intervention on ChatGPT, the issue is not about halting innovation but steering it in the only direction it should go: maximizing collective well-being. And collective well-being cannot be maximized by ignoring rights and freedoms—starting with privacy, which is more important today than ever before.Will we succeed?
    Honestly, I don’t know.
    Certainly not alone.
    But if everyone plays their part, I believe the goal is within reach.That said, our duty is to try—regardless of the outcome.As always, have a great day and, today more than ever, good morning, privacy!
    3 min
  • Come regoliamo l’era del cambiamento?
    Ieri abbiamo celebrato, con un giorno di ritardo, la Giornata Europea della Privacy. Tra i temi affrontati, una sfida più urgente delle altre: come governiamo quella che abbiamo definito e che in effetti credo sia l’era del cambiamento? Mi sembra una riflessione utile anche per il nostro caffè del mattino.

    Il mio punto di partenza è stato ieri e resta oggi il fattore tempo.
    L’innovazione corre sempre di più e la regolamentazione la insegue, talvolta, arranca.
    Ci sono voluti sessantadue anni perché cinquanta milioni di persone utilizzassero un’automobile per spostarsi, sessanta perché avessero un telefono a casa, quarantotto perché disponessero dell’elettricità e ventidue perché possedessero un televisore.
    Il computer, per conquistare lo stesso pubblico di cinquanta milioni di persone ci ha messo quattordici anni, il telefonino dodici e Internet sette.
    ChatGPT, il servizio online basato sugli algoritmi di intelligenza artificiale generativa di OpenAI che, ormai – ma forse bisognerebbe dire già – conosciamo tutti, in meno di due mesi ha raggiunto cento milioni di utenti attivi mensili, il doppio di quelli raggiunti da YouTube in quattro anni.
    Ora vedremo quanto ci impiegherà DeepSeek, l’emulo cinese di ChatGPT, nei cui confronti abbiamo appena aperto un’istruttoria.

    Sono numeri che mi sembrano sufficienti a raccontare la costante e inarrestabile accelerazione del ritmo di diffusione di prodotti e servizi che hanno indiscutibilmente cambiato significativamente le nostre vite e avuto un impatto rivoluzionario sulla società.
    Un impatto sempre più rapido, un impatto che all’inizio si misurava in decenni, poi in anni, quindi in mesi e oggi in settimane.
    Senza dire che le innovazioni di oggi sono straordinariamente più complesse di quelle di ieri e hanno un impatto enormemente più trasversale sulla società.

    Non c’è paragone, tanto per fare un esempio, tra l’unica funzione di un telefono fisso di ieri che serviva solo per parlare con un interlocutore a distanza e le migliaia di possibili funzioni di uno smartphone, anche di non più nuovissima generazione, nel quale la funzione di comunicazione vocale è, ormai, diventata quasi residuale rispetto a tutte le altre possibili forme di impiego.
    E questo, naturalmente, vale anche – e anzi a maggior ragione – per i nuovi servizi basati sull’intelligenza artificiale, utilizzabili in migliaia di modi diversi per risolvere o, almeno, provare a risolvere centinaia di migliaia di problemi nel quotidiano personale e professionale di ciascuno di noi così come questioni epocali con le quali la società globale si confronta da secoli.

    Questa accelerazione del ritmo dell’innovazione tecnologica, dunque, rappresenta, a mio avviso, uno dei fattori più rilevanti da tenere presente nell’interrogarci sulle forme e i modi con i quali provare a governare l’era del cambiamento perché sappiamo tutti che la migliore delle regole se non è tempestiva è irrilevante nel migliore dei casi, e controproducente nel peggiore.
    Quando nella seconda metà dell’800 le prime auto hanno iniziato a circolare sulle strade inglesi, il Parlamento varò il c.d. Red Flag Act, datato 1865, una legge che imponeva un limite di velocità di 3,2 chilometri orari e, soprattutto, stabiliva che un uomo, con una bandiera rossa in mano, dovesse precedere ogni automobile di circa 55 metri per segnalare il pericolo.
    Il Red Flag Act rimase in vigore per oltre trent’anni, fino al 1896.

    Mi sembra abbastanza evidente che la migliore delle regole con la quale oggi volessimo provare a governare una tra le infinite applicazioni dell’intelligenza artificiale non potrebbe mai avere una vita tanto lunga perché diventerebbe immediatamente obsoleta e rischierebbe di ritrovarsi abrogata per desuetudine come sarebbe accaduto al Red Flag Act se a qualche mese dalla sua entrata in vigore le macchine avessero cominciato a volare, non potendo, più, evidentemente, lo sbandieratore precederle in volo. Questo è il contesto che abbiamo oggi davanti.

    E, probabilmente, non abbiamo ancora visto nulla perché a me pare evidente che la nuova corsa agli armamenti – perché non so definirla diversamente – dell’intelligenza artificiale in atto tra America e Cina imprimerà al ritmo dell’innovazione un’ulteriore accelerazione.

    Non ho risposte definitive al problema ma, personalmente, credo che dovremmo avere il coraggio di modificare radicalmente approccio rispetto al passato, smettere di pretendere di disciplinare a livello di dettaglio taluni fenomeni e delegarne la governance, sulla base di una manciata di criteri di delega stringenti nel metodo più che nel merito, alle Agenzie e Autorità indipendenti.
    Solo così, forse, possiamo sperare di scongiurare il rischio di continuare a prevedere per legge che uno sbandieratore cammini davanti alle automobili per avvisare del pericolo quando le automobili ormai volano.

    Cambiamo il modo di scrivere le regole ma non rinunciamo, come qualcuno inizia a suggerire, a scriverle, non rinunciamo a regolare l’innovazione cadendo nel tranello di chi vorrebbe farci credere che le regole frenano l’innovazione.
    Non è vero.

    Al contrario le regole – ovviamente a condizione che siano quelle giuste e soprattutto che arrivino in tempo – orientano e promuovono l’innovazione spingendola nell’unica direzione nella quale è giusto che vada la massimizzazione del benessere collettivo e la maggiore possibile distribuzione delle opportunità che offre.

    Rinunciare a regolamentare l’innovazione, significa lasciare che la tecnologia diventi regolamentazione e che la società sia governata da software, algoritmi e interfacce progettati e disegnati in nome di interessi privati di pochi, normalmente orientati prevalentemente al profitto.
    Significa insomma lasciare che la tecnocrazia abbia la meglio sulla democrazia.
    È, probabilmente, tra gli scenari più pericolosi con i quali siamo chiamati a confrontarci in questa Era del cambiamento.

    Come sempre buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    6 min
  • Lasciamo l’arte agli artisti: l’appello di Paul McCartney
    Se addirittura una leggenda vivente del calibro di Sir James Paul McCartney decide che non può rimanere in silenzio e che deve far sentire la sua voce non solo per cantare, allora, forse, potremmo e dovremmo trovarci tutti d’accordo che il problema esiste e che va affrontato con l’urgenza e la determinazione che merita.
    Il problema in questione è quello del patrimonio artistico globale, musica inclusa, letteralmente espropriato a artisti, creatori e umanità, raccolto, vivisezionato e riutilizzato come materia prima o asset tecno-commerciale dalle fabbriche degli algoritmi per consentire ai loro servizi, basati sull’intelligenza artificiale, di generare – ma non di creare – ogni emulazione di opera dell’ingegno umano ma senza l’ingegno umano.
    Caro algoritmo scrivimi una canzone su questo argomento come la scriverebbero i Beatles e fallo in modo che abbia successo in questo determinato mercato.
    Un prompt – un comando ma tanto ormai sappiamo tutti che significa – di questo genere è, ormai, realtà e se non lo è sino in fondo lo sarà, continuando di questo passo, nello spazio di qualche mese, perché si fa fatica, considerato il ritmo dell’innovazione nel settore dell’intelligenza artificiale, a parlare di anni.
    Tutto regolare?
    Una situazione sostenibile, specie considerato che pochi e, anzi, pochissimi guadagnano e guadagneranno dallo sfruttamento dello straordinario patrimonio artistico dell’intera umanità che, pure, non esisterebbe senza l’estro, la creatività e l’ingegno di qualcun altro?
    La convinzione di McCartney è che la risposta sia negativa.
    E, quindi, ha appena invitato il Governo inglese a pensarci bene prima di scrivere le regole destinate a governare la materia.
    “Voi siete il Governo e noi i cittadini” ha detto McCartney.
    “Dovete proteggerci”.
    Il caffè del mattino è troppo corto per affrontare la questione con l’attenzione e la profondità che meriterebbe e con le quali se ne sta discutendo, per fortuna – anche se tardivamente – ovunque nel mondo.
    E, però, è una questione drammaticamente seria e da affrontare con urgenza, riconoscendo, credo, che le regole che abbiamo, anche in Europa, non bastano.
    Io, poi, personalmente, resto convinto che dentro un’opera d’arte di un artista ci siano frammenti dell’identità personale di quell’artista e che nessuno, fabbriche di algoritmi incluse, dovrebbe poter far sua quell’opera e riutilizzarla in una dimensione commerciale e, anzi, industriale senza il consenso dell’artista.
    E questo, credo, sia ancora più vero quando il riuso serve a inoculare dentro un contenuto non generato dall’artista in questione, il suo stile, il suo spirito, il suo modo di scrivere, disegnare o cantare e tanti altri tratti unici e distintivi della sua personalità.
    C’è da augurarsi che, la prossima volta, McCartney, oltre al copyright invochi il rispetto della sua privacy a difesa dei frammenti della sua identità racchiusi nel suo patrimonio artistico.
    Ma questo discorso ci porterebbe lontani.
    Per ora, quindi, semplicemente, buona giornata e, come sempre, goodmorning privacy!
    4 min

About Good morning privacy!

From the publisher's feed

Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…