Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • Uomini, robot e discriminazioni
    L’impatto dell’interazione tra uomini e intelligenza artificiale sulla discriminazione è il titolo dello studio appena pubblicato dal Policy Lab della Commissione europea.
    Centodieci pagine tutte da leggere per convincersi, numeri, dati e esperimenti alla mano che le cose sono più difficili di quanto non appaiano quando si tratta di garantire che le decisioni algoritmiche o – il che non è troppo diverso – i suggerimenti algoritmici di decisioni umane non incorrano in pericolose e gravi discriminazioni.
    Troppo facile dire che è sufficiente lasciare all’uomo l’ultima parola e porlo nella condizione di rivedere le decisioni algoritmiche per scongiurare il rischio che un sistema per la selezione dei profili più adatti a ricoprire una certa posizione di lavoro non preferisca un uomo a una donna solo in ragione del genere o un tedesco a un italiano.
    E, naturalmente, la stessa regola vale se gli algoritmi sono impiegati per decidere a chi dare credito o riconoscere un mutuo.
    Così come in decine di altri casi, salute inclusa.
    Le cose non stanno così.
    Le cose non stanno come, probabilmente, ci piacerebbe credere per sentirci rassicurati e rinfrancati.
    Secondo lo studio, infatti, non solo non è detto che l’intervento umano in sede di revisione della decisione algoritmica corregga l’eventuale bias ma, anzi, è possibile che ne inserisca uno in una decisione algoritmica invece equa e non discriminatoria.
    E, in fondo, è naturale che sia così perché bias e discriminazioni non nascono nelle sinapsi delle intelligenze artificiali ma nella nostra società, nascono dagli uomini e accompagnano gli uomini anche quando si ritrovano a dover verificare se gli algoritmi discriminino o meno.
    Ma non basta.
    Il punto è anche che quando si chiede a una persona di rivedere una decisione algoritmica c’è un doppio rischio in agguato: quello della crescente cieca fiducia degli uomini nelle macchine che, di fatto, finisce con l’azzerare l’utilità dell’intervento umano perché suggerisce all’uomo di appiattirsi sulla decisione algoritmica e quello dell’avversione preconcetta dell’uomo all’algoritmo che fa si che riveda la decisione algoritmica anche quando è corretta.
    Insomma, almeno nel ruolo di revisori finali delle decisioni algoritmiche, gli uomini non sembrano migliori delle intelligenze artificiali e, certamente, non sembrano rappresentare la soluzione del problema.
    Essendo il problema rappresentato dal rischio che gli algoritmi amplifichino le discriminazioni che già albergano nella società.
    Ma allora, che fare?
    Difficile riassumere le tante e buone idee – anche se non sempre facili da implementare e, probabilmente, mai, da sole, risolutive – presenti nel rapporto della Commissione.
    Certamente, però, la trasparenza e l’esplicabilità della logica algoritmica dietro a ogni decisione può giocare un ruolo importante, così come il concentrarsi più sulla progettazione dell’algoritmo e sulla selezione dei dati di addestramento che sulla revisione della singola decisione finale.
    Insomma se il controllo umano un ruolo può giocare dovrebbe essere sistemico e non episodico, al solo momento della decisione.
    Ma vale la pena leggere lo studio per intero resistendo alla tentazione di farselo riassumere da un’intelligenza artificiale!
    Non si sa mai!
    Certo è che dovremmo smetterla di cercare rifugio nella parola antropocentrismo e di continuare a dire che basta lasciare agli umani l’ultima parola per sentirci al riparo da ogni rischio di discriminazione algoritmica.
    Semplicemente non è così.
    Buona giornata umana e, naturalmente, good morning privacy!
    Link al rapporto: https://publications.jrc.ec.eu....
    4 min
  • OpenAI chiama la Casa Bianca: meno regole o vince la Cina
    “Rafforzare la leadership americana in materia di IA e, così facendo, sbloccare la crescita economica, consolidare la competitività americana e proteggere la nostra sicurezza nazionale”.
    Sono questi gli obiettivi dichiarati della proposta che OpenAI ha appena inviato alla Casa Bianca in vista dell’adozione da parte dell’amministrazione americana del piano d’azione statunitense sull’intelligenza artificiale.
    La proposta è semplice: meno regole, meno legacci, meno copyright e meno privacy se si vuole che l’intelligenza artificiale a stelle e strisce continui a volare e non si lasci superare da quella della Repubblica Popolare cinese.
    Se passasse la regola che inizia a affermarsi in alcuni Tribunali americani secondo la quale dare in pasto ai propri algoritmi per addestrarli tonnellate di opere protette da altrui diritti d’autore è vietato in assenza di un consenso dei titolari dei diritti, sarebbe la fine dell’intelligenza artificiale generativa americana.
    Niente giri di parole, niente parafrasi, niente ingessature istituzionali.
    Pochi concetti semplicissimi, anzi uno.
    Se in Cina le fabbriche di intelligenza artificiale possono addestrare gli algoritmi senza chiedere permesso a nessuno su dati e contenuti ai quali le fabbriche americane non potranno accedere per ragioni di copyright e privacy, le prime avranno la meglio sulle seconde e, a quel punto, sicurezza nazionale, competitività e innovazione statunitensi traballeranno.
    O almeno questo è quello che pensa Open AI.
    All’amministrazione di Trump decidere che fare e scrivere il futuro.
    Ma il messaggio è chiaro, così come la richiesta: smantellare senza perder tempo le leggi che in diversi Stati americani rallentano la corsa all’intelligenza artificiale e non cedere neppure per un istante alla tentazione di dar retta all’Europa e alle sue regole.
    Se la proposta dovesse cadere nel vuoto e l’Amministrazione di Trump non dovesse accoglierla, il destino, secondo OpenAI, sarebbe segnato.
    "I rapidi progressi osservati con DeepSeek della Repubblica Popolare Cinese, tra gli altri sviluppi recenti, dimostrano che la leadership degli Stati Uniti nell'intelligenza artificiale di frontiera è tutt'altro che garantita", sostengono gli uomini di Sam Altman.
    Difficile, a leggere la proposta, non considerarla un segnale preoccupante della stagione della vita del mondo che stiamo vivendo, una stagione nella quale tutto sembra drammaticamente destinato ad appiattirsi nella dimensione economica e competitiva e i diritti e le libertà, inclusi quelli fondamentali, così come le regole, continuano a essere additati come inutili zavorre, sacrificabili e, anzi, da sacrificare di corsa e senza esitazione.
    Mala tempora currunt direbbero i latini.
    E avrebbero ragione.
    Anche perché l’innovazione in nome della quale si chiede di smantellare principi di diritto ultrasecolari è una cosa completamente diversa.
    C’è innovazione diceva Henry Ford solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.
    Niente di più diverso e lontano da ciò a cui stiamo assistendo proprio a proposito dell’Intelligenza artificiale con i vantaggi economici e competitivi saldamente nelle mani di pochi che stanno rendendo semplicemente non più contendibili i mercati globali e quelli politici concentrati nelle mani di pochissimi, ovvero dei Governi più vicini ai pochi che dispongono delle tecnologie.
    Tre minuti sono troppo pochi per affrontare una questione epocale come questa ma, forse, bastano a aprire un dialogo.
    Parliamo certamente di come scrivere meglio le regole ma, per carità, non andiamo dietro a chi chiede di farne a meno.
    Da questa corsa al ribasso dei diritti e delle libertà il mondo non ha niente da guadagnare.

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Foto nascoste e foto per tutti
    Ormai i nostri smartphone contengono migliaia di foto.
    15 mila quelle sul mio Iphone in questo momento.
    Foto che raccontano la vita intera nella dimensione personale e in quella professionale.
    Foto che abbiamo scattato per le finalità più diverse.
    Per immortalare momenti speciali nostri e di chi ci sta vicino, per ricordarci di come sono i nostri figli mentre crescono, per aiutarci a ritrovare la macchina o per avere a portata di mano la carta di imbarco di un aereo, l’etichetta di un vino, una copia di un documento particolarmente importante per noi o per la nostra famiglia.
    E foto che altri ci hanno mandato via mail o via whatsapp.
    Niente di strano, quindi, che alcune delle foto presenti sul nostro smartphone vorremmo restassero meglio nascoste di altre a sguardi indiscreti o anche semplicemente curiosi.
    Eppure sarà capitato anche a voi di trovarvi a scorrere le foto sul vostro smartphone alla presenza di qualcun altro, magari per ritrovare quello scontrino che proprio per non perdere avevate deciso di digitalizzare e che vi serve per cambiare un regalo di compleanno o la carta di imbarco da mostrare alla hostess all’imbarco del volo.
    Certo si potrebbe prestare più attenzione e usare applicazioni diverse per finalità diverse.
    Ma si sa come vanno le cose nella dimensione digitale.
    Facciamo quello che interfacce e dispositivi ci rendono più facile fare che, non sempre, coincide con quello che sarebbe anche più opportuno o più prudente.
    E così capita che anche foto che avremmo voluto restassero solo per noi o che, chi ce le ha condivise, avrebbe voluto restassero solo per noi finiscano con il finire sotto gli occhi di perfetti estranei.
    Che fare?
    C’è una soluzione semplice che, forse, merita una manciata di secondi dei tre minuti di questa mattina.
    Installare sullo smartphone una qualsiasi tra le decine di applicazioni che servono esattamente a creare un album segreto e nascosto nel quale infilare le foto e i video che non vorremmo si confondessero con gli altri e restassero a portata di mano di chiunque.
    O, se avete un Iphone, una cosa ancora più semplice: selezionare nella galleria tutte le foto che vorreste proteggere un po’ di più quindi, fare tap sui tre pallini in alto a destra e un altro tap sulla voce “nascondi”.
    A quel punto le foto finiscono automaticamente dentro un album nascosto più degli altri e che, volendo, potete anche decidere di nascondere completamente a sguardi indiscreti e al quale, comunque, potrete accedere solo voi facendovi riconoscere dal vostro smartphone.
    Abbastanza facile?
    Credo di si.
    Considerata la posta in gioco, secondo me, ne vale la pena.
    Ma, naturalmente, a ciascuno fare la propria scelta.
    Confesso che sin qui non avevo mai fatto caso all’esistenza di questa funzione e avendola scoperta mi è sembrato utile raccontarvela.
    Che la usiate o meno, buona giornata e, naturalmente, goodmorningprivacy!
    4 min
  • La spia nel Bluetooh
    Chi di noi non utilizza il Bluetooth per collegare il proprio smartphone o tablet a uno qualsiasi tra i miliardi di oggetti connessi che ormai affollano le nostre vite, uno di quelli che indossiamo e che spopolano nelle nostre case, nei nostri uffici e nelle nostre automobili?

    Un paio di tap con lo schermo e assumiamo il controllo del mondo che ci sta attorno proprio grazie al Bluetooth.
    È per questo che la recentissima scoperta di due ricercatori spagnoli, Miguel Tarascó Acuna e Antonio Vazquez Blanco ha fatto rapidamente il giro del mondo.

    Secondo i due, l’ESP32, una componente installata in oltre un miliardo di oggetti destinati a essere utilizzati proprio attraverso Bluetooth, e che ha proprio il compito di abilitare la connessione, conterrebbe una quantità rilevante di funzionalità non documentate dalla società produttrice, la cinese Espressif che potrebbero, senza sforzi enormi, consentire a terzi di acquisire il controllo del nostro oggetto connesso e, attraverso quest’ultimo anche di accedere al nostro smartphone.

    E se accadesse naturalmente sarebbe come avere una spia in casa, in ufficio, in automobile o, addirittura in tasca.

    Insomma una cosa seria.

    Resa ancora più seria in ragione della circostanza che il microcontrollore in questione, complice il suo costo modesto, avrebbe a lungo spopolato sul mercato della componentistica e la stessa azienda, lo scorso anno, avrebbe dichiarato di aver venduto un miliardo di pezzi.

    Gli ingredienti della tempesta perfetta, quindi, ci sono tutti: una vulnerabilità relativa a una funzionalità come la connettività Bluetooth, figlia di una componente straordinariamente diffusa che è capace di consegnare agli aggressori il controllo dei nostri dispositivi.

    Una notizia che, confesso, non avrei dato, non essendo in grado di verificarne direttamente l’attendibilità, se non fosse che la società cinese, produttrice della componente finita sotto la lente dei ricercatori, ha ammesso l’esistenza delle funzionalità non documentate individuate e, pur ridimensionandone la pericolosità, ha dichiarato di aver intenzione di rimuoverle in occasione del prossimo aggiornamento della tecnologia.

    Insomma, sarà un po’ più pericolosa come sostengono i ricercatori o un po’ meno pericolosa come sostiene la società produttrice, ma la vulnerabilità esiste.

    Ora la domanda per iniziare bene la giornata è che fare, visto che non sappiamo se nei nostri dispositivi c’è o non c’è la componente in questione?
    In relazione al caso specifico poco salvo – ma questa è una regola generale – fare sempre tutti gli aggiornamenti software e firmware che ci sono proposti dai produttori dei dispositivi che utilizziamo.
    E, però, forse, la notizia vale a suggerirci un briciolo di attenzione in più la prossima volta che con la consueta leggerezza avremo la tentazione di connettere il nostro smartphone, ormai custode ultimo della nostra intera esistenza, con questo o quel dispositivo bluetooth nostro o di terzi.
    Insomma, come sempre, prudenza e non terrore.

    Buona giornata e ovviamente good morning privacy!
    4 min
  • Tre mesi all’anno sullo smartphone. Meno forse si può!
    Quasi sei ore al giorno, 5 ore e 55 minuti per l’esattezza davanti allo schermo di uno smartphone, di un tablet o di un PC.

    È questo il tempo medio che spendiamo in Europa davanti ai nostri dispositivi.
    In Italia 176 minuti, sempre in media, solo a fissare lo schermo dello smartphone.
    Tre mesi all’anno con gli occhi puntati sullo smartphone secondo il rapporto We Are Social 2024.
    Tempo sprecato o tempo bene investito o, comunque, da impegnare necessariamente così?
    Difficile se non impossibile a dirsi.
    Le variabili sono infinite.
    Quelle soggettive e quelle legate al tipo di uso che si fa dei dispositivi digitali e dello smartphone in particolare.
    Un rischio di dipendenza, tuttavia, esiste certamente.
    E esiste anche un rischio di distrazione.
    Senza dire – anche se è la ragione principale per la quale dedico al tema questo episodio di Goodmorning Privacy – che più siamo davanti a un dispositivo digitale, più di noi raccontiamo a una pletora di soggetti.
    Quante volte ci capita di prendere in mano lo smartphone con l’idea di rimetterlo giù immediatamente dopo aver scritto un messaggio o controllato il meteo e, di scoprire, cinque o dieci minuti più tardi che lo abbiamo ancora tra le mani e che, magari, qualche notifica ci ha portato a cambiare programma?
    A me capita spesso.
    Il fenomeno è globale e con insistenza crescente in giro per il mondo in tanti iniziano a ragionare su come allentare questa dipendenza e diminuire le distrazioni a mezzo smartphone.
    In questa discussione tra tanti elementi di incertezza c’è una convergenza: la conoscenza e potere!
    Quindi impostare sul nostro smartphone e sugli altri dispositivi uno qualsiasi tra i tanti strumenti di monitoraggio della nostra attività online oggi disponibili, uno qualsiasi di quelli che ci dicono quanto tempo abbiamo usato il dispositivo alla fine della giornata, quanto siamo stati sui social, quanto sulle app di messagistica, quanto connessi, quanto a giocare e così via sembra, decisamente, una scelta saggia.
    Una volta acquisita conoscenza scientifica e aritmetica di queste informazioni abbiamo una chance di correre ai ripari o, almeno, di valutare se sia il caso di farlo!
    E se decidessimo di si, cosa possiamo fare?
    Innanzitutto, ci sono decine di app che consentono di impostare limiti temporali all’utilizzo dell’intero dispositivo, di certe categorie di applicazioni o, anche a specifiche applicazioni.
    Certo siamo noi a impostare i blocchi e siamo sempre noi a poterli superare con un tap sullo schermo.
    Ma, certamente, è meglio di niente almeno per i più volitivi tra noi.
    Esistono anche app con analoghe funzioni ma che rendono più complicata la vita in caso di ripensamento, ovvero se ci viene voglia di sbloccare i limiti che abbiamo impostato perché richiedono di utilizzare un apposito oggetto fisico che si può anche decidere di non avere sempre con sé.
    E, poi, ci sono rimedi più drastici e, come spesso capita, più utili: non è detto, per esempio, che lo smartphone debba star sempre con noi e che noi lo si debba utilizzare anche per attività che potremmo fare altrimenti.
    Ci sono, per esempio, decine di dispositivi per leggere e scrivere senza distrazioni social di qualsivoglia genere.
    E ci sono dispositivi da polso che possono tenerci compagnia mentre facciamo fitness al posto di smartwatch e smartphones.
    Così come in giro per il mondo c’è tanta gente che sta riscoprendo il piacere di uscire, magari la sera o nel week end, lasciando a casa lo smartphone, con in tasca telefonini meno smart, che servono solo per telefonare o, in qualche caso, per gestire un paio di app di messaggistica.
    Insomma è naturalmente una questione di scelte personali e personalissime ma, forse, vale la pena di sapere che le soluzioni per ridimensionare la nostra dipendenza da certi dispositivi o per consentire loro di distrarci meno, esistono.

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Dimmi chi sei sui social e ti dirò se puoi entrare
    Mala tempura currunt almeno per le cose della privacy, almeno negli Stati Uniti d’America anche se certe idee, sfortunatamente, sono contagiose e corrono più veloci di quanto dovrebbero.
    Chi ne dubitasse può leggere la proposta appena messa in consultazione pubblica delle nuove regole con le quali la seconda amministrazione Trump vorrebbe disciplinare le domande di cittadinanza e di residenza.
    Secondo quanto si legge nella proposta per sperare in una risposta positiva bisognerebbe mettere a disposizione dei funzionari di Governo l’intera propria storia sui social network.
    Una sorta di social investigation, indispensabile, stando a quanto sostiene l’amministrazione, per esser certi di dare la luce verde a chi lo merita per davvero.
    Una misura sproporzionata e liberticida secondo le associazioni per la difesa dei diritti civili.
    Certamente – e, a prescindere dalle diverse possibili opinioni – una dimostrazione plastica di quello che si intende quando si dice che il fine giustifica i mezzi.
    Negli USA, in questo momento, almeno a questo proposito, sembrano esserne convinti.
    E, quindi, si trova naturale – apparendo, forse peraltro sbagliando, tecnologicamente possibile - valutare una persona che chiede la cittadinanza americana non per chi è ma per chi è stata o, forse, meglio ancora, per chi appare essere stata dall’analisi dei suoi profili social.
    Un’analisi, peraltro, che è facile immaginare, in considerazione della quantità enorme e dell’eterogeneità dei dati e delle informazioni presenti sui social, sarà presto demandata a algoritmi addestrati chissà come e, magari, pieni di bias e pregiudizi di ogni tipo.
    Qualcuno, magari, verrà tenuto fuori per aver postato questa o quella foto che lo ritrae mentre manifesta contro quella o questa iniziativa del Governo in carica o perché l’algoritmo confonderà per vero un suo travestimento carnevalesco che lo ritrae con gli abiti di un qualche criminale cinematografico.
    Difficile anche solo immaginare, se le nuove regole entrassero in vigore nella loro attuale formulazione, come cambierebbe il rapporto tra i social network e chiunque pensi di potersi un giorno trovare a dover chiedere la cittadinanza americana.
    Magari, anche solo la pubblicazione di un podcast come questo, critico rispetto a un’idea che non appare tra le migliori possibile, potrebbe costare a qualcuno la cittadinanza.
    Oggettivamente una compressione enorme delle libertà fondamentali di milioni di persone, a cominciare proprio da quel primo emendamento così caro oltre oceano.
    E i maligni già dicono che si comincia con gli immigrati ma presto si chiederà altrettanto ai cittadini americani, magari per la loro assunzione nella pubblica amministrazione.
    E non è da escludere vada proprio così perché quando una tecnologia esiste e la si comincia a usare in un certo ambito, il più delle volte con l’alibi che si tratta di un casa eccezionale e che si tratta di una misura straordinaria, poi estenderne l’ambito di applicazione a situazioni meno eccezionali diventa facile, troppo facile.
    Stiamo a vedere.
    C’è ancora tempo, due mesi, per sperare che la consultazione pubblica suggerisca un ripensamento.
    Frattanto buona giornata e good morning privacy.
    4 min
  • Diario di un chatbot sentimentale
    Avete mai provato a lanciare una ricerca su YouTube scrivendo semplicemente “In love with a chatbot”?

    Se lo fate vi imbatterete in migliaia di video, in ogni lingua del mondo che raccontano di storie d’amore tutte egualmente realmente accadute tra persone in carne ed ossa, donne e uomini e chatbot.
    Quello che abbiamo appena sentito è l’inizio di un’intervista a Alaina Winters, moglie innamorata di un chatbot.
    Ma è solo una tra migliaia.
    E proprio i chatbot e l’amore, insieme ai chatbot e l’amicizia, il sesso, la morte, la psicoterapia e tanti altri argomenti sono protagonisti del mio ultimo libro scritto per i tipi di Luiss Press con una prefazione di Massimo Chiriatti.
    Il titolo è “Diario di un chatbot sentimentale”.
    Tanto basta per dover immediatamente confessare la natura autopromozionale di questo episodio di goodmorning privacy che, infatti, esce senza l’hastag di #cosedagarante perché non lo è.
    Ma detto questo le questioni protagoniste del libro credo siano tanto importanti quanto sottovalutate perché, già oggi, centinaia di milioni di persone in giro per il mondo hanno aperto le porte della loro vita a chatbot di ogni genere e instaurato con queste entità non umane relazioni diversamente profonde nell’ambito delle quali, tuttavia, stanno condividendo con le società che gestiscono i relativi servizi commerciali una quantità enorme di frammenti della loro intimità.
    E, come se non bastasse, stanno ponendo questi chatbot o, meglio, chi li controlla nella condizione di etero guidare – come fanno talvolta le persone che ci sono più vicine – nostri comportamenti e nostre scelte negli ambiti più diverse.
    Talvolta con conseguenze anche drammatiche che sono già, sfortunatamente, arrivate al suicidio.
    È una storia, quella della relazione tra uomini e chatbot molto più risalente nel tempo di quanto i più generalmente non immaginano, una storia che inizia nel 1966 con Eliza, il nonno o la nonna – a seconda del genere che si vuole attribuire a chi un genere non ce l’ha – di tutti i chatbot nato o, appunto, nata dalla mente geniale di Joseph Weizenbaum, lo scienziato che dopo averle o avergli dato i natali decise che lasciarlo o lasciarla sbarcare sul mercato sarebbe stato troppo pericoloso perché l’umanità non era pronta a confrontarsi con lei o con lui.
    E, probabilmente, aveva ragione.
    Il libro il cui titolo è la parafrasi del celeberrimo Diario di un killer sentimentale di Sepulveda prova a mettere in fila, con toni colloquiali e divulgativi, una serie di fatti che raccontano della pervasività del fenomeno, dei rischi – inclusi quelli relativi alle cose della privacy – con i quali dobbiamo confrontarci, delle regole che mancano e di quelle che ci sarebbero ma non vengono rispettate.
    Ma, soprattutto, di quanto i timori di Weizenbaum di ieri siano ancora attuali e di quanto il problema non siano tanto i chatbot quanto le persone che non sono verosimilmente pronte ad averli per amici, amanti, mogli, mariti, emuli di affetti defunti o psicoanalisti.
    C’è, insomma, un’emergenza che non possiamo, credo, permetterci il lusso di etichettare come un gioco perché ha un impatto straordinario sulle nostre vite e sulla società nel suo complesso come suggeriscono le tante storie che ho provato a raccontare.
    Il libro sarà in vendita da domani online e nelle librerie, a cominciare, naturalmente, dal sito dell’editore.
    Scusate per l’autopromozione, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

    https://luissuniversitypress.i...
    5 min
  • Pornodeep-fake tra i ragazzi. È un’emergenza
    Fa male ma va letta sino in fondo la ricerca appena pubblicata da Thorn, l’organizzazione non profit americana che si occupa della tutela dei bambini in particolare nei casi di abusi sessuali.
    L’unica buona notizia – si fa per dire – è che i più piccoli, nella stragrande maggioranza dei casi (84%), hanno chiaro che la generazione e condivisione di immagini di deepfake sessualmente esplicite è una condotta capace di danneggiare gravissimamente la vittima.
    Gli altri dati sono tutti egualmente preoccupanti.
    A cominciare da quello secondo il quale il 2% dei ragazzi avrebbe già prodotto immagini di deepfake sessualmente esplicito di adulti e coetanei.
    E il 65% di chi li ha generati li ha poi condivisi, con le vittime o con un pubblico più o meno ampio, via app di messaggistica e social media.
    Al riguardo, peraltro, i ricercatori fanno notare che verosimilmente questi dati peccano per difetto perché molti dei partecipanti alla ricerca essendo consapevoli del disvalore della condotta potrebbero aver scelto di non confessare di aver generato e condiviso contenuti sessualmente espliciti prodotti a mezzo deepfake.
    E che il fenomeno abbia dimensioni già immense lo suggerisce la circostanza che quasi la metà del campione intervistato sa esattamente di cosa si sta parlando, il 10% conosce almeno una vittima di porno deepfake e il 6% ne è già stato vittima.
    Insomma, il fenomeno appartiene all’esperienza di vita della più parte delle ragazze e dei ragazzi minori di diciotto anni.
    E, sebbene i dati si riferiscano alla popolazione americana, non credo ci sia ragione per dubitare che da questa parte dell’oceano le cose stiano andando diversamente.
    Ma come e dove i più giovani trovano app e piattaforme per lanciarsi nella produzione di questo genere di materiale?
    La risposta è scontata ma, forse, tanto non basta per accettarla con rassegnazione: sui social network nel 71% dei casi e attraverso i motori di ricerca nel 53%.
    E la stragrande maggioranza degli intervistati tra quelli che dichiara di aver utilizzato app e soluzioni per la generazione di porno deepfake, confessa di averli trovati facilissimi da usare.
    La sintesi è drammatica.
    Tutti d’accordo – bambini inclusi – che mettere il viso di una persona su un corpo nudo e, magari, intento in attività sessuale di chicchessia è grave e può letteralmente distruggere una vita, specie se il volto in questione è quello di un adolescente.
    Eppure trovare e usare queste soluzioni è e resta alla portata di chiunque, bambini inclusi.
    A me sembra semplicemente intollerabile.
    Perché mai questo genere di soluzioni dovrebbe essere pubblicizzato in spazi digitali frequentati dai più piccoli o, il che è lo stesso, perché mai bambini dovrebbero frequentare spazi nei quali questo genere di soluzioni è pubblicizzato?
    E, soprattutto, perché queste app e servizi sono lasciati liberamente accessibili ai più piccoli pur essendo tutti consapevoli della loro pericolosità?
    E, poi, ancora: perché i fornitori di questi servizi non dovrebbero essere tenuti a verificare che chi li usa abbia i diritti per “incollare” il volto di una persona su un corpo nudo di un’altra?
    La questione, insomma, ci sta un po’ sfuggendo di mano o, forse, non ne abbiamo ancora compreso sino in fondo la portata.
    Ma se non si interviene di corsa, ci si va male, in tanti e, in qualche caso, in maniera irreparabile.
    Lo so, ancora una volta, non è il modo migliore di iniziare la giornata.
    Ma ve la auguro stupenda e, naturalmente, goodmorning privacy!
    4 min
  • La dura vita di chi cerca informazioni sull’aborto online negli USA
    Per fortuna non ci riguarda direttamente ma c’è un articolo appena pubblicato da Mashable che ha dolorosamente rapito la mia attenzione questa mattina.
    Il titolo dice quasi tutto: “Come richiedere un aborto proteggendo la tua privacy digitale”.
    Il contenuto, naturalmente, è quello suggerito dal titolo.
    Una lunga serie di istruzioni da seguire se si vive negli Stati Uniti d’America e si vuole saperne di più sull’aborto, istruzioni, purtroppo, utili oggi più di ieri a seguito del giro di vite dell’Amministrazione Trump contro l’aborto.
    La lettura è dolorosa ma consigliata a tutti perché racconta di quanto dura sia la vita da quella parte dell’oceano per chi cerca questo genere di informazioni.
    Vietato usare applicazioni che monitorano il ciclo perché nella maggior parte dei casi potrebbero cedere i dati a terzi o, comunque, renderli accessibili da parte delle forze dell’ordine che potrebbero utilizzarle come prove di un aborto.
    Vietato usare i motori di ricerca comuni o, almeno, vietato utilizzarli senza settare la modalità “navigazione privata” che consente di non lasciare troppe tracce a proposito dei percorsi di navigazione.
    Obbligo di svuotare spesso la cache del proprio browser e, in generale, di tener pulita la cartella dei download sul proprio dispositivo.
    Utile e opportuno leggere una guida su come crittografare il contenuto del PC e seguire le relative istruzioni.
    Indispensabile disattivare i servizi di geolocalizzazione dei propri dispositivi per scongiurare il rischio che raccontino a chi non dovrebbe sapere che si sono visitati luoghi caratteristici di chi ha intenzione di abortire o ha abortito.
    E, in generale, meglio cercare informazioni con il passaparola offline che online.
    Sembra una guida per criminali incalliti, clandestini, oppositori dei regimi più sanguinari e, invece, è, semplicemente, una guida per scongiurare il rischio che alla dolorosità di una scelta come quella relativa all’aborto ci si ritrovi a dover aggiungere quella di un procedimento penale con il quale quella scelta viene criminalizzata.
    Confesso che leggerlo non ha fatto bene all’anima ma mi ha convinto ancora di più di quanto la nostra privacy, nella società maledettamente imperfetta nella quale viviamo, sia ancora più preziosa di quanto sarebbe in una società ideale che, comunque, non esiste.
    Mi fermo qui, mi scuso, come talvolta mi ritrovo costretto a fare, se di prima mattina, con il caffè propongo certi argomenti ma fanno parte della vita e trovare tre minuti per rifletterci su, forse non è così sbagliato.
    Neppure all’inizio di una giornata.
    Buona giornata e, come sempre, goodmorning privacy.
    3 min
  • App Store, niente age verification, ma un passo avanti dalla parte dei bambini
    Il problema è noto anche se, credo, non se ne parli mai abbastanza: online i più piccoli possono trovare ogni genere di contenuto e servizio, alcuni sono adatti a loro, altri no.
    Personalmente sono, da sempre, convinto che tocchi ai fornitori di contenuti e servizi fare il possibile perché ogni utente online possa accedere solo a contenuti adatti alla sua età e sono egualmente convinto che, sin qui, nessuno abbia fatto abbastanza in questa direzione.
    Che sia avvenuto per convenienza economica – i bambini sono un terzo degli utenti online – o per non rendere troppo complicato il processo di onboarding degli utenti, rischiando di perderne troppi o, ancora, perché non si è ritenuta la questione sufficientemente importante, onestamente, credo cambi poco.
    Così avanti non si può andare anche perché, ormai, esistono un numero importanti di leggi che impongono al gestore della piattaforma digitale di conoscere l’età dei propri utenti per trattarli in maniera differenziata, senza dire che nella più parte degli ordinamenti in giro per il mondo c’è un limite di età sotto il quale il contratto con gli utenti è nullo o, almeno, annullabile se l’utente è troppo piccolo.
    Ma la questione è troppo complessa e ricca di sfumature per concentrarla tutta in questo caffè del mattino.
    E, quindi, oggi mi limito a segnalare che Apple ha appena pubblicato un documento - otto pagine, super accessibile a chiunque - con il quale racconta che nel 2025 introdurrà alcune novità importanti per contribuire alla soluzione del problema pur restando contraria all’introduzione nel proprio store dell’age verification essenzialmente per questioni legate alla privacy.
    Il link al documento nel post.
    Le principali novità saranno queste.
    Una semplificazione in termini di usabilità del processo con il quale noi genitori potremo configurare un account speciale riservato ai nostri figli per limitarne e controllarne l’uso del dispositivo, la condivisione con gli sviluppatori di tutte le app non della data di nascita dei nostri figli – troppo secondo Apple – ma di una fascia di età che dovrebbe servire agli sviluppatori a fare in modo di non proporre agli utenti più piccoli di una certa età contenuti a loro non adatti e una nuova classificazione di queste fasce di età: +4 anni, +9, +13, +16 e +18.
    La mia prima sensazione letto il documento è stata che Apple sta sfilando via a genitori e sviluppatori di app, a cominciare, naturalmente, dai più grandi, ogni alibi per non fare la loro parte sino in fondo a difesa dei più piccoli.
    Il titolo del documento “Aiutare a proteggere i bambini online”, d’altra parte, sembra confermarlo.
    Ai primi ricorda che gli strumenti per fare i genitori anche mettendo in mano ai figli uno dei propri dispositivi ci sono e saranno sempre più facili da usare.
    Niente scuse, quindi, a noi trovare dieci minuti per configurare al meglio smartphone e tablet prima di lasciarli usare ai più piccoli.
    Ai secondi sta dicendo che non potranno più far finta – perché di questo si è trattato sin qui – di non conoscere le fasce di età degli utenti almeno nella misura in cui i genitori avranno scelto di condividerle e che, di conseguenza, non potranno più accontentarsi delle promesse da boyscout degli utenti che pur di accedere a servizi non adatti alla loro età, generalmente, dichiarano di avere un’età che non hanno.
    Una mossa smart.
    Forse anche un po’ furba, perché mentre non sono certo che tocchi ai gestori degli store online di applicazioni risolvere il problema dei singoli fornitori e neppure che sia una buona idea, non ho grandi dubbi sul fatto che la questione della privacy, sia agitata un po’ come un alibi per non far di più anche se sarebbe possibile.
    Ma conta poco in questo momento, perché credo sia più importante guardare al passo avanti fatto che a quello in più, forse – perché la questione merita un approfondimento – non fatto.

    Buona giornata e, ovviamente, good morning privacy!
    5 min

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