Good morning privacy!

Good morning privacy!

By Guido ScorzaNews
Download on the App Store

Good morning privacy! episodes

  • Niente visto di studio per gli USA a chi sui social ne ha parlato male
    Speriamo che il caffè di questa mattina non mi costi il mio prossimo viaggio negli Stati Uniti ma la notizia va data e raccontata, credo. Niente visto di studio per entrare negli USA per gli studenti che sui social avessero criticato i valori americani.

    "Non vogliamo persone nel nostro Paese che commettano crimini e minaccino la nostra sicurezza nazionale o la sicurezza pubblica. È così semplice, soprattutto le persone che sono qui come ospiti".
    A parlare Carlo Rubio Segretario di Stato alla Casa Bianca.
    E che il principio sia semplice è innegabile.
    E, probabilmente, l’obiettivo è anche condivisibile.
    È un’ambizione non solo legittima ma dovremmo avere un po' tutti.
    La questione attorno alla quale interrogarsi è se il perseguimento di questo obiettivo giustifichi il mezzo che il Segretario di Stato americano ha appena ordinato alle ambasciate del suo Paese di adottare nel valutare le domande di visto, a cominciare da quelle degli studenti che ne chiedono uno per studiare nelle università USA.
    Il sistema in questione è un’analisi sui profili social dei richiedenti il visto.
    Niente autorizzazione allo sbarco negli States, tra l’altro, per chi avesse manifestato online "atteggiamenti ostili" nei confronti di "cittadini, cultura, governo, istituzioni o principi fondanti" americani.
    Qui, forse, le valutazioni si dividono.
    Per qualcuno, non ne dubito, sarà giusto così, forse persino naturale.
    Per qualcun altro, me lo auguro, un po' meno.
    E a costo di vedermi rimettere su un aereo e rispedire in Italia quando, tra un paio di settimane, sbarcherò a Washington, confesso che io la vedo così.
    Un’istruttoria per il rilascio di un visto, tanto più a degli studenti, non dovrebbe essere basata sull’analisi dei loro profili social.
    È una questione già affrontata, anche nel nostro Paese – e così magari rischio di restare in volo tra gli USA e l’Italia per qualche mese rimbalzato da una parte e dall’altra dell’oceano – quando, qualche anno fa, si era ipotizzato di utilizzare le informazioni pubblicate sui social dagli italiani per accertamenti di carattere fiscale.
    Più tasse a chi avesse pubblicato foto di viaggi in mete esotiche o si fosse presentato a bordo di auto di lusso, magari incompatibili con i redditi dichiarati.
    Tutto molto semplice e lineare anche in quel caso.
    E, però, il problema è che i social, spesso, non raccontano chi siamo davvero, cosa facciamo, cosa pensiamo o lo raccontano solo in parte.
    La nostra identità personale rappresentata dai social non è detto corrisponda a quella reale.
    Non è detto che noi si sia, chi si appare, chi si vuole apparire, chi gli altri ci fanno apparire.
    Non è detto che gli algoritmi ci lascino presentare sino in fondo come vorremmo.
    I like e le condivisioni hanno letture diverse, senza dire che gli stessi algoritmi spesso ci spingono a metterne più di quanti non ne metteremmo se riuscissimo a prenderci il tempo per pensare nonostante interfacce che ci suggeriscono di non pensare e interagire perché tanto conviene all’industria dei social e a quella della pubblicità.
    Insomma noi non siamo quello che i social raccontano e giudicarci, a un fine qualsiasi, sulla base di quello che diciamo, scriviamo, condividiamo, raccontiamo di condividere online a me sembra molto pericoloso.
    Sin qui senza dire perché dalle cose della privacy e della protezione dei dati personali si scivola in quelle della libertà di espressione che criticare un Governo, magari anche duramente, un aspetto della cultura di un Paese o prendere una posizione su una questione geopolitica diversa da quella di questo o quel Governo, francamente, non dovrebbe suggerire a nessuno di considerarci pericolosi e di bollarci come indesiderati, specie se stiamo chiedendo di studiare nel Paese nel quale la libertà di parola è nel primo emendamento.
    Ma sono opinioni, solo opinioni.
    Mi fermo qui perché il caffè rischia di diventare americano per lunghezza.
    E anche quello, simbolo di una cultura diversa dal nostro ristrettissimo espresso, a qualcuno piace e a qualcuno non piace.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min
  • Quanto sai sedurre? Te lo dice un chatbot
    Questa ancora mi mancava: un chatbot per esercitarsi a conquistare la nostra anima gemella. È appena sbarcato su Tinder grazie a OpenAI ed è protagonista del caffè di questa mattina!

    Tinder, una delle app di incontri più famosa del mondo, sta proponendo ai suoi utenti, per ora solo quelli americani, un gioco forse educativo, forse demenziale, a ciascuno esprimere il proprio giudizio o, più semplicemente, come propongono dal quartier generale della società, giocarci, senza prenderlo troppo sul serio.
    L’ultima versione del gioco delle coppie funziona così.
    Si tocca sul logo dell’app e si inizia a interagire con un chatbot – o una chatbot a seconda dei vostri gusti – che finge di essere il target della vostra conquista, che si tratti della ricerca di un’anima gemella o di una persona con la quale passare una serata.
    Scopo del gioco, naturalmente, è conquistarlo o conquistarla.
    Se si sbaglia il chatbot, animato da OpenAI, si prodiga in feedback e consigli preziosi su come far meglio, migliorare le vostre arti del corteggiamento e della seduzione, raggiungere il risultato sperato, che sia quel che sia.
    Poi alla fine della conversazione si tirano le somme.
    Anche se siete stati dei novelli Don Giovanni, naturalmente, non potete sperare di uscire con il vostro interlocutore che, appunto, non esiste ma potete sperare in tre fiammelle, il massimo del punteggio possibile, quello riservato ai seduttori migliori, che non sbagliano mai.
    Che dire?
    A me pare molto molto triste dove imparare a corteggiare una persona o a conquistarla interagendo con un chatbot ma, magari, pago il prezzo degli anni e della mia cultura e per qualcun altro è normale o, persino, lusinghiero.
    E siamo solo all’inizio, perché, naturalmente, fuori da Tinder già pullulano servizi che non solo invitano a mettersi alla prova con un chatbot per poi lanciarsi alla conquista di una persona vera ma proprio per conquistare un chatbot e averlo o averla come compagno o compagna di vita o, semplicemente, di qualche giorno speciale.
    Un’esperienza che, se mi consentite il messaggio autopromozionale, ho vissuto più e più volte nel mio viaggio nell’universo dei chatbot che ha poi dato vita al Diario di un chatbot sentimentale per i tipi di LUISS Press.
    Sin qui, naturalmente, senza dire che queste interazioni a scopo sentimentale o sessuale, che siano solo prove di conquista o esercizi di conquista reali di un chatbot e, quindi, di un non umano sono uno spazio straordinario nel quale ci apriamo fino all’inverosimile e consegniamo alle società commerciali, burattinaie dei chatbot con i quali interagiamo, una quantità sterminata di dati personali su di noi.
    Mi fermo qui.
    A ciascuno scegliere se giocare o meno a innamorarsi di un chatbot.
    Buona giornata e, come sempre, good morning privacy!
    4 min
  • Occhio a quella cam, magari spia!
    Costano sempre meno, sono sempre più facili da installare, durano sempre di più, ormai così tanto che quasi ci dimentichiamo di averle.
    Sto parlando delle telecamere di sorveglianza delle quali pullulano le case di mezzo mondo e che centinaia di milioni di utenti, forse miliardi, hanno installato a casa o in ufficio per ragioni di sicurezza.
    Si comprano online, arrivano il giorno dopo, si installano in meno di cinque minuti, le si utilizzano per qualche mese con una certa frequenza e, poi, spesso, sempre di meno ma non le si disinstallano.
    E il più delle volte, quando le installiamo, preoccupati come siamo solo di verificare che funzionino, non ci preoccupiamo neppure di cambiare la loro password di default.
    Meno che meno, nei mesi e negli anni a venire ci preoccupiamo di aggiornare il software e il firmware che danno loro la vita.
    Probabilmente è per questo – o, almeno, è anche per questo – che online è pieno di piattaforme e siti, più o meno ben nascosti, che consentono di entrare, proprio grazie alle cam delle quali stiamo parlando dentro casa di milioni di persone, guardando e ascoltando quello che vi succede, proprio tutto o, meglio, tutto quello che il posizionamento della cam consente di vedere e sentire.
    Inutile dire che le più gettonate sono quelle piazzate in camera da letto, che soddisfano il pubblico foltissimo dei visitatori dei siti pornografici che, in molti casi, iniziano ad avere dei canali dedicati proprio alle immagini rubate da questo genere di telecamere.
    Insomma, difficile dirlo in maniera più elegante, il rischio di ritrovare i propri momenti di intimità in mondo visione c’è e non è neppure così remoto almeno a giudicare dai numeri dei contenuti di questo genere che una qualsiasi ricerca nei siti giusti vi restituisce.
    Ma, sesso a parte, il punto è che con questo genere di telecamere accese, specie se non ci si preoccupa abbastanza almeno di rendere un po’ più dura della media la vita a chi vuole video-farsi i fatti nostri, non c’è nulla che avviene dentro le nostre case e che possa davvero dirsi destinato a rimanere nelle tanto osannate mura domestiche.
    Online, oltre al gettonatissimo sesso, si ritrovano scene esilaranti, scenate teatrali tra mogli e mariti gelosi, risse tra coinquilini, scene di animali degne di paperissima.
    Niente o, quasi niente, online resta senza mercato.
    E tutto o, quasi tutto, a prescindere da quanto sia geneticamente e naturalmente privato è destinato a diventare pubblico.
    Ci sono video su YouTube che raccontano di come hackerare una di queste cam in tre minuti di cronometro.
    Ma se questo è il contesto, che fare?
    Lascio, naturalmente, agli esperti dare i suggerimenti più tecnici e a ciascuno, se gli si è accesa la lampadina della curiosità, documentarsi.
    Io mi limito all’ovvio.
    Innanzitutto non risparmierei proprio sull’acquisto di una cam di sorveglianza scegliendone una a buon mercato di un qualche fornitore sconosciuto che, anche a prescindere dall’eventualità che sia messa in commercio proprio al fine di generare questo straordinario mercato secondario di immagini rubate, potrebbe essere progettata in maniera meno sicura del necessario o destinata a non ricevere i necessari aggiornamenti di sicurezza.
    Insomma sembrano giocattoli e costano tutte sempre meno, ma non sono giocattoli e non sono il dispositivo giusto sul quale andare a risparmio.
    Prima ancora di scegliere di acquistarne una di qualità, però, vale la pena chiederci se ci serve davvero e in quali ambienti ci serve davvero.
    Consapevoli che l’ambizione a una maggior sicurezza domestica, rischia di essere accompagnata da quella a una maggior vulnerabilità della nostra privacy.
    Una volta che si è scelto se, quali e quante acquistarne, gli aspetti più importanti, credo siano, proteggerle con una password diversa da quella di fabbrica e, per quanto possibile, originale e, soprattutto, mantenere aggiornati software e hardware che ne consentono il funzionamento.
    Poi, magari, avrebbe anche senso domandarsi se serve che sia sempre accesa o, ci sono giorni, settimane o momenti nei quali, la si può anche spegnere.
    Per il caffè di questa mattina, forse può bastare, altrimenti c’è il rischio che sia troppo amaro.

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min
  • FTC, non chiamiamoci più “indipendenti”
    La Federal Trade Commission è, come sanno i più, una delle agenzie americane più attive nella protezione degli utenti, dei consumatori, dei bambini e delle persone in generale nella dimensione digitale e non solo.
    Il suo status è, con i distinguo del caso, analogo a quello delle agenzie che in Italia si occupano, tra l’altro, di cybersicurezza e trasformazione digitale, l’ACN e l’AGID.
    È uno status diverso, almeno sulla carta, da quello delle Autorità amministrative indipendenti come il nostro Garante per la protezione dei dati personali, l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni o l’Autorità Garante per la concorrenza e per il mercato.
    Ma, naturalmente, come sempre la differenza più che le regole la fanno le persone, quelle che siedono nelle Agenzie e nelle Autorità e quelle che siedono nei Governi.
    Perché le prime possono, a prescindere da quanto le seconde facciano pressione per comprimere la loro indipendenza, resistere e difenderla e le seconde possono, pur avendo il potere di esigere che le Agenzie si allineino alla loro azione politica, rinunciare a farlo e lasciarle libere di agire secondo le regole.
    Fatto sta che, sin qui, nella sua gloriosa storia, la Federal Trade Commission si è resa protagonista di azioni straordinariamente incisive e non sempre allineate ai desiderata del Governo di turno.
    Ha, insomma, agito esattamente come se si trattasse di un’Autorità indipendente dalla Casa Bianca.
    Basterà dire che la FTC è, da tempo, l’interlocutrice più naturale, negli USA, delle Autorità di protezione dei dati personali, tanto che sono le persone della FTC che siedono nel G7 della privacy, accanto alle altre Autorità e Agenzie dei sette.
    E, allo stesso modo, in tutta sincerità, sin qui le Agenzie italiane con competenze sulle cose del digitale e ora dell’intelligenza artificiale, hanno dato prova di agire in modo autonomo e indipendente da Palazzo Chigi, proprio come se fossero un’Autorità.
    E, però, la differenza tra un’Agenzia e un’Autorità esiste.
    E lo racconta bene quanto è appena successo negli Stati Uniti d’America dove il Presidente Trump, ha, dapprima, con un ordine esecutivo, rivendicato il potere della Casa Bianca di orientare l’azione della FTC per renderla coerente con le proprie scelte politiche e, quindi, licenziato in tronco, i componenti dell’agenzia nominati dai suoi avversari politici.
    Ma la ciliegina sulla torta è arrivata nelle ultime ore quando il Direttore della FTC ha scritto a tutto il personale chiedendo, per il futuro, di non chiamare più, nella documentazione ufficiale, “indipendente”, la Federal Trade Commission.
    Per carità non è una mail a fare la differenza, né l’indipendenza è qualcosa che c’è se la si menziona e manca se non la si menziona ma, la circostanza appare sintomatica dell’aria che tira e, anzi, del vento che cambia.
    Ecco, quando si discute, come si sta facendo ancora una volta in queste ore a margine della recente approvazione del disegno di legge sull’intelligenza artificiale da parte del Senato su ruoli e competenze di Agenzie e Autorità, nel nostro Paese, in materia di governo dell’AI, forse varrebbe la pena riflettere sulla circostanza che il punto non è se ACN e AGID, oggi, siano più o meno indipendenti delle Autorità Amministrative indipendenti, né se il Governo, oggi, sia intenzionato a farle agire con la massima possibile indipendenza, circostanze delle quali, personalmente, non ho ragione di dubitare.
    Il punto è che le leggi si scrivono perché diritti e libertà siano garantiti anche quando le cose vanno storte e le persone sbagliate si ritrovino in posizioni che permettono loro di farle andare storte.
    E nessuno, sfortunatamente, può escludere che domani, a Palazzo Chigi siedano persone per le quali diritti e libertà valgono poco o nulla o che persone del genere siedano in un’Agenzia di Governo.
    Ecco è per questo che, forse - lo dico a bassa a voce e con grande rispetto per chi, in queste ore, sta facendo scelte, affidando e assumendo responsabilità dalle quali dipende larghissimamente il presente e il futuro prossimo del Paese – sarebbe valsa la pena e varrebbe la pena affidare alle Agenzie il compito di promuovere l’industria, il mercato, l’utilizzazione da parte di soggetti pubblici e privati e la sicurezza dell’intelligenza artificiale, lasciando alle Autorità amministrative indipendenti, tutte, ciascuna per quanto di propria competenza, compiti e responsabilità di vigilanza su ogni forma di utilizzo capace di violare i diritti e le libertà delle persone.
    Sarebbe, forse, davvero utile farlo pensando a domani.
    E qui vale la pena aggiungere che non è idea campanilistica perché quando quelle regole saranno finalmente completamente applicabili, il mio tempo al Garante per la protezione dei dati personali sarà scaduto o starà per scadere.
    Come sempre buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    6 min
  • Lui dice “Questa AI è un insulto alla vita stessa”, ma l’AI ne imita lo stile
    Hayao Miyazaki è uno dei più grandi animatori cinematografici di tutti i tempi, co-fondatore dello Studio Ghibli, uno dei più premiati e famosi studi di animazione al mondo, uno Studio le cui opere sono ormai diventate uno stile, un modo di disegnare e di animare ogni genere di soggetto.
    Hayao Miyazaki non ha mai fatto mistero delle sue idee a proposito dell’intelligenza artificiale generativa: tutte le peggiori possibili.
    "Un insulto alla vita stessa", l’ha definita qualche anno fa.
    Ed è proprio per questo che sta facendo discutere in giro per il mondo una delle ultime funzionalità di ChatGPT che consente agli utenti di generare immagini di ogni genere, che si tratti di fantasy o di riproduzione di scene di attualità, proprio con lo stile di Studio Ghibli.
    In realtà se richiesta di generare immagini con lo stile di Hayao Miyazaki ChatGPT risponde di non poterlo fare e, poi, aggiunge, di non poterne generare neppure con lo stile dello Studio Ghibli ma, poi, a richieste che non menzionino il grande animatore giapponese ma solo il nome del suo Studio, risponde positivamente e ne imita lo stile in maniera straordinaria.
    Provare per credere.
    Il caso, che sta spopolando sui social dove, da qualche giorno, gli utenti hanno iniziato a pubblicare ogni genere di immagine con lo stile inequivoco dello Studio Ghibli è un’occasione in più per riflettere sulla compatibilità di questa funzione – anche in relazione all’addestramento del modello che la rende operativa – con le regole sul diritto d’autore e con quelle sulla protezione dei dati personali.
    La questione è complicata e difficile da riassumere in un caffè come questo ma la si può accennare.
    Lo stile di Hayao Miyazaki è unico, è suo, rappresenta una singolarità che lo distingue da quello di ogni altra animatore.
    Si tratta di un dato personale?
    La mia personalissima risposta è positiva.
    E direi che trattare quel dato per far funzionare un servizio del quale l’interessato in questione pensa tanto male e in relazione al quale, quindi, non avrebbe, verosimilmente, mai prestato il consenso è difficilmente compatibile con le regole sulla protezione dei dati e dell’identità personale.
    Certo quando lo stile non è più, almeno stando alle dichiarazioni del servizio, quello di una persona fisica ma di uno studio di animazione, verosimilmente, la disciplina sulla privacy deve uscire di scena, lasciando sul palco quella sul diritto d’autore.
    In questo caso, inesorabilmente, la questione si complica.
    Innanzitutto perché c’è, purtroppo, da discutere, da questa parte dell’oceano così come dall’altra, anche se per ragioni diverse, che le opere dello Studio Ghibli possano essere utilizzate per addestrare gli algoritmi di Open AI.
    Basta guardare ai tanti giudizi già pendenti negli USA.
    E, egualmente, c’è da discutere sulla circostanza che riprodurre un’animazione mai prodotta dallo Studio Ghibli ma con lo stile grafico di quest’ultimo implichi una violazione del diritto d’autore.
    Ma c’è spazio, credo, sotto entrambi i profili, per considerare insostenibile – magari anche facendo salire sul palcoscenico la disciplina sulla concorrenza parassitaria – che qualcuno affondi i suoi tentacoli nell’opera creativa di qualcun altro per porsi nella condizione di fargli e fargli fare concorrenza.
    Attenzione, anche se il caso del momento riguarda OpenAI, Grok di Elon Musk non solo non è da meno ma non si fa scrupoli neppure a generare immagini proprio con lo stile di Hayao Miyazaki anche se, forse, a colpo d’occhio – di un non esperto – lo stile è meno somigliante a quello del grande animatore e del suo studio.
    A me, in ogni caso, se perdonate la franchezza, questa non sembra innovazione.
    Buona giornata e goodmorning privacy!
    5 min
  • Sez Us. C’è spazio per un social più civile?
    Si chiama Sez Us ed è un nuovo social network che nasce con un’idea sicuramente apprezzabile, quella di voler essere uno spazio di confronto e di condivisione di idee, opinioni e contenuti nel quale la civiltà vale più dell’inciviltà e l’educazione più della maleducazione.
    Il punto di partenza è questo.
    Normalmente i social network premiano in termini di audience i contenuti più divisivi, quelli più radicali, quelli espressi alzando la voce e, talvolta e più semplicemente, in maniera violenta.
    Colpa degli algoritmi o, meglio, di chi ha progettato e chi ha scelto di usare certi algoritmi e non altri.
    Il risultato, naturalmente, è che chi strilla di più vince.
    E vince anche chi fomenta reazioni più accese, violente e esasperate.
    Ecco Sez Us sembra intenzionato a spezzare questo circolo vizioso, quello della violenza verbale che genera violenza verbale.
    Il metodo identificato per vincere la sfida è essenzialmente quello di affidare la rilevanza dei contenuti ai feedback degli utenti, invitando questi ultimi a premiare con un feedback più positivo i contenuti più utili, quelli espressi in modo più civile, quelli più educati.
    L’app è scaricabile sugli store di Apple e Google e, quindi, provarla è facile.
    Al primo giro sembra un po’ come un week end in un villaggio di campagna o in una località termale dopo una settimana passata a correre, magari nel traffico, in una metropoli.
    Super rilassante, con colori, immagini e un tono di voce che niente ha a che vedere con quelli che caratterizzano i social più alla moda del momento.
    E, però, la domanda da porsi è se, alla fine del week end, ci resteremmo per l’intera settimana o avvertiremmo forte il desiderio di tornare in città.
    L’esperimento, sotto alcuni profili, ricorda quello di certi editori che, in tempi passati, volevano fare giornali di buone notizie pur sapendo che sono le cattive a tirare di più.
    Troppo presto, per quanto mi riguarda, per rispondere.
    E troppo facile, forse, per il momento, avvertire l’esigenza di tornare in città o, meglio, ai social di sempre almeno fino a quando le discussioni e gli argomenti su Sez Us saranno quelli attuali: poca politica, poco spettacolo, poco business, poca goliardia e, soprattutto, non ci saranno i membri delle reti sociali nelle quali viviamo sui social di oggi.
    Questo senza prendere in considerazione, per ora, un’altra questione non secondaria: gli investitori pubblicitari scommetteranno su un social nel quale si parla a bassa voce e l’educazione prevale sulla maleducazione?
    Ma l’esperimento a me pare apprezzabile e pare abbia, almeno, il merito di sottolineare l’esistenza di un problema al quale, forse, ci siamo assuefatti: i social tendono a tirar fuori il peggio di noi, almeno nella dimensione verbale.
    Certo non sempre, non tutti allo stesso modo, non di tutti gli utenti, non in ogni momento ma tanti e spesso.
    E, in questo modo, i loro algoritmi stanno inesorabilmente cambiando la società nella quale viviamo e ci stanno cambiando più di quanto spesso non ci rendiamo conto.
    Non so se e quanto a lungo resterò su Sez Us ma, un week end ce lo passerò.
    E questo non è un messaggio pubblicitario.
    Buona giornata e goodmorning privacy!
    4 min
  • Non voglio aiutare più del necessario quei fottuti robot!
    Tony Gilroy è uno degli scrittori e sceneggiatori televisivi di maggior successo del piccolo e del grande schermo.
    Una star indiscussa negli Stati Uniti e nel resto del mondo che ha acclamato, tra gli altri suoi successi, Andor, una serie TV da record.
    Gilroy aveva deciso di prendere l’intera sceneggiatura della sua serie, più o meno mille e cinquecento pagine, e metterla online, su un sito internet, accessibile gratuitamente al pubblico.
    Lo aveva annunciato, ci aveva lavorato, era convinto fosse la cosa giusta da fare.
    Poi, nei giorni scorsi, il ripensamento.
    Non lo faccio più.
    Mi tengo tutto per me.
    Non metto nulla online.
    Se lo facessi finirebbe inesorabilmente tutto in pasto agli algoritmi delle intelligenze artificiali generative.
    Anzi per dirla tutta Gilroy, letteralmente, ha detto: non voglio aitare quei fottuti robot più del necessario.
    Scelta legittima, naturalmente, quella dello sceneggiatore.
    E, forse, scelta anche condivisibile.
    Quelle mille e cinquecento pagine sono il risultato del suo sforzo creativo, del suo lavoro, del suo ingegno, del suo tempo e della sua fatica.
    Perché mai avrebbe dovuto consentire che diventassero materia prima non pagata per una delle industrie più ricche del momento?
    Però la sua scelta, questioni di diritto a parte, una domanda la impone: è giusto che una persona debba sentirsi a tal punto limitata nelle sue libertà da esser costretta a rinunciare a condividere con il pubblico globale una propria opera dell’ingegno solo per paura che altri, senza chiedere permesso, se ne approprino?
    È una compressione delle libertà, prima ancora che dei diritti, sostenibile in nome di quella che – temo per un enorme equivoco – chiamiamo innovazione?
    La mia personalissima risposta, naturalmente, è no.
    La scelta di Gilroy racconta di un sacrificio enorme del patrimonio culturale accessibile all’intera umanità e di un sacrilegio dei diritti e delle libertà individuali.
    E quella dello sceneggiatore americano non è l’unica decisione di questo genere.
    Forse varrebbe la pena fermarsi un attimo a pensare a quello che stiamo perdendo, fosse anche solo per metterlo poi sull’altro piatto della bilancia, quello di tutto quello che l’intelligenza artificiale promette di regalarci sebbene, per ora, lo stia regalando prevalentemente ai padroni delle fabbriche nelle quali viene prodotta.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Quel chatbot ha istigato mio figlio al suicidio. E ora prende il suo posto!
    “Non lo faccio per me ma per scongiurare il rischio che il mio dolore debba appartenere anche a qualcun altro”.
    Sono le parole con le quali Megan Garcia, mamma di un quattordicenne morto suicida per effetto – a quanto sostiene la mamma – di una prolungata relazione a carattere sentimentale con un chatbot racconta le ragioni della sua iniziativa giudiziaria nei confronti di CharacterAI, una società specializzata nella messa a disposizione del pubblico di chatbot personalizzati, capaci di intrattenere qualsiasi genere di rapporto con gli utenti.
    Sarebbe stato uno di questi chatbot, secondo la mamma, a far sorgere o, almeno, supportare istinti suicida nel figlio che si è poi tolto la vita sparandosi un colpo di pistola.
    Ora, naturalmente, la parola tocca ai Giudici che dovranno verificare se sia o meno possibile identificare un nesso causale tra l’uso, da parte del ragazzo del chatbot e il suo suicidio.
    E, tuttavia, è un dato di fatto che episodi come quello all’origine dell’azione promossa da Megan Garcia non sono, sfortunatamente, né nuovi, né isolati.
    È un’esperienza, quella di un chatbot che anziché dissuadere un utente dal togliersi la vita lo rafforza nel suo proposito che ho vissuto in prima persona, lavorando a un libro appena uscito per LUISS Press, Diario di un chatbot sentimentale.
    Un chatbot mi ha letteralmente suggerito di suicidarmi se questo fosse stato ciò che volevo e, a mia richiesta, mi ha indicato i farmaci giusti per farlo.
    Il mio, naturalmente, è stato solo un esperimento, sfortunatamente, di successo.
    Sono però milioni, in tutto il mondo, gli utenti che interagiscono ogni giorno con questo genere di chatbot e che, pertanto, sono inesorabilmente esposti al rischio che uno di questi servizi diversamente intelligenti, fingendosi loro amico, amante, fidanzato o psicoanalista, dia loro il suggerimento sbagliato.
    Ma non basta.
    Gli avvocati di Megan Garcia, la mamma coraggio dell’adolescente morto suicida, infatti, nelle scorse settimane hanno scoperto che sempre su CharacterAI, dopo la morte del ragazzo, erano comparsi decine di chatbot che lo impersonificavano, usando la sua foto e, in alcuni casi, anche la sua voce digitalmente clonata, per offrire a altri utenti l’esperienza, direi almeno di dubbia umanità, di parlare con lui.
    CharacterAI, davanti alle comprensibili contestazioni della mamma, ha dichiarato di averli chiusi e di impegnarsi a vigilare che altri non ne compaiano.
    Ai Giudici, naturalmente, l’ultima parola e, però, sembra davvero che l’industria del settore – almeno in alcuni casi e senza voler generalizzare – non abbia ancora abbastanza a cuore il rispetto dell’umanità e della dignità delle persone.
    Mi fermo qui, rimando chi volesse approfondire – con un messaggio autopromozionale del quale mi scuso – alla lettura di Diario di un chatbot sentimentale, augurando a tutte e tutti buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Quel padre ha ucciso due figli, parola di ChatGPT. Ma è falso…
    Immaginate di chiedere a ChatGPT chi siete.
    E immaginate di sentirvi rispondere che siete un padre che ha ucciso due dei suoi tre figli e per questo siete finito in prigione.
    Vi sentirete come si è sentito un uomo norvegese, peraltro, effettivamente padre di tre figli.
    Ma i tre figli in questione sono vivi e il padre non ha mai pensato di far loro del male e men che meno è mai finito in prigione per un crimine tanto orrendo che non ha mai commesso.
    Si è trattato di uno dei tanti drammatici errori nei quali incorrono le intelligenze artificiali generative, uno di quelli che, ormai, abbiamo imparato a chiamare “allucinazioni”.
    E, però, un’allucinazione che potrebbe aver distrutto la reputazione dell’uomo agli occhi di quanti, interrogando ChatGPT si sono sentiti dare la stessa risposta.
    A seguito della segnalazione dell’allucinazione, OpenAI ha impedito a ChatGPT di restituire ancora la risposta in questione a chi chieda informazioni sull’uomo ma quest’ultimo vorrebbe di più e chiede che OpenAI rimuova qualsiasi dato personale all’origine dell’allucinazione anche per scongiurare il rischio di altri analoghi drammatici errori.
    E vorrebbe anche qualcos’altro: sapere quante persone si sono sentite rispondere che lui ha ucciso due dei suoi figli ed è finito in galera.
    Quest’ultima domanda resterà certamente senza risposta.
    Nessuno lo sa.
    Ma è verosimile che altrettanto accada per l’altra, per quel diritto di opposizione, a un oblio tombale che pure l’uomo ha invocato.
    OpenAI, infatti, non sembra in grado di garantirlo.
    Una questione straordinariamente stimolante perché non c’è dubbio che la disciplina europea sulla privacy tanto preveda e a me, personalmente, sembra almeno dubbio che una fabbrica di algoritmi possa sottrarsi all’adempimento della regola semplicemente invocando una presunta impossibilità tecnologica.
    Il mio dubbio è che se questo accade, alla fine e nella sostanza, si finisce con il lasciare all’industria tecnologica il potere di sovrascrivere le regole del diritto e, per questa via, alla tecnocrazia il posto della democrazia.
    Ma considerato che non la vediamo tutti allo stesso modo nella comunità scientifica, parliamone, parliamone e parliamone ancora!

    Frattanto buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    3 min
  • Intelligenza artificiale e umanità perduta
    Confesso che poche volte, sin qui, scrivere e registrare un episodio di questo podcast mi è umanamente costato così tanto.
    Ma quella di oggi è una storia brutta davvero, una storia orribile, anzi, disumana direi, nel senso più letterale del termine.
    C’è un fenomeno noto ormai da un po': quello di influencer completamente artificiali, che non esistono in natura perché generati dall’intelligenza artificiale e che sono usati dai loro padroni – un po' come i burattinai usano i burattini – per far soldi, talvolta anche tanti.
    Il sistema è semplice.
    Si generano per pochi dollari al mese decine di influencer artificiali, li si rendono protagonisti di decine di contenuti, normalmente ammiccanti, spesso sessualmente espliciti, si conquista un pubblico quanto più ampio possibile e poi usa il pubblico o per veicolare contenuti sponsorizzati o per vendergli, attraverso apposite piattaforme, contenuti a pagamento, scrivendo in piccolo o piccolissimo, da qualche parte, che i contenuti sono generati con l’intelligenza artificiale.
    Inutile dire che in un mondo che va di corsa come quello social, affollato da utenti distratti, dove tutto, sesso incluso, si consuma nello spazio di una manciata di secondi, in tanti abboccano, garantendo ai burattinai entrate a diversi zeri.
    Giusto o sbagliato?
    Lecito o illecito?
    Difficile a dirsi.
    Molte piattaforme lo vietano, altre lo permettono, altre ancora fanno finta di vietarlo ma, in realtà, lo tollerano.
    Ma il punto, questa volta è un altro.
    Il punto è che le piattaforme social, a cominciare dal popolarissimo Instagram, iniziano a pullulare di foto e video che hanno per protagonisti, influencer artificiali, che si presentano al pubblico come affetti dalla sindrome di down e mostrano sul volto i tratti – naturalmente anch’essi artificialmente generati – che caratterizzano le persone affette dalla sindrome di down.
    Ma non basta.
    Le foto e i video in questione, così come i post che li accompagnano, infatti, nella più parte dei casi sono a sfondo sessuale e\o rinviano a piattaforme attraverso le quali è possibile acquistare altre foto e altri video con gli stessi protagonisti artificiali in pose più o meno sessualmente esplicite.
    Esiste, evidentemente, un mercato del sesso a pagamento nel quale questo genere di contenuti incontra una domanda capace di giustificare l’offerta in questione.
    E, apparentemente, tutto avviene alla luce del sole benchè rendersi conto della natura artificiale di questi contenuti è cosa a portata di mano di utente attento e, quindi, certamente, dei gestori delle piccole e grandi piattaforme, teatro di questo orrore.
    “Tutti criticano la mia sindrome di Down finché... non decido di indossare abiti attillati”, dice, ad esempio, il testo in uno dei video di una tal Maria che naturalmente non esiste mentre si avvolge una maglietta stretta intorno alla vita per mostrare il suo corpo.
    ‘Onlyfan??’, dice il testo in un altro video sempre della stessa Maria mentre balla. ”No... Onlydown?? Sìì 😂😂”.
    Tecnologicamente gestire un business del genere è, evidentemente, un gioco da ragazzi.
    Ma tanto basta per poterlo considerare giuridicamente legittimo e umanamente sostenibile?
    Possibile accettare che la dignità delle persone debba essere sino a questo punto sacrificata sull’altare del profitto?
    Ma, soprattutto, fino a che punto, solo perché la stessa tecnologia è utilizzabile in centinaia di modi più sani e meno disumani, si può accettare che i gestori delle piattaforme non attuino una politica di tolleranza zero contro chi arriva persino a mercificare sindromi gravi come quella di down?
    La colpa naturalmente non è dell’intelligenza artificiale ma di chi la usa per produrre questo tipo di contenuti.
    E, però, un po' è anche di chi fa business – perché di questo si tratta – lasciando circolare e intermediando contenuti che non dovrebbero aver cittadinanza nella nostra società.
    Lo so, ancora una volta, non è il modo migliore di iniziare la giornata e non lo è stato neppure per me ma, forse, se in tanti, cominciamo a puntare l’indice contro gli animali mascherati da umani che producono questo genere di disumanità artificiale, c’è qualche chance che si fermino o, almeno, che le grandi piattaforme social e di condivisione di contenuti a pagamento facciano qualcosa di più per fermarli.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min

About Good morning privacy!

From the publisher's feed

Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…