Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • “Contatto erede”, non sempre ciò che utile sapere è anche divertente
    Questo è, probabilmente, uno dei podcast destinato a generare il maggior numero di scongiuri e gesti apotropaici della storia e, sicuramente, non è uno dei migliori con i quali iniziare una giornata.
    E, però, proprio perché non ci piace pensarci c’è una funzione che Apple mette a disposizione degli utenti dei suoi dispositivi che rischia di essere sotto-utilizzata e che, invece, è – o può essere – preziosa.
    Si chiama “contatto erede” e serve a identificare una o più persone che in caso di nostra morte possano accedere ai contenuti dei nostri dispositivi Apple o, almeno, a una parte di quelli archiviati su Icloud.
    Tenuto conto che, ormai, la nostra intera vita transita per i nostri smartphone, tablet e computer è, credo, importante sapere che è possibile consegnare il patrimonio inestimabile di informazioni di ogni genere accessibile attraverso i nostri dispositivi alle cure di qualcuno di cui ci fidiamo davvero.
    Potrebbe essere utile per le ragioni più diverse.
    Sfortunatamente ci sono, ad esempio, già diversi casi di genitori, figli o, più in generale familiare che stanno combattendo battaglie giudiziarie infinite per accadere al contenuto degli smartphone dei loro cari defunti, talvolta anche solo per capire cosa è accaduto negli ultimi istanti di vita di questi ultimi.
    Talaltra per capire se chi non c’è più aveva effettivamente scelto di fidarsi di persone che, spesso, all’indomani della sua scomparsa accampano ogni genere di diritto o pretesa.
    Ma, a prescindere da queste ipotesi, considerata l’imprevedibilità della vita e, purtroppo, della morte, è possibile che i nostri dispositivi conservino dati e informazioni che non abbiamo fatto in tempo a condividere con chi ci sta vicino e con chi avremmo voluto condividerli.
    Insomma, la funzione è innegabilmente utile e preziosa e per quanto sia doloroso farlo, vale la pena pensarci.
    Chi volesse attivarla deve andare su Impostazioni, poi tap sul suo nome, quindi ancora tap su “accesso e sicurezza” e, poi, su “contatto erede” e seguire le istruzioni.
    Sto, comunque, preparando un brevissimo video tutorial che troverete sul mio blog e sui miei social.
    Vale la pena aggiungere che funzioni analoghe sono disponibili su un numero crescente di social e piattaforme. Facebook, per esempio, è tra queste.
    Perdono, perdono, perdono se vi ho fatto iniziare la giornata con un pensiero tanto triste ma non sempre ciò che è utile sapere è anche divertente.

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    3 min
  • Un album muto contro il cannibalismo delle fabbriche di algoritmi
    Ascoltate il nostro silenzio.
    È quello che resterà della nostra musica se il Governo regolamenterà l’utilizzazione delle opere dell’ingegno per l’addestramento degli algoritmi come appare intenzionato a fare ovvero permettendo alle fabbriche di intelligenza artificiale di pescare a strascico tutto quello che trovano online salvo che il singolo titolare dei diritti non abbia contraddistinto il singolo specifico file musicale con un sistema attraverso il quale manifesta il suo divieto.
    È il senso della protesta contro il Governo inglese appena lanciata a Londra da un gruppo di musicisti.
    L’opt-out dicono gli artisti che protestano è pressoché impossibile da realizzare e attuare.
    Senza dire che non c’è nessuna garanzia che i “no” dei titolari dei diritti vengano effettivamente rispettati dai crawler mandati in giro dai grandi produttori di intelligenze artificiali generative.
    In questo modo, secondo gli autori dell’album muto, composto da 12 tracce nelle quali, probabilmente, il rumore di alcuni gatti che si muovono in uno studio di registrazione senza neppure miagolare è uno dei suoni più decisi e percepibili, il 90/95% della nostra musica finirà inesorabilmente con il diventare materia prima non pagata dei giganti dell’intelligenza artificiale.
    Originale la forma di protesta, forte il messaggio che veicola, difficilmente contestabili le ragioni dell’iniziativa.
    L’output non può funzionare davanti a un fenomeno pervasivo come il webscraping massiccio al quale ricorrono tutti i grandi dell’AI.
    Si rischia di fare la fine del nostro registro delle opposizioni nella lotta al telemarketing: si onerano gli interessati di uno sforzo significativo – nel caso del diritto d’autore di diversi ordini di grandezza maggiore rispetto a quello, tutto sommato modesto, richiesto per il registro delle opposizioni – senza risolvere il problema.
    Per carità guai a suggerire che ci sono ricette semplici per affrontare un problema complesso ma, al tempo stesso, le regole attualmente vigenti in Europa e prossime a esser adottate anche in UK, oggettivamente, non sembrano quelle giuste.
    Il rischio è che tutti gli artisti che sin qui hanno creato arte si ritrovino a produrre album muti, libri bianchi e dipinti in tinta unita e che a creare o, meglio, generare qualcosa di simile alle opere di oggi e di ieri restino solo gli algoritmi di una manciata di giganti.
    Non è uno scenario lusinghiero per arte, cultura, pluralismo.

    Lascio il link per l’ascolto dell’album muto nel post.
    Frattanto buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

    Album: https://open.spotify.com/album...
    3 min
  • Care bigtech, basta censurare e bullizzare gli utenti! Parola del Presidente della FTC
    Arriva largamente annunciato tanto da non suscitare alcuna sorpresa l’avvio da parte della Federal Trade Commission di un’indagine per capire se e quanto l’industria tecnologica – big tech in testa – abbia sin qui esercitato forme di censura rimuovendo, demonetizzando o penalizzando nell’indicizzazione e diffusione i contenuti degli utenti in ragione delle opinioni espresse.
    “La censura da parte delle piattaforme tecnologiche non è solo antiamericana, è potenzialmente illegale. Le aziende tecnologiche possono impiegare procedure interne confuse o imprevedibili che tagliano fuori gli utenti, a volte senza possibilità di appellarsi alla decisione. Tali azioni intraprese dalle piattaforme tecnologiche possono danneggiare i consumatori, influenzare la concorrenza, possono essere il risultato di una mancanza di concorrenza o possono essere state il prodotto di una condotta anti-concorrenziale.”.
    Si legge nel comunicato stampa pubblicato lo scorso 20 febbraio sul sito della Federal Trade Commission.
    È il nuovo corso del Presidente Donald Trump e di Elon Musk.
    Lo stesso che aveva già prodotto la decisione di Meta di interrompere ogni programma di fact checking sulle piattaforme social, dichiarando che i costosissimi esercizi sin li fatti dovevano considerarsi fallimentari.
    "Le aziende tecnologiche non dovrebbero intimidire e prevaricare i propri utenti", ha affermato il presidente della FTC Andrew N. Ferguson, appena eletto da Trump.
    "Questa inchiesta aiuterà la FTC a comprendere meglio come queste aziende potrebbero aver violato la legge, mettendo a tacere e intimidendo gli americani per aver espresso le proprie opinioni".
    Questione enorme difficile da affrontare davanti a un caffè espresso.
    Ne servirebbe almeno uno di quelli americani da mezzo litro.
    Perché il rischio che si corre nel domandare a un gestore privato di esercitare qualsivoglia forma di moderazione sui contenuti pubblicati dagli utenti, con poche eccezioni legate a contenuti palesemente illeciti, è reale e innegabile.
    Personalmente sono da sempre contrario a ogni delega ai gestori delle piattaforme di questo genere di attività che si tratti di decidere sull’oblio, sull’hate speech, sul vero e falso, sui reati di opinione e su qualsiasi altra questione che non sia il palesemente lecito versus il palesemente illecito.
    Ma certo, questo nuovo corso a stelle strisce è un po’ sospetto per tempi e modi e, soprattutto, è in assoluta contro-tendenza – e girarci attorno rischia di servire solo a ritardare il momento nel quale affronteremo il problema – con i principi che ispirano buona parte dei più recenti interventi regolatori europei in tanti ambiti diversi.
    Insomma, la distanza tra vecchio e nuovo contenente in fatto di regolamentazione delle tecnologie o, forse meglio, in questo caso, di applicazione delle regole sta aumentando.
    Gli utenti americani delle piattaforme online, comunque, ora, avranno fino al 21 maggio per raccontare alla Federal Trade Commission gli episodi di censura, vera e presunta, nei quali sono incorsi online e, quindi, l’Agenzia deciderà come procedere.
    Una vicenda sulla quale, verosimilmente, torneremo nei prossimi caffè.
    Frattanto, però, buona giornata e #goodmorningprivacy!
    4 min
  • AI pin, quando I consumatori valgono meno di zero
    Il sito internet accoglie ancora i visitatori con un claim che è tutto un programma, forse la cosa migliore dell’intera iniziativa: guarda il mondo, non il tuo schermo.
    Ma i primi – per fortuna non tantissimi – acquirenti di AI pin, la spilla super intelligente di Humane nata, poco più di un anno fa, per sostituire lo smartphone, oggi avrebbero voluto aver guardato il mondo anziché lo schermo qualche mese fa quando hanno deciso di comprare, a 700 dollari, quello che venduto come il più rivoluzionario dei dispositivi basati sull’intelligenza artificiale sbarcati sul mercato, è appena stato dichiarato tecnologicamente e commercialmente morto dalla stessa società che lo ha progettato e venduto.
    Non servirà più assolutamente a nulla.
    Un soprammobile di plastica da 700 dollari.
    Humane, una società fondata da ex dirigenti della Apple, infatti, ha appena annunciato che non supporterà oltre il funzionamento del dispositivo che, per la verità, a leggere quel che si dice in giro, non ha mai funzionato come avrebbe dovuto.
    L’idea era quella di un’assistente vocale super intelligente chiuso in una spilla da attaccare sulla giacca o sulla maglietta e attraverso il quale fare tutto quello che facciamo con lo smartphone e molto di più.
    Ma è rimasta solo un’idea utile a vendere qualche milione di dollari di dispositivi in giro per il mondo, peraltro vedendosene restituire la più parte.
    Per carità di belle idee che falliscono ce ne sono tante e, tutto sommato, è normale.
    Senza fallimenti non ci sarebbe progresso.
    E, però, c’è modo e modo di lasciar naufragare un progetto.
    Quello scelto dalla Humane sembra uno dei peggiori.
    La società infatti ha appena venduto il sistema operativo che dava vita a AI pin, decine di brevetti e il proprio know how alla HP per 116 milioni di dollari ma ha annunciato agli acquirenti del suo promesso gioiello tecnologico che solo quelli che lo hanno acquistato negli ultimi novanta giorni avranno il rimborso.
    Per gli altri nulla.
    Dovranno tenersi la spilla spenta e non funzionante, nessun rimborso e neppure delle scuse.
    E non basta.
    Perché ora la domanda che in tanti iniziano a farsi è: una società che dimostra così poca attenzione verso i suoi clienti, cancellerà davvero e in maniera definitiva la montagna di dati personali e personalissimi accumulati nel corso del suo costosissimo – per i suoi clienti – esperimento di vita?
    Una bella domanda con la quale iniziare la giornata se non si è mai acquistato l’AI pin.
    Una domanda orribile se lo si è acquistato e tenuto attaccato alla giacca per qualche mese, lasciandogli guardare e raccontandogli tantissimo di noi.
    In un caso e nell’altro una storia istruttiva per tutti: startup e consumatori, un caso di scuola di tutto quello che non dovrebbe mai accadere.
    Buona giornata e naturalmente goodmorning privacy!
    4 min
  • DSA: al via l’operazione trasparenza sugli apps store
    Sarebbero già 135 mila le applicazioni che Apple ha cancellato dal suo store perché non conformi alle nuove regole del Digital Service Act ovvero perché non sufficientemente trasparenti con utenti e consumatori.
    Ma facciamo un passo indietro perché capire quello che sta accadendo potrebbe essere utile a tutti.
    Il Digital Service Act prevede che chi distribuisce, da operatore commerciale, un applicazione debba dichiarare la natura, appunto, commerciale della propria attività e soprattutto fornire agli utenti attraverso le piattaforme di distribuzione dell’app, la propria ragione sociale, il proprio numero di telefono, l’indirizzo della propria sede e un indirizzo mail.
    E impone ai gestore degli apps store di verificare che ciò accada davvero, impedendo a chi non è abbastanza trasparente di distribuire la propria applicazione attraverso la piattaforma.
    Apple, dopo aver avvisato ormai da mesi gli sviluppatori delle nuove regole, ora, ha cominciato a far pulizia.
    Via tutti quelli che non le rispettano.
    E, frattanto, e questo è utile saperlo, nelle schede di presentazione delle applicazioni, sotto alle informazioni sulla privacy, compare un’apposita sezione relativa alle informazioni sullo sviluppatore attraverso la quale si accede alle informazioni che il DSA impone di pubblicare.
    Utile, certamente, per utenti e consumatori.
    Una bella gatta da pelare per gli sviluppatori più piccoli che sin qui gestivano la cosa un po’ alla leggera, normalmente da casa e pubblicando, nel migliore dei casi un indirizzo email.
    Ma ora non basta più.
    E indicare un numero di telefono e l’indirizzo della propria sede, se si fa tutto da casa, può esser un bel problema di privacy.
    Immaginatevi trovarvi sott casa anche solo un migliaio di utenti inferociti perché la vostra app non funziona.
    Chi può, quindi, sta correndo ai ripari acquistando servizi di domiciliazione in spazi di co-working e attivando contratti per la gestione di numeri di telefono virtuali.
    Chi non ce la fa perché l’app genera utili inferiori alle spese che dovrebbe mettersi sulle spalle o, semplicemente, non si è accorto delle nuove regole, semplicemente viene messo alla porta.
    E, pare, stia capitando in numero di casi ragguardevole.
    È il prezzo della trasparenza.
    Ora bisognerà cominciare a fare qualche prova per capire se ai numeri di telefono indicati qualcuno risponde davvero.
    Potrebbe essere un bel business per i call center che, magari, si concentreranno su questo e lasceranno stare il telemarketing, almeno quello selvaggio.
    Lo so, è una pia illusione, ma se non ci si illude al mattino quando?
    Come sempre buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    3 min
  • L’AI usata bene nella redazione del New York Times
    Semafor l’ha battuta come uno scoop, forse per la verità esagerando un po’.
    Il New York Times, ha rifiutato di commentarla, dicendo che non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole e che le sue linee guida per l’uso in redazione dell’intelligenza artificiale sarebbero online dalla scorsa primavera.
    Circostanza di per sé vera.
    Ma che sia buona la prima o la seconda, la notizia c’è: i giornalisti del New York Times, nei giorni scorsi, hanno ricevuto una serie di mail con l’invito a un uso responsabile dell’intelligenza artificiale per migliorare il loro lavoro.
    E si tratta di una notizia perché il New York Times è protagonista di una delle più grandi azioni legali promosse contro OpenAI per violazione del diritto d’autore, per aver usato i contenuti del Times senza alcuna autorizzazione.
    L’apertura all’uso dell’intelligenza artificiale, quindi, porta con sé un messaggio importante che trascende l’esperienza del Times: il punto non è mai la tecnologia ma come la usiamo.
    Si sbaglia ogni volta che si identifica in questa o quella tecnologia un nemico da abbattere e si sbaglia allo stesso modo quando la si considera panacea dei mali di questa o quella industria.
    Il New York Times, per esempio, incoraggia la redazione a usare strumenti di intelligenza artificiale per generare titoli capaci di far più presa sul pubblico nell’universo social, suggerire modifiche a articoli che si sono scritti, fare brainstorming di domande e idee e analizzare i documenti e le immagini del Times alla ricerca di correlazioni nuove.
    In un video di formazione condiviso con lo staff, il Times ha suggerito di usare l'intelligenza artificiale per preparare domande da porre durante le interviste ma anche per sviluppare quiz sulle notizie già pubblicate, lanci social, schede di citazioni e FAQ.
    L’editore, al tempo stesso, ha ricordato ai giornalisti di non usare l'IA per scrivere o rivedere in maniera significativa un articolo, non inserire materiale protetto da copyright di terze parti, non pubblicare immagini o video generati da macchine, se non per mostrare le potenzialità della tecnologia e, comunque, con una didascalia appropriata.
    Secondo Semafor, alcuni documenti di formazione interni del New York Times suggerirebbero anche ai giornalisti una serie di esempi di domande che avrebbe senso porre agli strumenti di intelligenza artificiale che verranno progressivamente messi a loro a disposizione.
    Eccone alcune.
    Quante volte è stato menzionato Al in questi episodi di Hard Fork ? Puoi rivedere questo paragrafo per renderlo più conciso? Immagina di postare questo articolo del Times su Facebook. Come lo promuoveresti? Riassumi questo articolo del Times in un tono conciso e colloquiale per una newsletter. Puoi proporre cinque titoli ottimizzati per la ricerca per questo articolo del Times?
    Puoi riassumere questa opera teatrale scritta da Shakespeare? Puoi riassumere in termini semplici questo rapporto del governo federale?
    L’intelligenza artificiale usata bene, insomma, può far bene anche all’informazione.
    Usata male o usata senza il consenso di chi fa informazione, invece, la distrugge.

    Una buona giornata e, come sempre, #goodmorningprivacy!
    5 min
  • Fermiamo il porno deep fake
    "Questa indagine ci ha portato negli angoli più oscuri di Internet e sono assolutamente inorridito per le donne e le ragazze che hanno dovuto sopportare questo sfruttamento".
    Sono le parole con le quali, qualche mese fa, il Procuratore capo di San Francisco, David Chiu ha annunciato di aver trascinato in Tribunale sedici fornitori di servizi che offrivano al pubblico soluzioni capaci di generare, grazie all’intelligenza artificiale, immagini e video sessualmente esplicite di chiunque, partendo da una qualsiasi foto pubblicata sui social.
    "L'intelligenza artificiale generativa ha enormi promesse, ma come con tutte le nuove tecnologie, ci sono conseguenze indesiderate e criminali che cercano di sfruttare la nuova tecnologia. Dobbiamo essere molto chiari sul fatto che questa non è innovazione, è abuso sessuale.”.
    Ben detto e ben fatto.
    Impossibile non condividere le sue parole e la sua azione che è anzi da imitare.
    Se ci sono ambiti tra quelli nei quali l’intelligenza artificiale produce impatti meno umanamente sostenibili e in relazione ai quali dovremmo semplicemente adottare politiche di tolleranza zero, non c’è dubbio che il porno deepfake è tra questi.
    Non si può accettare l’idea che qualcuno per far soldi consenta a una persona di spogliarne un’altra contro la sua volontà o, il che è lo stesso, senza il suo consenso e rappresentarla, contrabbandando il falso per vero, intenta in qualsivoglia genere di attività sessuale.
    Ma nel presentare la sua azione, il Procuratore di San Francisco, ha messo sul tavolo un dato che dovrebbe suggerire una riflessione in più: solo le piattaforme gestite dalle sedici società che ha portato alla sbarra, nei primi soli primi sei mesi del 2024, sono state visitate da oltre duecento milioni di utenti.
    E allora, forse, oltre a puntare l’indice giustamente contro i fornitori di servizi in questione e intraprendere ogni iniziativa utile a impedire loro di continuare a far business sulla pelle delle di donne, uomini, ragazzine e ragazzini, bambine e bambini talvolta, dovremmo iniziare a rivolgere lo stesso indice anche verso noi stessi o almeno verso quella parte dell’umanità che rappresenta la domanda di mercato che i fornitori dei servizi in questione si affrettano a soddisfare con la loro offerta.
    Perché, per fortuna, in giro per il mondo, verosimilmente, non ci sono duecento milioni di stupratori capaci di violentare una donna, una ragazzina o un ragazzino nella dimensione fisica, né altrettanti pronti a guardare la scena e, quindi, se ci sono, invece duecento milioni di utenti desiderosi di generare questo genere di immagini o di goderne, significa che in troppi non hanno chiara la circostanza che il porno deepfake è una forma di violenza feroce tanto quanto lo stupro e capace di rovinare la vita di una persona allo stesso modo.
    C’è, insomma, un enorme problema educativo, culturale e sociale che va affrontato e risolto prima che continui a mietere vittime.
    Parlarne non è, certamente, sufficiente a risolvere il problema ma può essere un inizio.
    E già che ci siamo vale la pena ricordare che le regole sulla protezione dei dati personali valgono anche a difenderci da questo genere di orribili crimini e che il Garante per la privacy, in Italia, dispone del potere di inibire, a semplice richiesta degli interessati, anche in via preventiva, la pubblicazione, via social e web di questo genere di immagini. Vi lascio qui il link alla pagina attraverso la quale chiedere aiuto.

    Lo so, questa mattina il caffè e amaro, ma qualche volta è necessario.

    La giornata sarà certamente migliore del suo inizio!
    Come sempre good morning privacy!
    4 min
  • Informazione, l’AI sbaglia troppo. Parola della BBC
    È un j’accuse documentato e piuttosto duro quello pubblicato dalla BBC a proposito dell’affidabilità di quattro tra i modelli di intelligenza artificiale generativa più popolari al mondo e, nello specifico, ChatGPT di OpenAI, Copilot di Microsoft, Gemini di Google e Perplexity.
    Quando si tratta di rispondere a domande di cronaca e attualità rielaborando le notizie già pubblicate dalla BBC, gli algoritmi sbaglierebbero tanto, anzi, secondo la BBC decisamente troppo.
    Per arrivare a questa conclusione un pool di giornalisti della BBC ha posto ai quattro servizi basati sull’intelligenza artificiale centinaia di domande, chiedendo di utilizzare nelle risposte, come fonte, proprio la BBC.
    E poi si sono verificate le risposte.
    Nel 51% dei casi, secondo i giornalisti, le risposte contenevano “problemi significativi”.
    Nel 19% dei casi, a non andare sarebbero stati dati e numeri pure correttamente indicati nelle fonti utilizzate dagli algoritmi per generare la risposta e nel 13% dei casi, i contenuti generati artificialmente contenevano citazioni tra virgolette, alterate o addirittura non presenti nelle fonti.
    La sintesi della BBC è tranchant.
    L’intelligenza artificiale nel mondo dell’informazione può essere preziosa e noi stessi la stiamo utilizzando in molti ambiti diversi ma quado si tratta di fare riassunti da fonti giornalistiche o rispondere a domande di attualità, per ora, i rischi sono troppo elevati.
    Anche perché il rischio è compromettere l’affidabilità della stessa fonte.
    Se uno dei servizi basati sull’AI in questione a domanda risponde che la BBC dice qualcosa che in realtà non dice e che poi risulta falso, infatti, il pubblico rischia di persuadersi che sia la BBC a non verificare le notizie con l’accuratezza che sarebbe lecito attendersi.
    Un altolà importante e qualificato quello che rimbalza da Londra sull’affidabilità dell’AI.
    Ma, naturalmente, guai a non considerare che la BBC, come tanti altri editori in giro per il mondo, ha un conto aperto con le fabbriche degli algoritmi che hanno fagocitato buona parte dei suoi contenuti senza chiederle permesso.
    Qui sotto nei commenti, per chi al posto del caffè volesse prendere un cappuccino, lascio il link ai risultati della ricerca della BBC.
    Per tutti, invece, buona giornata, buon inizio settimana e, naturalmente, #goodmorningprivacy
    3 min
  • Privacy, un amore irrinunciabile
    Oggi, nel giorno di Cupido, c’è una freccia che non posso far a meno di scoccare è quella con la quale mi piacerebbe che qualcuno si innamorasse di uno dei diritti più preziosi che c’è, il diritto alla privacy.
    Ma è difficilissimo che vada a segno specie in un’epoca nella quale tutto suggerisce di considerarla morta, inutile, superata, dai tempi e dalle tecnologie.
    Eppure, è proprio oggi che la privacy è più importante di sempre, è proprio oggi che dovremmo letteralmente innamorarcene, è proprio oggi che dovremmo conoscerla, promuoverla e difenderla.
    Tra migliaia scelgo una ragione, una soltanto, che potrebbe accendere in qualcuno la scintilla dell’amore per un diritto speciale.
    Si dice spesso che chi ci conosce meglio sa come prenderci e quello che si intende è che sa come farci cambiare idea, come farci scegliere qualcosa o qualcuno al posto di qualcos’altro o qualcun altro, come farci svoltare in una direzione diversa da quella nella quale in assenza del suo intervento avremmo svoltato.
    E, naturalmente, è vero.
    Chi ci conosce meglio sa quali idee e quali parole possono più facilmente far breccia nel nostro cuore e nella nostra mente e sa su quali tratti del nostro carattere e su quali intime debolezze e fragilità far leva per portarci a pensarla in un certo modo, a decidere qualcosa, a dir di si o di no a questa o quella domanda.
    Tradizionalmente, per nostra fortuna, a conoscerci meglio erano le persone a noi più vicine, la nostra famiglia, i nostri affetti, i nostri amici, persone, insomma, che, con poche eccezioni, non abusavano di poteri tanto straordinari su di noi.
    Oggi, però, non è più così.
    A conoscerci meglio di tutti – e scriverlo non è più un’iperbole – oggi sono i fornitori di una serie di servizi digitali, social network, motori di ricerca e chatbot di intelligenza artificiale in testa.
    E sono questi soggetti che rispondono alle regole del mercato e che talvolta – come accade sempre più di frequente – strizzano l’occhiolino anche alla politica e, quindi, potrebbero rispondere anche ai desiderata di questo o quel Governo, che oggi sanno come prenderci o, per dirla in maniera più diretta, sono in condizione di etero guidare ogni nostra decisione in ogni ambito della nostra vita.
    Ecco, in un contesto di questo genere, la privacy, ovvero il diritto di ciascuno di noi di controllare chi può far cosa con i nostri dati personali, a me sembra evidente che dovrebbe essere considerato uno tra i più preziosi dei diritti, un amore irrinunciabile.
    Più lo proteggiamo, più siamo liberi.
    Meno ce ne preoccupiamo, meno siamo liberi.
    Tanto basta per farcene innamorare nel giorno di San Valentino?
    Non lo so e ho troppo rispetto per la privacy del cuore per chiedervelo.
    Buon San Valentino a tutte e a tutti, buona giornata e un goodmorning privacy più caldo e appassionato del solito.
    4 min
  • Il “fair use” è un’altra cosa. Parola di un giudice pentito.
    Il “fair use” è un’altra cosa. Parola di un giudice pentito.

    “Un uomo intelligente sa quando ha ragione; un uomo saggio sa quando ha torto. La saggezza non mi trova sempre, quindi cerco di accoglierla quando lo fa, anche se arriva tardi, come in questo caso. Rivedo quindi il mio giudizio sommario del 2023 e l'ordinanza in questo caso”.

    Personalmente questo incipit della decisione con la quale un giudice americano l’altro ieri ha, almeno per il momento, stabilito che usare materiale protetto da diritto d’autore per addestrare algoritmi destinati a dar vita a servizi concorrenti rispetto a quello nel cui ambito è pubblicato il materiale protetto rappresenta una violazione del diritto d’autore, vale da solo il caffè di questa mattina.
    Raro, rarissimo. Un Giudice che ammetta un proprio errore di valutazione e ritorna sui suoi passi per correggere il tiro.

    Ma bellissimo, nobile e prezioso, capace di far ben sperare sul futuro dell’umanità e, quindi, secondo me, particolarmente, adatto a accompagnare il caffè del mattino.

    Venendo al caso specifico per non perdermi nel romanticismo la sintesi è semplice: Thomas Reuiters è, tra l’altro, editore di uno dei più grandi database legali al mondo, un database nell’ambito del quale i documenti sono preceduti da brevi note che ne riassumono i tratti essenziali.

    Ross Intelligence, una società intenzionata a creare un sistema di intelligenza artificiale destinato a supportare i professionisti del diritto nell’accesso e riuso di provvedimenti – leggi e sentenze – americani ha, anche se indirettamente ovvero attraverso un fornitore terzo, dragato a mani basse l’archivio della Reuiters per addestrare i propri modelli.

    Davanti alle contestazioni della Reuiters ha, tra l’altro, eccepito il fair use, l’eccezione prevista dalla disciplina americana sul copyright che consente il riuso di altrui contenuti senza alcuna autorizzazione del titolare originario dei diritti sui contenuti in questione.

    Secondo il Giudice-pentito, tuttavia, quest’eccezione sarebbe infondata e non avrebbe futuro nella prosecuzione del giudizio.
    Non potrebbe considerarsi fair, corretto un utilizzo di contenuti protetti da diritto d’autore che abbia lo scopo o anche solo l’effetto ultimo di far concorrenza a chi su quei contenuti detiene i diritti d’autore.

    La decisione è sommaria, riguarda un caso specifico diverso da quello relativo all’addestramento dei grandi modelli di AI generativa ma segna, comunque, un indirizzo e principi decisamente utili.

    Forse, quello che sta accadendo, con pochi giganti che sfamano i loro algoritmi con contenuti creativi prodotti dall’intera umanità, spesso per andare a far concorrenza proprio ai titolari dei diritti su questi contenuti non è così tanto lecito.
    Ma staremo a vedere.

    Frattanto godiamoci la bellezza di un giudice che dice di aver sbagliato e si corregge.

    Buona giornata per davvero e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…