Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • Vite (universitarie) spezzate dall’AI
    In America il fenomeno sta esplodendo ma è ragionevole supporre che stia accadendo lo stesso anche da questa parte dell’oceano o che accadrà presto.
    Centinaia di studenti universitari – e, per la verità, anche delle scuole superiori – che si ritrovano senza borse di studio o con voti ridotti di percentuali significative perché i sistemi di intelligenza artificiale che i professori utilizzano per verificare se sono stati utilizzati servizi basati sull’intelligenza artificiale per fare compiti, temi o risolvere problemi suggeriscono, contrariamente al vero, una risposta affermativa.
    Falsi positivi, insomma.
    Tanti almeno stando a quanto rimbalza dai media di oltreoceano.
    E le conseguenze sono enormi tanto sulla carriera scolastica e universitaria degli studenti quanto sulla loro serenità e stabilità psicologica perché quando capita non sanno come reagire e come convincere i loro professori che il sistema di controllo ha sbagliato, che loro non hanno barato, che il compito è effettivamente farina del loro sacco e che, magari, hanno semplicemente usato uno strumento di intelligenza artificiale per il controllo ortografico o, ancora più semplicemente, che strumenti del genere sono, ormai, incorporati nei software che utilizzano per elaborare i documenti.
    Ma come si fa a fornire al tuo professore che un algoritmo ha persuaso tu abbia fatto il furbetto la prova del contrario?
    Tutti d’accordo nel sostenere che la prova è diabolica, semplicemente impossibile.
    Così come c’è un diffuso consenso sulla circostanza che gli strumenti artificialmente intelligenti per scovare i furbetti dell’AI tra i banchi di scuola e in università non funzionano come dovrebbero e sono pieni di bias.
    Tendono, tanto per fare un esempio, a considerare più frequentemente figlio di un aiutino dell’AI un compito scritto da un non madrelingua.
    Il rischio è enorme e duplice.
    Da una parte rischiamo di perdere la capacità di premiare gli studenti che andrebbero premiati considerandoli addirittura meno meritevoli di altri e dall’altra, stiamo abituando intere generazioni a considerare normale il fatto che una persona, la sua testa, le sue competenze, la sua creatività, capacità di sintesi o di risolvere un problema possano essere valutati da un algoritmo e che sia normale che un algoritmo possa incidere tanto prepotentemente sul destino di una persona.
    Credo serva un’inversione a “U” e credo serva in fretta.
    Buona giornata e goodmorning privacy!
    3 min
  • Alla guida non sei più solo
    Due ricercatori americani, nei giorni scorsi, hanno pubblicato un post sul loro blog nel quale raccontano la facilità sconvolgente con la quale sono riusciti a hackerare l’elettronica di bordo di una Subaru accedendo, da remoto, a funzioni e dati che hanno loro consegnato, di fatto, il controllo assoluto sulla macchina, per fortuna di proprietà della madre di uno dei due.
    La sintesi del post e della scoperta dei due è questa: chiunque conoscendo semplicemente il cognome e il codice postale, l'indirizzo e-mail, il numero di telefono o la targa del proprietario di una Subaru avrebbe potuto accenderne o spegnerne il motore, recuperarne la posizione attuale e passata nell’ultimo anno con una precisione di 5 metri, accedere ai contatti di emergenza inseriti nell’auto dal proprietario nonché i dati della fatturazione dei servizi a eventualmente attivati sul veicolo, la cronologia delle chiamate di assistenza e l’elenco dei proprietari precedenti del veicolo oltre a tanto di più.
    Non male per suggerire a chiunque a bordo di una macchina del genere di non illudersi neppure per un istante di esser da solo alla guida.
    L’unico aspetto positivo di una vicenda che fa rabbrividire è che i due ricercatori, in maniera etica, prima di pubblicare la storia, hanno avvertito la casa costruttrice della vulnerabilità identificata, consentendole di intervenire per risolvere il problema.
    Ma le note positive si fermano qui.
    Le altre sono tutte diversamente stonate.
    A cominciare dalla domanda che correttamente i ricercatori si pongono e pongono: che bisogno c’è, per una casa costruttrice di automobili – anche perché il sospetto è che il fenomeno non sia circoscritto alla sola Subaru – di conservare così a lungo dati tanto puntuali sulla posizione di tutti i veicoli prodotti.
    Le risposte che i giornalisti americani che si sono sin qui occupati della vicenda si sono sentiti dare dalla Subaru non appaiono convincenti: l’esigenza di garantire ai proprietari un’assistenza adeguata anche grazie a un’immediata localizzazione del veicolo, infatti, se giustifica la raccolta dei dati, giustifica di meno o, forse, niente affatto, la loro conservazione indiscriminata, a prescindere cioè dalla circostanza che si siano o meno verificati incidenti che abbiano richiesto l’attivazione del servizio di assistenza.
    Nella puntata di qualche giorno fa raccontavo della causa che lo Stato del Texas ha promosso contro una compagnia assicurativa che sembrerebbe aver acquistato, tra l’altro proprio da alcune società costruttrici di autovetture i dati di geolocalizzazione insieme a una montagna di altre informazioni.
    Uno più uno, non fa sempre due ma il dubbio inevitabilmente sorge.
    Ma a prescindere da scenari di questo genere, il punto è che i dati in questione sono capaci di raccontare la vita di una persona con una profondità straordinaria, sino a arrivare alle circostanze più intime come eventuali patologie che le impongano di frequentare periodicamente centri di cura specializzati, relazioni personali e professionali che, magari, si vorrebbe, legittimamente, restassero private e tanto tanto di più.
    Le regole sulla privacy, almeno da questa parte dell’oceano e, in realtà, il semplice buon senso, ancora prima, suggerirebbero, forse, tempi conservazione molto ma molto più brevi almeno di informazioni così tanto puntuali.
    Quella dei due ricercatori non è una gran bella scoperta ma, naturalmente, meglio saperlo che vivere nell’antica illusione di considerare la nostra macchina come un’alcova privata e impenetrabile.
    Per chi volesse approfondire, nel testo che accompagna il podcast, il link al blogpost integrale: https://samcurry.net/hacking-s...
    Buona giornata e goodmorning privacy
    4 min
  • Le big tech strizzano l’occhiolino alla politica, e gli utenti?
    Decine di gruppi su Reddit, una delle più popolari piattaforme di discussione al mondo stanno iniziando a vietare ai loro membri di pubblicare link a X. All’origine della decisione quello che taluno ha interpretato come un saluto romano di ispirazione fascista fatto da Elon Musk, proprietario proprio di X, durante la cerimonia per l’insediamento di Trump per il suo secondo mandato alla Casa Bianca.
    Dico subito che non credo quello di Musk fosse un saluto romano e che, comunque, non voglio entrare nella discussione.

    È il dito – anche se in realtà sotto accusa ci è finito l’intero braccio dell’uomo più ricco del mondo – rispetto alla luna alla quale vorrei dedicare il caffè di questa mattina. A me pare, infatti, che il punto sia un altro. In un momento nel quale è innegabile che le big tech abbiano deciso di scendere nell’agone della politica, schierandosi apertamente con Donald Trump come ha detto al mondo intero, in un video, Mark Zuckerberg, patron di Meta qualche giorno fa, il fatto che gli utenti anziché rimanere indifferenti, inizino a reagire, a me pare un fatto davvero importante.

    E, ripeto, perché il terreno di gioco è scivoloso: la questione non è che le big tech stiano a destra o sinistra, con Trump o con un leader politico suo antagonista. Il punto è che quello che sta accadendo è che i Signori delle tecnologie stanno ponendo la loro straordinaria potenza di fuoco a servizio di un Governo con la comprensibile aspettativa – che, peraltro, appare fondata – che quel Governo ne supporti il business nazionale e globale. È una convergenza di egoismi evidentemente.

    Un win win come dicono gli americani: conviene al Governo di Washington poter contare sull’enorme potere di persuasione di massa delle big tech, potere che vale la pena ricordarlo deriva pressoché integralmente dalla conoscenza profonda di miliardi di persone estratta dal giacimento di dati personali raccolto nell’ultimo ventennio e conviene alle big tech. Il dubbio, però, è che convenga anche ai miliardi di utenti delle piattaforme dei giganti della Silicon Valley e dintorni.
    A noi conviene questo intreccio diabolico tra tecnologia e politica?

    Perché una cosa è rischiare che la conoscenza accumulata su di noi venga usata per convincerci a comprare un paio di scarpe anziché un altro e una cosa completamente diversa è che quella stessa conoscenza venga usata per orientare e manipolare scelte e decisioni più serie, come quelle relative alla politica, alla cultura e, in generale, alla società nella quale viviamo secondo quanto desiderato dall’uomo al potere di turno.

    Ripeto, indistintamente che sia di destra o di sinistra, democratico o repubblicano.
    Ecco, in questo contesto, la circostanza che gli utenti di Reddit, in qualche modo non si dimostrino insensibili a quanto sta accadendo ma stiano reagendo politicamente nel senso più alto del termine fa, secondo me, ben sperare. Potrebbe, infatti, suggerire alle big tech di tornare sul binario lungo il quale hanno corso sin qui: più mercato e meno politica per non correre il rischio di perdere gli utenti e con gli utenti i loro dati personali e, quindi, la loro ricchezza.

    Una speranza un po’ illusoria ma se non si sogna di prima mattina, quando?
    Buona giornata e, naturalmente, goodmorning privacy!
    4 min
  • Se mi insedio ti cancello
    Se la notizia fosse confermata, come, per la verità, stanno facendo in queste ore diverse autorevoli testate americane, sarebbe un fatto oggettivamente grave.
    Sto parlando della cancellazione delle pagine relative a informazioni, iniziative e programmi governativi dedicati alla comunità LGBTQ che, nel giorno dell’insediamento di Donald Trump, sembrerebbero essere scomparse dal sito della Casa Bianca.
    Via, tutte insieme, tutte d’un colpo, a pochi secondi dall’inizio del secondo mandato Trump.

    Le associazioni per la difesa dei diritti della comunità LGBTQ si dicono convinte che sia andata proprio così e si dichiarano niente affatto sorprese per il gesto.
    E i giornalisti di diverse testate, interrogando il motore di ricerca del sito del governo americano, in effetti, confermano che alcuni contenuti che c’erano non ci sono più e che, con talune chiavi di ricerca, si finisce inesorabilmente con l’imbattersi in pagine di errore che confermano che il link è rotto, come si dice in gergo, e non porta da nessuna parte.

    Guai a non dire che, come accade sempre in concomitanza con l’avvicendamento alla Casa Bianca, il sito è oggetto, in queste ore, di un restyling importante e che, in questi casi, il rischio di perdersi per strada qualche contenuto c’è sempre.
    E però la circostanza che a essersi persi per strada sembrerebbero, in quantità importante, proprio un certo genere di contenuti qualche dubbio inesorabilmente lo solleva.

    Per carità, chi non è almeno un po’ incoerente alzi la mano o lo scriva qui sotto nei commenti, ma è almeno curioso che il protagonista di un’operazione del genere – se vera – sia proprio un’amministrazione che si dichiara tanto convinta della necessità di promuovere e difendere, in ogni contesto e a ogni costo, la libertà di parola, tanto da suggerire e ottenere che giganti come Meta interrompano ogni programma di fact-checking suscettibile di interferire con la libertà degli utenti di condividere qualsiasi genere di contenuto.
    Come si fa, allo stesso tempo, a dichiararsi paladini della libertà di parola e, poi, a mostrarsi così tanto spaventati dalle parole da correre addirittura a cancellarne alcune non da un sito qualsiasi, ma dalle pagine web più importanti dell’intero governo americano?

    Una cosa è, o dovrebbe essere, decidere di cambiare rotta in termini politici e amministrativi, interrompendo alcuni programmi di supporto e altre iniziative analoghe o introducendo nuove leggi, e una cosa diversa è rimuovere fisicamente contenuti informativi, inclusi taluni di carattere educativo, dalle pagine di un sito.
    E, però, se questo è, effettivamente, il vento che soffia, forse meglio che le pagine in questione siano state rimosse, piuttosto che siano state utilizzate – come sarebbe potuto accadere – per identificarne gli utenti e adottare chissà quale genere di iniziativa nei loro confronti.

    In fondo, il web è generoso e tende a non dimenticare, con la conseguenza che ciò che è stato cancellato – forse – dal sito della Casa Bianca, alla fine, da qualche altra parte lo si ritroverà.
    Difendere la privacy degli utenti delle pagine in questione, forse, sarebbe stato più difficile.

    Non è una buona notizia per iniziare la giornata ma, comunque, buona giornata e naturalmente good morning privacy!
    4 min
  • App di incontri che diventano app per amici di penna
    App di incontri che diventano app per amici di penna

    In America dove il fenomeno sta prendendo forma più rapidamente hanno anche coniato un termine per definirlo: “Carouseling”.
    Decine di milioni di utenti di app di incontri che anziché usarle per trovare l’anima gemella o, comunque, una persona da incontrare e conoscere per davvero si lasciano travolgere dal gusto di parlare con decine di persone contemporaneamente e si accontentano di proseguire le conversazioni fino a quando non arrivano su un binario morto per poi passare alla successiva.
    Quando non si accontentano addirittura di ricevere un like o un sorriso, rigorosamente digitali.
    Ma di incontri, secondo studi e ricerche che rimbalzano dall’altra parte dell’oceano se ne fanno sempre di meno.
    In tanti non li cercano più.
    Preferiscono amici e amiche di penna a persone in carne ed ossa da conoscere online ma poi incontrare per davvero.

    E, sin qui, il fenomeno sarebbe curioso ma niente di più specie in una stagione della vita del mondo nella quale stiamo vivendo una progressiva digitalizzazione e dematerializzazione di ogni esperienza.
    L’ipotesi, però, è che quanto sta accadendo non sia solo frutto del caso ma dietro possa esserci lo zampino della dopamina e dei gestori delle piattaforme di dating.

    La seconda, infatti, determina - e la circostanza è ormai pacifica - una condizione di dipendenza dalla soddisfazione e dal compiacimento che la raccolta di like e la collezione di chat con più utenti consegnano agli utenti.

    I primi, dal canto loro, sono, naturalmente, ben contenti che gli utenti restino online sulle loro pagine il più a lungo possibile non solo niente affatto frustrati dalla mancato incontro con l’anima gemella ma, al contrario, felici di continuare a investire tempo e risorse nella sua ricerca anche se con l’obiettivo non dichiarato di non trovarla mai perchè, appunto, limitarsi a cercarla sembra diventato più divertente che trovarla.

    E, naturalmente, restando online si arricchiscono le piattaforme in moneta sonante e in dati personali, consegnando loro informazioni sempre più preziose su noi stessi, informazioni che, peraltro, nell’era dell’intelligenza artificiale hanno un valore ogni giorno crescente perché, servono proprio ad addestrare algoritmi e modelli.

    Tutti felici, insomma, tranne Cupido che continua a lanciare frecce digitali che si dematerializzano prima di arrivare al bersaglio.

    Se c’è qualche amante del carouseling nelle app di incontri anche da questa parte dell’Oceano come è probabile che ci sia, forse, vale la pena invitarlo a offrire un caffé a uno dei suoi interlocutori o interlocutrici.

    Se poi non va, si è sempre in tempo per tornare online!

    Ma frattanto il caffé lo prendiamo noi, con il buongiorno di ogni mattina e, naturalmente, un sano goodmorning privacy!
    4 min
  • I compiti? Li faccio con ChatGPT
    Il Pew Research Center ha appena pubblicato uno studio che analizza l’uso di ChatGPT, il chatbot di OpenAI, per fare i compiti negli Stati Uniti.

    I risultati sono interessanti.

    Il dato più sorprendente, sebbene prevedibile, è l’enorme crescita della percentuale di studenti tra i 13 e i 17 anni che utilizzano l’intelligenza artificiale per i compiti a casa: quasi un raddoppio rispetto al passato, arrivando al 26%. Considerando che negli Stati Uniti ci sono oltre 20 milioni di adolescenti in quella fascia d’età, si tratta di più di 5 milioni di studenti.

    Anche la conoscenza di ChatGPT, indipendentemente dall’utilizzo, è aumentata rapidamente, raggiungendo percentuali quasi plebiscitarie: quasi l’80%. Tuttavia, emergono differenze significative legate al reddito familiare. La percentuale sale all’84% tra gli studenti provenienti da famiglie con redditi superiori a 75 mila dollari, ma scende al 67% per quelli con redditi sotto i 30 mila dollari. Si sta quindi delineando un importante digital divide che richiede attenzione urgente, per evitare la creazione di disuguaglianze educative tra studenti di serie A e serie B.

    I compiti per i quali ChatGPT è più utilizzato sono ricerche, problemi di matematica e riassunti. Ma i giovani si dividono tra chi ritiene legittimo farlo e chi, invece, lo considera inappropriato.

    Nel complesso, la ricerca conferma una tendenza ovvia: l’attrattiva di usare ChatGPT per i compiti è sempre più diffusa e difficile da resistere.

    In linea di principio, non c’è nulla di male. I tempi cambiano, la tecnologia evolve, ed è naturale che cambi anche il modo di studiare. Tuttavia, questo processo deve essere governato. Se i compiti sono progettati pensando che saranno svolti con l’AI, il discorso è uno; se invece vengono assegnati seguendo i metodi tradizionali ma poi gli studenti usano chatbot, il rischio è che perdano la loro efficacia educativa.

    Inoltre, diversi studi mettono in dubbio l’utilità di ChatGPT per la risoluzione di problemi di matematica e per le ricerche storiche, sollevando la possibilità che confonda anziché aiutare.

    C’è poi il rischio di pressione sociale: se molti studenti usano l’AI per fare i compiti, anche chi preferirebbe non farlo, per convinzione o per mancanza di risorse, potrebbe sentirsi obbligato a seguire la stessa strada per rimanere competitivo, limitando così la propria libertà di scelta.

    Nulla di nuovo o rivoluzionario. Già in passato abbiamo visto simili trasformazioni con l’introduzione di calcolatrici, computer e Internet. Ma l’impatto di quelle tecnologie sulla società era decisamente più lento rispetto a quello dell’AI di oggi.

    Spetta a noi adulti guidare e orientare il rapporto tra giovani e AI in modo sostenibile, garantendo che le opportunità superino i rischi inevitabili.

    Buona giornata e, naturalmente, goodmorning privacy!
    4 min
  • Chi troppi (dati) vuole, nulla stringe
    Chi troppi (dati) vuole, nulla stringe

    È, o almeno potrebbe e dovrebbe essere, istruttiva l’esperienza di Walgreens, la più grande catena di farmacie americane, che nel 2020 aveva stretto una partnership con Cooler Screens, una start-up che ha progressivamente sostituito tutte le porte a vetro dei frigoriferi in cui Walgreens espone i suoi prodotti con porte ad alta tecnologia. Queste porte, da un lato, osservavano, profilavano e tracciavano le abitudini di consumo dei clienti, anche per gestire un complicato sistema di prezzi dinamici, e, dall’altro, proponevano video-messaggi pubblicitari personalizzati a seconda di chi si fermasse davanti al frigorifero.

    Un’idea futuristica che, tuttavia, sembra non aver funzionato.

    Probabilmente, i clienti di Walgreens avrebbero preferito continuare a guardare direttamente dentro i frigoriferi per scegliere cosa comprare. Inoltre, il sistema ha spesso funzionato – almeno secondo la catena di farmacie – meno bene del previsto, mostrando talvolta posizioni errate dei prodotti e prezzi diversi da quelli reali. Senza contare che alcuni sportelli sono addirittura andati a fuoco.

    Il risultato? Walgreens ha portato Cooler Screens in tribunale per ottenere la risoluzione anticipata del contratto. Di tutta risposta, la start-up, oltre a difendersi strenuamente davanti ai giudici, ha scollegato gli sportelli-schermo, lasciandoli completamente al buio.

    Insomma, è guerra.

    I vertici di Walgreens ora si stanno facendo un esame di coscienza e sembrano concordi sul fatto di aver fatto un passo troppo lungo. Offrire ai loro clienti uno scenario così avveniristico, evidentemente, non è stata la scelta giusta, perché il pubblico non era ancora pronto.

    Una storia istruttiva, speriamo.

    Non bisogna illudersi che la reazione negativa dei clienti di Walgreens sia davvero dipesa solo dalla percezione di un’eccessiva invasione della privacy. Tuttavia, sembra essere stata sufficiente a convincere la società a rallentare verso un futuro distopico.

    Buona giornata e good morning privacy!
    3 min
  • Dati sulla geolocalizzazione finiti online
    Dati sulla geolocalizzazione finiti online. Utente avvisato è mezzo salvato!

    Guardare la mappa che ha fatto il giro dei social nei giorni scorsi su X fa letteralmente rabbrividire: centinaia di milioni di puntini rossi su un’enorme mappa mondiale, ognuno rappresentante la posizione di persone rilevata dai loro smartphone, tablet e PC. Questi dati, raccolti da Gravy Analytics, una società specializzata in geolocalizzazione, sarebbero stati coinvolti in una delle violazioni dei dati personali più gravi di sempre.

    L’hacker che ha pubblicato una parte di questi dati online lo ha fatto come prova dell’avvenuta violazione. Secondo quanto riportato, i dati divulgati rappresentano solo una piccola porzione di quelli esfiltrati. Gravy Analytics ha confermato la violazione e notificato l’accaduto all’ICO, l’autorità britannica per la protezione dei dati, senza fornire ulteriori dettagli.

    Tra le informazioni finite online ci sarebbero dati di localizzazione di milioni di utenti di Tinder e, fatto ancor più grave, dati riguardanti membri della comunità LGBT+ globale, esponendoli a rischi elevatissimi, specialmente in Paesi dove queste persone sono ancora perseguitate.

    La raccolta di questi dati, avvenuta in condizioni di dubbia legittimità, è già oggetto di indagine da parte della Federal Trade Commission (FTC). Recentemente, la FTC ha accusato Gravy Analytics di violazioni della privacy e ha ordinato la sospensione del trattamento di ogni dato di geolocalizzazione raccolto illegalmente negli Stati Uniti.

    In attesa di ulteriori dettagli sull’accaduto e sulle implicazioni dei dati divulgati, questo incidente è un promemoria importante: quando installiamo un’app o utilizziamo un servizio digitale, prestiamo attenzione ai permessi concessi, in particolare all’accesso ai dati di geolocalizzazione. Se questi dati non sono strettamente necessari per il funzionamento dell’app, sarebbe opportuno negarli.

    Anche dopo l’installazione, vale la pena controllare nelle impostazioni dello smartphone quali applicazioni hanno accesso alla nostra posizione. Esistono numerosi tutorial online che spiegano come farlo. È comprensibile che un’app di navigazione satellitare abbia bisogno di questi dati, ma è meno giustificabile per un’app dedicata alla gestione della dieta o al monitoraggio del battito cardiaco.

    La geolocalizzazione è una risorsa preziosa per il mercato della pubblicità online e altri settori digitali, ma comporta rischi enormi. Permette un tracciamento pervasivo delle abitudini di vita e, combinata con altre informazioni reperibili online, può rivelare molto più di quanto pensiamo.

    Utente avvisato è mezzo salvato.

    Non è una buona giornata, ma questo non ci impedisce di augurarvi, e soprattutto augurare alla privacy, una buona giornata.

    Goodmorning privacy e appuntamento a domani.
    4 min
  • Auto connesse e app che parlano con le assicurazioni
    Auto connesse e app che parlano con le assicurazioni

    Lo Stato del Texas ha appena trascinato in giudizio una compagnia assicurativa americana, la Allstate, contestandole di aver comprato a peso d’oro dai gestori di una serie di applicazioni per smartphone e da alcuni produttori di automobili connesse una quantità industriale di dati personali di decine di milioni di americani allo scopo di saperne di più sul loro stile di guida e poter adeguare le tariffe delle polizze in maniera coerente con i profili di rischio elaborati.

    Toyota, Lexus, Mazda, Chrysler, Dodge, Fiat, Jeep, Maserati e Ram: i nove marchi di automobili coinvolti nella vicenda.

    Tante, anzi, tantissime le tipologie di dati raccolti: tempo alla guida e chilometri percorsi, velocità media, accelerazioni repentine e brusche frenate, ma anche uso del telefonino alla guida e cinture di sicurezza allacciate o meno.

    Un patrimonio informativo capace di abbattere l’alea assicurativa quasi a zero, rendendo straordinariamente facile prevedere il rischio di incidenti e, quindi, controbilanciarlo con tariffe adeguate e ritagliate su diversi specifici cluster di assicurati secondo una regola elementare: più alto il rischio, maggiore è il premio richiesto.

    Ma il cuore della questione portata in Tribunale è un altro: la compagnia assicurativa, infatti, secondo l’accusa, semplicemente non avrebbe dovuto sottoporre decine di milioni di persone a un tracciamento tanto pervasivo, specie senza informarle adeguatamente.
    E questo è quanto accaduto.

    La compagnia, naturalmente, respinge, almeno per ora, al mittente le accuse e sostiene di aver semplicemente creato un sistema capace di garantire a chiunque l’accesso alle migliori condizioni assicurative possibili in relazione al proprio profilo.
    Una difesa che, in effetti, in attesa di vederla sviluppata e meglio argomentata davanti ai Giudici, sembra almeno claudicante.

    Difficile, a leggere i nomi delle aziende automobilistiche coinvolte e quelle delle app scese a patti con la compagnia assicurativa, non chiedersi se qualcosa di analogo stia accadendo anche da questa parte dell’oceano.

    Perché certo le esigenze e i desideri delle compagnie assicurative sono gli stessi e le possibilità tecnologiche e commerciali di fare altrettanto non mancano.
    Insomma, c’è il rischio che anche la nostra assicurazione sia seduta accanto a noi nella nostra automobile e ci osservi più da vicino di quanto non immaginiamo.
    Occhi aperti, quindi.

    Sulla strada ovviamente, ma anche a quello che c’è scritto nell’informativa sulla privacy della compagnia assicurativa di fiducia e in quelle delle applicazioni installate sullo smartphone e sulla nostra automobile.
    Se qualcosa non torna, segnalatelo!

    Frattanto, e sperando che non sia vero che a pensar male non si fa peccato e spesso si vede giusto, buona giornata e, ovviamente, good morning privacy!
    3 min
  • L’insostenibile leggerezza dei contenuti che affidiamo ai social
    L’insostenibile leggerezza dei contenuti che affidiamo ai social

    La prossima settimana TikTok potrebbe scomparire dagli smartphone dei suoi 180 milioni di utenti americani a seguito della legge che impone alla società cinese che lo controlla di scegliere tra vendere l’app, limitatamente alle attività in America, a una società americana o, appunto, chiudere i battenti.
    Difficile fare previsioni su cosa accadrà per davvero.
    Quel che si sa è che, sin qui, la proprietaria di TikTok ha rifiutato ogni proposta di acquisto e che la Corte Suprema, davanti alla quale ha contestato la legittimità della legge che le impone di scegliere tra vendere e chiudere, verosimilmente respingerà il suo ricorso.
    Questione enorme quella sui banchi dei giudici della Corte, tra sicurezza nazionale e libertà di informazione, in un Paese nel quale l’una e l’altra sono percepite come due tra i valori fondanti dello Stato.
    Ma questione impossibile da affrontare nei nostri tre minuti con il caffè sul tavolo.

    L’occasione è però preziosa per una riflessione più semplice ma non meno importante.
    Che ne sarà dei contenuti che milioni di utenti hanno caricato sui loro profili TikTok se la società chiuderà negli USA, rendendo progressivamente inutilizzabile l’app?
    In America, in queste ore, se lo stanno chiedendo in tanti e si moltiplicano online i suggerimenti su come procedere al download di quanto sin qui pubblicato per metterlo al sicuro sui propri smartphone e al riparo dalla tabula rasa che potrebbe abbattersi sui server della società cinese.
    Anni di contenuti prodotti e condivisi con il mondo intero, informazioni e opinioni assieme a più o meno straordinarie prestazioni artistiche che, in un modo o nell’altro, rappresentano porzioni importanti della vita di milioni di persone potrebbero andare in fumo da qui a qualche giorno.
    Un po’ come se gli album delle nostre fotografie e i ricordi più cari che conserviamo da anni, all’improvviso, si dematerializzassero tutti insieme, tutti allo stesso momento, per sempre.

    Ma appunto la questione non riguarda solo TikTok e i suoi utenti, ma è enormemente più ampia, perché riguarda o, almeno, potrebbe riguardare domani l’intero patrimonio di contenuti, ricordi, video, fotografie, idee e opinioni generato e pubblicato online sul nostro social preferito, qualunque esso sia.
    Perché, ovviamente, vicende analoghe a quella di TikTok, con connotati più o meno diversi, potrebbero verificarsi domani ovunque nel mondo e riguardare qualunque servizio digitale.

    Ecco, guardando da lontano alla storia di TikTok negli USA e in attesa di capire come andrà a finire, forse vale la pena di chiederci se e quanto è sostenibile la volatilità e leggerezza di quanto quotidianamente affidiamo alle piattaforme digitali per raccontarci al mondo, raccontare come la pensiamo e ingaggiare ogni genere di battaglia per difendere e promuovere le nostre idee.
    Tutto, un giorno, potrebbe semplicemente scomparire in una manciata di ore.
    Forse vale la pena pensarci.
    Forse vale la pena riflettere sull’opportunità che le piattaforme digitali non diventino, neppure semplicemente per pigrizia, i nostri album dei ricordi e gli archivi dei nostri pensieri più importanti perché, come suggerisce la vicenda di TikTok, nonostante l’apparenza, in realtà non sono affatto nostri, e può sempre accadere che, per ragioni più o meno nobili o anche semplicemente per distrazione, incidente o incuria di qualcuno, vadano in fumo.

    Niente panico, naturalmente, specie mentre prendiamo il caffè della mattina, ma neppure incoscienza o superficialità.
    Meglio pensarci oggi che domani.

    Buongiorno e, ovviamente, goodmorning privacy!
    4 min

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…