Good morning privacy!

Good morning privacy!

By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • Pubblicano foto su un app per vendere un vestito e si ritrovano sommerse da richieste di prestazioni sessuali
    Avete mai usato Vinted, l’app per vendere abbigliamento usato?
    E se lo avete fatto avete mai pubblicato vostre foto con indosso i capi da vendere?
    Se si questa storia potrebbe interessarvi e, forse, anche preoccuparvi un po’.
    Se no, vale come avviso ai naviganti e, soprattutto alle naviganti.
    La sigla e ne parliamo.

    [sigla]

    La storia rimbalza dalla denuncia di alcune ragazze che dopo aver pubblicato su Vinted loro foto in cui indossavano alcuni capi di abbigliamento per promuoverne la vendita si sono letteralmente ritrovate travolte da ogni genere di messaggio a sfondo sessuale attraverso i recapiti pubblicati sull’applicazione.
    A quel punto i giornalisti tedeschi hanno deciso di andare a fondo e hanno scoperto una pratica tanto diffusa quanto umanamente aberrante.
    Interi canali su Telegram dedicati alla condivisione di immagini rubate da Vinted con sotto ogni genere di commento sessualmente esplicito all’indirizzo delle venditrici-modelle.
    Insomma foto nate per promuovere la vendita di un capo di abbigliamento che diventano una sorta di catalogo di ragazze, spesso anche molto giovani, e donne in vendita o, meglio, presentate come se in vendita ci fossero loro e i loro corpi anziché i vestiti che indossano.
    E certo che ci si potrebbe limitare a bollare la questione come una delle tante perversioni che affollano la società e che, inevitabilmente, poi trovano nella dimensione digitale uno sfogo e un amplificatore ideali.
    Ma, anche a prescindere dalla circostanza – dalla quale pure bisognerebbe imparare a non prescindere - che prendere la foto di una donna pubblicata per vendere un costume e ripubblicarla per invitare altri utenti a commentarla in chiave sessuale rappresenta, a tutti gli effetti, una forma di violenza sulla donna in questione, tanto più grave quanto più giovane è la vittima, il punto è un altro.
    Questa forma di violenza perversa rischia di produrre conseguenze drammatiche o, meglio, ancora più drammatiche.
    La ragione è semplice.
    Chi vuole vendere un capo di abbigliamento su Vinted ha, naturalmente, interesse a essere raggiungibile, per poter essere contattata da chi è interessato all’acquisto.
    E, quindi, normalmente, nel pubblicare annunci di vendita sull’app ci si preoccupa di più di condividere recapiti utili allo scopo che di non condividerli.
    Ma che succede se quei recapiti associati alle foto condivise in canali affollati dalla parte meno difendibile dell’umanità finiscono nelle mani sbagliate?
    Il rischio è che per vendere un maglione, ci si ritrovi un malintenzionato prima nello smartphone e, poi, magari, alla porta.
    Cosa fare?
    Non usare più l’app.
    Direi di no, significherebbe darla vinta alla parte peggiore dell’umanità e lasciarsi comprimere nella propria libertà, persino di vendere un vestito usato online.
    Davvero troppo.
    Ma usarla in modo più consapevole, decisamente si.
    Tanto per cominciare, chiedersi se valga la pena di pubblicare una propria foto con indosso il capo da vendere o se la vendita non può esser promossa con la stessa efficacia fotografando solo il capo di abbigliamento o, magari, il capo indossato da una modella su un catalogo già pubblicato online.
    Se poi si decide che il modo migliore per venderlo è proprio mostrare agli utenti dell’app come ci sta addosso, allora, probabilmente, utile far la foto (o modificarla dopo averla fatta), in maniera tale che il volto non si veda e che con il volto non si vedano neppure altri dettagli che ci possono rendere riconoscibili o che possono rendere riconoscibile il luogo in cui viviamo o lavoriamo.
    Poi c’è la questione dei recapiti: l’app consente di essere raggiunti semplicemente attraverso i propri canali condividendo informazioni minime essenziali, pseudonimo o solo nome di battesimo incluso.
    Sembra la scelta migliore.
    Evitare di condividere più informazioni personali del necessario con chi potrebbe presentarsi a noi come interessato semplicemente a comprare un paio di scarpe ma, in effetti, avere intenzioni completamente diverse, intenzioni sollecitate dal riutilizzo perverso delle nostre immagini su Telegram e non solo.
    Basta una ricerca online, infatti, per verificare che alcuni gruppi Telegram sono effettivamente stati chiusi ma che, a prescindere dal fatto che altri sono stati immediatamente aperti, la stessa pratica è diffusa in decine di altri forum di condivisione di materiale a sfondo sessuale.
    Senza dire, per non rendere troppo amaro il caffe di questa mattina, che con la diffusione dell’intelligenza artificiale generativa che avanza, ci vogliono pochi minuti e una foto innocente pubblicata online per vendere il costume di due estati fa che ci ha annoiato, diventa la materia prima per trasformare una persona in una porno-attrice a sua insaputa.
    Buona giornata perché con un pizzico di consapevolezza può certamente esserlo e, naturalmente, good morning privacy!
    6 min
  • Gli affari di cuore, un tempo i più segreti non lo sono più
    È già capitato e, purtroppo, è probabile che capiterà ancora.
    Uno si iscrive a un’app di dating con la speranza che la circostanza rimanga segreta o, almeno, riservata.
    Ma, poi, succede che i suoi dati finiscono online a portata di click o di tap di chiunque.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Oggi ci dividiamo a metà, subito, prima di prendere il caffè.
    Da una parte quelli che non hanno mai usato Raw, scritto R-A-W, una delle app di incontri sbarcata più di recente nel firmamento delle novelle agenzie digitali per cuori solitari.
    Dall’altra chi l’ha già usata.
    Questi ultimi, oggi, possono fare a meno del caffè perché a svegliarli potrebbe bastare la notizia che i loro dati, tanti, sino a arrivare alla loro posizione geografica mentre usano l’applicazione, misurata con una buona approssimazione e il loro orientamento sessuale, sono o potrebbero essere online.
    E non è detto che la cosa faccia loro un grande piacere.
    Gli altri possono mettersi comodi e ascoltare i prossimi due minuti con un briciolo di relax in più.
    Ma solo un briciolo, perché quello che è accaduto potrebbe accadere ancora e, magari, la prossima potrebbe accadere in relazione a un’app di incontri che usano o hanno usato anche loro.
    La notizia della fragilità, per dirla con il garbo che serve al mattino, di Raw è stato portato alla luce nel giorni scorsi da Tech Crunch, popolare testata tecnologica che si è resa conto, semplicemente testando l’applicazione, che l’anagrafica degli utenti era progettata in barba alle più elementari regole do cybersecurity di modo che fosse sufficiente cambiare numeri a caso nella URL per accedere a pagine piene zeppe di dati di centinaia di migliaia, forse milioni, di utenti, cuori solitari o sedicenti tali.
    La società che gestisce l’applicazione, informata dell’accaduto, ci ha messo una toppa ed è corsa a informare le competenti autorità garanti per la privacy dell’accaduto pur avendo, per ora, deciso di non scrivere agli utenti i cui dati potrebbero esser finiti nelle mani sbagliate.
    Ma il punto non è l’episodio in sé, sfortunatamente l’ultimo, solo sin qui, di una lunga serie.
    Il punto è RAW sta per lanciare un anello indossabile che consentirebbe – a leggere la presentazione del progetto – di monitorare una serie di dati medici e emotivi delle aspiranti anime gemelle che usano la sua applicazione allo scopo di rilevare – e raccontare agli interlocutori – eventuali aritmie cardiache sintomatiche di questa o quella emozione o, magari, se chi è dall’atra parte dello smartphone sta mentendo o dicendo la verità.
    Insomma, affari di cuore a parte, sempre più dati e dati sempre più preziosi in transito per l’applicazione.
    Sin troppo facile il passaggio successivo nel ragionamento.
    Se, distratti dal business o da altre priorità, in questo genere di app si lasciano così tanto indietro le questioni di privacy e cybersicurezza, che succederà domani quando il valore del tesoretto di dati personali custodito dai loro fornitori sarà enormemente maggiore e enormemente maggiori saranno i tentativi di aggressione?
    È una domanda da porsi anche perché tra intelligenza artificiale, neuroscienze e neurotecnologie la strada ormai intrapresa dalle più grandi app di incontri al mondo è segnata: consentire ai loro utenti la condivisione di sempre più informazioni personali e, soprattutto di informazioni sempre più preziose.
    Sono, ad esempio, decine le app del genere che già chiedono ai loro utenti di sottoporsi a un test che, naturalmente, implica la fornitura di una quantità enorme di informazioni personali, per consentire ai loro algoritmi di suggerire anime gemelle e altri utenti con i quali passare qualche piacevole serata!
    Guai a voler portare sul banco degli imputati tutti i cupido digitali del mondo, naturalmente, ma, al tempo stesso, vale la pena mettere sul chi va là le centinaia di milioni di cuori solitari che frequentano queste novelle agenzie di appuntamenti più o meno facili.
    Buona giornata, almeno se non siete tra gli utenti di Raw e, in ogni caso, good morning privacy
    5 min
  • Chatbot: più ladri di tempo o saggi compagni di strada?
    Kevin Systrom è uno dei co-fondatori di Instagram.
    Non è un luddista, non è un nemico del progresso, non è un retrogrado.
    Eppure qualche giorno fa ha raccontato una storia che non getta esattamente la luce migliore sulle cose dell’intelligenza artificiale, a cominciare dall’universo dei chatbot.
    Difficile resistere alla tentazione di parlarne.
    Ma prima la sigla.

    [SIGLA]

    La questione sollevata da Systrom è tanto semplice quanto importante e la dice lunga su quanto i chatbot condizionano oggi e condizioneranno sempre di più le nostre vite non necessariamente nella più auspicabile delle direzioni.
    Le fabbriche di chatbot e, naturalmente, il mercato, potrebbero scegliere di sviluppare e rendere disponibili chatbot capaci di soddisfare e esaudire sempre più efficacemente e più rapidamente ogni richiesta degli utenti.
    Ma pare stiano facendo o, addirittura, abbiano fatto una scelta diversa: intrattenerci il più a lungo possibile, per centrare una serie di obiettivi di rilievo sul mercato: più tempo, più dati, più interazioni con gli utenti, infatti, significa maggiore valore agli occhi degli investitori e dell’universo della pubblicità.
    E pazienza se, in effetti, l’interesse degli utenti sarebbe un altro.
    Pazienza se, ciascuno di noi, da utente, preferirebbe che a una nostra domanda a un chatbot, quest’ultimo rispondesse direttamente con la migliore delle risposte possibili e non con un’altra domanda come, invece, sempre più spesso – è quello che sostiene Systrom – avviene.
    E, appunto, non avviene per caso.
    Ecco, il punto è questo e questo è il cuore del j’accuse che il co-fondatore di Instagram ha appena reso pubblica: c’è una divergenza di interessi tra industria e utilizzatori di chatbot, una divergenza che sta viziando la relazione tra uomini e macchine e la sta portando in una direzione diversa da quella che sarebbe auspicabile, etica, migliore.
    “Sta accadendo – ha detto Sistrom – esattamente quello che è accaduto con i social network.
    I chatbot sono progettati innanzitutto per creare engagement con gli utenti, creare dipendenza, catturare la loro attenzione e il loro tempo.
    E questi obiettivi hanno la meglio sulla loro utilità.
    Più ladri di tempo che fornitori di risposte utili, insomma.
    E non è un giudizio di un luddista o di un’associazione di bacchettoni e, neppure, di un eticista o di un regolatore europeo.
    Ma è la posizione di chi ha fondato uno dei social network di maggior successo di tutti i tempi.
    Insomma sembra proprio – se mi perdonate per l’inserto autopromozionale in un episodio che non vuole esserlo – che i chatbot, come sostengo nel mio ultimo libro, “Diario di un chatbot sentimentale”, meriterebbero più attenzione di quella che stiamo dedicando loro.
    Mi fermo qui, altrimenti finisce che faccio come i chatbot: più parole inutili che utili!
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Dimmi come ti senti e ti dirò cosa guardare in TV
    Netflix mi sento un po’ giù, mi consigli una serie che possa essermi di conforto? Ormai lo sappiamo che la fantascienza non esiste più e, quindi, dobbiamo prepararci a domande come questa. La più popolare tra le piattaforme di streaming online, d’altra parte, ci sta pensando e seriamente.

    Non accadrà domani almeno in Italia ma prima o poi accadrà.
    Poter chiedere a Netflix – e verosimilmente non solo a Netflix – di suggerirci cosa guardare, tra l’altro, sulla base del nostro stato d’animo.
    Netflix, in collaborazione con OpenAI, ha, infatti, appena lanciato una funzionalità che va in questa direzione in Australia e Nuova Zelanda.
    Per ora è solo un esperimento.
    Una funzionalità in più per i soli utenti che la chiedono.
    Ma, naturalmente, se l’esperimento avesse successo, l’intenzione è renderla parte integrante della piattaforma, in America prima e, poi, chissà, probabilmente, anche in Europa.
    Netflix, d’altra parte, ha costruito il suo successo proprio sulla capacità di intercettare e orientare i gusti degli utenti e di esser capace di suggerire a questi ultimi i contenuti giusti per loro.
    Una questione di algoritmi, quindi, sin dal principio.
    Niente di più naturale che continuare a sperimentare nella stessa direzione e cercare soluzioni sempre più efficaci per tenere gli utenti inchiodati allo schermo il più a lungo possibile.
    Poi, naturalmente, toccherà agli utenti scegliere se condividere o meno con Netflix – e, per quel che si capisce, con OpenAI – anche il proprio stato d’animo, le proprie emozioni, i propri momenti si e quelli no.
    Certo, per questa via, il confine tra il pubblico e il privato e, anzi, l’intimo diventerà sempre più sottile e, anzi, potrebbe presto sgretolarsi.
    Ma così sembra andare il mondo.
    E, certo, una volta che Netflix e i suoi partner conosceranno lo stato d’animo di centinaia di milioni di persone è difficile pensare che le emozioni non finiranno con il diventare protagoniste anche delle dinamiche di marketing.
    Ma anche questo è qualcosa che, che ci piaccia oppure no, sta già accadendo.
    Guai a sbarrare la strada a certi esperimenti in maniera pregiudiziale.
    Ma, al tempo stesso, guai a non fare possibile e impossibile perché le persone capiscano, sappiano, comprendano quale è il prezzo della comodità, dell’efficacia e dell’usabilità di certi servizi.
    Per ora, però, Australia e Nuova Zelanda dove la nuova funzionalità sta per essere sperimentata sono lontane e, quindi, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    3 min
  • I dati genetici in pasto all’AI. È una buona idea?
    23andme era una società che vendeva test genetici per pochi dollari. Ora è fallita e molti utenti stanno scaricando i propri dati genetici processati dalla società e li stanno caricando su ChatGPT e altri servizi analoghi, ponendo poi le domande più diverse. Ma è una buona idea?

    Immaginare qualcosa di più personale del nostro patrimonio genetico è impossibile.
    Niente racconta di più su di noi.
    E non solo su di noi ma anche sulla nostra famiglia.

    Logica e buon senso, quindi, suggerirebbero di gestire almeno i nostri dati genetici con la massima cautela possibile.

    Ma il condizionale e, sfortunatamente, d’obbligo.
    Non è infatti quello che sta accadendo.
    Curiosità – in alcuni casi davvero sciocche, in altri meno -, facilità, poca consapevolezza delle possibili conseguenze e pigrizia celebrale, infatti, stanno portando milioni di utenti a scaricare i loro dati da 23andme per darli in pasto agli algoritmi di ChatGPT e dei suoi tanti emuli.

    Mi ricostruisci il mio albero genealogico?
    Mi trovi tutti i miei parenti?
    Se dovessi avere un figlio sarà biondo?
    Quanto a lungo vivrò?

    Sono alcune delle domande che gli utenti stanno ponendo ai modelli di AI.

    Insieme, naturalmente, a centinaia di migliaia di altre domande.

    Personale, anzi, personalissima la scelta di porre certe domande sul presente e sul futuro proprio e dei propri cari.

    E troppo complicato provare a rispondere alla domanda relativa all’opportunità di farlo sapendo che non c’è ragione per dirsi certi dell’attendibilità della risposta e, anzi, che è certo che in alcuni casi, la risposta non lo sarà.

    Ma c’è un’altra questione che, invece, merita di essere considerata e sulla quale, forse, vale la pena richiamare l’attenzione.

    Quanto ne sappiamo della sorte dei dati genetici che stiamo affidando agli algoritmi o, meglio, ai fornitori di servizi?

    Che ci faranno con questi dati?
    Li useranno sempre e solo per rispondere e li cancelleranno sempre un istante dopo aver risposto?
    Impossibile dirlo.

    E, spesso, gli utenti non lo sanno, non se lo stanno neppure chiedendo, non stanno neppure leggendo le informative sulla privacy che, pure, in molti casi, probabilmente, lo spiegano e men che meno stanno chiedendo ai fornitori di servizi di non usare i dati in questione per l’addestramento dei loro algoritmi.

    Insomma c’è il rischio – ma sto usando un eufemismo perché in effetti c’è la certezza – che in molti casi il prezzo che si paga per togliersi certe curiosità, consegnando a un fornitore di servizi privati il nostro patrimonio genetico è quello di perderne definitivamente il controllo.
    E quando finisce così è pressochè impossibile dire oggi cosa potrebbe andare storto domani.
    Tutto o nulla.

    Non lo sappiamo e non c’è modo di saperlo perché le variabili sono infinite.

    A me, tutto considerato, tirare giù i nostri dati genetici da una società che è appena fallita e che, peraltro, aveva subito poco tempo fa un furto colossale e, anziché distruggerli o metterli in una cassaforte digitale, consegnarli, un istante dopo a un’altra società, non mi pare una grandissima idea.

    Mi pare, diciamo così, un azzardo.

    Ma, naturalmente, a ciascuno fare la propria scelta a condizione che, almeno, sia una scelta consapevole.

    E, però, vale la pena considerare che quei dati possono raccontare tantissimo non solo di noi ma anche dei nostri figli e parenti e che, quindi, in qualche modo, quando scegliamo, scegliamo anche per loro.

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • La giustizia predittiva sbarca in Gran Bretagna?
    Ci sono cattive idee e poi ce ne sono di pessime. Quella del Governo inglese, sembra decisamente rientrare nella seconda categoria: un sistema per identificare le persone più probabilmente destinate a commettere reati violenti.

    Dare in pasto a degli algoritmi i dati di centinaia di migliaia di persone, tra criminali, vittime di reati e testimoni.

    Insomma, buona parte dei dati personali e personalissimi – inclusi quelli relativi a ogni genere di patologia – in possesso del sistema giudiziario inglese e chiedere, si fa per dire, a un algoritmo di identificare chi, più probabilmente, commetterà un reato violento.

    Questo almeno secondo Statewatch l’organizzazione non-profit che ha portato alla luce un progetto al quale sta lavorando il Governo di Sua Maestà, Re Carlo.

    L’amministrazione della giustizia britannica nega, almeno in parte e sostiene che saranno usati solo dati di persone condannate almeno una volta.

    Quale che sia la verità sui dati effettivamente utilizzati la questione rimane: stiamo parlando di giustizia predittiva in pieno stile Minority Report anche se non è ancora chiaro cosa accadrà delle persone che l’algoritmo suggerirà essere più pericolose.

    L’obiettivo dichiarato, però, è il solito: rendere più sicura la Gran Bretagna.

    Obiettivo, come sempre, nobile.

    Il punto sono, anche in questo caso, i mezzi individuati per raggiungerlo.

    Le preoccupazioni dei ricercatori di Statewatch sono quelle che, sfortunatamente, si sentono rimbalzare ormai da anni, ciclicamente, da una parte e dall’altra del globo: gli algoritmi discriminano, i risultati non sono attendibili, le persone non dovrebbero essere giudicate sulla base della semplice propensione, algoritmicamente calcolata, a delinquere ma per quello che fanno, non per l’appartenenza a una categoria ma per quello che sono.

    E sono preoccupazioni difficili da non condividere.

    Ma prima ancora, il punto è: in assenza di qualsivoglia legge, procedimento, regola o policy che accadrà delle persone bollate come pericolose?

    Diventeranno sorvegliate speciali anche se sono non hanno mai commesso alcun crimime o, comunque, hanno scontato il loro debito con la giustizia?

    Saranno le prime alle quali si correrà a imputare ogni crimine?

    Non funziona, non convince, spaventa.
    È una deriva algo-giustizialista che non dovrebbe trovar posto nelle nostre democrazie.
    Troppo lungo però il discorso, troppo complicato per affrontarlo in maniera esaustiva.
    Meglio accontentarsi di usare la notizia come scusa per suggerire a tutti di esser vigili, tener gli occhi aperti, non abituarsi mai a ciò che non è naturale e non deve diventarlo.

    Buona giornata e good morning privacy naturalmente!
    4 min
  • Basta rubare i nostri contenuti!
    "Rubare è antiamericano. Dite a Washington di far pagare alle Big Tech i contenuti che rubano" È il claim di una massiccia campagna degli editori americani contro le fabbriche di algoritmi. Ed è anche l’argomento del caffè di questa mattina.

    La risposta di centinaia di editori americani alle richieste indirizzate alla Casa Bianca dalle big tech, Google e OpenAI in testa non si è fatta attendere.

    Queste ultime, nei giorni scorsi, nel rispondere alla consultazione pubblica lanciata dall’amministrazione del Presidente Trump a proposito delle nuove regole da dettare in materia di intelligenza artificiale avevano chiesto di rivedere al ribasso la disciplina sul diritto d’autore, lasciandole libere di dragare ogni genere di contenuto pubblicato online per addestrare i propri algoritmi.
    In difetto, era stata la neppure tanto velata minaccia di OpenAI al Governo americano, l’America è destinata alla sconfitta nella corsa all’intelligenza artificiale contro la Cina.
    Troppo per centinaia di editori, New York Times, Washington Post , Guardian in testa che da anni si sentono depredati dei propri contenuti proprio dalle fabbriche di algoritmi che non solo li hanno utilizzati, sin dal principio, per addestrare i propri algoritmi e diventare i giganti che sono diventati nell’universo dell’intelligenza artificiale generativa ma, ora, utilizzano, persino, la potenza produttiva così conquistata per fare loro concorrenza a valle, offrendo e facendo offrire da terzi ai lettori servizi e contenuti spesso sostitutivi di quelli che continuano a rappresentare il core business delle loro aziende editoriali.
    Da qui la decisione: lanciare una massiccia campagna media coordinata per raccontare all’opinione pubblica come stanno le cose, cosa sta accadendo, cosa la Casa Bianca non dovrebbe lasciare che accada.
    In una parola: basta legittimare furti in nome del progresso e dell’innovazione o, forse, meglio, in nome di quello che si presenta come progresso e innovazione.
    Se le fabbriche di algoritmi hanno bisogno dei loro contenuti che chiedano loro una licenza e si impegnino a pagare il relativo prezzo.
    Troppo presto per dire come andrà a finire e chi avrà la meglio anche perché, campagna media a parte, l’ultima parola toccherà ai Giudici ai quali molti editori, a cominciare proprio dal New York Times, si sono rivolti.
    Ma al tempo stesso guai a tralasciare l’ipotesi che potrebbe essere troppo tardi, tenuto conto del fatto che, in un modo o nell’altro, buona parte del patrimonio informativo prodotto negli ultimi decenni dagli editori di giornali americani e non solo è finito, già da anni, nelle pance voraci dei modelli di intelligenza artificiale generativa.
    È, però, la questione c’è e merita tanta tanta attenzione.
    Anche perché in quelle pance, non è finita solo la proprietà intellettuale degli editori ma anche i dati personali di miliardi di persone.
    Buona giornata e naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Tu vota Federica e io ti frego Whatsapp
    La truffa corre via Whatsapp e minaccia di privarci proprio di Whatsapp. Niente di rivoluzionario o mai visto prima ma considerato che è appena successo anche a me e che stavo per caderci, vale la pena di lanciare un avviso ai naviganti.

    “Ciao! Per favore votate per Federica in questo sondaggio, è la figlia di una mia amica, il premio principale è una borsa di studio per l'istruzione gratuita per tutto il prossimo anno, questo è molto importante per lei. Grazie mille!”.
    È questo il testo del messaggio ricevuto nel week end da un amico, una persona serissima e perbene o, meglio, il testo del messaggio apparentemente ricevuto dal mio amico.
    Sotto il messaggio un link e sopra la foto di una ragazzina in tenuta da danza.
    Forte, istintiva, immediata la tentazione, la mia, di cliccare sul link e raccogliere la richiesta del mio amico, cliccando sul link e votando per Federica.
    Mi è sembrato uno sforzo minimo per fare un favore a una persona che stimo.
    Poi mi si deve essere accesa la lampadina della deformazione professionale, quella che invita a pensarci due volte prima di cliccare su qualsia link da chiunque provenga, amici compresi.
    Ho ripetuto troppe volte “non accettare link dagli sconosciuti ma neppure dai conosciuti se l’invio non ti è stato in qualche modo anticipato proprio da qualcuno di cui ti fidi, direttamente”.
    Mi sono fermato, ho preso il testo del messaggio e l’ho incollato nella stringa di ricerca di un motore di ricerca.
    Una frazione di secondo e sono stato travolto dal tam tam di avvisi ai naviganti come questo che metteva in guardia dalla truffa del momento.
    Se avessi cliccato sul link e compilato il form che mi sarebbe stato chiesto di compilare per procedere al voto di Federica, avrei perso, in pochi minuti, il controllo del mio account su Whatsapp che sarebbe finito, con tutti i miei messaggi, nelle mani dei truffatori.
    Un disastro di proporzioni enormi, sul versante della privacy, mia e dei miei interlocutori sull’app di messaggistica.
    E un bel problema – anche se non privo di qualche nota positiva tipo un po’ di disconnessione forzata – sul versante delle mie comunicazioni con il resto del mondo.
    Ma non è accaduto, salvo io e salvi i miei contatti su Whatsapp.
    Da qui la decisione di dedicare l’episodio di oggi a rilanciare l’allarme.
    Magari qualcuno non l’ha ancora ricevuto e sta per ricevere o ha appena ricevuto un messaggio come quello che ho ricevuto io da un suo contatto su Whatsapp.

    Buona giornata – e lo sarà se non cliccate sul link – e, mai come oggi, good morning privacy!
    3 min
  • L’AI non migliorerà le nostre vite. È la sensazione più diffusa in America
    No, non è vero che in America le persone comuni siano tanto ottimiste a proposito dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle loro vite. Ma la percezione è diversa se lo si chiede a chi lavora nel campo dell’intelligenza artificiale. Interessanti i risultati di una ricerca del Pew Research center.
    Ne parliamo subito.

    Solo circa l'11 percento della gente comune afferma di "essere più eccitato che preoccupato per l'aumento dell'uso dell'IA nella vita quotidiana".
    Per la maggioranza delle persone – il 51% degli intervistati – la preoccupazione prevale sull’entusiasmo.
    È appena del 24% la percentuale degli americani – non addetti ai lavori delle cose dell’intelligenza artificiale – che pensa che l’AI produrrà effetti positivi nella propria vita mentre il 50% ritiene che produrrà effetti negativi.
    Probabilmente senza grandi sorprese, tuttavia, queste sensazioni non sono condivise tra gli addetti ai lavori che, invece, sono largamente ottimisti, con una percentuale di appena il 15%, disponibile a confessarsi preoccupata.
    A mettere tutti d’accordo, negli USA, peraltro è la sfiducia verso la capacità del Governo di regolamentare il fenomeno.
    In questo caso esperti e non esperti la vedono allo stesso modo: troppo laissez faire, troppa poca preoccupazione per l’esigenza di proteggere utenti, consumatori, persone e mercati.
    Insomma sarà anche vero che gli Stati Uniti innovano, la Cina copia e l’Europa regolamenta ma tanto non basta a fare degli americani dei tecno-entusiasti e, anzi, sembrerebbe che le preoccupazioni in relazione all’intelligenza artificiale che avanza a passo veloce mentre la regolamentazione la insegue lenta e incerta siano condivise da una parte e dall’altra dell’oceano.
    È uno spaccato interessante quello che emerge dalla ricerca, uno spaccato che suggerisce che, a dispetto di quello che spesso si sente dire dai rappresentanti politico-istituzionali, la distanza tra vecchio e nuovo continente nel guardare alle cose dell’innovazione e, in particolare, dell’intelligenza artificiale è inferiore.
    Non siamo così tanto lontani e non siamo così tanto diversi.
    Almeno se si vuole dare spazio a quello che pensa la gente, le persone comuni.
    E la ricerca suggerisce anche che più negli USA aumenta la consapevolezza delle persone sul fenomeno dell’intelligenza artificiale, più aumentano le preoccupazioni.
    Disinformazione, decisioni discriminatorie e posti di lavoro a rischio sono le ragioni che danno più a pensare circa l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società la popolazione americana, sempre esclusi gli esperti.
    Mentre per il 69% degli esperti l’intelligenza artificiale produrrà benifici economici.
    A vederla così è solo il 21% delle persone comuni.
    Per gli americani, il futuro con l'IA sembra apparentemente cupo, non perché potrebbe significare la fine del mondo, ma perché l'83 percento non pensa che li renderà più produttivi e il 94 percento crede che non li renderà più felici.
    Solo il 13 percento degli americani pensa che arriverà mai al punto in cui si fiderà dell'IA per prendere una decisione.
    Dati che fanno riflettere.
    E che suggeriscono una domanda che, forse, ci si pone meno di quanto si dovrebbe quando si parla di regolare l’intelligenza artificiale o, meglio, il suo impatto sulla società.
    Ma la gente, la popolazione globale, le persone, gli utenti e i consumatori cosa vogliono, cosa si aspettano, come vorrebbero il fenomeno fosse governato?
    Conta qualcosa?
    O è giusto lasciare decidere tutto a mercati, industria e politica con la “p” minuscola?
    Una buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Da Good morning a Good bye privacy ;-)
    Il rischio sembra concreto: smantellare le regole sulla privacy con la solita scusa della semplificazione e della competitività.
    Un altro caffè amaro oggi.

    La questione è seria e equivoci e ambiguità vanno evitati come la peste.
    In una società che va di corsa come quella in cui viviamo non c’è più posto per leggi monolitiche e intoccabili a prescindere da quanto siano importanti.
    Non mi iscriverò, quindi, al partito di chi ritiene che il GDPR, la disciplina europea sulla protezione dei dati personali, la creatura regolamentare di Bruxelles più famosa di tutti i tempi non può e non deve essere modificata.
    Sono regole giovani e, anzi, giovanissime, specie in un Paese come l’Italia nel quale settori a alto tasso di innovazione come quello creativo sono ancora ampiamente governati da leggi come quella sul diritto d’autore ultra-ottantenni ma sono pur sempre regole che stanno soffrendo la sfida del tempo del quale, inesorabilmente, portano il segno.

    Nessuna resistenza pregiudiziale, quindi, all’idea di una revisione anche delle regole del GDPR, revisione, peraltro, espressamente prevista dalla stessa disciplina vigente.

    E, però, bisogna intendersi e intendersi subito sugli obiettivi e i limiti dell’intervento di modifica.
    Se si vuole semplificare l’applicazione delle regole va benissimo.

    Se si vuole creare un binario veloce per le piccole e medie imprese ancora meglio.
    Se si vogliono rafforzare gli strumenti di cooperazione e coordinamento tra Autorità di protezione dei dati personali europee e, magari, anche extra-europee non si può che convenire.
    Se si vuole – come avrebbe dovuto forse essere fatto nel porre mano all’AI Act – discutere dell’annosa questione del trattamento dei dati personali per l’addestramento degli algoritmi bene ancora una volta.

    Ma se si vuole cogliere l’occasione per una sforbiciata sui diritti e sulle libertà fondamentali, se vuole cogliere l’occasione per accogliere le tante istanze interne e transoceaniche che chiedono di rivedere al ribasso il rigore del GDPR per dare più spazio al mercato e all’industria dei dati e sui dati, allora davvero credo sarebbe un errore.

    L’Europa si incamminerebbe lungo un pericoloso sentiero di riscrittura del proprio patrimonio genetico, svenderebbe e immolerebbe porzioni importanti della sua identità su un altare di almeno dubbia autorevolezza.

    Ci rimetteremmo tutti nel breve-medio periodo.
    E ci rimetterebbero – e in fretta – le nostre democrazie.

    Pochi principi, diritti e libertà come quelli contenuti nel GDPR sono tanto centrali e importanti nell’orientare il progresso tecnologico, i mercati e l’industria nella direzione dell’incremento del benessere collettivo.
    Ma il problema è che in tanti, anche autorevolmente, con poca competenza ma tanta prosopopea, negli ultimi anni, hanno puntato l’indice contro la regolamentazione considerandola responsabile di frenare l’innovazione.

    Anziché dire quello che andava detto: dobbiamo rivedere il modo in cui scriviamo e applichiamo le regole per esser certi che si arrivi in tempo rispetto a un’innovazione che corre sempre di più.

    Ma questa è tutta un’altra storia.

    Ora il problema è che mentre il partito del “cancelliamo la privacy”, a Bruxelles, conta decine di migliaia di adepti e risorse più o meno infinite, quello del “salviamo il soldato GDPR”, non arriva, probabilmente, neppure al quorum di sopravvivenza.

    E allora il rischio è alto e in agguato.
    Se tenete alla privacy e alla democrazia, aggiungete tanto zucchero al caffe di questa mattina perché, onestamente, è amaro.

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy, sperando di non dover mai dire good bye privacy.
    5 min

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…