Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • USA: La Corte Suprema legittima la legge texana sull’age verification per il porno
    L’anno scorso PornHub, una delle più popolari piattaforme online di contenuti pornografici ha chiuso i battenti in Texas.

    Il motivo? Una legge che impone agli utenti di quel genere di piattaforme di dimostrare di essere maggiorenni prima di entrare.

    In tanti hanno, immediatamente, dubitato della legittimità della legge considerandola incompatibile con il primo emendamento, quello sulla libertà di parola.

    Qualcuno ha fatto di più e ha chiesto e ottenuto che la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America si pronunciasse sulla legge.

    La sigla e vi racconto come è appena andata a finire.


    È finita, per dirla calcisticamente in numeri, sei a tre a favore della legittimità della legge texana e, dunque, dell’obbligo dei gestori delle piattaforme tipo PornHub di verificare l’età dei propri utenti prima di lasciarli entrare.
    Nessun onere incompatibile con il primo emendamento secondo la maggioranza dei giudici della Corte.
    L’esigenza di proteggere i minori dall’accesso a contenuti inequivocabilmente inadeguati alla loro età giustifica una compressione della libertà di accesso ai contenuti in questione, compressione consistente, secondo la legge del Texas, nell’esigenza di sottoporsi a una verifica dell’età a mezzo documento di identità.
    Per i Giudici si tratta di una scelta bilanciata e proporzionata allo scopo perseguito, uno scopo che non conta di meno del primo emendamento e che non hanno considerato raggiungibile con soluzioni diverse.
    Tutte respinte al mittente le eccezioni sollevate dalla coalizione che aveva trascinato la legge texana davanti ai Giudici.
    “La legge 1181 – scrivono i Giudici della Corte Suprema - promuove l'importante interesse del Texas nel proteggere i minori dai contenuti sessuali ed è adeguatamente adattato a tale interesse.”
    Poi aggiungono “Gli Stati utilizzano da tempo i requisiti di verifica dell'età per conciliare il loro interesse a proteggere i minori da materiale sessuale con il diritto degli adulti di avvalersi di tale materiale. La legge 1181 adatta semplicemente questo approccio tradizionale all'era digitale. Anche i metodi di verifica specifici consentiti dalla Legge 1181 – dati identificativi rilasciati dal governo e dati transazionali – sono chiaramente legittimi. Entrambi sono metodi consolidati di verifica dell'età, già utilizzati da molti siti web pornografici e altri settori con servizi soggetti a restrizioni di età.”
    Non tutti sono d’accordo naturalmente.

    L'Electronic Frontier Foundation ha definito la decisione della Corte Suprema "un duro colpo al diritto alla libertà di parola degli adulti".
    Aaron Mackey, responsabile del contenzioso, ha affermato che la "sentenza consente agli stati di emanare norme onerose sulla verifica dell'età che impediranno agli adulti di accedere a libertà di parola, limiteranno la loro capacità di mantenere l'anonimato e metteranno a repentaglio la sicurezza dei loro dati e la loro privacy".
    E della stessa opinione, in una dissenting opinion, si è dichiarata la Giudice Kagan "Si tratta di consegnare informazioni su di te e sulle tue abitudini di visione al gestore di un sito web, e poi... chissà? Il gestore potrebbe vendere le informazioni; potrebbe essere hackerato o citato in giudizio".
    Sul versante delle cose della privacy difficile darle torto.
    Su quello dell’incompatibilità con la libertà di parola, però, la tesi della maggioranza dei suoi colleghi sembra più solida e meno pretestuosa.
    Il punto, comunque, è che nel 2025, in una stagione della vita del mondo nella quale il tecnologicamente impossibile non esiste più, esistono decine di soluzioni tecnologiche capaci di proteggere efficacemente i bambini attraverso l’age verification senza compromettere la privacy né loro, né degli utenti maggiorenni.
    Mai come in questo caso: volere e potere e ogni alibi a imboccare la strada dell’effettiva tutela del best interest del bambino andrebbe semplicemente sgretolato e travolto con la forza della ragione, del buon senso e del comune senso di umanità che suggerisce non si possa immolare il benessere dei più piccoli sull’altare del business come, al contrario, si sta facendo da anni.
    Ma il discorso sarebbe lungo.
    Buona giornata e good morning privacy!
    5 min
  • La dura vita dei ladri di Iphone
    La settimana scorsa, mentre il centro di Los Angeles era paralizzato e messo a ferro e fuoco dai manifestanti che protestavano contro le nuove leggi federali sull’immigrazione, come talvolta accade in questi casi, qualcuno ne ha approfittato per sfondare, tra le altre, le vetrine dell’Apple Store e saccheggiarlo.
    La sigla e vi racconto cosa è successo.

    La scena è di quelle che meritano di essere immaginate.
    Un facinoroso che entra a volto coperto in un Apple store dopo aver sfondato una vetrina e fa razzia di quanti più smartphone può tra quelli in bella mostra sui lunghi tavoli in legno.
    L’idea è semplice, quasi banale.
    Approfittare della manifestazione, svaligiare lo store e rivendere, a peso d’oro, gli Iphone.
    E però appena fuori dal negozio, al malcapitato – e, anzi, ai malcapitati – accade che gli iphone rubati iniziano a suonare, la torcia lampeggia, e sugli schermi compare un messaggio: "Si prega di restituire all'Apple Tower Theatre. Questo dispositivo è stato disabilitato e viene monitorato. Le autorità locali saranno allertate".
    Immaginatevi la faccia di chi si era sentito furbo, forse geniale e aveva già pregustato il frutto di un bottino a diversi zeri.
    Niente da fare.
    Tempo perso, fatica sprecata e, soprattutto, la polizia alle calcagne.
    Tutto merito dell’antifurto, questo si geniale, di casa Apple che non appena registra che l’iphone da esposizione viene disconnesso dal WiFi del negozio e portato all’esterno, lo blocca e fa scattare l’allarme e il tracciamento.
    A quel punto per il ladro è finita.
    Si ritrova occhi e orecchie di chiunque gli stia vicino addosso.
    Può scegliere se abbandonare la refurtiva o finire, con certezza quasi matematica, in manetta come accaduto a Los Angeles a tre dei furbetti degli smartphone che devono aver pensato che prima o poi gli iphone avrebbero smesso di suonare e lampeggiare e, soprattutto, che non fosse vero che il servizio di geolocalizzazione della Apple fosse entrato in funzione e stesse consentendo alla polizia di attenderli al varco.
    Tecnologia, insomma, che difende la tecnologia e, soprattutto, il legittimo proprietario della tecnologia.
    Giusto così.
    Difficile contestare il sacrosanto diritto di Apple di tracciare i ladri di smartphone per consentire alla polizia di assicurarli alla giustizia.
    La privacy, ovviamente, in un caso del genere, si piega alle esigenze della legge.
    Dubito che un aspirante rapinatore di negozi Apple stia ascoltando questo podcast ma, se così fosse, è avvisato: ci sono decisamente obiettivi più facili.
    Senza dire che non rubare affatto potrebbe essere la scelta migliore.
    Buona giornata e good morning privacy.
    3 min
  • AI Overviews di Google: parola d’ordine non accontentarsi del riassunto
    Il 12 giugno un Boing 787-8 dell’Air India diretto a Londra, 30 secondi dopo essere decollato si è schiantato in un’area residenziale causando la morte di almeno 240 persone, tra quelle a bordo e quelle a terra.
    Si è trattato di uno dei più grandi disastri nella storia dell’aviazione.
    Milioni di persone in tutto il mondo, naturalmente, hanno cercato notizia sull’accaduto online attraverso il più popolare di tutti i motori di ricerca.
    La sigla e vi racconto cosa è andato storto, una lezione facile facile da trarne e una riflessione da avviare.

    [SIGLA]

    Da qualche tempo Google, grazie alla propria intelligenza artificiale generativa, offre agli utenti il servizio AI Overviews, proponendo un breve riassunto in cima ai risultati della ricerca.
    Sotto il solito elenco di link.
    Non a tutti, non sempre, non sempre allo stesso modo ma, nel riassumere la notizia del disastro aereo indiano, AI Overviews ha, spesso, suggerito agli utenti del motore di ricerca che l’aereo coinvolto nell’incidente fosse un Airbus anziché un Boing.
    Un errore gravissimo che ha generato un danno reputazionale enorme all’Airbus, la principale concorrente della Boing, completamente estranea al disastro.
    Un’allucinazione, come, ormai, abbiamo imparato a dire della quale – come sempre in questi casi – si ignorano le origini, potendosi solo ipotizzare che sia dovuta alla circostanza che spesso, le due società, che si dividono, quasi da sole, la torta del mercato dell’aviazione civile, vengono menzionate insieme negli stessi contenuti.
    Ma quale che sia la causa, la certezza è che milioni di persone, verosimilmente, leggendo, alla ricerca di informazioni sull’accaduto, solo il riassunto proposto da Google, si sono persuase che protagonista della sciagura aerea sia stato un Airbus e non un Boing.
    Un errore non da poco.
    La lezione facile da trarre dall’episodio è che, almeno per il momento, non ci si può fidare dell’AI Overviews di Google – come, per la verità in generale della veridicità dei contenuti generati artificialmente – e, se si è interessati alla verità, non resta che continuare a cercare e leggere quante più fonti originali possibile, alla vecchia maniera.
    La riflessione da avviare riguarda la natura dell’attività che Google svolge nel proporre i riassunti artificiali agli utenti che lanciano una ricerca.
    Si può, infatti, continuare a parlare di semplice indicizzazione e ricerca?
    Personalmente credo di no.
    Se si genera e pubblica un contenuto, non ha importanza se scritto da un uomo o da una macchina, forse, si dovrebbe esserne considerati editori con tutto ciò che ne comporta sul versante della responsabilità in caso di errori gravi e lesivi dell’altrui reputazione personale o commerciale come nel caso di specie.
    E, probabilmente, l’avvertenza – ormai diffusissima in calce a tutti i contenuti generati artificialmente circa il rischio di errori e allucinazioni – non basta a sottrarre il fornitore del servizio dalle proprie responsabilità.
    Ma come spesso capita nei nostri tre minuti, è questione che non sta nella tazzina del nostro espresso e, quindi, qui mi limito a lanciare il sasso e a aprire la discussione.
    Che ne pensate?
    Frattanto buona giornata e good morning privacy!
    4 min
  • Meta in Tribunale contro le app che spogliano le persone a mezzo intelligenza artificiale
    Si chiama CrushAI e ora dovrà vedersela con Meta in Tribunale dove il gigante, leader global dell’impero social più popolare del mondo l’ha appena trascinata per aver ostinatamente fatto pubblicità ai propri servizi su Facebook e Instagram in aperta violazione dei termini d’uso.
    Ma che vende CrushAI?
    Se siete curiosi dovete avere cinque secondi di pazienza per la sigla.

    [SIGLA]

    L’app in questione mette a disposizione del grande pubblico uno dei più popolari servizi di nudifyAI, difficile da tradurre in italiano.
    Più o meno si dovrebbe dire, un’app di nudificazione o svestizione delle persone a mezzo intelligenza artificiale.
    Più facile raccontare come funziona.
    Chiunque carica attraverso l’app una fotografia di chiunque altro nella quale quest’ultimo o questa ultima siano ritratti con i vestiti addosso e, come per incantamento, l’app genera una foto della stessa persona ma completamente nuda, senza più vestiti in dosso.
    Un istante dopo, naturalmente, la foto generata grazie all’intelligenza artificiale può essere condivisa con il mondo intero dando a pensare – specie in un contesto come quello attuale nel quale certi prodigi tecnologici non sono ancora noti ai più – che il soggetto della foto abbia effettivamente deciso di posare nuda o nudo in versione coniglietto o coniglietta di Playboy.
    Lo dico in maniera leggera ma, naturalmente, la diffusione di un’immagine del genere può letteralmente distruggere la vita di una persona anche perché, come è noto, ci vuole un istante soltanto perché quella foto finisca online, mentre una vita può non bastare per vederla scomparire.
    Ed è anche la ragione per la quale la vicenda dello scontro giudiziario tra Meta e CrushAI merita, forse, questo caffè.
    Non per la storia in sé – è una delle tante battaglie giudiziarie che si consumano quotidianamente davanti ai giudici di tutto il mondo – ma perché i numeri degli annunci pubblicitari che CrushAI ha pubblicato sulle pagine dei social network di Meta – oltre otto mila - la dice lunga da una parte sulla pervicacia con la quale la società, evidentemente, vuole raggiungere il grande pubblico e, dall’altra, anche sul successo dell’applicazione.
    E, d’altra parte, Meta ha riferito di averle tentate proprio tutte per tenere CrushAI e una pletora di altre app analoghe fuori dalle sue piattaforme prima di risolversi a agire in giudizio.
    Ma, sin qui, non ci sarebbe stato niente da fare.
    Ora Meta, oltre a imboccare la strada giudiziaria, ha annunciato l’intenzione di far scendere in campo soluzioni tecnologiche più evolute auspicabilmente capaci di fermare la circolazione delle applicazioni in questione e della relativa pubblicità.
    Ma, frattanto, nelle scuole di mezzo mondo, centinaia di migliaia di adolescenti continuano a spogliare altrettante compagne di scuola nella più parte dei casi non rendendosi conto di quanto male possano fare a queste ultime e di quanta violenza ci sia in un gesto digitale presentato, dai fornitori dell’app, come semplice, divertente e innocuo.
    Siamo sempre al solito punto.
    La questione non è la pericolosità in sé della tecnologia, ma la pericolosità di tecnologie tanto potenti nelle mani di chi – grandi e bambini – non è in grado di apprezzarne la potenza e valutare le conseguenze del suo uso.
    Il meglio, credo, che si possa fare sul fondo di un caffè come questo è ricordare che spogliare una persona senza il suo consenso e diffondere la relativa fotografia significa violentarla e rischiare di distruggerle la vita.
    Niente su cui ridere e niente che dovrebbe far ridere chi riceve una foto del genere.
    Buona giornata anche se, forse, non inizia nel modo migliore e con tanta tanta convinzione good morning privacy!
    4 min
  • Disney e Universal contro l’intelligenza artificiale generativa di Midjourney
    È una guerra animata e animosa quella appena scoppiata tra i signori incontrastati dell’animazione globale e Midjourney, campione planetario dell’intelligenza artificiale generativa per immagini.
    Matite contro algoritmi si potrebbe dire in una sintesi di impatto ma imperfetta perché evidentemente è da tempo che gli algoritmi danno una mano anche all’esercito delle matite.
    La sigla e ne parliamo.

    [sigla]

    L’oggetto del contendere è rappresentato dal fatto che Midjourney, una delle società leader nel mercato dei servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa specializzata nella generazione di immagini avrebbe prima addestrato i propri algoritmi dando loro in pasto l’intera produzione creativa, tra l’altro di Disney e Universal e, quindi, oggi, a richiesta dei suoi milioni di utenti in tutto il mondo, genererebbe ogni genere di immagine con lo stile dei campioni di incassi dell’animazione dai Simpson a Cars, passando per Toy Story e i Minion di Cattivissimo me.
    È semplicemente plagio dicono e scrivono con una sola voce e una sola penna Disney e Universal, semplicemente cannibalismo del lavoro dei nostri creativi e parassitismo rispetto agli investimenti enormi che abbiamo sin qui affrontato per far sprigionare il genio creativo dei nostri disegnatori.
    Secondo le due società, Midjourney, lo scorso anno, avrebbe guadagnato oltre 300 milioni di dollari proprio salendo sulle loro spalle senza chiedere permesso e men che meno pagando un giusto prezzo per vendere ai propri utenti un servizio che in assenza dello sfruttamento non autorizzato del loro patrimonio autorale non avrebbe mai potuto offrire.
    E, sempre stando al suono di una delle due campane, MidJourney, pure ripetutamente richiesta di fermarsi, non lo avrebbe fatto.
    L’altra campana deve ancora suonare anche se è facile immaginarne ritmo e melodia: il riferimento sarà certamente al famoso fair use, la più utilizzata – dai giganti dell’intelligenza artificiale generativa – tra le eccezioni al copyright, un’eccezione che permette talune forme di sfruttamento dell’altrui patrimonio autorale senza bisogno di permessi e men che meno di pagare il prezzo di una licenza.
    Ma è questo il caso?
    Toccherà ora ai giudici dirlo.
    È una battaglia epica, anzi, epocale della quale un mercato ormai divenuto enorme attende l’epilogo.
    E sullo sfondo della questione tutta basata sul diritto d’autore, si iniziano a intravedere i tratti, di una battaglia nella battaglia: ma non sarà che lo stile di un’opera dell’ingegno è anche un dato personale dell’autore dell’opera medesima e che, quindi, chi lo usa, in effetti, tratta anche dati personali altrui con tutto ciò che ne consegue in ordine all’esigenza di rispettare le regole sulla protezione dei dati personali?
    Ce n’è di più di quanto sta nella tazzina di un espresso e, quindi, per ora mi fermo qui.
    Buona giornata e, naturalmente, #goodmorningprivacy!
    4 min
  • In Cina si spegne l’intelligenza artificiale per evitare che gli studenti barino agli esami
    Oltre tredici milioni di studenti cinesi, in questi giorni, sono chiamati a conquistarsi un posto in università superando una selezione nazionale niente affatto facile e per essere sicuro che nessuno chieda l’aiutino da casa o, meglio, un aiutino all’intelligenza artificiale si è dovuto ricorrere a una soluzione un po’ drastica che, però, è decisamente figlia dei tempi.
    Se siete curiosi, continuate a ascoltare dopo la sigla.

    La notizia rimbalza dalle colonne di Bloomberg e sembra decisamente affidabile sebbene, sin qui, sia difficile trovare conferme sui siti istituzionali delle società coinvolte nell’operazione.
    Eccola.
    I giganti dell’intelligenza artificiale cinese di consumo avrebbero reso momentaneamente inutilizzabili alcune funzionalità – quelle in linea di principio più utili ai più furbetti tra gli studenti per superare l’esame – dei loro servizi e applicazioni per scongiurare il rischio che la tentazione avesse la meglio sulle regole, l’educazione e l’onestà dei candidati.
    Niente aiuti artificiali per nessuno insomma.
    E questo sebbene le regole, naturalmente, già vietino agli studenti di partecipare alle selezioni utilizzando dispositivi elettronici di ogni genere.
    Ma fidarsi è bene e non fidarsi è meglio suggerisce un vecchio proverbio.
    Impossibile, per ora, capire chi abbia dato l’ordine, se, come appare probabile, un ordine in tal senso è stato impartito.
    La storia, tuttavia, la dice lunga su dove siamo arrivati se bisogna spegnere l’intelligenza artificiale per mettere tredici milioni di studenti sulla stessa linea di partenza evitando che qualcuno parta prima degli altri o, semplicemente, arrivi prima facendosi dare una spintarella artificiale.
    Anche perché, naturalmente, quello che si può fare – almeno in Cina perché non sono così convinto che l’esperimento avrebbe successo anche altrove – per qualche giorno, durante una selezione nazionale particolarmente importante, naturalmente, non si può fare per tutto l’anno.
    E allora?
    Durante il resto dell’anno che succede? Che ci sono studenti che usano l’AI e corrono più degli altri? E studenti a parte che succede sul lavoro, negli affari, nella vita privata, ovunque insomma l’intelligenza artificiale possa essere d’aiuto?
    Una risposta possibile e piuttosto semplice suggerisce che potremmo farci aiutare tutti dall’AI, che questo è il bello del progresso e anche la ragione per la quale, invece di perder tempo a provare a regolamentare l’impatto del fenomeno sulla società, dovremmo preoccuparci di abbassare la pressione regolamentare e far correre sviluppo e diffusione dell’AI il più possibile.
    Ma ho il sospetto che sarebbe una risposta troppo semplice.
    Un paio di ragioni tra le tante, riflettendo alle quali prendere il caffe di questa mattina.
    La prima.
    Pensiamo a un Paese come il nostro, con oltre la metà della popolazione priva di un livello di alfabetizzazione digitale di base e, quindi, impossibilitata a usare l’intelligenza artificiale o, almeno, impossibilitata a farlo in maniera consapevole.
    Se prendessimo per buona la risposta qui sopra, la condanneremmo a rimanere sistematicamente un passo indietro rispetto all’altra metà – o poco meno – della popolazione che, invece, quelle competenze digitali le ha.
    Senza dire che già oggi – e sarà sempre più vero domani – usare i servizi di intelligenza artificiale più performanti ha un costo che non tutti possono permettersi.
    Ma ce n’è anche una seconda.
    Se l’AI diventa la scorciatoia per tutti per far meglio e far prima e in un intervallo di tempo straordinariamente breve l’intera società o la più parte di essa ne diventa dipendente, disimparando a farne a meno, poi non finiamo con l’essere un po’ tutti, un po’ troppo ostaggio o, almeno, dipendenti, da un po’ troppo poche – forse pochissime – grandi fabbriche di algoritmi?
    La dipendenza tecnologica di alcune nazioni intere da altre, già oggi, rappresenta un problema enorme che si traduce, tra l’altro, in una compressione importante di libertà e in un’asimmetria non sempre sostenibile nelle cose della geopolitica.
    Insomma, la vicenda cinese, forse, potrebbe suggerirci qualcosa che va al di là della preoccupazione di evitare che qualche milione di studenti faccia il furbetto agli esami e riguardare qualche miliardo di persone.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min
  • L’intelligenza artificiale può costare cara all’avvocato
    La tentazione dell’intelligenza artificiale che ci semplifica la vita e ci rende più facile il lavoro è forte, talvolta irresistibile, anche per gli avvocati che, ormai da qualche anno, in tutto il mondo, ne sono grandi utilizzatori.
    E questo riguarda, in particolare, l’intelligenza artificiale generativa.
    Ma che succede se una di queste intelligenze artificiali propone a un avvocato una memoria piena zeppa di riferimenti sbagliati e l’avvocato la deposita in Tribunale prendendola per buona?
    L’errore, secondo un Giudice inglese, rischia di costare caro all’Avvocato.
    Sicuramente più a lui che all’intelligenza artificiale.
    La sigla e ne parliamo.


    [SIGLA]

    Due casi quelli appena decisi da un Giudice dell’Alta Corte dell’Inghilterra e del Galles, due vicende analoghe in cui due avvocati nel predisporre gli atti da depositare in Tribunale a sostegno delle ragioni dei loro clienti per far prima e, magari, anche pensando di far meglio hanno chiesto un aiutino a ChatGPT e altre intelligenze artificiali generative che, ovviamente, non glielo hanno negato.
    Peccato solo che gli aiutini si siano rivelati pieni zeppi di riferimenti giurisprudenziali sbagliati perché semplicemente inesistenti o inconferenti rispetto alla questione sul banco del Giudice.
    E, soprattutto, peccato che gli avvocati, ricevuti gli aiutini, non ne abbiano verificato l’affidabilità e abbiano, invece, depositato gli atti in Tribunale prendendo per buone le indicazioni dell’intelligenza artificiale.
    Perché poi è accaduto che gli avvocati di controparte e il Giudice, invece, abbiano fatto qualche verifica in più e si siano avveduti dell’errore, duplice, quello dell’AI e quello dei due avvocati.
    Il Giudice, nella Sentenza con la quale ha affrontato entrambe le due vicende, scrive dritto per dritto che va bene utilizzare l’intelligenza artificiale anche in Tribunale ma a condizione che gli avvocati non dimentichino mai che questi strumenti "non sono in grado di condurre ricerche legali affidabili" e “possono produrre risposte apparentemente coerenti e plausibili alle richieste, ma del tutto errate".
    "Le risposte potrebbero contenere affermazioni convincenti che sono semplicemente false", insomma.
    Il Giudice del caso in questione non ha voluto affondare la penna nella piaga dei due avvocati che devono già essersi ritrovati a fare una figura poco onorevole davanti ai colleghi, allo stesso Giudice e, soprattutto, ai loro clienti che avranno pagato fior di parcella per scoprire poi che l’atto lo aveva scritto ChatGPT, pagata dal loro avvocato una manciata di sterline al mese.
    E, però, è stato risoluto nel dire che, la prossima volta, un errore del genere potrebbe costare all’avvocato che lo commettesse, una sanzione severa anche per oltraggio alla Corte.
    Insomma, per ora un cartellino giallo ma che nessuno si abitui alla clemenza della Corte.
    Una lezione della quale far decisamente tesoro anche a casa nostra dove i primi casi di uso leggero e superficiale di intelligenza artificiale generativa da parte di avvocati sono già rimbalzati al disonore della cronaca.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • I bambini fuori dai social, una buona idea ma che potrebbe essere incostituzionale (in Florida)
    Il caffè questa mattina è amaro almeno per me.
    Così tanto amaro che all’inizio ho pensato di non dare la notizia.

    Poi, però, ci ho ripensato: non si può animare un dibattito trasparente e costruttivo senza dar conto di voci e decisioni che pure si condividono poco.

    E, quindi, eccomi qui.
    Oggi parliamo di una decisione di due giorni fa con la quale un giudice in Florida ha deciso che una legge che vieta ai più piccoli l’accesso ai social è incostituzionale per contrasto con il primo emendamento.

    Ma lo facciamo subito dopo la sigla.


    È datata 3 giugno, è firmata dal Giudice Mark E. Walker e riguarda una legge della Florida che obbliga i gestori di alcune piattaforme social – quelle dotate di alcune specifiche funzionalità – di permettere ai minori di quattordici anni di avere un account e di richiedere il permesso dei genitori per consentire la creazione di un account a utenti di 14 e 15 anni.

    Secondo il giudice che, per ora, si è pronunciato solo in via preliminare sul ricorso proposto dalle big tech, la legge violerebbe il primo emendamento della Costituzione, quello sul free speech, la libertà di parola.

    Divieti e limiti imposti ai più giovani, infatti, si tradurrebbero in una compressione sproporzionata del loro diritto di comunicare e il fine perseguito dal legislatore – ovvero quello di sottrarli dal confronto con contenuti e servizi inadatti alla loro età – non sarebbe abbastanza per legittimarli.

    Siamo, naturalmente, solo alle battute iniziali.
    Ma la posizione del giudice Walker è importante e non puó esser sottovalutata in un momento nel quale da quella parte dell’oceano, come da questa, si discute con insistenza e urgenza sempre maggiori proprio dell’opportunità – per me sussistente e, anzi, sacrosanta – di chiudere certe piattaforme digitali ai più giovani.

    Difficile, qui, davanti a un espresso italiano, attardarsi in una discussione inesorabilmente di diritto statunitense – e, anzi, di diritto di uno specifico Stato americano – sulla legittimità o illegittimità costituzionale delle previsioni della legge oggetto della decisione.

    E, tuttavia, forse c’è spazio per un paio di considerazioni.
    La prima riguarda il ricorso contro la legge presentato da alcune big tech.

    È curioso perché da questa parte dell’oceano, generalmente, la posizione dell’industria tecnologica quando si parla dell’esigenza di adottare adeguate soluzioni di age verification per tenere i più giovani fuori da certi servizi digitali è che il principio è giusto ma bisogna discutere di come, tecnologicamente, raggiungere il risultato.

    E, spesso, anzi, si aggiunge che si sta già facendo moltissimo proprio nel tentativo di tenere i più giovani fuori dai social e dintorni.
    Dall’altra parte dell’oceano, invece, la stessa industria, sembrerebbe determinata a difendere con più convinzione il diritto a far business anche sugli utenti più giovani.
    C’è poi un’altra questione.

    Il Giudice, nella sostanza, trova sproporzionata la legge della Florida perché priverebbe i più giovani di un canale di comunicazione insostituibile.

    Ecco, qui non riesco a resistere alla tentazione di chiedermi se non sia paradossale che prima abbiamo lasciato conquistare a servizi non adatti ai più giovani un ruolo di straordinaria centralità nelle loro vite e nella loro possibilità di comunicare con il resto del mondo e, ora, che, rinsaviti, vorremmo mettere dei paletti, ci troviamo costretti a prendere atto che, proprio in ragione della centralità conquistata da certi servizi nelle loro vite, forse è troppo tardi – il Giudice Walker ne sembra convinto – per ritardare l’incontro tra giovanissimi e social media.

    Ma, naturalmente, questa è solo l’amara riflessione di un adulto che, ormai da anni, suggerisce di chiudere alcune porzioni di Internet all’accesso dei più piccoli e non è un argomento giuridico.

    Per me, quello, di oggi è stato un caffè amaro, ma, magari, per qualcun altro, sarà dolce o anche dolcissimo.
    Bene così.
    L’importante è parlarne e confrontarsi, come sempre dovrebbe accadere, in maniera trasparente e costruttiva e evitando polemiche sciocche e personalismi, almeno quando in mezzo ci sono i diritti dei più piccoli.

    Buona giornata e, come sempre, good morning privacy!
    5 min
  • AI, difendere i diritti costa troppo. Anche i ricchi si arrendono
    Quello di oggi è un caffè che non avrei voluto invitarvi a prendere insieme su una notizia che a una prima lettura, lo confesso, mi era scivolata addosso, come se fosse una tra tante, poco significativa e, anzi, per esser onesti, del tutto insignificante.
    Una storia tra titani.
    Ma poi l’ho riletta e mi ha dato da pensare così tanto da decidere di proporvela.
    Prima la sigla e poi ve la riassumo nei consueti tra minuti.


    Getty Images è – ma non ha bisogno di prenotazioni – una delle più grandi media company di tutti i tempi, un’agenzia di contenuti fotografici e audiovisivi senza eguali al mondo.
    È un autentico gigante, un colosso, un titano.
    E, da subito, ha puntato l’indice senza mandarle a dire contro la pratica del webscraping massiccio con la quale le fabbriche di algoritmi hanno di fatto depredato i suoi archivi per addestrare i propri modelli senza chiedere alcun permesso.
    Lo ha fatto in ogni sede possibile: sui media come in Tribunale.
    Ed è per questo che fa riflettefre leggere le recentissime dichiarazioni dell’amministratore delegato della società che, tanto per riassumere, ha detto che difendere i propri contenuti dalla bulimia degli algoritmi e dei loro padroni è diventata un’impresa troppo costosa persino per loro, persino per Getty images.
    Costa troppo portare i titani dell’AI in tribunale.
    Le battaglie legali durano troppo a lungo e, nel frattempo, la depredazione continua e la perdita di competitività si perpetua.
    Non possiamo più permettercelo, almeno non in maniera sistematica ha detto, senza tanti giri di parole, il numero uno di Getty images.
    Impossibile non rendersi conto del problema davanti a parole tanto chiare.
    Se, ammesso anche che le regole necessarie a orientare l’intelligenza artificiale al benessere collettivo e alla sostenibilità ci sono, vederle applicate e esercitare i diritti che esse attribuiscono al resto del mondo nei confronti delle fabbriche degli algoritmi è impresa impossibile – o, il che fa lo stesso, anti-economica – persino per giganti con bilanci a tanti tantissimi zeri, allora significa una cosa soltanto: i padroni dell’intelligenza artificiale stanno sovrascrivendo le regole democratiche con le loro e lo stanno facendo forti di una sostanziale impunità davanti alle nostre regole.
    Ho detto e scritto più volte che questo secondo me non significa far innovazione perché non c’è innovazione nel sovvertimento a mezzo tecnologia dell’ordine democratico.
    E questo a prescindere dalla bontà delle regole e dalla loro capacità di guidare il progresso nella direzione giusta.
    Possibile che le regole debbano essere cambiate per scongiurare il rischio che tengano la società ancorata al passato, impedendole di far rotta sul futuro ma a cambiarle devono essere le Istituzioni democratiche sollecitate dagli innovatori che, specie quando hanno le dimensioni dei proprietari delle fabbriche degli algoritmi di oggi, non hanno problema alcuno a raggiungere Parlamenti e Governi per far presente questa esigenza.
    Ma nessuno, in democrazia, dovrebbe poter ignorare una legge solo perché la ritiene superata dalla propria tecnologia che, peraltro, non è detto sia capace di generare benefici equamente distribuiti per tutti.
    Ecco è per questo che sentir dire all’amministratore di un gigante, più o meno, che getta la spugna in Tribunale e che, in qualche modo, deve rassegnarsi, oggi ha fatto iniziare male la mia giornata.
    Ma l’autgurio, naturalmente, è che per voi vada meglio e, soprattutto, che vada meglio alla privacy di tutti – sebbene proprio la privacy sia tra quei diritti che restano indietro, perché troppo difficili da esercitare, nella corsa dell’intelligenza artificiale – e, quindi, ovviamente, good morning privacy!
    4 min
  • Occhio al dettaglio negli Shorts di YouTube
    YouTube ha appena lanciato una nuova funzionalità che ci consentirà mentre guardiamo uno Shorts, di mettere in pausa e lanciare Lens, il servizio di ricerca per immagini di Google, e chiedere maggiori informazioni su qualsiasi oggetto presente sul video.
    Bella, bellissima idea di business, specie perché i concorrenti di YouTube, sin qui, sembrerebbero non averci pensato.
    E però, ormai lo sappiamo, non c’è bella idea che non possa diventare brutta se non la si maneggia con cautela.
    E quale momento migliore del caffè del mattino per parlarne.
    Ma tra un istante, dopo la sigla.

    YouTube, la presenta così: metti caso che stiate guardando un video girato in una splendida località che vorreste visitare ma che il protagonista del video non menziona.
    A quel punto mettete in pausa il video, lanciate Lens, selezionate un’area qualsiasi sullo sfondo e Google vi aiuterà a scoprire dove è stato girato il video in questione grazie alla potenza straordinaria della sua ricerca per immagini.
    A quel punto sarete a pochi click dal poter prenotare il vostro week end in quel posto che tanto vi aveva colpito.
    Facile, facilissimo, geniale, irresistibile.
    Useremo tutti e useremo tanto la nuova funzionalità di casa YouTube.
    E anche se YouTube, per ora, precisa che nella fase iniziale di test Lens non mostrerà annunci pubblicitari, nei fumetti e nei cartoni animati di una volta, a questo punto della storia, gli occhi dei protagonisti si sarebbero riempiti del segno del dollaro.
    È una straordinaria nuova occasione di monetizzazione di un contenuto, quello audiovisivo, che sembrava aver ormai espresso tutto il suo valore.
    Tra qualche mese non ci sarà niente in uno Shorts che non ci porti dritti a un annuncio pubblicitario.
    E, naturalmente, va bene così ma con qualche cautela.
    La prima e la più ovvia è che vengano rispettate le regole sul product placement già oggi frequentemente violate.
    Qui la questione è semplice: se infilo in un video un prodotto per promuoverlo, devo dirlo per consentire a chi lo guarda di rendersi conto che a quel prodotto sto facendo pubblicità per un qualche interesse economico.
    Ora far rispettare la regola, già in relazione ai prodotti in primo piano o espressamente menzionati dal creatore è un’impresa titanica, ma farla rispettare anche in relazione a oggetti che potrebbero esser scientificamente lasciati sullo sfondo di un video e non esser menzionati, facendo affidamento sul fatto che incuriosiranno gli utenti e che questi ultimi, grazie a Lens, potranno saperne di più, rischia di diventare quasi impossibile.
    Ci sarà, insomma, lavoro, presumibilmente tanto lavoro per l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato e per il Giurì di Autodisciplina.
    E, però, anche lato privacy qualche preoccupazione non manca.
    Chi crea un video, infatti, da domani dovrà fare – e non sarà facile – tanta ma tanta attenzione in più al contenuto implicito del video in questione ovvero a quello che non si dice esplicitamente e non si mostra volontariamente ma finisce nell’inquadratura e, quindi, da domani, sarà esposto alla lente di ingrandimento di Lens e potrà raccontare al mondo tanto di più sul creatore del video.
    E questo vale per l’esempio poco preoccupante ma non insignificante fatto dalla stessa YouTube relativo al luogo nel quale viene girato il video che non è sempre detto si voglia rendere noto al pubblico, alla confezione di un farmaco dimenticata su un tavolo sullo sfondo, a qualsiasi oggetto presente nella stanza in cui si registra il video, perché qualsiasi oggetto, passato sotto la lente super intelligente di Lens, può raccontare tantissimo del creatore di un video.
    Ma non è detto che tutti i creatori di video ne siano consapevoli e alcuni potrebbero rendersene conto troppo tardi, quando Lens avrà già raccontato al mondo chissà cosa su di loro.
    C’è da dire, per chiudere il caffè con mezza bustina di zucchero che YouTube ha dichiarato che la funzionalità, allo stato, non prevede il ricorso a nessuno strumento di riconoscimento facciale il che consente, almeno, alle persone che si trovassero inconsapevolmente a passare sullo sfondo di un video o, magari, ritratte in una foto appesa al muro, ti tirare un sospiro si sollievo.
    Buona giornata e, come sempre, good morning privacy perché ce n’è davvero bisogno.
    5 min

About Good morning privacy!

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Senza…