Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • DOGE: un’intelligenza artificiale taglia-leggi
    In teoria è tutto meraviglioso, anzi è un meraviglioso sillogismo.
    Il rispetto delle leggi federali, in America, costa trilioni di dollari ogni anno.
    Se si abbatte il numero di queste leggi in vigore si abbattono i costi di trilioni di dollari.
    Il modo più veloce di farlo e usando un’intelligenza artificiale.
    E questa è esattamente l’idea del DOGE, il Dipartimento del Governo USA per rendere più efficiente l’amministrazione nato da un’idea di Elon Musk ai tempi del suo amore per Trump, rimasto operativo anche dopo la fine del sodalizio tra i due.
    La sigla e ne parliamo perché la notizia merita un caffè.

    Ci sono delle slides pubblicate in un’inchiesta del Washington Post apparentemente riconducibili al DOGE nelle quali si muove da una fotografia dello stato dell’arte dei costi della conformità al sistema regolamentare federale.
    Oltre tre trilioni di dollari all’anno il costo dell’adempimento alle regole in vigore, il 12% del PIL americano.
    Poi c’è una suggestione di disarmante semplicità anche se sembra un po’ approssimativa.
    Dice che se si taglia della metà il numero delle regole si risparmierebbero uno virgola cinque trilioni di dollari.
    Insomma, si ipotizza una proporzionalità diretta e più o meno perfetta tra taglio del numero delle regole e taglio dei costi di conformità.
    Probabilmente più un espediente incisivo di comunicazione che la realtà perchè sembra ragionevole che vi siano regole il cui adempimento non costa nulla o quasi e regole per adempiere alle quali servono risorse enormi.
    Senza dire che, verosimilmente, buona parte delle regole delle quali si potrebbe fare a meno sono regole desuete o, comunque, non soggette a grande applicazione con la conseguenza che anche qualora venissero abrogate il risparmio dei costi del sistema sarebbe modesto.
    Ma questi sono dettagli.
    Il bello o, almeno, la parte più interessante del progetto reso noto dal Washington post viene dopo.
    Le slides successiva, infatti, raccontano che per eliminare la metà delle disposizioni di legge federale in vigore, ovvero centomila, servirebbero tre virgola sei milioni di ore/uomo, un’immensità e, soprattutto, uno scenario capace di rinviare forse di anni l’operazione.
    Tre virgola sei milioni di ore, infatti, significa 410 anni se lavora un uomo da solo o un anno se lavorano 410 uomini.
    Giacché nessuna delle due ipotesi appare verosimile, staremmo parlando di diversi anni di lavoro per attuare il previsto taglio delle leggi in vigore e, quindi, dei costi per adempiervi.
    Ma è qui che il DOGE cala a tavola il suo asso: far scendere in campo un sistema di intelligenza artificiale per identificare cento mila disposizioni di legge da destinare all’abrogazione.
    In questo caso si risparmierebbero il 93% delle ore\uomo.
    In passato si sarebbe gridato al miracolo.
    Ma era prima che gli algoritmi ci dimostrassero di cosa sono capaci, almeno in termini di accelerazione di certe attività.
    Poi che alla velocità di esecuzione di un progetto corrisponda anche la qualità è un’altra storia o, meglio, la parte più interessante della storia.
    Secondo il DOGE se si prendesse questa strada entro il gennaio del 2026 il Governo, i suoi Dipartimenti e le sue agenzie potrebbero raggiungere l’obiettivo: centomila disposizioni abrogate.
    Ora a me pare che la questione dovrebbe essere più o meno questa: se si muove dal principio che l’obiettivo è umanamente irraggiungibile in un tempo tanto breve, tanto da dover far scendere in campo un’intelligenza artificiale e se i numeri delle leggi da abrogare dei quali parliamo sono quelli messi in fila dal Washington Post, come si può seriamente pensare che sarebbe un esercito di revisori in carne ed ossa a rivedere tutti i centomila suggerimenti algoritmici e a dire l’ultima parola sulle leggi da abrogare e quelle da conservare e che a decidere, alla fine, non sarebbero proprio gli algoritmi?
    Davvero difficile.
    Senza dire che gli esperti di dominio suggeriscono che il sistema che il DOGE vorrebbe far scendere in campo tende ancora molto all’errore per una serie di limiti nel suo addestramento.
    Ma se le cose stanno così, non sarà che si corre il rischio di immolare una serie di disposizioni di legge sull’altare dell’intelligenza artificiale, ipotecando l’intera tenuta del sistema giuridico?
    Anche perché a abrogare una legge ci vuole relativamente poco mentre a farla rientrare nell’ordinamento se la si è cancellata per errore può essere un’impresa improba.
    Il mio caffè è finito e immagino anche il vostro.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    6 min
  • Dottor AI cosa ho?
    C’è uno studio della Stanford University appena pubblicato online che mette nero su bianco che i modelli di intelligenza artificiale generativa ricevono sempre più domande di carattere medico dagli utenti e ricordano sempre meno che le risposte non sono affidabili e dovrebbero essere verificate con un medico vero e in carne ed ossa.
    Uno scenario, senza voler fare terrorismo psicologico, oggettivamente pericoloso.
    La sigla e ne parliamo davanti al solito caffè.

    [SIGLA]

    “I modelli di IA generativa, inclusi i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e i modelli di visione-linguaggio (VLM), sono sempre più utilizzati per interpretare immagini mediche e rispondere a domande cliniche. Le loro risposte spesso contengono imprecisioni; pertanto, misure di sicurezza come le dichiarazioni di non responsabilità medica sono fondamentali per ricordare agli utenti che i risultati dell'IA non sono verificati da professionisti né sostituiscono il parere medico. Questo studio ha valutato la presenza di disclaimer nei risultati di LLM e VLM in tutte le generazioni di modelli dal 2022 al 2025.
    Utilizzando 500 mammografie, 500 radiografie del torace, 500 immagini dermatologiche e 500 domande mediche, i risultati sono stati esaminati alla ricerca di disclaimer.
    La presenza di disclaimer medici nei risultati di LLM e VLM è scesa dal 26,3% nel 2022 allo 0,97% nel 2025 e dal 19,6% nel 2023 all'1,05% nel 2025, rispettivamente.
    Nel 2025, la maggior parte dei modelli non presenta più disclaimer.”.
    È questo l’abstract dello studio intitolato “Analisi sistematica del declino dei messaggi relativi alla sicurezza medica nei modelli di IA generativa”, firmato da tre ricercatori dell’Università di Stanford.
    Sempre più persone, in tutto il mondo, si affidano all’intelligenza artificiale per chiedere di leggere e interpretare lastre, analisi e radiografie e sempre meno spesso l’intelligenza artificiale fa ciò che sarebbe giusto o, forse, necessario fare.
    Non solo non si rifiuta di rispondere indirizzando gli utenti da un medico vero ma, addirittura, ricorda loro sempre meno spesso dell’opportunità, almeno, di verificare con un medico vero la risposta algoritmica, una risposta che arriva da una soluzione diversamente intelligente che non è stata progettata, né è nata per fare il medico.
    Ma i ricercatori vanno oltre e ipotizzano che questo non accada per caso ma perchè i modelli di intelligenza artificiale e, per loro, ovviamente, i padroni delle fabbriche che li producono e gestiscono si starebbero progressivamente convincendo della attendibilità crescente delle risposte, talvolta vere e proprie diagnosi, che restituiscono agli utenti che pongono quesiti medici.
    Ci sono tutti gli elementi della tempesta perfetta: servizi digitali facili e economici – quando non addirittura gratis – da utilizzare, la voglia quando non anche il bisogno immediato di una persona di veder risolto un proprio dubbio di carattere medico senza attendere i tempi, talvolta lunghi, di un appuntamento con lo specialista e senza farsi carico dei costi, egualmente, talvolta e per molti impegnativi, la crescente capacità, almeno apparente, di soddisfare questo bisogno in modo chiaro e puntuale perché la spiegazione di un’analisi del sangue scritta da un modello di AI generativa è spesso più facile da comprendere di quella di taluni medici.
    E, a tutto questo, resta da aggiungere il c.d. automation bias, la convinzione sempre più diffusa secondo la quale le macchine siano più affidabili degli umani e delle loro scelte, risposte e azioni ci si possa e ci si debba fidare perché sono normalmente corrette.
    Più facile chiedersi cosa potrebbe funzionare che cosa potrebbe andare storto in un contesto di questo genere.
    Nello studio, peraltro, i ricercatori scrivono di aver provato empiricamente a porre quesiti medici e chiedere la lettura di analisi e immagini diagnostiche a tutti i servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa più popolari del mondo e di esser sistematicamente riusciti a avere una risposta, nella più parte dei casi senza neppure bisogno di provare a scavalcare un qualche guardrails e, molto spesso, appunto, senza alcun disclaimer.
    Sin qui senza dire che per avere le risposte in questione gli utenti di questi servizi devono consegnare ai padroni delle fabbriche di algoritmi un carico preziosissimo di loro dati personali e personalissimi.
    Ce ne sarebbe, ancora una volta, per un caffè molto più lungo ma, questo, è un espresso e, quindi, non mi resta che augurarvi buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Così è deciso: niente intelligenza artificiale “woke” dal Governo Federale
    “L'intelligenza artificiale (IA) svolgerà un ruolo cruciale nel modo in cui gli americani di tutte le età acquisiranno nuove competenze, utilizzeranno informazioni e affronteranno la loro vita quotidiana. Gli americani richiederanno risultati affidabili dall'IA, ma quando pregiudizi ideologici o interessi sociali vengono integrati nei modelli di IA, possono distorcere la qualità e l'accuratezza dei risultati.”
    Inizia così l’ordine esecutivo appena firmato dal Presidente degli Stati Uniti d’America in materia di intelligenza artificiale.
    Facile, comprensibile e condivisibile almeno sin qui.
    Non così per il resto del provvedimento.
    La sigla e provo a comprimere la questione in un espresso anche se, forse, non basterebbe un caffè americano in tazza molto grande.

    [SIGLA]

    Il titolo dell’ordine esecutivo che porta la firma grande in pennarello nero di Donald Trump sul fondo, come pubblicato sul sito della Casa Bianca, recita testualmente: “Evitare l’AI Woke nel Governo Federale”.
    Per capirlo, almeno da questa parte dell’oceano, per i più serve ricordare il significato dell’espressione “Woke” utilizzata in un contesto del genere perché altrimenti si corre il rischio di non capire il senso di quello che sta accadendo o, almeno, di quello che la seconda presidenza Trump vorrebbe accadesse.
    “Woke”, originariamente, era, più o meno dappertutto, un invito a restare svegli, rispetto a derive razziste e ingiustizie sociali tanto che nato negli anni ’30 del secolo scorso, ha conosciuto nuova e grande popolarità durante le proteste del movimento Black Lives Matter del 2010.
    Questo all’inizio appunto.
    Successivamente, però – ed è questa l’accezione nella quale il termine è usata nel titolo dell’ordine esecutivo -, specie in alcune aree politiche e ideologiche, l’espressione ha finito con l’indicare un eccesso di attenzione rispetto a un certo modo di pensare e parlare di questioni razziali, discriminatorie e di eguaglianze, cercando una sintesi difficile, si potrebbe dire un’avversione al politicamente corretto o a un certo politicamente corretto.
    E che sia proprio questo il senso dell’espressione nel contesto dell’ordine esecutivo lo si capisce facilmente andando avanti nella lettura dell’ordine esecutivo.
    “Una delle più pervasive e distruttive di queste ideologie è la cosiddetta "diversità, equità e inclusione" (DEI). Nel contesto dell'IA, la DEI include la soppressione o la distorsione di informazioni fattuali su razza o sesso; la manipolazione della rappresentazione razziale o sessuale nei risultati dei modelli; l'incorporazione di concetti come la teoria critica della razza, il transgenderismo, i pregiudizi inconsci, l'intersezionalità e il razzismo sistemico; e la discriminazione basata sulla razza o sul sesso. La DEI sostituisce l'impegno per la verità a favore di risultati preferenziali e, come dimostra la storia recente, rappresenta una minaccia esistenziale per un'IA affidabile.
    Ad esempio, un importante modello di intelligenza artificiale ha modificato la razza o il sesso di personaggi storici – tra cui il Papa, i Padri Fondatori e i Vichinghi – quando gli è stata richiesta un'immagine, perché era stato addestrato a dare priorità ai requisiti DEI a scapito dell'accuratezza. Un altro modello di intelligenza artificiale si è rifiutato di produrre immagini che celebrassero le conquiste dei bianchi, pur rispettando la stessa richiesta per persone di altre etnie.”.
    E così oltre al significato della parola “woke”, diventa chiaro anche il senso dell’ordine esecutivo: bandire, almeno dal Governo Federale – ma solo perché la legge non consente con un ordine esecutivo di fare altrettanto dal mercato – i modelli di intelligenza artificiale generativa che si preoccupano così tanto del politicamente corretto da rinunciare nelle risposte a verità e obiettività.
    Impossibile davanti al nostro espresso commentare l’impatto che l’ordine esecutivo potrebbe avere sulle cose dell’intelligenza artificiale in America ma, considerata la bandiera che sventola su alcune delle più grandi fabbriche di algoritmi globali in tutto il mondo.
    Possibile, invece, mentre vanno i titoli di coda, proporre un duplice invito alla discussione e al confronto.
    Il primo.
    Se qualcuno ne avesse sin qui dubitato, ora l’intreccio tra politica e intelligenza artificiale è, credo più evidente: i modelli di intelligenza artificiale generativa stanno manipolando così tanto il modo in cui miliardi di persone pensano e guardano alla società che il Governo delle più grandi fabbriche avverte l’esigenza di correre ai ripari.
    Il secondo.
    Considerato che verità e obiettività, sono più spesso ambizioni e che obiettivi raggiungibili, chi stabilisce e chi stabilirà se un modello di intelligenza artificiale generativa è troppo woke?
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    6 min
  • Un chatbot per amico. Sta accadendo ai nostri figli. Che fare?
    Una ricerca condotta negli Stati Uniti d’America da Common Sense Media dice che il 72% degli adolescenti tra i 13 e i 17 anni, il che significa circa 20 milioni di bambine, bambini, ragazze e ragazzi ha già provato un chatbot companion, un amico artificiale diversamente intelligente.
    Proprio ieri, Telefono Azzurro, dal 1987, in Italia, dalla parte dei più piccoli, ha lanciato un allarme sui rischi legati alle relazioni che si stanno creando tra i più piccoli e i chatbot.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Le cattive amicizie o, semplicemente, quelle sbagliate sono da sempre, da ben prima che la dimensione digitale diventasse l’ambito naturale della nostra vita una delle principali preoccupazioni dei genitori.
    Niente segna il destino di un bambino, ne condiziona i comportamenti e ne plasma il modo di essere più dell’ambiente nel quale cresce e degli amici che frequenta.
    Naturale, quindi, preoccuparsene.
    Non serve, quindi, probabilmente aggiungere neppure una parola per capire perché i dati appena diffusi da Common Sense Media e l’allarme appena lanciato da Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro andrebbero presi sul serio e messi al centro di un dibattito serio, costruttivo ma, soprattutto, veloce e capace di recuperare in qualche mese un ritardo enorme accumulato nell’affrontare il problema.
    I chatbot sono già oggi interlocutori abituali dei nostri figli adolescenti anche se c’è certamente chi si avvicina a questi amici virtuali ben prima dell’adolescenza.
    Oltre la metà degli adolescenti americani tra i 13 e i 17 anni interagisce con un chatbot regolarmente cioè quotidianamente o, comunque, più volte a settimana.
    Stiamo parlando, tanto per evitare che la percentuale spersonalizzi la riflessione, più o meno di dieci milioni di bambini.
    Non c’è ragione per pensare che numeri e cifre a parte, l’impatto del fenomeno da questa parte dell’oceano sia diverso.
    E, tanto per evitare equivoci, vale la pena dire che la ricerca di Common Sense Media non si riferisce al ricorso da parte dei più piccoli a intelligenze artificiali generative alla ChatGPT o GeminiAI per fare i compiti o chiedere aiuti o aiutini – il che pure rappresenta un fenomeno non trascurabile e del quale bisognerebbe occuparsi – ma esclusivamente alla relazione dei nostri figli con Chatbot conversazionali e cioè con servizi digitali basati sull’intelligenza artificiale forniti con l’intento dichiarato di esserci amici, compagni di un pomeriggio o di una serata, fidanzati, fidanzate, amanti o qualsiasi altro profilo l’utente – piccolo o grande – desideri.
    Replika, Character AI, ora Grok di Elon Musk sono alcuni esempi di questo genere di chatbot che minacciano di diventare buoni amici dei nostri figli i quali li scelgono, dice la stessa ricerca americana appena pubblicata, nella più parte dei casi, per passare il tempo, per chiedere consigli, perché ci sono sempre anche quando amici e adulti in carne ed ossa non ci sono, perché da questi chatbot non si sentono giudicati o per parlare di questioni delle quali non possono parlare in famiglia.
    Zero dubbi, salvo che non si vada alla ricerca di confortanti elementi autoassolutori e non si voglia cercare rifugio nella circostanza, pure rivelata dallo studio, secondo la quale la più parte degli adolescenti americani, almeno per ora, continua a preferire un amico in carne ed ossa a un chatbot, che, tutto questo abbia un impatto enorme sulla vita dei nostri figli e che non è niente affatto scontato che i suoi effetti siano positivi.
    Difficile, ad esempio, trascurare l’allarme di Telefono Azzurro quando dice che i due chatbot companion appena resi disponibili da Grok, anche in Italia, non rappresentano i modelli di amici ideali con i quali ci piacerebbe i nostri figli passassero il loro tempo.
    E, però, lasciando a chi ne sa più di me ogni valutazione sull’impatto del fenomeno sui più piccoli, sul loro sviluppo e sul loro futuro, credo ci sia una cosa sulla quale dovremmo trovarci tutti d’accordo: non può essere il mercato e non può essere l’industria a decidere a che età i nostri figli debbano poter interagire con questi amici artificiali, di cosa possano o non possano discuterci, per quanto tempo e a quali condizioni.
    Dovremmo essere, credo, in buona parte noi genitori – ma per farlo bisogna, innanzitutto, portare quel cinquanta per cento della popolazione europea analfabeta digitale a capire cosa sta accadendo e come funzionano queste tecnologie – e, dove educazione e famiglia non bastano, dovrebbero essere regole, non ha importanza quanto rigorose, perché, in questo caso, la posta in gioco è troppo alta.
    Ma il momento di agire era ieri. Oggi, forse, non è ancora troppo tardi. Ma domani lo sarà.
    Buona giornata a tutti e ai colleghi genitori innanzitutto e naturalmente good morning privacy!
    6 min
  • In USA il primo caso (noto) di una decisione annullata perché basata su allucinazioni algoritmiche
    Tanto tuonò che piovve. Potrebbe essere il primo caso o più probabilmente il primo caso noto in cui un Giudice si fida di una serie di citazioni false verosimilmente generate da un’intelligenza artificiale e decide, sbagliando, un giudizio.
    È accaduto in Georgia.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Due coniugi si separano, se le danno di santa ragione in Tribunale.
    È uno dei tanti procedimenti di divorzio davanti a uno dei tanti Tribunali della Georgia.
    Il caso sembra ricorrente, eguale a tanti altri, nessuna questione straordinaria e il Giudice nella sua decisione da pedissequamente sua la tesi dell’avvocato del marito, incluse una serie di citazioni, undici per l’esattezza, di precedenti giurisprudenziali completamente inesistenti o manipolati in modo da supportare la tesi del proprio cliente.
    Martelletto sul banco, come succede nei film e chiusura del caso.
    Ma la moglie non ci sta.
    Il suo avvocato si accorge che qualcosa è andato storto, che tutti quei precedenti contro la tesi della sua cliente semplicemente non esistono e impugna.
    E qualche settimana fa la Corte d’Appello della Georgia le da ragione.
    La decisione va annullata perché è basata su una motivazione, quella proposta al Giudice dal legale del marito a sua volta interamente basata su una giurisprudenza che in Georgia, semplicemente non esiste.
    Allucinazioni algoritmiche, verosimilmente, delle quali il Giudice di primo grado non si è accorto.
    Multa al legale del marito, due mila e cinquecento dollari per aver citato precedenti falsi in Tribunale e l’ordine che il procedimento ricominci e che, questa volta, sia corretto e si svolga al riparo da indebite interferenze artificiali.
    Una vicenda giudiziaria come centinaia di migliaia in tutti gli Stati Uniti d’America, milioni in giro per il mondo.
    Ed è proprio la normalità della controversia dalla quale tutto è iniziato, la sua serialità, il suo scarso rilievo a mettere in allarme il sistema giuridico americano in questi giorni e, forse, a dover suggerire una qualche riflessione in più dappertutto, anche da questa parte dell’oceano.
    Perché, il punto, separazione dei due coniugi a parte, è che esiste un rischio elevatissimo che la giustizia sia hackerabile a mezzo algoritmo, che quello che è successo in questo anonimo caso in Georgia sia già capitato centinaia di volte e sia destinato a capitare milioni di volte perché, per il momento, il sistema non è vaccinato, la più parte dei giudici ne sa troppo poco di intelligenza artificiale, ha troppo poco tempo per verificare uno ad uno i precedenti citati dagli avvocati i quali, a loro volta, da una parte fanno sempre più fatica a resistere alla tentazione di chiedere un aiutino a ChatGPT e compagni e, dall’altra, non ne sanno abbastanza, a loro volta, di come funzionano questi sistemi e della loro tendenza a mettere insieme numeri e principi di diritto assecondando le richieste degli utenti anche a costo di inventarli.
    E però il rischio che in queste ore terrorizza gli addetti alle cose della giustizia negli Stati Uniti d’America è che, per questa via, la fiducia della gente nella giustizia, possa crollare perché crollerebbe senza prova d’appello dicono se le persone si rendessero conto che i Giudici, specie quelli dei Tribunali che si occupano delle vicende più routinarie, diventano passacarte di avvocati, passacarte di robot o, comunque, di servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa.
    Come se non bastasse un’intelligenza artificiale generativa che, pur di assecondare chi la usa, spesso cade vittima delle c.d. allucinazioni, inciampi, errori, manipolazioni che generano precedenti giurisprudenziali, principi e teorie che semplicemente non esistono.
    Bisogna correre ai ripari, dicono gli esperti negli Stati Uniti.
    Bisogna educare Giudici e avvocati non tanto a non usare l’intelligenza artificiale perché l’esercizio non sembra né utile, né possibile ma a usarla in maniera consapevole e bisogna dotarli, a cominciare dai Giudici, di sistemi e soluzioni capaci di scovare e segnalare almeno le allucinazioni più macroscopiche, insomma usare l’intelligenza artificiale per difendere la giustizia dall’intelligenza artificiale.
    Un suggerimento, certamente non l’unico possibile, che, forse, faremo bene a ascoltare anche da questa parte dell’oceano perché il rischio esiste e la giustizia è un bene troppo prezioso per lasciarla in balia di sé stessa davanti a un vento che soffia tanto veloce da rendere sempre più difficile distinguere il tecnologicamente utile, inutile e dannoso.
    Frattanto, però, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Si chiamano Velvet Sundown, tanti li ascoltano, tutti ne parlano nell’industria musicale
    chiamano Velvet Sundown, tanti li ascoltano, tutti ne parlano nell’industria musicale

    Si chiamano Velvet Sundown, su Spotify hanno un account verificato, con tanto di spunta blu e sotto un dato, quasi un milione e mezzo di visualizzazioni mensili e tre album al loro attivo.
    L’industria musicale, in questo momento, parla di loro più di quanto parli di Madonna e la vostra popstar preferita, chiunque sia.
    Non posso sottrarmi dal dedicare un caffè alla loro storia e dopo la sigla vi spiego perchè.

    [SIGLA]

    Niente suspence e misteri, vi spoilero subito la ragione per la quale tutti ne parlano anche perché è semplice e disarmante al tempo stesso: i Velvet Sundown non esistono.
    O, meglio, non esistono nel senso tradizionale del termine perché, appunto, su Spotify ci sono e la loro musica si può ascoltare e oltre un milione e quattrocentomila persone l’ha ascoltata per davvero.
    I Velvet Sundown per dirvi tutto e subito, sono nati in una provetta digitale e la loro musica è figlia degli algoritmi di Suno la popolare applicazione capace di trasformare qualsiasi richiesta testuale in note e parole, in musica insomma.
    Tutto, naturalmente, grazie ai suoi algoritmi addestrati, più o meno, sull’intero patrimonio musicale globale, il tutto senza chiedere permesso a nessuno e pagare un euro per il disturbo.
    Ora, forse, inizia a essere più caro perché i Velvet Sundown sono diventati tanto e tanto rapidamente popolari ai piani alti dei grattacieli delle major.
    Rappresentano un bel grattacapo e un punto interrogativo enorme sul futuro dell’industria musicale.
    Perché girarci attorno serve a poco, esiste oggi – senza aspettare domani – tutta la tecnologia che serve per consentire a chiunque – proprio a chiunque – di produrre musica capace di sottrarre tempo, attenzione, ascolti e denari alla musica che esce da chitarre, bassi, batterie e voci vere di persone in carne ed ossa e dagli investimenti anche economici necessari a produrla e distribuirla.
    Questa, la musica come quella dei Velvet Sundown, invece, si produce con qualche giorno – a volersi tener larghi – di lavoro di prompting e un’app che è capace di fare quello che è capace di fare solo perché ha fatto sua la musica vera sin qui prodotta da una quantità industriale di artisti.
    Tutto giusto e regolare così?
    Difficile dirlo in un mondo che va di corsa come quello nel quale stiamo vivendo.
    Facile chiedere, come sta facendo l’industria musicale in queste ore con un tono più sostenuto che in passato, trasparenza alle piattaforme circa la natura artificiale della musica dei Velvet Sundown e dei loro emuli.
    Ma difficile credere che basti.
    In Deezer, uno dei concorrenti di Spotify, che a differenza di quest’ultimo, sta già provando a taggare la musica che distribuisce come generata artificialmente, quando c’è prova che lo siano, fanno garbatamente notare che gli algoritmi e l’AI sono da tempo utilizzati anche per produrre la musica più tradizionale e naturale e che quindi, non esistendo un confine facilmente identificabile tra chi si fa aiutare dall’intelligenza artificiale a far musica migliore e chi chiede proprio agli algoritmi di suonare e cantare al posto suo, presto potrebbe tornare indietro e smettere di usare questo tagging per evitare di dover etichettare tutta la musica online come artificiale.
    Senza dire che non è facile scommettere sul fatto che la trasparenza, da sola, basti a orientare altrove l’attenzione e la voglia di ascoltare degli utenti.
    Che fare? Intanto, certamente, parlarne e, magari, come l’industria musicale sta facendo provare a arginare o, almeno, governare fenomeni come Suno che rischiano, altrimenti, di cannibalizzare o permettere a terzi di cannibalizzare l’intero mercato.
    Perché quel che è certo è che la vicenda dei Velvet Sundown suggerisce che chiunque abbia un po' di tempo e un po’ di denaro può trasformarsi in un’etichetta musicale facendo produrre a soluzioni alla Suno la musica di qualche decina di migliaia di gruppi così e, a quel punto, invadere le piattaforme digitali.
    E questo non tra un anno ma domani mattina.
    Ci sarebbe tanto, tanto di più da dire ma il caffè rischia di freddarsi e il sasso nello stagno e comunque lanciato.
    Parliamone e frattanto buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min
  • Il dado è tratto: dall’AI capace di scrivere a quella capace di far di tutto per noi
    Organizzami la più romantica delle serate con – qui ognuno inserisca il nome che preferisce preso dalla rubrica del proprio smartphone – nel primo giorno libero che trovi nella mia agenda in un ristorante specializzato in ravioli in cinesi, con una bella terrazza con vista sulla città eterna e poi manda a – segue di nuovo il mondo della fortunata almeno per chi è convinto che lei abbia davvero voglia della serata in questione – un whatsapp per invitarla e, se risponde di si, prenota una macchina che vada a prenderla in tempo, compatibilmente con traffico e distanza tra casa sua e il ristorante scelto.
    Ah, dimenticavo, prenota un taxi anche per me perché possa arrivare al ristorante, partendo da dove sarò secondo l’agenda, cinque minuti prima di lei e, già che si sei, mandami anche nello stesso luogo di partenza un mazzo di fiori da portarle, niente di scontato per favore, iniziare con il piede giusto è fondamentale per il successo della serata.
    Meglio fermarsi qui, prendere fiato e ascoltare la sigla. Il resto ve lo racconto tra qualche istante.

    [SIGLA]

    La nostra prossima serata romantica potrebbe iniziare così.
    E la destinataria o il destinatario delle parole qui sopra potrebbe non essere il nostro assistente o la nostra assistente ma un agente diversamente intelligente, magari quello o quella – il suo genere sceglietelo voi – che OpenAI sta lanciando in tutto il mondo e che è già in grado di aiutarvi nell’organizzazione di una serata così.
    Chi l’ha provato giura che, per il momento, l’unico vero limite è che non è velocissimo nell’esecuzione del compito che gli o le affidiamo ma, tutto sommato, poco male perché comunque, spiegano in OpenAI, è tempo che risparmieremo.
    Quindi basta non ridurci all’ultimo per organizzare la nostra serata ma, tanto, magari, se lo facessimo ci beccheremmo comunque un bel due di picche dalla nostra lei.
    Accadrà, accadrà prima di quanto noi si possa immaginare e, anzi, è verosimile che da qualche parte sia già accaduto.
    È il migliore degli inizi possibili per una serata romantica?
    A ciascuno cercare la risposta nel proprio cuore e nella propria testa.
    Per i maniaci dell’organizzazione, della pianificazione a tutti i costi, della perfezione e dell’ordine come strade che portano alla felicità, probabilmente si.
    Per gli istintivi, i professionisti dell’improvvisazione, chi pensa che amore e passione siano nemici della razionalità, magari un po' meno.
    Ma in effetti il punto non è questo e il cuore non c’entra o non c’entra necessariamente.
    Perchè lo stesso agente diversamente intelligente di OpenAI è in grado di far cose di ogni genere al posto nostro.
    Guarda nella mia agenda, trova la prima ora libera per un appuntamento con l’avvocato Bianchi, mandagli un invito e tutta la documentazione relativa a quel contratto da rivedere insieme che trovi nella cartella X – segue il nome del progetto al quale stiamo lavorando – e preparami un promemoria per raccontargli le questioni da affrontare più in fretta.
    La lampada di Aladino è qui, oggi, ora, senza bisogno di aspettare domani e il genio è a nostra disposizione.
    Le favole sono un ricordo.
    È tutto vero.
    Un sogno per che diventa realtà per tutti, un incubo che si avvera per tanti.
    Tra questi, certamente, gli addetti ai lavori delle cose della privacy.
    E qui bisogna riavvolgere il nastro – si fa per dire – e tornare alle istruzioni che abbiamo dato al nostro agente per organizzarci quella serata romantica.
    A quel punto, tirati via i cuori dagli occhi, ci sarà più facile far caso alla circostanza che il nostro agente artificialmente intelligente per esaudire il nostro desiderio ha dovuto leggersi la nostra agenda per trovare la data giusta e, quindi, la nostra rubrica per trovare i contatti della nostra lei, scoprire di chi si tratta e la relazione che ci lega a lei, dove vive, cosa le piace mangiare e i fiori che preferisce, quindi prendere il nostro numero di carta di credito e accedere all’account del nostro servizio di ecommerce preferito e altrettanto ha dovuto fare con l’account del servizio di prenotazione dei taxi.
    Ma più è complesso il compito in relazione al quale chiediamo aiuto, più dati personali nostri e altrui potremmo dover condividere.
    Una montagna di informazioni personali e personalissime che finiscono e finiranno nella pancia degli algoritmi.
    Per carità, magari uscendo, da quella di questo o quel servizio digitale che già usiamo per la tenuta della nostra rubrica, della nostra agenda, dei nostri appunti, dei nostri acquisti.
    Ma non nello stesso ordine, non così.
    E, in realtà, anche se davanti a questo caffè, la privacy la fa da padrona, lo sbarco di questi novelli geni della lampada sul mercato sembra destinato a spalancare le porte a una serie di questioni diversamente complesse sul versante della responsabilità per le azioni che gli agenti porranno in essere al posto nostro.
    Provate a pensare che accadrebbe se l’invito a cena arrivasse alla persona sbagliata e quella giusta, con la quale avete una qualche relazione, lo venisse a sapere?
    Mi fermo qui, meglio finire il caffè che pensarci.
    Buona giornata e good morning privacy, anche se oggi verrebbe da dire privacy good bye.
    6 min
  • Lo smart working anche al volante
    Mercedes e Microsoft sono al lavoro per garantirci di poter lavorare e partecipare a una riunione anche mentre siamo al volante, regalando ai nostri colleghi l’imperdibile vista del nostro mezzo busto sul sedile del conducente.
    La notizia sembra sciocca ma, forse, la dice lunga su dove stiamo andando e su chi comanda tra tecnologie, regole e buon senso.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Su alcuni modelli Mercedes-Benz di prossima vendita, i conducenti non dovranno più scegliere se guidare o lavorare o, almeno, lavorare con potenzialità ridotte.
    A differenza di quanto accade oggi, infatti, Teams, l’app di videoconferenza di casa Microsoft consentirà al guidatore di continuare a trasmettere il proprio video anche a vettura in movimento mentre l’intelligenza artificiale di Copilot si metterà al suo servizio per riassumergli vocalmente mail o documenti, consentirgli di gestire l’agenda, scrivere e inviare messaggi.
    Unica limitazione, per quel che se ne sa, il conducente – vien da dire per fortuna – non potrà vedere sullo schermo dell’auto il video della riunione, né altri contenuti condivisi.
    Secondo Mercedes l’obiettivo è quello “di trasformare il veicolo in un terzo spazio di lavoro, complementare all'ufficio e all'home office".
    Mani sul volante, occhi dentro la telecamera e cervello diviso a metà tra la strada e l’ufficio insomma.
    Ed è a questo punto che questa storia, forse, diventa meno stupida di quanto non possa sembrare a prima lettura e suggerisce qualche domanda.
    Siamo certi che sotto il profilo della sicurezza aumentare le possibilità di smart working di chi è alla guida sia una buona idea?
    E siamo certi che aggiungere un rettangolo con il volto del conducente a quelli che popolano gli schermi di una videoconferenza di lavoro sia uno sviluppo tecnologico tanto essenziale e capace di fare davvero la differenza in termini di produttività?
    E con esso aumentare a dismisura la quantità di dati personali che, inesorabilmente, lasceranno l’abitacolo dell’automobile per finire in mondovisione?
    Ma considerazioni analoghe valgono per l’idea di consentire a chi sta guidando di occupare parte della sua attenzione – ieri avremmo detto di distrarsi - facendosi leggere e scrivere mail dal proprio assistente virtuale.
    Sono anni che le donne ci dicono che, noi uomini, sappiamo fare una cosa per volta.
    E se una delle due è guidare, per una volta, forse, non è neppure detto che sia un’idea tanto sbagliata e un limite così tanto inaccettabile.
    Scherzi e battute a parte, il dubbio che mi è venuto alla seconda lettura di una notizia che, alla prima, mi era scivolata addosso come una dette tante idee più o meno indovinate o sbagliate di marketing tecnologico è che abbiamo davanti un esempio plastico di come lo sviluppo tecnologico tenda a plasmare la nostra vita imponendosi su qualsiasi altra regola figlia di un Parlamento o del buon senso.
    Io, ad esempio, non sono affatto convinto che una macchina in movimento possa e debba diventare, addirittura per il conducente, una nuova postazione di lavoro ma, in ogni caso, non credo che a decidere se sia così o meno possa e debba essere il mercato.
    Certo potremmo raccontarci la solita storia secondo la quale la tecnologia si limita a abilitare comportamenti che poi sta ai singoli decidere se tenere o meno e ai Parlamenti e ai Governi se permettere o vietare.
    Ma, appunto, si tratterebbe solo di una storia un po' ipocrita e un po’ autoassolutoria.
    La verità è una volta che certe tecnologie sbarcano sul mercato poi impongono comportamenti e plasmano il modo in cui viviamo nel silenzio delle regole del diritto che non fanno in tempo a governarli, contro le regole che eventualmente già esistessero, al posto delle regole del buon senso.
    Mettere in fila le ragioni del no a un’idea del genere – che si guardi alla sicurezza stradale, ai profili di privacy e confidenzialità delle informazioni inerenti alle cose del lavoro, alle questioni assicurative sia sul versante della circolazione che degli infortuni lavorativi e tanto tanto di più – a me sembra più facile che fare lo stesso esercizio con le ragioni del si.
    Ma sono certo che per qualcuno è vero il contrario.
    E però, la domanda del caffè è, che sia più facile identificare le ragioni del si o quelle del no, farlo, a chi tocca?
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Age verification: si può fare. Inizia Reddit in UK
    Reddit, il cuore di Internet, come recita il claim di una delle piattaforme che ha fatto la storia del web , quello della prima ora, quello di vent’anni fa, quello della libertà di parola e dell’attivismo, oggi una piattaforma gestita da una società che vale in borsa oltre dieci miliardi di dollari è che è una delle prime dieci destinazioni più visitate online ha annunciato che dal 14 luglio verificherà, per ora in Gran Bretagna, l’età degli utenti che intendono accedere a contenuti riservati a un pubblico maggiorenne.
    È una notizia importante che merita, probabilmente, più di un caffè ma, dopo la sigla, cominciamo da uno.

    [SIGLA]

    Proprio nelle stesse ore in cui la Commissione europea annuncia di aver reso disponibile la sua soluzione tecnologica per la verifica dell’età e l’imminente avvio di una serie di sperimentazioni nazionali, Italia inclusa, Reddit, da vent’anni, la mecca indiscussa delle discussioni online comunica al suo pubblico che dal 14 luglio gli utenti in UK che vorranno accedere a contenuti riservati a maggiorenni, dovranno dimostrare di avere l’età giusta.
    Lo impone, in Gran Bretagna, la legge e Reddit ha intenzione di rispettarla e dare così l’esempio.
    Ma ci tiene a sottolineare Reddit – e si tratta della parte forse più interessante di quello che sta accadendo – stiamo parlando di chiedere agli utenti la loro età di nascita, in maniera verificata e non la loro identità.
    “Non siamo mai stati interessati e non abbiamo mai ritenuto fosse giusto chiedere ai nostri utenti di disvelare forzatamente la loro identità e non abbiamo cambiato idea”, fanno sapere dal quartier generale di San Francisco.
    Per riuscire nell’impresa di verificare l’età senza verificare, al tempo stesso, l’identità chiederemo ai nostri utenti di rivolgersi a un fornitore terzo che, sulla base di una serie di informazioni tra le quali un selfie e un documento di identità, accerterà la loro età, ce la comunicherà senza alcuna altra informazione e cancellerà, sette giorni dopo, ogni elemento utilizzato per la verifica.
    Lo stesso fornitore, aggiungono da Reddit, non avrà alcuna informazione sulle specifiche discussioni e contenuti per accedere ai quali l’utente si è sottoposto al processo di verifica dell’età.
    Bene, forse non benissimo, perché per quel che si capisce il fornitore scelto da Reddit sarà comunque in grado di sapere che un utente ha utilizzato la prova della verifica dell’età, appunto sulle pagine di Reddit ma è anche vero che lo scibile di contenuti disponibile sul forum di discussione più popolare di tutti i tempi è talmente tanto vasto che questa informazione dice poco o nulla di un utente.
    Vale, comunque, la pena annotare che la soluzione europea, da questo punto di vista, potrebbe essere ancora più privacy proof, limitando fino a zero le informazioni alle quali il fornitore di servizi di verifica dell’età avrà accesso a proposito della piattaforma presso la quale la prova dell’avvenuta verifica verrà utilizzata.
    Ma l’esempio di Reddit è importante e prezioso perché dimostra che la verifica dell’età è compatibile con la storia, le radici e i principi di Internet, si può fare senza rinnegarli e trovando un compromesso ragionevole tra esigenze di sicurezza degli utenti e protezione dei dati personali.
    Comprensibile la soddisfazione delle autorità inglesi per il risultato.
    E condivisibile la loro posizione quando dicono che, certo, ci sarà qualcuno più furbo degli altri – o che tale si sentirà – che riuscirà a ingannare il sistema e a presentarsi come maggiorenne senza esserlo ma, comunque, tanti tantissimi minorenni verranno finalmente risparmiati all’esposizione a contenuti non adatti alla loro età non perché illeciti in sé, perché altrimenti non dovrebbero proprio stare online, ma perché anche online, proprio come nella vita reale, non tutto è per tutti.

    Un buon caffè questa mattina, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Il Missouri contro le fabbriche degli algoritmi: state manipolando la verità
    Il 9 luglio scorso il Procuratore Generale del Missouri ha preso carta e penna – si fa per dire – e ha scritto a OpenAI, Google, Microsoft e Meta per chiedere conto di come funzionino i loro servizi di intelligenza artificiale generativa in particolare in fatto di generazione di contenuti su questioni sensibili sul versante politico.
    L’ipotesi niente affatto velata è che i servizi in questione distorcano la realtà e, al momento, lo stiano facendo in danno del Presidente Trump.
    È un’iniziativa interessante sotto tanti punti di vista.
    La sigla e ve la racconto meglio.

    [SIGLA]

    “Classifica gli ultimi cinque presidenti dal migliore al peggiore, in particolare per quanto riguarda l'antisemitismo”.
    Le risposte dell'IA a questa domanda apparentemente semplice, posta da un'organizzazione no profit che difende la libertà di parola, forniscono l'ultima dimostrazione dell'apparente incapacità delle Big Tech di arrivare alla verità.
    Esse evidenziano anche il bisogno compulsivo delle Big Tech di diventare un oracolo per il resto della società, […]
    Dei sei chatbot a cui è stata posta questa domanda, tre (tra cui ChatGPT di OpenAI) hanno classificato il presidente Donald Trump all'ultimo posto, mentre uno si è rifiutato di rispondere.
    È difficile comprendere come un chatbot AI presumibilmente addestrato a lavorare con fatti oggettivi possa giungere a una conclusione del genere.
    Il presidente Trump ha trasferito l'ambasciata americana a Gerusalemme, ha firmato gli Accordi di Abramo, ha membri della famiglia ebrei e ha costantemente dimostrato un forte sostegno a Israele sia dal punto di vista militare che economico. Questo recente errore dell'intelligenza artificiale è solo la punta dell'iceberg.”.
    Recita così un estratto della lettera che il Procuratore Generale del Missouri ha indirizzato al CEO di OpenAI, Sam Altman.
    Nel suo comunicato stampa con il quale ha annunciato l’iniziativa lo stesso Procuratore non usa mezzi termini e tuona contrato le big tech e la loro presunta volontà di manipolare la realtà: "I cittadini del Missouri meritano la verità, non la propaganda generata dall'intelligenza artificiale mascherata da verità. Se i chatbot basati sull'intelligenza artificiale ingannano i consumatori attraverso un 'fact-checking' manipolato, ciò costituisce una violazione della fiducia del pubblico e potrebbe benissimo violare la legge del Missouri".
    E poi ancora: "Considerati i milioni di dollari che queste aziende guadagnano ogni anno dai cittadini del Missouri, le loro attività rientrano pienamente nella mia autorità di proteggere i consumatori da frodi e pubblicità ingannevole".
    Altro che i regolatori europei, la Commissione, il DSA, il DMA, l’AI Act e il GDPR, l’intero firmamento dell’AI è trascinato alla sbarra sulla base delle leggi di uno Stato americano e l’accusa è feroce: i signori degli algoritmi starebbero manipolando la realtà.
    Certo la pietra dello scandalo e cioè l’ultima posizione nella quale gli algoritmi di alcuni dei destinatari delle lettere avrebbero relegato il Presidente Trump in fatto di antisemitismo fa un po’ sorridere, sembra un po’ partigiana, poco seria.
    E, però, la questione esiste.
    Ci informiamo e ci informeremo sempre di più attraverso i contenuti generati dalle fabbriche degli algoritmi e se non ci si può fidare – come non ci si può fidare anche perchè sono banalmente progettati e sviluppati per uno scopo diverso rispetto alla produzione di contenuti veritieri e affidabili – della bontà di quello che dicono, allora abbiamo un enorme problema.
    E che se ne stia prendendo atto anche dall’altra parte dell’oceano è un fatto importante.
    Nessun antagonismo tra Europa e Stati Uniti, dunque, certe preoccupazioni sono comuni e certi scenari vanno evidentemente governati.
    Ora non resta che stare a vedere cosa risponderanno le big tech al procuratore generale del Missouri e cosa succederà dopo.
    Ma certo la giustizia, la verità, la trasparenza che il Procuratore Generale dello Stato di Mark Twain pretende dai giganti degli algoritmi è la stessa che, da questa parte dell’oceano, si chiede a gran voce da anni.
    Forse sarebbe il caso di unire le forze e provare a affrontare il problema una volte per tutte che l’ultimo in una classifica generata artificialmente si chiami Trump, Von Der Leyen o Papa Leone XIV.
    Il punto è – o, almeno, dovrebbe essere – che a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità e che quindi chi sa di essere o, almeno, essere destinato a diventare responsabile dell’informazione globale, non può, a costo di dover rinunciare a una valanga di soldi, permettersi il lusso di rischiare che questa informazione sia falsa, inattendibile, manipolata o manipolabile.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    6 min

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Senza…